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(Post scritto una decina di giorni fa a Bagan, Birmania. Pubblico solo ora, perché in Birmania la situazione di internet è quella di Milano nel 1996, più o meno.)

Ordunque, sono due giorni che sono a letto con la febbre. Non abbastanza per dormire tutto il giorno, non troppo poco per ignorarla... Ottimo, o no?
Quindi ho un sacco di tempo per pensare, dato che dopo un po' che leggo, mi fa male la testa. Tra l'altro, checculo no, che mi ammalo in Birmania, dove volevo venire da aaaanni. Sto virus del cavolo mi ha preso ai polmoni, e quello, più la polvere che qui è ovunque, e l'asma, mi stanno un po' uccidendo e levando la gioia di essere qui. Spero passi presto.

Insomma, quando si passano varie ore su un autobus scomodo in questo paese, senza il paesaggio da guardare perché ti costringono a viaggiare di notte (un'idea geniale, davvero, così arrivi alle sei del mattino e paghi comunque la stanza, ma non dormi) inizi a pensare ad un sacco di cose, più o meno siéme

Ecco, io ho iniziato a pensare a dove ho visto la più alta concentrazione di maschi appetibili. Vedete come sto messa?

Per favore, non arrabbiatevi se questo post è idiota e un po' sessista e superficiale. Nelle ultime 48h ho mangiato pochissimo, dormito pochissimo, finito due libri e avuto attacchi di tosse che sembro un turco in fin di vita. O un birmano, se è per questo, dato che ti danno le sigarette gratis a fine pasto, qui, pure se non le vuoi (ma solo se sei un uomo, o una donna occidentale. Altrimenti, ciccia, svergognata.)

Premessa: guardando ai due sessi come a un bel tessuto, un dipinto o un gioiello, secondo me noi donne vinciamo, a man bassa. Siamo proprio più belline, ecco. I miei amici gay non mi capiscono (eh, conosco solo uomini gay, altrimenti troverei più comprensione) ma sono convinta che in media nel mondo ci siano molte più gnocche che fusti.

Uomini: non preoccupatevi. Siccome M ed io siamo avanti, ho già intervistato il mio socio sulla sua opinione sulle fimmine. Quindi, continuate pure a leggere.

Ma veniamo alle mie osservazioni empiriche sui maschi visti nei paesi che ho attraversato. 

Iniziamo con il Sudamerica
Argentina ed Uruguay hanno una certa quantità di bei figlioli, ma vista la percentuale di gente di origine europea, potrebbero essere anche di Pietra Ligure o di, che ne so, Jaén, o Oviedo. Quanto ad esotismo, il livello è bassino. Però è pieno di ragazzi coi riccioli, cosa che mi piace sempre.
Procedendo verso nord, per quanto mi riguarda, c'è abbastanza il vuoto: mi sembra di aver capito che il giovane maschio indigeno o meticcio non faccia per me. Ma visto come si comportavano certe americane in gita, mi sa che faccio parte di una minoranza esigua :)
Poi arrivi in Colombia: cosa apprezzo, dei colombiani, in questo paese che mi ha lasciato un po' poco convinta per altre cose? Ci sono i mulatti, signore mie, specie nel nord. Giganti con la pelle di varie gradazioni dal caffelatte allo scuro, a volte con gli occhi verdi, a volte con gli occhi a mandorla, a volte con i dreadlock, a volte con i dreadlock corti corti... 
Cioè: lévate
Cioè: che anche M si trovava a dire behineffetti
Cioè: magari non per la vita ma per qualche mese (che sono una ragazza a modo) anche sì. Di più, se si comportassero bene. Poi, che tanti siano cialtroni e sessisti, in Colombia, uomini di tutti i colori, quello è un altro discorso. Ricordate che questo è il Post Superficiale. La Colombia è l'unico posto dove un uomo mi ha apertamente fissato le tette mentre compravo la frutta al super, con Michael di fianco. L'unico. Screanzati!

Nota per i signori: M mi informa che in Sudamerica la quantità di gnocche, donne, è nettamente superiore e meglio distribuita di quella maschile. M mi informa che la densità è piuttosto alta in Cile, cresce in Perù ed Ecuador, e rimane costante in Colombia. L'Asburgico mi informa anche del fatto che le donne messicane hanno visi estremamente affascinanti (ora che ci penso, ha ragione) ma sono talvolta davvero tanto minute, troppo. In tutto ciò posso confermare che i messicani medi, ambosessi, sono più piccoletti dei taiwanesi. Ce ne vuole, eh. C'è un sacco di gente tascabile, in Messico.

Veniamo all'Asia, che è la parte che riserva sorprese, secondo me. In Europa quando si pensa al Sudamerica, si pensa alla gnocca, si pensa alle feste, alle merende di una notte, al sesso caliente, tutte queste vaccate qui, no?
Ma la sorpresa, per me, è stata qui, in Asia.
Ho sempre trovato affascinanti i ggiovani giapponesi alternativi e zozzoni che si vedono in Europa, e qui ce ne sono, non come un tempo che han pochi soldi per le gite, ma ce ne sono, e quello lo sapevo già.
Anche di un certo tipo di uomo thai, sapevo già: qualche tatuaggio qua e là, magari un po' capellone, fricchettone. Già sapevo.
Poi, sono arrivata in Cambogia: ma... Quanto sono boni gli khmer? Uomini e donne? A partire dagli 0 mesi in poi, praticamente? Io mica lo sapevo (M, a quanto pare, sì.) In Cambogia, se fossi stata sola, avrei avuto una cotta per un barista in un caffè di Battambang. O per un autista nel sud. O per un sacco di passanti. È che hanno gli zigomi alti, la pelle color bronzo, i nasi dritti e gli occhi grandi e neri: mòro. Non so voi. Io mòro. Bellizzimi.
E poi, la Birmania: meno che in Cambogia, ma pure qui ci sono bei visi, uomini e donne, anche se forse più donne, e il bello è che le persone sono diversissime l'una dall'altra: alcuni hanno qualcosa di molto cinese, altri molto di indiano, altri una specifica faccia birmana (pensate alla Aung San Suu Kyi, bel viso ovale, elegante, regolare.) 

Nota supplementare di M: anche qui la presenza di belle donnole è poù costante di quella degli uomini. Oltre ai paesi già citati, il Vietnam. Le donne di lì, dice, sono belle, e sono anche le più scosciate di tutte, se vi piace il genere panterona. La minigonna è un must, in Vietnam.

Appunto sulla Birmania: molte donne, qui, sono di un'eleganza incredibile. L'abito tradizionale aiuta: un pareo ricamato, spesso, lungo e dritto, e di solito una blusa aderente, ma che copre fino al gomito. Molte si fanno belle trecce e begli chignon, a volte con i fiori nei capelli: bellissime. Se avete visto la signora Aung San Suu Kyi, avete visto anche l'abito birmano tipico.

Ora interrompo qui perché il mal di testa sta prendendo il sopravvento... Ancora una settimana circa di Birmania, e poi, di nuovo a Bangkok (per la quarta volta! Ormai mi sento a casa) e infine Sri Lanka. Yuhuuu!
(Mi scuso per i font sballati in questo post, ma fare tutto da una tabletta è un incubo. Fa schifo pure a me, ma guardate alla sostanza, che dirvi...)


Una cosa che posso già dire, pochi giorni dopo aver lasciato il mondo latinoamericano, è che ancor più della letteratura, quel che è rimasto con me è la musica, soprattutto quella argentina e uruguaya, alcune cose cilene, e alcune afro-peruviane (la musica brasiliana la conoscevo e apprezzavo già prima di partire.)

Mi piacciono la musica del Río de la Plata* come anche alcune cose cilene, perché non parlano solo di festa, rum e sesso, ma hanno anche un velo di malinconia, a volte di tristezza, che mi attira molto di più di una salsa, che mi sembra molto unidimensionale, anche se magari divertente. 
Quando sento il suono del bandoneón e un voce con l'accento rioplatense mi si smuove qualcosa dentro, che ci posso fare. (Qui sotto la voce di Julio Cortazar, lo scrittore, Buenas Noches, Che Bandoneon, con un bandoneon di sfondo, appunto. Che voce, chissà se c'è un suo libro intero registrato da lui stesso!)



Non è che non mi piaccia la musica allegra, ma mi sembra che la musica come il tango o il candombe, o la bossa nova, o le canzoni di Victor Jara o Violeta Parra (Cile) racchiudano in sé più accuratamente l'esperienza umana, che non è tutta rose e fiori, e riescano a parlare in maniera poetica anche delle cose brutte.

Scrivo tutto ciò perché detesto lo stereotipo per cui Latinoamerica significhi solo casino, rum, festa e belle fighe. Il Sudamerica è molto, ma molto di più di questo, specialmente nella sua parte australe, quella che amo di più, come ho già detto varie volte. Leggetevi Luis Sepúlveda, Patagonia Express o Il Mondo alla Fine del Mondo, per esempio, o qualcosa di Mario Benedetti (Uruguay) così mi capirete. Per me ha significato molto altro che la festa, l'alcol e la gnocca, il Sudamerica.

Di sicuro ai sudamericani piace far festa, ma quel che mi è piaciuto dei paesi del Cono Sur è che tra una festa e l'altra riflettono sulle cose, ivi inclusi i problemi dei loro paesi, con sentimento critico, cosa vista pochino tra Bolivia e Colombia. 
I messicani, almeno nella capitale, ad Oaxaca e in Chiapas, sono più riflessivi, e come uruguayani, argentini e cileni parlano anche delle cose negative dei loro paesi, invece che idolatrare i loro presidenti, sventolare bandiere tutto il giorno, e scrivere graffiti pro-governativi. Fine della divagazione sociologica, torno alla musica.

Sono una donna da saudade, insomma. Anche in turco hanno una parola simile a saudade, e infatti mi piace anche la loro, di musica.
Vi lascio con Una Iguana y Tres Monedas di La Chicana Tango, e Tango Negro di Juan Carlos Caceres, di Buenos Aires e Montevideo (credo), che sono esempi di musica rioplatense scoperta in queste due città. Una più malinconica, l'altra che vi fa ballare un poco. Vediamo che ne dite :)





*l'estuario su cui sorgono Buenos Aires, Montevideo e Colonia, tra i posti che meglio mi hanno fatto stare in nove mesi di Latinoamerica.

Scrivo queste parole in aereo, offline, mentre ascolto un podcast sul chamamé, musica della "Mesopotamia" argentina, insieme al Paraguay e all'Uruguay il mio primo contatto con il Sudamerica. Questa parte del viaggio si è conclusa qualche ora fa, partendo da Città del Messico per Los Angeles, dove pubblicherò questo post.

Sono andata in Sudamerica sapendone poco, che è poi il modo migliore di avvicinarsi ad un nuovo paese, o a una nuova parte del mondo. Questi chamamé che sto ascoltando mi hanno fatto pensare alla prima parte del viaggio, nel Cono Sur, che è tuttora la parte del continente che mi è più rimasta nel  cuore - insieme al Messico.

Quindi, insomma, io e il mondo latino siamo amici, ora. Nel senso che ci conosciamo meglio, perché ho imparato un milione di cose, in questi mesi. 

Ho conosciuto nuove musiche, come appunto il chamamé o il candombe, che mi piacciono, musiche che mi piacciono meno, come il reggaeton o la salsa, e musiche che non mi piacevano, ma che alla fine ho apprezzato, come le cumbie vecchio stile, o addirittura alcune cose di rumba, pensate voi. Ho conosciuto nuovi strumenti e mi sono innamorata del loro suono, come il bandoneón, nel tango e nel candombe, o il charango, il mandolino delle Ande, ad esempio. E poi le canzoni della costa ecuadoriana, o quelle colombiane, che magari non sono il mio genere, ma che di certo hanno proprietà antidepressive, che andrebbero ascoltate nell'inverno europeo, per superarlo.

Ho imparato nuovi nomi, quelli delle popolazioni indigene, diseredate e fregate dai vari stati nazionali che ho visitato, ma in certi casi sorprendentemente vitali.
A cominciare dal mondo Guaraní, diviso tra Argentina e Paraguay, i guaraní, che dobbiamo ringraziare per il mate e il tereré, con la loro lingua affascinante e piena di vocali, nelle umide e bollenti selve nel "dito" nord-est dell'Argentina. Per continuare con i Mapuche, i ribelli di Cile ed Argentina, con i loro gioielli d'argento di fattura fine e modernissima, e le loro lotte per l'autonomia, in corso tuttora. E poi gli indigeni delle Ande boliviane, che vivono in una miseria gelida, quasi sempre sopra i 3000m, e che ti scrutano silenziosi quando passi nei loro villaggi, perché sei uno straniero bianco, quindi qualcuno di cui non fidarsi. 
E poi le tribù amazzoniche, che inizi a vedere in Perú, e che ti accompagnano da lì in Ecuador, e poi in Colombia, con le loro maschere variopinte, le tradizioni di ayahuasca e allucinogeni assortiti, lo sciamanesimo, ed i loro copricapi di piume dai colori saturi, forti. E, anche se native non sono, le culture africane in Uruguay, Colombia, Perù ed Ecuador, che hanno prodotto alcuni dei tipi di musica che preferisco.

Ho incontrato un catalogo umano straordinario di persone, che venivano da paesi e mondi diversi, tutti accomunati dalla lingua, che non mi ha mai fatto impazzire, ma che nella sua declinazione del Sudamerica, a seconda delle zone, ha iniziato a piacermi, e molto. Tanto che ora, quando parlo spagnolo, mi sento a casa, come quando parlo francese (la sensazione di cousinade tra latini si fa sempre più forte, e non vedo l'ora di imparare il portoghese.)

Il Messico merita un discorso a parte, perché Sudamerica non è, ma Latinoamerica sì. Mi ha incantato, il Messico, mi piace per gli stessi motivi del Perù (l'archeologia, la storia, la cultura, la varietà di paesaggi), con la differenza che lì il clima è molto migliore, fa caldo, le coste sono due (Caraibi e Pacifico), e che rispetto al Perù, viaggiare in Messico è una passeggiata, dato che in genere non devi preoccuparti che il tassista non ti rapini, o che il tuo autobus cada in un crepaccio, entrambe cose tristemente possibili e probabili in Perù, anche se ci stanno lavorando sopra alla grande. L'arte visuale messicana è quella che mi ha affascinato di più, e l'artigianato tessile è tra quelli di migliore fattura visti in questi nove mesi. 

Ho visto paesaggi di ogni tipo o quasi, la selva verde e la terra rossa del nordest argentino-Paraguay, il gelido altipiano della Bolivia, dove in estate fa 10C, le montagne lunari, rosse e verdi del nord argentino o del Messico, le coste scoscese, verdi e magnifiche del Cile, e quelle dolci e sabbiose dell'Uruguay, i deserti rocciosi al confine tra Cile ed Argentina, a 4000m, quello sabbioso in Perù, che appare come una splendida bolla di caldo poco dopo la fine delle Ande, la selva dell'Ecuador, dove ho passato del tempo in una fattoria di Hare Krishna, il mare cristallino, caldo ed accogliente,  della costa caraibica in Colombia, e quello limpido e gelido del Cile, il polveroso, nebbioso e roccioso nord del Perù, che sembra una provincia della Luna. Mi sono sentita alla fine del mondo, sulla costa a sud di Santiago, Cile, sola con M ed un elefante marino, su una spiaggia lunga chilometri e chilometri, senza case, solo con l'ostello-casupola di Nico, il surfista acrobata cileno.

Ho imparato a bere il mate e il tereré, le mie due scoperte principali del viaggio, quanto a bevande. Ho bevuto espressi praticamente italiani in Argentina, caffè filtrato che resuscita i morti in Colombia (farsi un espresso con quel caffè potrebbe essere mortale, credo), in Messico ho bevuto ottimo caffè, dalla consistenza vellutata, e bevuto la cioccolata calda migliore della mia vita. In Ecuador e Messico, ho mangiato cioccolato amaro tra i migliori che abbia mai provato.

Sono arrivata perplessa e preoccupata di essere derubata o ferita nel tentativo di derubarmi, o che so io, per tutto quello che si sente di America Latina come continente violento (e lo è, nel 2012 è stato di nuovo il continente con più omicidi ed assalti violenti in rapporto alla popolazione, secondo El País.) 
Ora parto, nove mesi dopo, con un bagaglio di nuovi stimoli (musicali, alimentari, letterari, cioè quelli che contano), una lingua nuova in tasca, e pezzetti di cuore sparsi tra Argentina, Cile, Uruguay, Perù e Messico, e tanta voglia di tornare quasi in ogni paese che ho visitato, con l'eccezione ella Bolivia, forse. 

In tutto ciò, ci tengo a dirlo visto quel che si sente del viaggiare da queste parti, ad M e me non è successo niente. Niente di niente, anche perché stiamo attenti, forse, e sempre all'erta (e non mi mancherà sentire di doverlo fare, questo no), ma siamo partiti con un computer, due kindle, tre carte di credito, tre di debito, e per ora abbiamo ancora tutto. Non mi hanno scippata, non mi hanno aperto la borsa con un coltello, non mi  hanno minacciata in nessun modo, i tassisti mi hanno fregato solo raramente. 

Questo continente mi ha arricchito enormemente, umanamente, per il semplice fatto di poter parlare con la gente, starla a sentire, che sia la signora che fa i succhi in spiaggia in Cile, lo studente universitario e il meccanico in Perú, il grafico in Colombia, l'artigiano in Argentina, l'informatico in Uruguay, il monaco ecuadoriano, o il sindacalista cileno. Grazie a tutti loro, anche se non leggeranno mai questo post. Grazie di cuore. Sono ufficialmente innamorata delle vostre contrade.

Dopo questi pochi giorni a Los Angeles, andremo a Taipei via Shanghai, da lì poi in Vietnam, via Hong Kong. Visiterò quindi, finalmente, il mondo cinese di cui sono così curiosa da che sto con M e conosco i suoi amici, tutti impregnati di Cina, dato che quella lingua e cultura hanno studiato per anni. Sono curiosissima e felice di essere fuori dall'Occidente, finalmente... Ma so che la barriera linguistica, completamente abbattuta nel mondo ispanico, a suon di mate, chiacchiere, birre e caffè condivisi, un poco mi peserà. Tornerò a poter parlare solo con le persone più colte, quelle che hanno potuto imparare l'inglese. 

Questo video è di un gruppo hip hop di Puerto Rico, Calle 13, insieme a Susana Baca (Perù), María Rita (Brasile, credo) e Totó La Momposia (Colombia). L'ho scoperta relativamente tardi e non è tra le mie preferite, ma il video è magnifico per come mostra tutte le facce della Latinoamerica, quelle che ho conosciuto, e quelle che devo ancora conoscere. Ritornerò.

Wikimedia Commons
Si'. Me l'hanno detto, qui in Peru', e anche in Argentina. 
Con l'eccezione di Cile, Bolivia e Paraguay, in tutti i paesi visitati gli italiani sono famosi per la pizza, perche' tuo nonno era italiano, e per le canzonette. (Non per Berlusconi, perche' qui hanno avuto di molto peggio, e quindi lo ignorano felici. Qui, l'Italia e' ancora cool.)

E mica solo le canzonette vecchie, no! Non e' come in Austria, dove Adriano Celentano e Toto Cutugno sono ancora iper-popolari. Qua sono molto piu' moderni, perche' molti dei cantanti italiani famosi degli ultimi anni, tentano di espandere il loro mercato in America Latina. 

La prima a spuntar fuori, gia' in Uruguay, e' stata Laura Pausini. E poi, ho sentito Andrea Bocelli, addirittura Nek, una volta, credo,  ed Eros Ramazzotti come se piovesse. 

Da che sono in Peru', una nuova (vecchia) voce popola i miei giorni: Gianluca Grignani. Ve lo ricordate? Io si', perche' quando c'avevo 14 anni, era famoso, lui. Prima coi capelli lunghi, poi coi capelli corti. Bene, qua, in Peru', Mi historia entre tus dedos spacca. Che e' poi La mia storia fra le dita. Ve la ricordate? Io si' (eh, che devi fa'.) Ho scoperto cinque minuti fa su Wikipedia che fa ancora musica. Pensa tu! Beh, comunque, ecco qua la chicca, da youtube, Gianluca Grignani. Che canta in spagnolo. Con l'accento di Precotto, periferia nord di Milano. Amarcord!!!


Ho scritto questo post offline, due settimane fa, o anche di piu'. E poi,  non sono mai riuscita a pubblicarlo, perche' in Bolivia internet e' come era a Milano nel 1999: lento, e inaffidabile. Comunque, eccomi qua, finalmente almeno ora posso pubblicarlo.

Cactus, llama, vigogne, terra rossa e senz'alberi.
Sono le quattro cose che, da qualche giorno,  vedo piu' comunemente. Sono arrivata in Bolivia da poco piu' di una settimana, dopo una decina di giorni passata tra la Quebrada de Humahuaca, e Salta, nel nord ovest argentino.

Il problema e' che mi sono goduta il tutto molto poco, dato che ho passato circa sei giorni a letto. Mi ero ammalata prima di andare nel deserto cileno, raffreddore. L'ho ignorato, e a Salta e' rispuntato fuori, incazzato come mai, mi ha inchiodato al letto per un bel po'. Se poi si considera anche la mia intelligenza sopraffina, che mi ha portato a decidere di andare ad Humahuaca ancora convalescente, e di conseguenza a salire sopra a 3000m, sfioro la genialita', no? E' che non ne potevo piu', di stare a letto a Salta. Pero' poi sono stata a letto pure a Humahuaca, ecco. Con il cuore che mi batteva fortissimo, tachicardico, disse la medica argentina, battito fino a dentro alle orecchie, e la febbre. Poi, di punto in bianco, il corpo si e' abituato, e 3000m sono diventati lo stesso del livello del mare. (Fino a che non sono andata a metri 5000. un freddo porco e pochissimo ossigeno nell'aria. Ma questa e' un'altra storia, una storia di jeep incagliate in un fiume, cieli azzurri senza nuvole, autisti taciturni, e milanesi 60enni in trasferta che ti fanno sbellicare dal ridere.)

In quei pochi giorni fuori dal letto, pero', ho visto cose splendide. Il nord argentino non sembra piu' Argentina, non quella che conosco io almeno, perche' e' immerso nelle Ande, ad altitudini gia' niente male. Uno dei posti che mi sono gustata di piu' e' stata la Quebrada de las Señoritas, che ha questo aspetto qui. Uso foto altrui, perche' le mie non sono ancora online, le connessioni in Bolivia sembrano la mia nel 1997, con le foto che si caricano poco a poco, riga per riga. Per lo stesso motivo, non le posso inserire qui, perche' la finestra di upload non si carica. Un disastro.

Comunque.
Nel nord argentino, anche il cibo non c'entra nulla con quello del resto dell'Argentina, perche' entrano in gioco la quinoa e le bistecchine di llama, le empanadas col formaggio di capra, buonissime. La gente e' diversa per aspetto e temperamento, gente di montagna, con la pelle color bronzo, che ti scruta, ma non ti parla, ciarliero come l'argentino medio.Buenos Aires e' lontana chilometri, sia in termini geografici che in termini di colori, profumi, sensazioni, tutto.

Dopo la convalescenza a Humahuaca, sono andata in Bolivia, attraversando il confine a piedi, in un postaccio chiamato Villazon. In questo posto di frontiera, sempre trafficato di vecchiette boliviane piene di pacchi e pacchetti, il doganiere, bello lui, mi ha messo il timbro sul passaporto che diceva: entrata il 2 gennaio. Solo che io sono entrata il 2 febbraio. Un ottimo modo di passare la propria prima settimana in Bolivia da illegale (con i timbri argentini e cileni che provavano l'idiozia del doganiere, dunque ero tranquilla.)

Da li', sono arrivata a Tupiza, che sembra il Far West americano, ma piu' bello, perche' le rocce sono piu' rosse. Sono andata a cavallo per tre ore, incontrando poche altre persone, e ascoltando in silenzio. Una meraviglia, anche per un topo di citta' come me. 
Vedere posti del genere e' quello che mi fa piacere il viaggio: le persone, li', in tutta la Bolivia rurale, vivono in una dimensione diversa dalla nostra, quasi un universo parallelo. Fatto di montagne, animali da portare al pascolo, e un orizzonte se possibile ancora piu' ristretto di quello che poteva avere mia nonna da bambina, nelle montagne.

Mi sono goduta il nord ovest argentino molto meno di quanto avrei potuto... Ma quando ti ammali e sei in gita, non puoi fare altro che stare a letto e soffrire in silenzio. Meno male che ora all'altitudine sono più che abituata, fino a 4000m circa, ormai e' un gioco da ragazzi...
Sull'autobus per Cordoba, qualche tempo fa. 
Sono tutti argentini, o almeno ispanofoni, tranne un gruppo di americani coi capelli rossi in fondo all'autobus. Sale un ragazzetto spettinato, dall'aria rock e un po' zozza, con una chitarra e un bel sorriso, e ci si siede davanti. Sente che parliamo inglese (con l'Asburgico, intendo), e allora ne approfitta per fare pratica.

Gli chiedo,

di dove sei?

Di vicino a San Paolo, dice lui, sono brasiliano, ma vado a studiare a Cordoba, ora. Sono in viaggio da tre giorni (ecco quindi spiegata la parte zozza del look rockettaro.)

Nat: ah, che bello, il Brasile! E dimmi, dimmi, di dove sei, che magari conosco il tuo paese?

Il rocker brasiliano: sono di un paesino vicino a San Paolo, di certo non lo conosci.

Quanto vicino? tanto per fare conversazione, no?

Ottocento chilometri, mi dice con il suo sorrisone tranquillo.

Ecco. Così imparo, a fare la lagna quando sono a Vienna perché mi manca la mamma. Vivo a un tiro di schioppo, per gli standard sudamericani... 
E qui è quando ti rendi conto di quanto sia piccina l'Europa. 
Esterno, giorno, Cordoba, qualche giorno fa.

Natalia passeggia con l'Asburgico, e con un americano rimediato in ostello, chiacchierando del piu' e del meno come sempre.

A un certo punto, la vostra prode (o anche no) sente una voce, nella folla di spagnolo, parlare italiano.

Brevemente, Natalia si illumina.
Qualche secondo dopo, Nat focalizza sul contenuto della conversazione padre-figlia, che e' piu' o meno questo:

Figlia: blah blah blah, cose che Natalia non sente bene, blah
Padre: aho!!! ma perche' non vedi di andertene un po' affanculo?

Addirittura l'Asburgico, che da questo punto di vista e' uno che e' difficile da turbare, si e' girato con tanto d'occhi.
Ecco, mesi e mesi che non parlo italiano con qualcuno di persona, e la prima cosa che sento e' questa.

Allora mi associo anche io al vaffanculo di quel gran signore! Dai. Che tasciume. Poi magari si lamenta pure se la figlia lo manda nello stesso posto.
Che orrore!

http://parabuenosaires.com
Interno, giorno.
Metropolitana di Buenos Aires, piena come quella di Milano appena prima delle partite di Champions. Cioe' strapiena, tipo che devi spìngere per entrare, e se anche non trovi una maniglia per tenerti, nessun problema: stai in piedi comunque, perche' sei pressata contro gli altri.

Premetto che, in generale, i porteños, cioe' gli abitanti di Buenos Aires, a me non sono affatto sembrati stronzi come la gente li dipinge. Tu viaggi in Argentina, e la gente ti dice tutto, prima che ci vai:

sono cattivi
sono tutti ladri
non ti aiutano se cadi
ti scippano
ti derubano
non parlano con nessuno
sono freddi
corrono sempre.

In pratica, e' sempre la solita solfa del campagnolo, per quanto mi riguarda. Come dico sempre, se si stesse a sentire il resto d'Italia, come milanese, io dovrei essere praticamente tutte le cose sopra citate. Tipo che se la vecchietta davanti a me cade per strada, io, in quanto milanese, la scavalcherei sputandole in testa.
Certo. Sicuro.

Quindi, avevo gia' i miei dubbi, sulla storia dei porteños che sono cagoni. Infatti, vivono la metro sempre piena, e piena piena, intendo, con una certa grazia. Sorridono, si scusano se ti urtano, invece che spingerti da un lato quando devono scendere (come fanno a Vienna, anche se mi spiace dirlo, forse perche' laggiu' in molti piuttosto che parlare con gli sconosciuti si farebbero bollire nell'olio?) ti chiedono prima se scendi alla prossima., e se dici di no, li fai passare. Civilmente.Quindi, mica male, dai, no?

In questo marasma, ci sono anche molti venditori ambulanti, che appunto, vendono cose.
Una mattina, mentre vado al corso, sale uno di questi. Di fianco a me, in piedi, una donna cinese. Il venditore passa, urtando un po' di persone con tutte le sue cose, e urta sia me che la signora cinese. Io non dico niente, la signora cinese mugugna, invece, adorabile

ma tornatene nella tua provincia!!!

il venditore, argentino, si gira e gelido le dice
ma tornatene tu, nel tuo paese!!!

Natalia in piedi, fra i due, allibita. Sempre carina, la gente, eh? Adoro prendere i mezzi. Ti da' queste finestre su quanto le persone possono essere testedicazzo.

Bene. Sono a Cordoba, stasera bus di non so quante ore, di notte, per Mendoza. Sono indietro, non ho ancora scritto di Montevideo, ma lo faro', portandomi dietro la mitica flemma montevideana, che fa bene alla salute. 
Passato tutto, figliuoli, eh, tutto bene e grazie del sostegno morale.
Parentesi: il mio stesso blog non mi lascia commentare. E' gia' accaduto, ma e' per questo che diobono non riesco a rispondere ai commenti su Colonia e sulle mie lamentele da vecchia.

Ad ogni modo, come ho detto, passato tutto. Domani da bravi zingarelli ci trasferiamo in un altro appartamento in un'altra zona della citta', e continuiamo il nostro corso di castellano rioplatense, cioe' di spagnolo di queste parti.

Ieri, con il nostro amico di queste parti, siamo andati al barrio chino, al quartiere cinese di Buenos Aires. Siamo andati, tra gli altri, in un luogo meraviglioso, almeno per me, chiamato Supermercado Asia Oriental Shopping. Lo so che e' pleonastico, ma aggiungere parole inglesi qui e' come in Italia: fa figo. Soprattutto quando non servono e sono superflue.

Comunque: entrare li' per me e' stato come per Alice entrare nello specchio magico, o come diavolo si chiama il looking glass di quella sciroccata di Alice. 

foto: inesburesti
C'erano tutte le cose che mi piacevano delll'Asia: un sacco di tipi di riso, pubblicita' improbabili con donne dall'occhio a mandorla che sorridono, caratteri che non capisco affatto, orrendi cibi colorati che mai ingerirei, ma che mettono allegria, li' sullo scaffale nel loro orrore fluorescente con le bollicine. E poi, salsine, piccanti e non, polipi essiccati, tofu fritto, tofu crudo, tofu normale, tofu in tutte le salse, tofu puzzolente; niengao che non so come si scrivono ma che boni; frutta secca e spuntini assortiti a base di alghe, l'amico argentino ieri stava morendo dal ridere a forza di guardarmi in faccia (appunto, sembravo un gatto atterrato in un paradiso dove ci sono teste di pesce dappertutto.) E poi: i personaggi dei cartoni giapponesi, come il mitico Doraemon che appena lo vedo mi fa sentire in vacanza, ma soprattutto, dentro il super c'e' un ristorante.

In questo ristorante, vendevano riso saltato con frutti di mare, una montagna di frutti di mare, che io non mangio dai Caraibi, praticamente, che qua se non e' la mucca o il porcellino non e' contemplato e in Uruguay costava troppo. 
Lo vendevano per l'equivalente di euri QUATTRO.
E io non potevo mangiare. Perche' c'eravamo appena scofanati un mega brunch fatto in casa.

Avevo gli occhi a cuore. Questa piccola gita mi ha ricordato perche' io devo riuscire ad avere il tempo di andare anche in Asia: per andare ad ingozzarmi di delizioso cibo che oltre che essere delizioso e' pure sano, che me lo compro per pochi euro su un tavolino di plastica per strada e mentre mangio guardo la gente.

Mi mancano, i ristoranti dei luridi di strada. Qua, per strada, al massimo ti compri un panozzo con bestia dentro. La mia esperienza in Latinoamerica e' piena di lati positivi sino ad ora, ma il cibo, hmm, a parte talune cose che mi sono piaciute, non e' entusiasmante, ed e' anche troppo di derivazione italiana, per i miei gusti. Tipo che se volessi la pasta tutti i giorni, allora starei a casa mia.

Ho la sensazione che in Cile questo cambiera', pero', dato che sono sul mare... Intanto venerdi' spedizione a Belgrano, per comprare vagonata di cibo e fare cena luculliana dall'argentino (cosi' gli dimostriamo il motivo dell'esaltazione.)

Oh, dio bono.
La mia insegnante di spagnolo (si', perche' sto andando a scuola, con l'Asburgico, e siamo bravissimi) oggi non si e' presentata, perche' c'aveva le placche in gola.
Io, dopo essere stata benissimo tutto il giorno, all'improvviso verso le sette mi sono sentita come se mi avesse travolto un tram, piu' o meno.
L'Asburgico e' andato dove dovevamo andare, che tanto se sta a casa a menarsela con me non e' che io stia meglio, e quindi sono qui, da sola, in un monolocale il venerdi' sera, a Buenos Aires. Invece che fuori a spasso a far festa, dopo una settimana di sveglia presto, dove gia' ho fatto pochino perche' il corso (scelta mia e sono contenta, e finalmente parlero' questa lingua bene e non un italiolo inventato), prende un sacco di tempo tra corso, studi, e pendolarismo nell'enorme citta' tentacolare.
Che mi piace un sacco, sta citta', anche se mi stressa e mi rende un attimo nervosetta a tratti, ecco, un po' piu' irascibile diciamo. Non ne ho ancora scritto, perche' quando non sono sotto la copertina, sono in giro a vedere la citta'.

Insomma, un incrocio sfigato tra Carrie Bradshaw, sola col computer nella metropoli e... Boh, non saprei. Una che acchiappa tutti i vibrioni che hanno le persone intorno a lei, direi. 

E mi tocca pure leggere che Berlusconi dice che il paese lo rivuole. E io non potro' neanche votare.

E tra poco e' Natale, anche se a me non sembra, e io saro' lontana per la prima volta in 14 anni, perche' saro' pure vagabonda screanzata ma cerco sempre di essere con la famigghia, per Natale, ma stavolta non posso permettermelo. 

E prima sono strisciata al super e mi sono comprata una fetta di torta salata e un po' di pane da mangiare col formaggio, e non ho abbastanza fame per mangiar ne' l'uno, ne' l'altro. 

Che sconforto. 
Lo so, che non è ancora Natale, però ci siamo quasi. Cioè, è quasi Dicembre, no? E io sto scrivendo in canotta,  in questo momento. Il vibrione per fortuna è partito quasi del tutto, e oggi sono uscita.
A godermi l'aere primaverile.
Ora.
Lo so. Lo so, che voi siete uomini e donne di mondo e vi starete dicendo

Vabbè Natalia, non fare tutte ste scene che lo sapevi anche tu, che in quell'emisfero ora fa caldo.
Che ora è primavera, lì. Ci sei andata per questo, crétina.

Giusto. Vero. Peró vedere le decorazioni di Natale, gli alberi e i poster a tema natalizio con tra 25 e 31C di giorno, a me mi sconvolge un po' la psiche. Che come sapete, è facile da sconvolgere, comunque.

Ancora non ho idea di dove sarò a Natale, so che mi mancherà la mamma, e anche la nonna e la zia e tutta la mia microfamigliola e anche quel fagiolo alloggiato nella panza di mia cognata. Mi mancheranno pure i ravioli della nonna e il nebbiolo di mio zio.

Quindi, voglio sperare di essere in un luogo sommamente figo per avere qualcosa di cui rallegrarmi che non sia solo che qui fa più caldo. Che peraltro è già una gran cosa di cui rallegrarsi.M

Non ho ancora scritto una minghia di più elaborato su Montevideo, che continuo a trovare adorabile, o su Colonia del Sacramento, al di là del fiume da dove sto ora, che è una meraviglia, conservata da dio, e con l'aria così pulita che di notte sul fiume è pieno di lucciole.
Tipo che con tutte quelle lucciole, ho avuto una crisi di risate come a Iguazu. Bellissima Colonia!

Devo scrivere più spesso, è che spesso non ho accesso a computer e compagnia bella.
Prometto di fare i compiti presto!
Ordunque, eccomi qui, ci sono ancora, anche se il computer si e' rotto una settimana fa, dunque da un po' non scrivo: al momento lo sto facendo dalla iPad del nostro amico qui a B.A., e' scomoderrimo perche' lo stupido aggeggio cerca sempre di autocorreggermi!

Ripareremo presto l'aggeggio, spero.

Buenos Aires mi piace assai. Pero' mi ha anche regalato uno splendido raffreddore. Vi scrivo da sotto un piumino in questo momento. Mal di testa, molto tempo per pensare, e oggi, forse perche sono malaticcia mi mancano molte persone, oggi.

Mi mancano alcune persone viennesi, per esempio. Mi mancano persone in Italia e anche persone altrove.

Bleurgh. Come essere lagnosi anche in primavera: evidentemente a novembre ci ho sempre il momento down.

C'entra di sicuro anche l'aver scoperto che il cugino incinto diventera' babbo di un maschietto, e io sono lontana e non posso festeggiare. Sono una sega a fare la nomade. Nomade una cippa, ecco!
http://oltremare.blogspot.com.ar/
...ecco, e' difficile descrivere la cosa.

C'e' acqua. Un sacco d'acqua. Tantissima acqua, da ogni direzione, ovunque. C'e' acqua sopra di te, sotto di te, di fronte a te, acqua che ti viene buttata in faccia dal vento, acqua sotto le tue scarpe, dentro i tuoi vestiti, nel fiume sotto di te. 

Ho fatto un sacco di foto, ma nessuna da' davvero l'idea di quanta kadzo di acqua e da quale altezza cade quest'acqua, e con quale ribollente, fortissima, spaventosa, marrone furia. Addirittura io mi sono zittita per un bel po', e poi ho iniziato a sbaciucchiare il povero M perche' non ci credevo, non credevo di essere arrivata in un posto del genere. In generale le cascate hanno un effetto divertente sulle persone: ovunque c'e' gente che strilla, ride stridula, grida e in generale da' fuori di matto, perche' se noi che abitiamo vicino alle Alpi pensiamo di aver visto delle cascate, arriviamo li' e ci rendiamo conto di non aver visto una sega, in effetti.

Andateci, gente, se potete. E' una di quelle cose che ti rimangono foreva, proprio. Incredibile. Addirittura io, che sono un ratto di citta', non me ne volevo andare da li'. 

Madre mia. 

Domani autobus per un posto chiamato Colon, a sud di qui. Una robetta, quindici ore circa. No, perche', roba che non c'entra niente, ieri ho scoperto che l'Argentina per superficie e' grande quanto l'India. 
E ho capito perche' e' cosi' frustrante quando devi decidere dove andare, perche' ogni autobus ci mette almeno 8 o 9 ore ad arrivare, se sei fortunato, 28, se sei sfortunato. Perche'. Questo. Continente. E'. Enorme. E io, da europea, ancora non me ne capacito. Cioe': il Brasile e' grande quanto gli Stati Uniti. 
Roba da vertigine, per me, non so per voi. 
E da Colon, autobus per un posto chiamato Montevideo. Uruguay, arriviamo! (Se non cambiamo idea stasera. Pero' abbiamo chi ci ospita e una scuola di spagnolo possibile, a Montevideo, quindi mi sa che si va.)
Ormai sono un po' di giorni che mi trovo in Argentina, il secondo paese della gita. E siamo ancora sul confine, alla fine non ci muoviamo mai troppo lontano dall'adorabile Paraguay, che e' sempre li', visibile a pochi chilometri di distanza.

Pero', alcune cose cambiano subito, appena passi il confine, tra Encarnacion (PGY) e Posadas (ARG).

Ad esempio, non ti senti piu' che dai nell'occhio perche' hai il piercing al naso.
Non ti senti osservata perche' invece che i jeans fasciaculo, o i leggings stritolanti, c'hai i tuoi straccetti larghi da fricchettona, che con sto caldo teneteveli, i vestiti aderenti.
Vedi che anche le altre donne usano sciarpe e pashmine, che usano orecchini piccoli come i tuoi e non i cerchioni delle auto, che sei di nuovo in un paese dove non ti si vede a chilometri di distanza perche' i tuoi vestiti non sono fosforescenti. 

Il gusto e l'idea del bello delle donne paraguayane sono, ecco, un po' diversi dal mio. E' stato interessante vedere i loro giornali di moda, pieni di colori pastello e colori fluo, abiti sgargianti e pacchiani, pieni di trine e merletti, e aggeggi, insomma. Basta guardare la foto qua sopra, che ho preso da un sito di moda paraguayano. 

In Argentina mi sento un po' meno estranea, ci sono molte donne che mi somigliano, con la pelle chiara, e gli occhi azzurri. 

Quel che non cambia, invece, e' che anche qui le persone sono gentili, ti aiutano, chiacchierano con te. Solo, sono piu' abituate ai turisti, e quindi non vieni invitato a bere mate automaticamente, ogni volta, solo perche' sei straniero: sei uno dei tanti. 
Trovarsi in un giardino al crepuscolo, bevendo mate con un signore argentino, sulla cinquantina. Solo lui, M e te. Il signore argentino ha la voce bassa e bella da ascoltare, un accento morbido e piacevole, ti offre il mate, tu cominci a chiacchierare col tuo italiolo, mentre il sole va giu', con l'araucaria e i pini e i banani e le palme tutt'intorno, e l'ostello vuoto.
E finire a parlare degli occhi delle donne nei quadri di Modigliani, di perche' a lui Borges non piace (accetto' a suo tempo una medaglia da Pinochet), dei saggi di Umberto Eco, di perche' l'arte dovrebbe toccare la pancia e il cuore, e non la testa, della cultura di mate e terere in Paraguay, Argentina e Brasile. Di differenze tra castigliano di qui e castigliano di altrove, di Miro', di nudismo, di attitudini nei confronti del corpo qui e in Europa, dei cognomi delle persone qui, che sono strani mix di nomi spagnoli, italiani e tedeschi, dei loro rapporti con le loro radici.
E poi girarsi e vedere che e' buio, che e' salita la luna piena tra le palme, l'araucaria, i pini e i banani e le palme, e che la temperatura e' scesa, e vai a cucinare qualcosa, nella cucina vuota. Mi piace viaggiare in bassa stagione.

Sono a San Ignacio, al confine paraguayano. In questa citta', come in molte altre, ci sono rovine gesuite. Questa missione, mi ha detto la guida ieri, fu fondata da due gesuiti italiani, guardacaso. E' molto strano, da che sono qui, sentire l'Italia come lontana e vicina allo stesso tempo. Chiaramente in Asia non mi era mai successo prima.