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Pubblicherò in differita. Tipo lunedì. Ora sono presa troppo male anche per quello. 

Passare un venerdì sera in isolamento, con il mal di pancia, dopo una giornata durante la quale avresti pensato di andare a yoga, cenare con i compagnetti di yoga, e poi andare a farti una birra con gli altri insegnanti, per conoscere un paio di persone nuove che paiono simpatiche, non ti può mettere di buonumore.

Foto: unknown. Si ustedes saben de donde es, me contacten porfa :) 

Come mio solito, quando non sto bene, ho detto all'Asburgico di andare a fare quel che aveva previsto di fare, che non sto bene, ma non ho ancora bisogno della balia, per fortuna. E poi ho anche l'umore grigio e non mi va di ammorbare gli altri. Ammorbo voi, invece, fortunati!

Insomma. Umor grigio perché. 

Perché più si avvicina l'inizio dell'anno scolastico con i nani urlanti, e più mi dico perché insisti a farti questo, donna? (Risposta: perché mi pagano bene ed è un sacrificio di qualche mese per mettere da parte soldi, e fare una nuova esperienza, perché mi danno un visto, che nella Thailandia del golpe è una cosa importante. Ciò non toglie che non ci ho voglia e che mi mancano i miei studenti adulti, che mi insegnano cose del paese dove vivo mentre io insegno a loro una lingua.)

Perché oggi parlando con il mio amico G., che conosco da che avevamo 16 anni... E' venuto fuori che del buco degli anni dove ci eravamo persi, durante i quali mio padre è morto... Non gli ho raccontato niente. E oggi è venuto fuori. E oggi ho dovuto spiegare. E oggi ho ricordato la schiena di mio padre nel letto d'ospedale, la pelle secca per il troppo stare a letto. Ho ricordato delle punture per prelevare il midollo che gli facevano male. Ed è stato come un pugno nello stomaco. Tipo che ho camminato verso casa per 45 minuti nel traffico di Bangkok per tentare di riprendermi. Perché ho raccontato questa cosa camminando, e mi è venuto da piegarmi impercettibilmente, mentre glielo dicevo. Perché mi sembra che mi abbiano accoltellato nella pancia con una katana gigante. Perché quest'anno sono otto anni e il dolore a volte arriva alle spalle, e ti fotte, in un pomeriggio con un amico che non voleva assolutamente farti stare male, che ti ha fatto solo una domanda innocente. 

Umore grigio perché oggi ho saputo che una persona che credevo stesse meglio, non sta meglio per niente. E questo mi rende triste. Perché che minchia di mondo di minchia, ecco. Lo dicevo quando stava male il mio babbo e lo dico anche adesso, pensando a questa persona, e ai genitori di tante altre che conosco, che sono malate, e che non stanno bene, e che mi fanno sempre pensare che ho ragione, a non cedere a tutte quelle baggianate sull'esistenza di dio (che se esiste, è anche un bel po' sadico, ecco. Grazie di niente.)

Stamane mi sono sentita un attimo così, per qualche ora. Che cazzo.
Umore grigio perché una ragazza italiana, qui a Bangkok, che ancora neanche conosco di persona, ha perso il padre da un giorno all'altro. E anche se io filosofeggio e filosofeggiavo quando era mancato il mio, di padre, quando mi dicevo che la morte è parte della vita, e che siamo fatti di stelle, e che mi ci sono fatta un tatuaggio, su questo filosofeggiare... Nonostante tutto ciò dico: minchia. Non sono ancora arrivata al calmo distacco che vorrei su questo tema, e credo che non ci arriverò mai. Alcuni giorni, si sta di merda. Punto.

Umore grigio perché a volte le città grandi, che dico sempre di amare, che in generale amo, mi stancano. Perché Bangkok mi stanca. Mi stanca il traffico, mi stanca dover contrattare con gli autisti del mototaxi. Mi stanca che non è piacevole camminare. Mi stanca che ci sono un sacco di maschi a caccia di figa facile. Mi stanca che ci sono un sacco di donne con la minigonna giropassera. Mi stancano i locali col dress code, di cui non mi frega un cazzo, dove non vado neanche, ma oggi mi stancano. Mi sfinisce l'attenzione alla forma di questa città, sembra di essere tornata a Milano. Mi stanca non parlare il thai.
Mi stanca non essere in Europa. Mi stanca vivere in un paese dove mettono la formaldeide sul cibo e nessuno si arrabbia, mi stanca che da che vivo qui mangio animali quasi ad ogni pasto perché è parte della loro cucina, e vabbuò, però che cavolo. Mi stanca tutto il latte che bevo perché in quello di soia mettono quantità poco sane di zucchero, e non ho i soldi per il latte di soia importato, e poi come fai a sapere che non è latte di soia ottenuto distruggendo le foreste brasiliane, e mi manca il latte di soia austriaco fatto di soia austriaca senza distruzioni di foreste pluviali in Sudamerica. Mi manca il controllo sul cibo che mangiavo che avevo in Europa. Mi stanca la ricerca costante della mia nicchia di calma in una città che calma non è.

Mi stanca poter parlare con I. e F. solo su skype, che una è a Trinidad e l'altra a Vienna. Mi stanca la mia mente che mi chiede come staresti ora, se vivessi a Montevideo o Barcellona? E io a risponderle, Di sicuro sarei più povera e mi dovrei ingegnare di più per fare soldi. Che è il motivo per cui abbiamo scelto Bangkok. Però potrei di nuovo parlare con tutti, dal presidente Mujica al muratore che si fa il mate in pausa sul mare. E non dovrei fare un lavoro che mi sta sulle palle perché mi dà un visto. Mi stanca non avere tutto il tempo che mi va con l'Asburgico. Mi stanca sapere che la prossima volta che potremo fare un viaggio insieme sarà in primavera prossima, perché a Natale devo tornare in Italia. Perché della mia famiglia, come al solito, non è che verrà a trovarmi qualcuno. 

Probabilmente sto così perché non sto bene, perché ho passato tre giorni a lottare con la burocrazia italiana e quella thai, perché oggi doveva essere una giornata piena e bellissima e divertente, e invece delle cose che volevo fare ne ho fatta solo una, purtroppo. Perché ho perso uno dei miei orecchini turchi, camminando verso casa, e lo so che è solo un cazzo di orecchino. Ma viene da Istanbul e a me piaceva. E ora chissà dov'è. 

Umore grigio perché ripenso ad alcuni posti del mio viaggio e penso che ci vorrei tornare, perché ci sono stata bene. Perché ho visto l'Asburgico in uno stato di calma in cui l'ho visto poche altre volte. I ricordi funzionano a cascata, e da un chattare su facebook con una ragazza conosciuta in Ecuador, si arriva in fretta a ricordarsi della finca dove io ho scavato trincee e brandito machete, e l'Asburgico, che odia le pulizie, ha fatto le pulizie per giorni quasi senza lamentarsi.

foto: Nat
Pensi a quello e pensi alle persone che vivevano lì, che erano gentili, al cane Cejas, al fiume che scorreva dietro la casa, alla stanzetta condivisa con l'Asburgico. Alla biblioteca con vista sulla giungla dove tutti si addormentavano dopo il lavoro. A quella ragazzina francese innamorata di un cinese, che ora vive in Cina, e sta pure per sposarselo, il cinese. Passava pomeriggi interi a imparare caratteri, paziente, in silenzio. Un'altra persona gentile e dolce che ho incontrato nel mio viaggio. Giovanissima, ma matura, ed intelligente.

foto: Nat. La vista dalla sala di lettura. 
Pensi a tutte quelle persone, luoghi e cose, e ti chiedi che cavolo ci fai in una metropoli di dodici milioni di persone, dove ti appresti a fare un lavoro che non ti piace, con una giunta militare al governo. 

Pensi alla ragazza con cui parlavi prima su facebook, dolce e interessante anima con sangue francese, basco e kabyle, che finito il suo dottorato è rimasta in Ecuador e ora vive in un paesino vicino a Quito. Ha aperto un caffè con negozietto, insieme a quell'artigiano catanese di cui si era appena innamorata, o si stava innamorando, quando l'hai incontrata tu. Anche lui dal cuore morbido, avevi comprato i suoi orecchini a forma di luna, fatti con materiali di riciclo, e quando ha visto il tuo amore per le spirali, ti ha fatto un anello di rame nel giro di due minuti, seduto sul sagrato di una chiesa nel sud dell'Ecuador, con le sue scarpe fatte a mano, fatte da lui. Uno degli incontri più piacevoli, stimolanti e che ti sono rimasti in quindici mesi di viaggio, questi due. 

Probabilmente starò meglio domani, se riesco a fare le cose che ho in mente di fare, se mi smettono i crampi e la nausea e la debolezza. Però... A volte me lo chiedo, che cavolo sto facendo. 

Già a vedere sta foto mi sto riprendendo. Anche le metropoli hanno fascino. Tanto. In effetti.
Domani vedrò una delle sole due donne in questa città che posso considerare una specie di amica, e ne sono contenta. Mi manca. Se c'è una cosa di cui mi sto rendendo conto, è che io, dei conoscenti, non me ne faccio proprio un cazzo. Sono allergica al chiacchiericcio, che non è da me, ma tant'è. Ho già detto che negli ultimi mesi sono in una fase piuttosto introversa, o quantomeno dove cerco calma e faccio yoga come non ne ho fatto mai prima. Accetto questa fase e spero che passi... Perché vivere a Bangkok senza darsi al chiacchiericcio è difficilissimo. 
Foto: Mamchiloe.cl
Sto leggendo Francisco Coloane. Vi ho detto tutto.
Avete mai sentito parlare, o incontrato qualcuno che soffre di mal d'Africa? Io ne avevo un po', di quelli lì, all'università. 
O avete mai incontrato qualcuno che va in vacanza in sud est asiatico da anni senza mai stancarsi? Io sì. Non in Italia, a dire il vero, ma in Italia ne avevo conosciuti tanti che andavano in India per la quattordicesima volta.
Poi ci sono quelli che vanno sempre in America Latina, quelli matti del Messico, quelli che devono respirare aria patagonica quando hanno i soldi per farlo, ad esempio, quelli che vanno in Argentina ventimila volte perché è così gigante che un viaggio non basta. 
Quelli che devono andare in una foresta pluviale almeno una volta all'anno, che sia in Ecuador o Indonesia?
Quelli che vanno sempre in Nepal, che devono scalare montagne sopra i 7000m per essere felici. 
Quelli che si emozionano davanti a un mare di montagne visto da una vetta (non io, anche se dovrei tentare) e quelli che si emozionano quando sono in mezzo al mare su una piccola barchetta (assolutamente io.)

Ci sono anche quelli che hanno bisogno dei deserti. Io sono figlia di uno di loro, e ho lo stesso problema: adoro i deserti. Mi affascina il vuoto, mi affascina l'aria secca, mi vengono le crisi mistiche, nel deserto. Mi fa sentire piccola, e c'è silenzio. Sogno di vedere l'erg in Nordafrica, magari in Marocco o Algeria, e il deserto rosso della Namibia. So per certo che se potrò, tornerò nel deserto di Atacama e nella regione di confine tra Bolivia, Argentina e Cile, perché è uno dei posti più belli che abbia mai visto (se il deserto non ti rende triste, come capita ad alcuni.) Anni fa ho visto i deserti nordamericani... E vorrei tornare anche là. 

Atacama, Cile - foto mia
Tutto ciò per introdurre il concetto della dipendenza da viaggio. E anche quello del maldeunpoddetutto. Perché veramente: io sono grave. 
*parte saltabile se avete fretta*
Vado in sud-est asiatico, e mi incanto a guardare le ghirlande di fiori e la gentilezza della gente. Vado a Taiwan, e mi innamoro dei caratteri cinesi scolpiti nel legno dei templi. Vado a Istanbul e a Siviglia, e potrei guardare ogni singolo dettaglio delle decorazioni delle moschee, o stare seduta in quei cortili con gli aranci che hanno in Andalusia, bellissimi. Vado in Cile, e praticamente amo tutto quello che vedo, la natura più bellerrima che abbia mai visto, così pulita, e incontaminata. Vado a Riga, e amo le stradine strette del centro, vado a Londra e amo i parchi, a Parigi e amo il fiume, a Roma e amo i colori delle case. I muri in pietra o in tufo di un vicolo in Umbria.  Vado in Ecuador, e mi viene una mezza crisi mistica intorno a un falò nella giungla. Vado a Los Angeles, e mi incanto con gli artisti di strada, quegli stessi artisti di strada incontrati lungo tutto il mio periodo in Sudamerica, che mi raccontavano le loro storie da veri hippie, che vivono nei furgoncini ancora adesso. Vado in Birmania, Perù e Bolivia, e mi innamoro dei tessuti; in Malesia delle architetture in legno; in Vietnam dei loro piccoli caffè con le sedie in plastica e i vecchini che giocano a scacchi, i tempietti dentro i ficus giganti; in Thailandia, amo i vari piccoli posticini di media taglia, con la loro vita pacata e i ristorantini per strada.... La musica in Argentina, Turchia, Irlanda, Francia e Spagna.
*fine parte saltabile in caso di pepealculo o pigrizia oculare*

Insomma, capite il concetto, no? Vado da qualche parte, ed è veramente improbabile che non trovi qualcosa da amare, anche cose immateriali, come le storie degli spiriti dei nativi in Sudamerica, il blu del cielo contro il verde pallido delle tamerici in Grecia, il suono della chiamata alla preghiera a Istanbul, il verso dei gabbiani in mille posti nel mondo. Le città di mare. 

Il fatto è che questo pianeta è una meraviglia, ragazzi. Davvero. Lo so che l'Italia è bellissima, e quindi in tanti dicono perché andare via; lo so che servono soldi per viaggiare, ma neanche tanti, se ti accontenti e quel che ti interessa è spiare le persone. Vale la pena vedere cosa c'è là fuori. Io di viaggi come quello 2012-2013 ne potrei fare ancora un paio, neanche così lunghi, ma spero di poter viaggiare di nuovo per periodi più lunghi, magari tra un lavoro e l'altro... Perché vorrei vedere di più. Vorrei andare in Asia Centrale, vorrei andare in Africa, in Centroamerica. 

Mi piace vedere come vivono le persone, cosa fanno, cosa producono e cosa credono. Mi piace anche vedere in cosa siamo simili e in cosa diversi nel modo di rapportarci agli altri e al mondo. Viaggiare è fichissimo, perché il nostro pianeta non solo è pieno di natura meravigliosa (che stiamo distruggendo), ma anche di diversità culturale che dà le vertigini. E ahimè... Sta sparendo pure quella. L'Egitto e il Marocco che ha visto il mio babbo negli anni 70 erano probabilmente molto più diversi dall'Italia rispetto ad ora, perché il mondo si è rimpicciolito. 

Vi lascio con tre video che illustrano il concetto con immagini, musica e tanta poesia. 


Il primo, chi mi legge da un po' lo conosce: e' Latinoamérica di Calle 13, da Porto Rico, che ho guardato a ripetizione dopo aver lasciato l'America Latina, molto più innamorata del previsto. Bellissimo video, bella canzone. Se vi interessa il testo su youtube c'è una versione coi sottotitoli in inglese, se vi aiuta. 


Questo, invece, riguarda l'Asia. Un fotografo, credo francese, Kares Le Roy, ha viaggiato 56.000km via terra in Asia, a occhio partendo dalla Thailandia e arrivando in Turchia. Me l'aveva segnalato una di quelle artiste di strada incontrata in Ecuador, lei che ora è lì ma prima era in Asia, ed è figlia di una basca e di un kabyle. Me n'ero dimenticata e me ne sono ricordata qui. E' stupendo. L'ho guardato già una decina di volte.


E quest'ultimo, per finire con musica e ggioia ma con cervello, è Clandestino di Manu Chao, ma suonata in maniera molto, molto figa e molto in tema con quello di cui stiamo parlando qua.

Divertitevi :)
Non ho per niente reso giustizia, al Messico, quando ci sono stata. Ci ho passato tutto giugno, e non ne ho quasi mai scritto per il semplice fatto che, la maggior parte del tempo, ero a spasso a godermi il Messico. 




Quando non ero in giro a godermi quella figata di paese che è il Messico, era perché ero ammalata. Ciò è successo ad Oaxaca, e ad Oaxaca ci sono stata proprio mentre a Istanbul Erdogan e compagnia bella hanno iniziato a menare la gente per le strade: ho passato due giorni a guardare video e a leggere reportage, inorridendo alquanto, e quindi estraniandomi da quel che avevo attorno (cioè la stanza di albergo di Oaxaca. Io, a Oaxaca, è come se non ci fossi stata, ho avuto due giorni di febbre su due giorni e mezzo lì!)

Insomma, dopo aver letto un libercolo (Antes, se vi interessa, testo in spagnolo) di un'autrice messicana, Carmen Boullosa, sto ripensando alle mie settimane messicane. 

Il Messico è uno di quei paesi che i miei genitori hanno visitato quando ero nana, lasciandomi a casa, e tornando pieni di storie e fotografie e suggestioni che mi incuriosirono, all'epoca. Poi, crescendo, è iniziata quella che io chiamo la scimmia asiatica, alimentata dal mio mitico prof di geografia che mi ha dato un libro di Terzani quando ero sbarbatissima, e del Messico mi sono proprio dimenticata. 

Questo fino a quando ho letto La Polvere Del Messico, del bravo e preparato Pino Cacucci: letto a Vienna, in un'estate inusualmente torrida passata a lavorare a una traduzione in biblioteca, circondata da adolescenti ceceni che facevano i compiti. Libro bellissimo, ve lo consiglio: se vi piace la letteratura di viaggio, è magnifico, davvero. Ha decisamente riacceso la mia curiosità.

Il Messico non era neanche parte del piano della nostra gita: ma siccome è un ponte che unisce le due Americhe, e noi dovevamo andare in Nordamerica per andare in Cina, ci siamo detti, vabbè, se ci fanno comunque prendere più voli del necessario, tanto vale fermarsi per un po', o no?

E meno male che l'abbiamo fatto! Mi sono piaciute un sacco di cose, del Messico. Cerco di fare una lista schematica. Le ragioni non sono in ordine di importanza, ma solo in ordine di come le partorisce la mia mente. Scusate se mi dilungo. Se non avete tempo, leggete la lista e non le motivazioni!

  1. Il ciboTortillas, fajitas, pico de gallo, quesadillas, funghi huitlacoche, chorizo, e un milione di altri piatti di cui ho dimenticato il nome. Tutto bono, bono, bono!! E anche salutare, perché nonostante abbia mangiato come una fogna, in Messico sono dimagrita. Oh yes. E considerato il mio metabolismo-lumaca, non è roba da poco. 
  2. La storia. Come il Perù, se vi piacciono le rovine, le cose che cadono a pezzi, le cose che vi fanno sentire il peso della storia sulle spalle, il Messico fa per voi. Ci sono rovine sparse per tutto il paese, almeno a sud di Città del Messico. Quelle più celebri e antiche sono quelle maya, ma ci sono ovviamente tracce di altre civiltà, quella azteca, più recente, o zapotec. Nei miei primi dieci giorni di Messico, ho visitato qualcosa come sette siti archeologici. Il mio consiglio personale sono le rovine di Coba: non sono molto famose, né strapiene di venditori. C'è molta giungla intorno, è tranquillo, ti permette di sederti e immaginare queste persone, la cui civiltà è stata distrutta dagli spagnoli. Delle rovine famose, la mia favorita è Uxmal: quando ci sono andata io, era abbastanza tranquilla, e la nostra guida era preparata, e parlava la lingua maya. Non lo sapevo, ma in Messico la varietà linguistica è ancora vivace.
  3. Città del Messico. Ormai avrete intuito che sono una donna di città. Mi affascinano le metropoli, e quindi ero curiosa di vedere CdM. Non mi ha deluso: è molto meno conservatrice di quanto credessi, tanto per cominciare. Le coppie gay si coccolano e si abbracciano per strada abbastanza liberamente, nelle zone centrali, ad esempio. Il metrò è affollato, ma utile. La figata di CdM, come di Istanbul o Buenos Aires, di tutte queste città giganti, è che ogni quartiere ha un'identità sua, e che ci sono due quartieri (Coyoacán e San Angél, soprattutto quest'ultimo) dove potrebbe sembrarti di essere finito per errore in un'altra epoca. Splendida architettura coloniale spagnola,  antica, e conservata da dio. C'è buon cibo in ogni fascia di prezzo, ci sono posti per fare festa se lo vuoi, una quantità di musei paralizzante, quando arrivi, cultura, cultura, tanta cultura e tanta subcultura. I chilangos sono fieri della produzione culturale della loro città, e se ne prendono cura.
  4. Il Chiapas, e gli zapatisti. Non sono certo una di quei ragazzetti che vanno alle feste dell'Unità con le magliette dell'EZLN (il fronte per la liberazione zapatista), anzi, quei ragazzetti in media mi stavano abbastanza sulle palle, quando abitavo in Italia. Però: il Chiapas è davvero un posto interessante, e gli zapatisti sono un movimento di guerriglia diverso da tanti altri, tra gli altri motivi appunto perché hanno ufficialmente abbandonato la lotta armata. Al contrario di tanti altri, si preoccupano di avere anche donne tra le loro fila, e uno dei loro obiettivi è l'incoraggiare la parità tra i sessi. San Cristóbal de las Casas, la capitale del Chiapas, è un'intrigante cittadina di montagna, non alta per fortuna. L'architettura è ben conservata, e la città richiama fricchettoni assortiti, che da una parte spiegano la densità di scuole di yoga, e dall'altra nutrono una vita culturale molto vivace, per un posto così piccolo.
    San Cristóbal ho incontrato Marco, un romano che ci vive da dieci anni, e che la ama molto, e non credo se ne andrà presto. Da quel che ho visto, ci sono molte persone comuni che supportano l'EZLN, e in generale il movimento dei campesinos messicani, per l'autonomia. A Oaxaca si ha una sensazione simile, ma a San Cristóbal è molto piú forte.
  5. L'artigianato e i prodotti tessili. Io purtroppo in questo viaggio non posso comprare molto, ma ancora più che il Perú o la Bolivia, il Messico produce cose molto, molto carine, e al contrario che quelle peruviane o boliviane, sono cose che si possono indossare anche in Europa, senza sembrare fricchettoni completi. Cotone leggero, e borse ricamate con fantasie floreali deliziose. Ho fatto molta fatica a non comprare nulla, devo ammetterlo.
  6. Il mare e la spiaggia di Tulum. La cittadina non è granché, ma il mare e la spiaggia sono magnifici. Specie se riuscite ad andarci col bel tempo, cosa che a me è capitata solo una volta, ahimè!
  7. La cultura messicana. Con questo termine ombrellone, indico varie cose. La cultura visuale, coloratissima, ad esempio, con i teschi felici della festa dei morti che sono ovunque, Santa Muerte; la pittura dei muralisti; l'onnipresente Frida Kahlo; gli scrittori come Carlos Fuentes, o Octavio Paz; l'architettura coloniale spagnola, che è vecchia vecchia, e bella assai; i libri che vedi in libreria, dove i messicani si fanno domande su se stessi, sul loro essere messicani, su come questo si definisca giocoforza anche per i contrasti con il loro vicino gigante a nord; la malinconia messicana, che è lí di sottofondo durante la festa, come in Argentina o Turchia, e che conquista il mio cuore più delle feste parrandere in Colombia o Venezuela (da quel che mi raccontano.)
  8. musei, che meritano di essere un punto a parte, soprattutto quelli di CdM: sono enormi, ben finanziati, e ben 'spiegati' anche per i profani. Spesso sono anche a buon mercato. I messicani sono fieri della loro storia e della loro cultura, ma al contrario di altri paesi che ho visitato, raramente cadono nel nazionalismo sbandieratore. Cioè, di certo ci cadranno ogni tanto, come tutti, ma non anche per venderti una penna, come in Colombia o Ecuador. Dimostrano il loro amore proteggendo la loro cultura, ma hanno anche uno sguardo disincantato sul loro paese. Questo mi piace.
  9. Le piazze. Stare in una piazza messicana, seduti a far niente, è come andare al cinema. Questo è vero in molta America Latina (Cile, Argentina, Perù), ma i palazzi che ti attorniano, in Messico, sono antichi, colorati, a volte un po' cadenti, ma belli. Le piazze messicane sono tra le più belle viste in nove mesi di Latinoamerica, e i messicani adorano uscire a prendere il fresco la sera, e a fare lo struscio. Io sembravo una barbona, con tutte quelle bambine vestite come bambole, e tutte quelle donne eleganti, o vamp, ma ho passato ore sulle panchine, a guardare le famiglie a spasso, e i cani randagi, amichevoli pure loro.
  10. messicani. Purtroppo, con loro ho interagito meno che con argentini, cileni, uruguayani, paraguayani o peruviani, ma: sono gentili, nel quotidiano, intendo. Sono cortesi. Rispetto ad altri, ti lasciano tranquillo, sono meno invadenti e rumorosi dei peruviani, meno sboroni e cazzari degli argentini, meno alcolici dei cileni. Mi piacciono. Non avevo preconcetti, sui messicani, ma devo dire che mi sono piaciuti. Avrei voluto conoscerne di più e meglio, ma non mi andava di forzare le cose. Sono piuttosto certa che tornerò in Messico, magari la prossima volta avrò più fortuna.
  11. Il cacao e tutti i suoi derivati. Se amate il cacao, il cioccolato, la cioccolata calda, la cioccolata da bere col ghiaccio, se amate il cioccolato in genere, il Messico fa per voi. Ho fatto un cioccolato amaro 100% in uno degli workshop più interssanti della mia vita. Nel sud, almeno, quella del cacao è una vera cultura, di cui vanno fieri tutti. 
  12. colori. So che sembra una banalità, ma i colori delle vecchie case coloniali in Messico sono stupendi, una cromoterapia automatica. Per quanto mi riguarda, si dovrebbe prendere un gruppo di imbianchini messicani, e sguinzagliarli in un territorio che va piú o meno dalla Germania orientale a Vladivostok. Si risolverebbero molto in fretta i problemi di alcolismo che affliggono l'Europa orientale, ve lo dico io. 
Le mie osservazioni casuali si basano su un viaggio di un mese, che ha toccato Tulum, Valladolid, Campeche, Palenque, San Cristobal de las Casas, Oaxaca e Città del Messico: purtroppo non ho avuto tempo per andare a nord della capitale, niente Guadalajara, ad esempio. Mi è dispiaciuto molto: se non avessi avuto il volo per la Cina, magari mi ci sarei fermata per più tempo. Quel che è certo è che ci tornerò! 




Scrivo queste parole in aereo, offline, mentre ascolto un podcast sul chamamé, musica della "Mesopotamia" argentina, insieme al Paraguay e all'Uruguay il mio primo contatto con il Sudamerica. Questa parte del viaggio si è conclusa qualche ora fa, partendo da Città del Messico per Los Angeles, dove pubblicherò questo post.

Sono andata in Sudamerica sapendone poco, che è poi il modo migliore di avvicinarsi ad un nuovo paese, o a una nuova parte del mondo. Questi chamamé che sto ascoltando mi hanno fatto pensare alla prima parte del viaggio, nel Cono Sur, che è tuttora la parte del continente che mi è più rimasta nel  cuore - insieme al Messico.

Quindi, insomma, io e il mondo latino siamo amici, ora. Nel senso che ci conosciamo meglio, perché ho imparato un milione di cose, in questi mesi. 

Ho conosciuto nuove musiche, come appunto il chamamé o il candombe, che mi piacciono, musiche che mi piacciono meno, come il reggaeton o la salsa, e musiche che non mi piacevano, ma che alla fine ho apprezzato, come le cumbie vecchio stile, o addirittura alcune cose di rumba, pensate voi. Ho conosciuto nuovi strumenti e mi sono innamorata del loro suono, come il bandoneón, nel tango e nel candombe, o il charango, il mandolino delle Ande, ad esempio. E poi le canzoni della costa ecuadoriana, o quelle colombiane, che magari non sono il mio genere, ma che di certo hanno proprietà antidepressive, che andrebbero ascoltate nell'inverno europeo, per superarlo.

Ho imparato nuovi nomi, quelli delle popolazioni indigene, diseredate e fregate dai vari stati nazionali che ho visitato, ma in certi casi sorprendentemente vitali.
A cominciare dal mondo Guaraní, diviso tra Argentina e Paraguay, i guaraní, che dobbiamo ringraziare per il mate e il tereré, con la loro lingua affascinante e piena di vocali, nelle umide e bollenti selve nel "dito" nord-est dell'Argentina. Per continuare con i Mapuche, i ribelli di Cile ed Argentina, con i loro gioielli d'argento di fattura fine e modernissima, e le loro lotte per l'autonomia, in corso tuttora. E poi gli indigeni delle Ande boliviane, che vivono in una miseria gelida, quasi sempre sopra i 3000m, e che ti scrutano silenziosi quando passi nei loro villaggi, perché sei uno straniero bianco, quindi qualcuno di cui non fidarsi. 
E poi le tribù amazzoniche, che inizi a vedere in Perú, e che ti accompagnano da lì in Ecuador, e poi in Colombia, con le loro maschere variopinte, le tradizioni di ayahuasca e allucinogeni assortiti, lo sciamanesimo, ed i loro copricapi di piume dai colori saturi, forti. E, anche se native non sono, le culture africane in Uruguay, Colombia, Perù ed Ecuador, che hanno prodotto alcuni dei tipi di musica che preferisco.

Ho incontrato un catalogo umano straordinario di persone, che venivano da paesi e mondi diversi, tutti accomunati dalla lingua, che non mi ha mai fatto impazzire, ma che nella sua declinazione del Sudamerica, a seconda delle zone, ha iniziato a piacermi, e molto. Tanto che ora, quando parlo spagnolo, mi sento a casa, come quando parlo francese (la sensazione di cousinade tra latini si fa sempre più forte, e non vedo l'ora di imparare il portoghese.)

Il Messico merita un discorso a parte, perché Sudamerica non è, ma Latinoamerica sì. Mi ha incantato, il Messico, mi piace per gli stessi motivi del Perù (l'archeologia, la storia, la cultura, la varietà di paesaggi), con la differenza che lì il clima è molto migliore, fa caldo, le coste sono due (Caraibi e Pacifico), e che rispetto al Perù, viaggiare in Messico è una passeggiata, dato che in genere non devi preoccuparti che il tassista non ti rapini, o che il tuo autobus cada in un crepaccio, entrambe cose tristemente possibili e probabili in Perù, anche se ci stanno lavorando sopra alla grande. L'arte visuale messicana è quella che mi ha affascinato di più, e l'artigianato tessile è tra quelli di migliore fattura visti in questi nove mesi. 

Ho visto paesaggi di ogni tipo o quasi, la selva verde e la terra rossa del nordest argentino-Paraguay, il gelido altipiano della Bolivia, dove in estate fa 10C, le montagne lunari, rosse e verdi del nord argentino o del Messico, le coste scoscese, verdi e magnifiche del Cile, e quelle dolci e sabbiose dell'Uruguay, i deserti rocciosi al confine tra Cile ed Argentina, a 4000m, quello sabbioso in Perù, che appare come una splendida bolla di caldo poco dopo la fine delle Ande, la selva dell'Ecuador, dove ho passato del tempo in una fattoria di Hare Krishna, il mare cristallino, caldo ed accogliente,  della costa caraibica in Colombia, e quello limpido e gelido del Cile, il polveroso, nebbioso e roccioso nord del Perù, che sembra una provincia della Luna. Mi sono sentita alla fine del mondo, sulla costa a sud di Santiago, Cile, sola con M ed un elefante marino, su una spiaggia lunga chilometri e chilometri, senza case, solo con l'ostello-casupola di Nico, il surfista acrobata cileno.

Ho imparato a bere il mate e il tereré, le mie due scoperte principali del viaggio, quanto a bevande. Ho bevuto espressi praticamente italiani in Argentina, caffè filtrato che resuscita i morti in Colombia (farsi un espresso con quel caffè potrebbe essere mortale, credo), in Messico ho bevuto ottimo caffè, dalla consistenza vellutata, e bevuto la cioccolata calda migliore della mia vita. In Ecuador e Messico, ho mangiato cioccolato amaro tra i migliori che abbia mai provato.

Sono arrivata perplessa e preoccupata di essere derubata o ferita nel tentativo di derubarmi, o che so io, per tutto quello che si sente di America Latina come continente violento (e lo è, nel 2012 è stato di nuovo il continente con più omicidi ed assalti violenti in rapporto alla popolazione, secondo El País.) 
Ora parto, nove mesi dopo, con un bagaglio di nuovi stimoli (musicali, alimentari, letterari, cioè quelli che contano), una lingua nuova in tasca, e pezzetti di cuore sparsi tra Argentina, Cile, Uruguay, Perù e Messico, e tanta voglia di tornare quasi in ogni paese che ho visitato, con l'eccezione ella Bolivia, forse. 

In tutto ciò, ci tengo a dirlo visto quel che si sente del viaggiare da queste parti, ad M e me non è successo niente. Niente di niente, anche perché stiamo attenti, forse, e sempre all'erta (e non mi mancherà sentire di doverlo fare, questo no), ma siamo partiti con un computer, due kindle, tre carte di credito, tre di debito, e per ora abbiamo ancora tutto. Non mi hanno scippata, non mi hanno aperto la borsa con un coltello, non mi  hanno minacciata in nessun modo, i tassisti mi hanno fregato solo raramente. 

Questo continente mi ha arricchito enormemente, umanamente, per il semplice fatto di poter parlare con la gente, starla a sentire, che sia la signora che fa i succhi in spiaggia in Cile, lo studente universitario e il meccanico in Perú, il grafico in Colombia, l'artigiano in Argentina, l'informatico in Uruguay, il monaco ecuadoriano, o il sindacalista cileno. Grazie a tutti loro, anche se non leggeranno mai questo post. Grazie di cuore. Sono ufficialmente innamorata delle vostre contrade.

Dopo questi pochi giorni a Los Angeles, andremo a Taipei via Shanghai, da lì poi in Vietnam, via Hong Kong. Visiterò quindi, finalmente, il mondo cinese di cui sono così curiosa da che sto con M e conosco i suoi amici, tutti impregnati di Cina, dato che quella lingua e cultura hanno studiato per anni. Sono curiosissima e felice di essere fuori dall'Occidente, finalmente... Ma so che la barriera linguistica, completamente abbattuta nel mondo ispanico, a suon di mate, chiacchiere, birre e caffè condivisi, un poco mi peserà. Tornerò a poter parlare solo con le persone più colte, quelle che hanno potuto imparare l'inglese. 

Questo video è di un gruppo hip hop di Puerto Rico, Calle 13, insieme a Susana Baca (Perù), María Rita (Brasile, credo) e Totó La Momposia (Colombia). L'ho scoperta relativamente tardi e non è tra le mie preferite, ma il video è magnifico per come mostra tutte le facce della Latinoamerica, quelle che ho conosciuto, e quelle che devo ancora conoscere. Ritornerò.

Sapete che mi chiedo sempre come mai gli italiani non viaggiano? Non lo sapete. Però io me lo chiedo. Ho incontrato alcuni italiani in questo viaggio, soprattutto in Argentina, Uruguay ed Ecuador, ma che vivono lì. Una coppia in Cile. Poi, il deserto.

Ma ho capito, ora. Ah, sì, che ho capito, dove stanno gli italiani che viaggiano e non vanno dalla nonna in Sicilia o a Punta Ala o a Riccione (anche a me l'Italia piace, eh, però mi sembra che la curiosità culturale non sia parte del patrimonio nazionale.)

Vanno tutti in Messico, gli italiani più originali! Alcuni pure senza pacchetto viaggio, e una marea a viverci. Strapieno! Ma solo io non ero al corrente dell'amore tra italiani e Messico (almeno del sud?)
Al momento sono nella penisola Yucatan, Messico. Sono arrivata qualche giorno fa, e dopo pochi giorni ho già deciso che il paese mi piace. Mi piace da matti il cibo, semplice e a buon mercato, mi piacciono le persone, che almeno qui al sud sono amichevoli ed aperte, mi piacciono i costumi tradizionali che hanno addosso le signore di qui, l'architettura, che è antica e abbastanza ben conservata. Sono bendisposta, nei confronti del Messico, per ora. È anche abbastanza rilassante, dopo quasi 8 mesi di Sudamerica, essere in un posto abbastanza turistico, così turistico che non hai la sensazione di doverti in continuazione guardare le spalle.

Pr certi versi mi è venuta una specie di testa sudamericana, dalla Bolivia in poi ho vissuto sempre con la guardia alzata, in giro per le strade, quindi ora non mi sembra vero di potermi rilassare un attimo. Non dico che il Messico sia perfetto, ma sino ad ora ho passato il mio tempo qui in posti piccoli, e molto rilassanti. Un bel cambio, non doversi preoccupare se il tassista ha intenzione di derubarti o meno, se quel quartiere è tranquillo e sicuro o meno, è bello sentire di non dover nascondere i soldi nel reggiseno quando vai a prelevare, e che puoi prelevare anche di sera, e che non devi forzare il tuo  compagno a farti da cane da guardia ogni volta. Bello.

Campeche, Wikimedia
Tra Colombia e Messico, ho anche passato tre divertentissimi giorni in Florida. È stato, innanzitutto, un cambio pazzesco passare dal mondo ispanico a quello anglofono in poche ore d'aereo, però una sensazione divertente. Negli USA ci avevo passato un po' di tempo quando avevo 19 anni, l'ultima volta che ci ero andata era stato nell'agosto del 2001. Bush era presidente, l'11/9 non era ancora successo, e io ero una sbarbata curiosa.
È stato divertente tornare in quel paese, che in tanti demonizzano senza conoscerlo. Di certo ti istupidisce a suon di consumismo - entrare in un supermercato nordamericano dopo mesi di Latinoamerica è stato uno shock culturale bizzarro. Avevo voglia di comprare tutto, ecco. Io, che non è che di solito sia una comprona. Magari scrivo un post anche su quei pochi giorni americani, ne verranno altri tre sulla via di Taiwan, quindi magari unifico tutto.

Boca Raton, Wikimedia

Una cosa che ho fatto, in Florida, è stato comprarmi un cosetto per scrivere. Il nostro computer del pleistocene dopo mesi di altitudine a più di 3000m di quota, e mesi di super lavoro, stava cedendo. Quindi, ora, ho un cosetto tutto mio e spero che non dover andare per internet cafè mi aiuti ad aggiornare il blog in maniera più costante. 

Ora vado a letto e riposo le stanche membra. A presto, su questi schermi. 
Come sempre in ritardo, volevo scrivere due parole sulla Colombia.

Devo premettere che per la Colombia ho avuto a  disposizione molto meno tempo che per altri paesi, se si considera quanto è grande. Purtroppo avevo un volo prenotato per fine maggio, e questo mi ha fatto perdere in flessibilità e possibilità di aggiungere o togliere destinazioni, o restare più tempo in luoghi che mi piacevano. Sento di conoscere la Colombia meno di altri paesi che ho visitato, tra le altre cose anche perché i trasporti in Colombia sono assurdi. Non è inusuale pagare meno per un biglietto aereo che per un autobus, un retaggio di tempi più violenti forse, di certo ha danneggiato la nostra impresa. Dopo aver percorso il Sudamerica dall'Uruguay fino a Medellin, Colombia, senza mai prendere aerei - neanche in posti come il Perù, montuosi, freddi e dalle strade pericolose, dove avrebbe avuto senso - in Colombia abbiamo ceduto, e abbiamo preso l'aereo per ben due tratte, quindi ho percorso il paese molto meno che in altri casi. Ahimè. Considerato lo stato delle strade nel montuoso sud, dove siamo arrivati, forse è stato meglio così. 

Arrivare dal sud, dal tranquillo Ecuador, è stato uno shock, perché il sud della Colombia, credo, è una delle zone più problematiche, tuttora, per quanto concerne FARC e guerriglia assortite. Conseguenza  di ciò è che sembra di viaggiare in una zona di guerra, o quanto meno occupata: soldati ogni pochi metri nei villaggi, con fucili e mitragliatrici piuttosto enormi, e posti di blocco frequenti. Arrivare a Cali è stata la parte più bizzarra, dato che la città si trova nella Valle del Cauca, una delle zone più pericolose del paese, sembra. Quindi hai un cartello che dice "benvenuti nella Valle del Cauca", e subito di fianco una specie di fortino di sacchi di sabbia, con una fessura per sparare, e uno dei soldati di cui sopra di guardia. Non proprio una scena rassicurante. 

Cali mi è piaciuta molto, nonostante la tensione di fondo che si sente in alcune  zone - a quanto pare, è l'unica città dove le FARC hanno attività urbana. Se si sta nella zona di San Antonio, che è coloniale, relativamente tranquilla e molto attiva, almeno nei weekend,  è un'esperienza piacevole, perché permette di scoprire una città colombiana che non vive di solo turismo, come ad esempio Cartagena, che è bellissima, ma quasi troppo, ed è infestata di turisti da crociera, niente contro, ma sono davvero tanti.

San Antonio, Cali - foto Stink Fish flickr.com
Di Medellin dirò solo che, a mio avviso, è sopravvalutata. Non è bella, è interessante per la sua storia, e per la reazione ai problemi avuti con Escobar: ora è vitale, tranquilla per gli standard colombiani, e soprattutto dà importanza allo spazio pubblico, dopo aver vissuto sotto assedio per anni. Molte delle cose da fare lì, però, sono a pagamento, e questo non mi è piaciuto. È anche piena di turisti imbecilli e semi alcolizzati, destino che condivide con Cartagena, di cui ho già scritto (è architettonicamente magnifica). Ah, ultima cosa su Medellin: l'accento più piacevole del paese, sembra che cantino quando parlano.

Medellin - Wikimedia
La costa ad est di Cartagena mi è piaciuta, Santa Marta è come una Cartagena con meno navi da crociera, certo il centro è più piccolo, ma è, come Cali, una città normale, cosa che a me interessa. Purtroppo è anche il posto dove, una notte, chiacchierando sulle scale dell'ostello coi colombiani dello staff, ho assistito da lontano alla mia prima tentata rapina a mano armata. Sventata da un passane sui cinquanta, con la polo e la panza, e anche una pistola nel borsello. La quasi vittima, una giovane donna che tornava a casa con una borsetta alle undici di sera. Commento di Miguel dello staff: colpa sua. Non dovrebbe andare in giro da sola a quest'ora. Questa è la logica colombiana e sudamericana, logica distruttiva, come disse Pablo, incontrato a Medellin: finché si continua ad incolpare la vittima, in Colombia non cambierà molto. E ha ragione, dato che io sono una grande fan delle città dove si può camminare tranquillamente alle undici sera - Vienna è una di queste.

Santa Marta, Wikimedia
Purtroppo Bogotà ha avuto poco spazio, nessuno dei due aveva voglia di tornare nelle montagne e nel freddo, ma me ne sono un poco pentita. Bogotà ha un sacco di cultura aperta e gratuita a disposizione, nonché una delle librerie migliori viste in Sudamerica (quella del centro culturale Gabriel García Márquez.) Ha anche un sacco di brutti musi che girano per strada, dato che la zona turistica coincide con quella dei tossici, quindi noi la sera siamo usciti poco e abbiamo passeggiato di giorno, cosa che ti permette anche di vedere l'arte di strada bellissima - pensosa, divertente, sarcastica - che adorna i muri della città. A proposito, in generale, se vi piace l'arte di strada, la Colombia e' interessante assai. 

Quindi, per concludere, mi è piaciuta la Colombia, ma non è stato ammore come in Cile, Uruguay, o, devo dire, Messico, mi sa. È un paese complicato e talvolta molto sessista, il più machista di quelli visitati sino ad ora. È l'unico posto dove (come in Italia!) usano la gnocca nuda per venderti di tutto, dal rossetto alla brugola. Un'altra cosa che non mi ha convinto è che usano l'orgoglio nazionale e la bandiera per tutto: per le poste, che magari è normale, ma anche per il gelato, per i vestiti, per tutto, li senti sempre parlare di quanto è phiga la Colombia. Ora, sì, ma come tanti altri  paesi, checcazzo. Con l'Asburgico abbiamo pensato che forse è una reazione agli anni di violenza, una specie di modo di darsi la carica, però se sei uno straniero, due palle! Sono quasi peggio degli argentini o dei cileni, ed è tutto dire. 

Mi sono piaciute molto alcune cose relative al cibo: abbiamo sempre cucinato, dato che il paese e' caro, ma frutta, verdura, succhi ed arepas sono cose che ora, qui in Messico, un pochetto mi mancano. 
Prima di tutto, rispondo alla Formica, perché blogger non mi lascia rispondere ai commenti. Formica chiedeva: possiamo votare l'itinerario, noi lettori? La risposta è, naturalmente no! E' la mia gita, e vado a spasso dove mi interessa. O dove trovo i voli economici. O in entrambi i luoghi :)

Ma veniamo alla svergognata del titolo. Questo è il post speculare a quello di Medellin, in versione femminile, potremmo dire. Mi trovo a Cartagena, dove ha vissuto la zia Niki. Fa oggettivamente un caldo del diobono, va detto, però l'architettura in giro è magnifica. Dopo Medellin, dove guardando fuori dalla metro mi chiedevo ma che l'hanno costruita ieri, sta città, o ci sono stati terremoti ogni dieci anni, o che?, a Cartagena voglio scattare una foto ogni tre metri. 

E' tutto molto caraibico qui, colorato, pieno di fiori, musica che esce dalle porte delle case, cani randagi, gatti randagi, addormentati in mezzo alla strada,nditori di mango, papaya, avocado, detutto, in strada. Da quel punto di vista, è il luogo più bello che abbia visto in Colombia, fino ad ora. Nonostante sia iper turistico, mi piace molto - in questo mi ricorda Cuzco: vieni inseguito constantemente dalla gente che vuole venderti cose, ma l'architettura è così bedda che sopporto con grazia, esattamente come a Cuzco. Almeno stavolta non mi sono ritrovata con due dipinti in mano, pagati troppo, corrotta dalla favella di un peruviano astuto (meno male che almeno, sti dipinti, mi piacciono.)


Il problema, a Cartagena, e in generale in Colombia, non sono i colombiani. Io sono in viaggio, quindi coi problemi incontrati da chi vive qui non mi scontro particolarmente. Il mio problema sono i turisti che incontri. Sono osceni. L'uomo con la canotta blu era solo una priviù. 

La Colombia pullula di:

1) anglosassoni osceni e poco amichevoli, soprattutto statunitensi e britannici, che stanno per i fatti loro, non parlano spagnolo, bevono a partire dalle dieci del mattino, e se 'mbriacano in continuazione. The horror. Questi individui spesso si autoumiliano, tentando di conoscere le ragazze colombiane, che squadrano le loro canottiere e le loro infradito, e giustamente si girano dall'altra parte, ignorandoli.

2) donne biotte, anglosassoni e scandinave, che ovviamente se sciolgono quando ricevono complimenti dal colombiano, o argentino, o peruviano di turno. Perché in Scandinavia i complimenti, mi dicono, sono sessisti, e in Britannia, pure, non è che si sprechino. Quindi, con un complimento, molte giovani donzelle si tramutano in Darlàvia. 

Oggi pomeriggio, in cortile, c'era  un gruppo di fike (dal nome svedese della pausa caffè svedese, la fika, no, non scherzo!) svedesi. Una senza reggipetto, con una delle canotte scollate sui lati, con lato tetta in mostra. Un'altra ci aveva un tanga che a una brasiliana magari starebbe da dio, ma che sulle sue bianche, burrose chiappe svedesi, arrossate dal calore perché sedeva a terra, a me ha solo fatto pensare

ma cópriti, svergognata.

Chiamatemi pure bacchettona, se volete. Fate come vi pare - ma ci sono troppe persone che non lasciano mai l'ostello, e iniziano a bere alle dieci del mattino. In una città bella come Cartagena, è ridicolo, e come dire, io non vi prendo sul serio. Ecco.  

Bene, allora, come vedete qui a destra, il piano era chiaro, fino agli Stati Uniti, da cui devi forzatamente passare per andare in Asia.

La domanda era: dove andiamo, in Asia? Si pensava alle Filippine, si pensava al Vietnam. 

E invece no.

Andiamo a Taiwan!

Non so una sega di Taiwan, so solo che usano ancora i caratteri tradizionali, che il cibo e' buono, che non sono cristiani (evvai, finalmente!), e che piace a tanta, ma tanta gente.

Si parte a fine giugno da Los Angeles. Gioia e giubilo, Asia, ci ho un biglietto!  (E forse riesco pure a infilare lo Sri Lanka, in quella parte del viaggio. Chissa'. Yuhuuu!)

Le pagode! Ci hanno le pagode!! foto da taiwancultura.blogspot.com
...Sapete quelle canottiere da tamarro, mostruose, con i buchi sui lati grandissimi, tipo quasi fino ai finachi? C'erano due tizi ieri, in un tour a piedi che abbiamo fatto, "vestiti" cosi'. Palestrati e gonfi al punto da sembrare polli in vendita al super, esibendo i muscolazzi coi pori tesi. Uno dei due, C.B. (Canotta Blu), messo peggio dell'altro, perche' davvero, povero, non aveva la faccia molto da brillante. Aveva la faccia da "bilott'", come direbbe un vecchio milanese (da pirla, direbbe uno moderno.) Nessuno dei due sudamericano, eh. 

Bene, a un certo punto questo individuo va dalla guida, un giovane colombiano energico e competente, e gli dice

sto avendo qualche problema con le ragazze qui, perche' non parlo spagnolo. Mi insegni qualche frase utile?

Pensiero mio numero uno: il tuo problema non e' la lingua, ma la faccia. E quella canottiera. Lévati quella canottiera e mettiti qualcosa che non ti faccia sembrare appena uscito dalla palestra.

Pensiero numero due: meno male che non sono l'unica a trovare questi due soggetti vagamente luridi. Mi conforta il fatto che gli altri che li trovano luridi siano anch'essi uomini

Ho l'impressione che la Colombia pulluli di U.I.d.F. (Uomini in Cerca di Figa.) Non e' per niente bello, non perche' sono bacchettona io, ma perche' vedi certi comportamenti che ti fanno pensare

fossi singola, piuttosto che dartela mi ci pianterei il basilico.

Scusate la mancanza di finezza, ma... Urgh.  

Post Scriptum: ho l'impressione, in effetti, che la Colombia pulluli di turisti in cerca di figa/festa/alcol/chissa' che altro. Sia io che l'Asburgico ci troviamo perplessi, grattandoci il capo, chiedendoci com'e' che noi, la fascinazione che ha preso molti di quelli che abbiamo incontrato in arrivo dalla Colombia, la vediamo solo in parte. 
 
A Quito c'e' un piccolo luogo incantevole, in una strada della Mariscal, che si chiama qualcosa come La Bodega del Chocolate. Come immaginate, in questo luogo si vende cioccolato, cioccolato ecuadoriano, che e' un cioccolato libidinoso. Uno dei ragazzi che lavora li' e' un cialtrone piuttosto divertente, che ci ha fatto una spiegazione esaustiva delle varie marche di cacao e cioccolato del posto, consigliandoci alla fine di comprare il cioccolato amazzonico, che e', a quanto pare, quello col gusto piu' forte. Parlando di cioccolato in Ecuador, e poi di cioccolato in Peru', alla fine mi e' sorta la ovvia domanda. La conversazione e' andata piu' o meno cosi':

Io: che interessante, questa storia del cioccolato! Anche in Peru' era delizioso. E mi dica, in Colombia, lo fanno buono il cioccolato?

Lui ci ha pensato un attimo, e la sua memorabile risposta da vicino malvagio e' stata: 

No... Il caffe' e' il loro forte. E la guerriglia. Non dimentichiamoci la guerriglia.
Idióta. A me che stavo per attraversare in autobus il sud della Colombia, famoso per non essere tranquillo. No, ma  grazie. 
Graffiti intelligenti a Cuenca (foto mia)
...mentre tu, come in Cile, sei così rilassata e tranquilla che il blog non lo aggiorni neanche per idea, e si fanno le ragnatele, e tutto il resto.

Comunque. Scusate. Sono in gita, e a volte mi perdo.

Torniamo ai fatti ecuadoriani:

Prendi l'autobus, e c'è un mago di bordo (due volte.)
Prendi l'autobus, e ti vendono di tutto, dalla torta di banane al pollo fritto con patatine alla yucca fritta a un sacco di cose bbone. L'Ecuador vince di sicuro per cibo migliore e più creativo in assoluto, in vendita sugli autobus!

Sul tuo autobus, c'è una gabbia con dei pulcini pigolanti.
Oppure, un piccolo di gufo avvolto in una coperta. 

Poi, mentre cammini per Quito, uno sdentato che passa in piazza ti dà il benvenuto all'Ecuador (non succedeva dal Cile), e dal tuo autobus scende un tizio che corre via brandendo un machete. Per fortuna, anche gli abitanti della zona erano abbastanza allibiti. 

Capita che finisci per una settimana a lavorare in una fattoria tu, topo di città, dove scopri, mentre sgombri un sentiero tutta sola in riva a un fiume, che hai delle braccia rubate all'agricoltura. Scopri anche che i machete sono strumenti abbastanza affascinanti. E quando il machete si fa pesante dopo un paio d'ore, puoi sentirti figa come la tizia di Walking Dead, brandendo il machete come una katana giapponese, e immaginando che le piante sono zombie. Poi ti rendi conto che forse a) ti serve una pausa e che b) magari hai bisogno di bere un po' d'acqua, che fa caldo. Dopo tre ore e mezza di lavoro col machete, ti ritrovi con 46 (contati) morsi di sandfly, che sono moschine nere che succhiano sangue e lasciano buchi grandini sulle braccia. Male. Però, figo il machete.

Capita anche che la fattoria dove lavori sia una fattoria di proprietà degli Hare Krishna, e che quindi la tua settimana di lavoro in fattoria abbia anche un aspetto etnologicamente interessante, dato che tu degli Hare Krishna sai poco. Sai che fanno cibo buono nei ristoranti, cantano molto, fanno biscottini, e si vestono di bianco o rosa o arancione. E' stata una bella esperienza, ho imparato anche altre cose, e incontrato altri volontari di vari paesi, che mi sono piaciuti.

Ti mando a zappare! diceva mio padre, quando non facevo i compiti, ero lavativa, o che so io. Io, da brava, a zappare mi ci sono mandata da sola. Ad esempio, un giorno, l'hare krishna cileno mi ha fatto ricoprire una trincea di vari metri per l'elettricità, da sola, in discesa, nel fango, e sotto la pioggia. Ah, ma io l'ho ricoperta, quella cazzo di trincea! Ce l'ho fatta, e le lampade funzioneranno anche grazie a me. Ecco.

Che altro, beh, il paese è un bel posto, vivibile, facile rispetto ad altri, e infatti è pieno di pensionati americani e non solo, nonché di stranieri in generale. Come l'Uruguay, è un paese verde e dal paesaggio dolce, riposante per gli occhi. La luce tocca le colline in un modo speciale, crea una sorta di strato di luce vellutata che mi ha affascinato tantissimo, specie all'inizio, arrivando da quella conca di polvere e deserto che è il nord del Perù. 

Cuenca - Natalia Pi
I primi due posti che ho visitato, Vilcabamba e Cuenca, sono anche tra quelli che mi sono piaciuti di più. Cuenca, in particolare, è deliziosa, ed è anche l'unica città dell'Ecuador che mi è sembrata vagamente vivibile. Ha architettura bella e ben conservata, una vita culturale degna di questo nome, e un sacco di ristoranti buoni. Già quello, non è affatto male, ed è molto di più di quanto si possa dire di altre città sudamericane. (A proposito, dopo il Cile, le città hanno perso ogni attrattiva. Con l'eccezione di alcune parti di Lima, i centri urbani sono conurbazioni orride e basta. Il mio cuore di cittadina lacrima assaio.)

Tra una roba e l'altra, è già da più di un mese che siamo qui, e in questo mese siamo stati in collina, in montagna, nella giungla, sulla costa, in città piccole, e in città grandi - è un paese incredibilmente vario, e questo è uno dei suoi punti di forza. Ha anche un presidente in gamba, mi sembra di capire, uno di questi presidenti delle nuove sinistre sudamericane, che però sta anche facendo molto dal punto di vista pratico. Parlando con le persone, sembra che la gente comune ne sia molto fiera, e il mio amico L, che vive a Guayaquil da qualche anno, conferma che non è malaccio, anche se imperfetto, come tutti i politici e gli esseri umani.

Concludo qui questo post lunghetto - c'è anche da dire che è un mese che non scrivo, e questo è perché sto bene, in Ecuador, e non prendo mai il tempo per scrivere. Di solito è un buon segno.

Domani vado in Colombia, e il 25 maggio la parte sudamericana del viaggio si concluderà. E poi: Messico!
Insomma, tra una roba e l'altra, sono sei mesi che passeggio da queste parti, e parlo con cani, porci e anche con le pietre, gia' che ci sono. (In Europa, succede un disastro con Cipro, e io spero che non mi congelino il conto italiano, perché altrimenti resto a piotti. Tipo. Perché mi è scaduto il bancomat asburgico a sorpresa, diobono, e io sono stordita e non me lo aspettavo. Dettagli, dettagli.)

Comunque. Torno al mondo che mi circonda e vi racconto un po'.
Una delle cose interessanti e' che, al contrario che in Asia, qua sembra di essere in Occidente, no? Con le donne mezze biotte, molto piu' biotte che in Europa, a volte maquillées comme des voitures voilées, si parla una lingua che parlo anche io, e' cristiano, etc etc etc. Pero'... Alcune cose sono diverse.

In primis, l'ineguaglianza tra classe alta e il resto della popolazione. E' un abisso vertiginoso. Lo sapevo, prima di venire, ma saperlo a livello razionale e vederlo con i tuoi occhi sono due cose diverse. 

Quindi, hai i ricconi con villa e SUV e country club, e a pochi minuti di distanza il quartiere dove hanno montagne di pattume in strada, coi cani che scalano la montagna di pattume, e una mamma che tiene in bilico un bimbo di pochi anni, perche' faccia pipi', o pupu', o entrambi, sulla suddetta montagna di pattume (periferia di Cuzco, ed e' uno dei posti meglio tenuti che ho visto. In centro.)

periferia di Santiago, Cile - foto wikimedia commons
Quello che questo mega-divario, combinato con una testa occidentale, materialista e individualista, implica e' che chi ha meno cerca di appropriarsi di qualcosa di piu'. Per questo, il Sudamerica e' cosi' insicuro, per questo devi avere gli occhi anche sulla schiena, tenere sempre d'occhio la borsa (anche nel ristorante) e in certe zone e' meglio che non fai foto. 

Per questo, mi trovo a pensare con ancora piu' convinzione che le societa' piu' eguali siano una gran figata, non solo a livello morale o ideale, ma anche per le conseguenze che ha nella vita quotidiana. In Europa - per ora, perche' il divario sta crescendo - 

  • puoi ancora andare in centro e non ti derubano
  • i ricchi non circondano le case di stilosissimi recinti elettrificati o in filo spinato, in cima ad un muro di cemento di vari metri (zone residenziali di Santiago, Asuncion, Lima, Arequipa, ad esempio.)
  • se sei ricco, non devi per forza vivere una vita di paranoia
  • non c'e' l'ossessione con i vetri specchiati anche sulle finestre di casa tua
  • le auto si fermano ai semafori (in Venezuela e Brasile, mi dicono, no, per non farsi derubare)
  • non vedi cartelli con scritte amene tipo "qualunque auto sospetta sara' bruciata. qualunque tentativo di furto sara' punito con linciaggio o fuoco" (viste dall'autobus, per fortuna, ma viste, queste scritte, a El Alto, Bolivia.)
  • i piu' benestanti non guardano ai meno benestanti come a esseri puzzolenti e pericolosi da cui stare lontani, con i quali non vogliono neanche che i propri figli vadano a scuola nello stesso quartiere. non sia mai.
e tanti altri esempi, che al momento non includo qui, perche' vi siete gia' fatti un'idea. I posti dove queste cose si vedono meno, sono quelli con la classe media piu' numerosa (Argentina, forse ancora per poco, e Uruguay.)

Molti dei couchsurfer che ci hanno ospitato sono della classe media, tecnicamente, insegnanti, o ingegneri, pero' vivono in un lusso che io, in Europa, posso sognarmi. Case con piscina (o piscine) e vista mare, se vivi in Paraguay una villetta tutta per te, o un appartamento con vista mare sulla costa cilena. Queste persone fanno tutti lavori qualificati, simili al mio a volte, ma vivono molto, molto meglio. 

Il punto e' che non mi sento invidiosa della loro condizione, perche' piuttosto che vivere in una societa' dove ho la piscina o la vista mare, ma posso passeggiare solo in due quartieri su venti, allora, tenetevi la piscina, come dire.
In questo mi rendo conto di essere europea fino all'osso, se essere europea significa pensare che l'uguaglianza - ripeto, anche in senso materiale, non solo in senso ideale o dei diritti dell'uomo - sia un valore positivo, e che chi e' piu' povero di me non dovrebbe comunque dover vivere circondato da montagne di pattume, o in condizioni dove deve combattere per avere acqua corrente, o il diritto di andare a scuola, o alla salute. Non tutto servito su un piatto d'argento, però neanche le cose che vedo qui. 
Su questo genere di cose, ecco, meglio non transigere, mi fa pensare che si dovrebbe tentare di proteggere quel che abbiamo costruito, in Europa, invece di eroderlo perche' il deficit e' alto, perche' altrimenti cade l'euro, perche', perche'.

Sono stata spiegata???