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Insomma, mercoledì, dopo due giorni con una bomba al giorno, non è successo niente. Meno male. Io, dopo il lavoro, ho deciso di andare all'istituto francese, a guardarmi un vecchio film di Krzysztof Kieslowski, il Film Rosso della trilogia dei Tre Colori, tipo del 1994. Ho molti amici più grandi di me, cinefili integralisti, che amano molto la trilogia e che dicono che vale la pena vederla, e quindi mi sono detta, vado, e faccio finta di essere in Europa per una sera.

All'istituto francese quella è una roba che riesce molto bene. Ingannarti al punto tale da farti pensare di essere, per un attimo, sbarcata in territorio francese. Un altro posto che, paradossalmente, vista la globalità del brand, fa molto bene la stessa cosa, è Ikea. Uscire da lì e trovarsi a Bangkok è un'esperienza di sradicamento che disorienta molto.

Ho preso la metro all'ora di punta, ho controllato in maniera vagamente ossessiva che nessuno scendesse lasciando in dote uno zainetto con potenziale bomba, e poi ho inforcato uno dei miei amati mototaxi per andare all'istituto.

Bel posto, l'Alliance Française. Ogni volta che ci vado, mi trovo a pensare di essere entrata nel mondo di un paese che a) sa che cos'è la promozione culturale, b) ne capisce l'importanza e non esita a investire un pacco di soldi su questo tema, e c) ha capito che, anche se in quel paese sono molto bravi a confezionare abiti e a fare il formaggio, fare promozione culturale non vuol dire organizzare sagre popolari o succursali del Salone del Mobile. Non solo, almeno. 

Perché talvolta, quando leggi la newsletter della Dante, qui, sembra che l'Italia sia un paese che fa da mangiare e produce oggetti di design, e poco altro. La Dante qui proietta un film al mese, il che è lodevole, ma il resto del tempo, patrocina eventi i cui temi ruotano intorno al cibo, la moda e il design, talvolta la musica quando un musicista viene a farsi una gita da queste parti. Non abbiamo un Istituto Italiano di Cultura, qui, e quindi di promozione culturale italiana c'è pochino. Ma non è di questo che volevo scrivere. 

Quel che volevo scrivere è (oltre che dell'invidia del pene culturale che mi prende ogni volta che vado all'Alliance Française) che l'istituto francese è un bel posto. Ma veramente. E' uno di quei punti focali che mi calmano, a Bangkok -- ed è enorme. Hanno un caffè ristorante, una biblioteca, varie sale per corsi di lingua e non solo, una libreria ed uno spazio espositivo. E' un luogo meraviglioso assai.

Hanno una libreria piena di libri meravigliosi che vorrei avere il tempo, il cervello e le energie di leggere.



Hanno anche un caffè dove trovi il caffè macchiato, che all'estero trovi solo in posti gestiti dai francesi e dagli italiani. Tutti gli altri, se sentono la parola "macchiato" ti fanno un beverone da mezzo litro. La conversazione per ottenere il caffè che vedete, con il francese al bancone:

Io: un macchiato, per favore (in francese.)
Barista: un latte? (rispondendo in inglese)
Io: no. Un caffè macchiato. Piccolo. (in francese, con aria indispettita.)
Lui mi risponde in francese e mi dice: ma lo sai che così ti do un espresso in tazza piccola con poco latte, sì?
Io lo guardo con aria come a dire appunto, cretino, e se non ti muovi mi addormento, che sono sveglia da quattordici ore circa.
Lui: ma di dove sei?
Io: Italia.
Lui: aaah ma allora sai già tutto. 
Io: eh. 
Lui: siamo praticamente cousins!
Io: eh. Caffè?

Comunque: il caffè era buono, e soprattutto costava solo l'equivalente di un euro circa. L'ho bevuto al banco per aumentare l'europeitudine della cosa. 


Sfocata immagine del caffè di quei maledetti francesi

Ci hanno uno spazio espositivo, di pittura e fotografia soprattutto. Al momento, hanno una serie di opere di artisti francesi e thai che discutono del ruolo dell'arte nel dibattito pubblico, e di temi facilissimi da discutere qui quali la censura e l'identità.

Io direi anche, grande Winston. Ma tanto di cappello, proprio.

Quando vedere un'immagine piena di scrittori che vanno dalla Woolf a Poe e Rimbaud ti fa sentire una specie di calore e protezione molto particolare (sarà la bomba.)
Insomma, mi sono guardata il film, in sala con un'amica che non vedevo da un po', gongolante all'idea del buffet con vino che sarebbe stato aperto a fine film.
Il film mi è piaciuto, moltissimo. Mi è piaciuto per il suo contenuto, per come mette in discussione idee che a noi sembrano ovvie come quelle di giustizia, o verità. Mi è piaciuto immensamente per la fotografia, che è fatta di luci contrastate, e ovviamente ho amato molto i dettagli rossi sparsi per tutto il film. Davvero un bel film.

E poi, come capita spesso quando guardo film ambientati in Europa, che bello vedere quei muri che sono in piedi da centinaia di anni, quelle case vecchiotte, coperte di rampicanti, in pietra solida, pietra che non può marcire con l'umido o con il monsone, con una storia lunga e destinata a durare, a meno che non capitino un terremoto o un bombardamento. Questo, poi, essendo vecchiotto, non conteneva alcun riferimento ai cellulari, a internet, al mondo digitale. Nulla. Mi ha ricordato di come sono cresciuta, e per questo mi ha fatto lo stesso effetto di una coperta calda, come il resto della serata, d'altra parte.

Sono le piccole cose con una storia che ti tengono ancorato alla terra, almeno se sei me. Piccola divagazione per farvi capire cosa intendo: il mio amico romanissimo M.C., in gita per l'Appennino, oggi ha pubblicato questa foto. Mi ha dato la stessa sensazione di ancoraggio che mi hanno dato i vecchi muri spessi e le staccionate verdi di muschio delle case che ho visto nel film.


Quel film l'hanno mostrato la prima sera dopo la bomba, e io ho esitato ad andare, devo ammettere. Ho pensato che potevo anche vederlo su youtube, semplicemente, il film (qui, se vi interessa) ed ordinare del cibo libanese a domicilio. Poi ho pensato che sarebbe stata una reazione idiota, e soprattutto, che sarebbe stata una reazione che l'avrebbe data vinta a quelli che hanno piantato le bombe.

Quindi mi sono messa un rossetto rosso, e una gonna rossa, e sono andata lo stesso. A casa, ci stiano loro. #notafraid

Il mio contributo rosso alla serata-concept di Film Rouge (la mia amica ha apprezzato molto il concetto)

Sono sul treno ÖBB che mi porterà a Vienna, dove

A) rivedrò l'Asburgico e 
B) rivedrò anche i miei amici.

Sono gioiosa per la gente, agitata per la logistica, annichilita dal grigio e dal freddo - anche se queste due ultime cose non sono peggio che a Milano, dato che qui in Austroungaria l'inverno finora è stato piuttosto mite. Non ha ancora nevicato.

Ho fatto un sacco di foto a Budapest, riso ancora di più con una persona che, veramente, mi fa star bene. P è come un fratello: e come ha detto lui, insieme diciamo un sacco di idiozíe e ridiamo quasi troppo, per i canoni di queste parti (e cantare pezzi di fado sull'autobus a Budapest non aiuta a passare inosservati. Anche se i budapestiani sono straniti, ma apprezzano.)

Vi lascio con una diapositiva di ciò che vedo dal treno oggi... Sfocata, ma rende l'idea. Impressioni di gennaio.


Che "én jövök!" secondo i miei studi vorrebbe dire, eccomi, arrivo! Speriamo non voglia dire "che tua madre muoia di atroci sofferenze."
Comunque.
Oggi, sveglia alle sei del mattino, che è tempo di cousinade.

Vale la pena, perché vado in uno dei miei posti preferiti.

foto: Lorenzo Mazzi

L'amore per questa città, come succede spesso, mi è cresciuto esplorandola con un caro amico. Camminare per le città con un buon amico, o una buona amica, naso per aria, occhio attento ai palazzi e alle persone che vediamo: è una delle mie attività preferite di sempre. 
Lo facevo con P. e gli altri francesi a Istanbul, lo facevo a Istanbul con l'Asburgico, dato che è lì che l'ho conosciuto. E' così che siamo diventati amici. Camminando per ore lungo il Bosforo e nel lato asiatico della città, guardando la gente e parlando del mondo.

Qui trovate uno dei miei vecchi post sui giorni felici a Budapest. E' sempre molto popolare, quindi rimetto il link - se state per farvi un weekend a Budapest, potrebbe esservi utile. 

Non vedo l'ora di rivedere P. Ci divertiremo un mondo. Andremo alle terme e ci faremo destestare dai vecchi musoni ungheresi. Oppure alle terme con meno vecchi musoni ungheresi, ma con una bellissima struttura ottomana, in memoria dei tempi turchi (le terme Rudas, se vi interessa il nome.) Sono magnifiche. 

Generationexpat.com

Faremo colazione in quel posto gigante e bellissimo con gli interni eleganti, che sembra un caffè di un'altra era, sopra una libreria (io me lo ricordo come bookcafè, ma credo si chiami Alexandria, o qualcosa del genere), che ha questo aspetto alquanto chic:

Tripadvisor

E' bello, fanno il caffè buono, e hanno anche delle buone e belle brioche. Lo adoro.

Se P. ne avrà voglia (e di solito ne ha) magari ci avventureremo anche all'esplorazione di altri caffè dove passare ore pigre, dato che io sono costantemente congelata dal mio ritorno in Europa, e fatico quando sto fuori per troppe ore di fila. Ho trovato un post su un sito chiamato Welovebudapest.com che ha una lista molto interessante di nuovi caffè a Budapest. 
La cosa interessante, che io non sapevo, della scena dei caffè nella capitale magiara, è che Massolit - per chi non è stato a Cracovia, uno dei caffè letterari più intimi, coccolosi, polverosi e adatti a un pomeriggio di pioggia che abbia mai visto - ora ha aperto una filiale anche a Budapest. 

Tripadvisor


Mentre ero via, Budapest è una delle città alle quali ho pensato più spesso, insieme a quelle che mi fanno da casa. Forse è perché lì vive una persona a cui voglio bene, e con cui sto bene... Quindi rappresenta uno di quei porti tranquilli dove so di poter sempre andare, e andare a star bene, un posto dove riesco a soffiar via i pensieri brutti (anche se intorno a me, gli ungheresi, non è che siano proprio solari. Ma è tutta una questione di atteggiamento, e di compagnia.) 

A molti Budapest non piace: è un po' più scassata di quanto non sia Vienna. Hanno poche luci la sera perché il comune non ci ha i soldi per pagarle. Magari le facciate delle case sono un po' sgarrupate. Come avevo già detto nel vecchio post, le due capitali gemelle si sono evolute in maniera molto diversa. Vienna quella con la messa in piega e lo smalto curato - anche se mi dicono stia diventando sempre più hipster, quindi aggiungetele anche gli occhiali da vista spessi e una bici a scatto fisso; Budapest la sorella col lavoro precario, i piercing e i tatuaggi, ma anche tanta vitalità (e pochissimi soldi, il che stimola la creatività e la presenza di artisti e artistoidi vari.)

Si vede, però, che è stata una capitale imperiale - dopotutto, tenete a mente che l'impero austro-ungarico era appunto austro-ungarico. Budapest era una delle due capitali gemelle, insieme a Vienna, e durante la vita della famosa Sissi, ad esempio, fu molto considerata ed amata, come città, perché l'imperatrice Elisabeth la adorava. 
Sissi amava l'Ungheria e passava molto tempo lì - fece anche sì che la sua ultimogenita nascesse lì, dopo aver assicurato che l'Ungheria avesse un ruolo pari a quello dell'Austria nell'amministrazione imperiale. Alcuni sostenevano che fosse anche perché il suo amante era il famoso conte Andrássy, cioè quel signore al quale è dedicata una delle vie più eleganti della città. Io, invece che una foto della Sissi vi metto quella di Andrássy, che non se lo caga mai nessuno, ma invece, porello, ha dei bellissimi boccoli:


Foto: Wikimedia Commons

Insomma, sono contenta di passare per Budapest sulla strada verso Vienna. Lo so che l'allungo, da Milano, ma non importa: vedrò P. e avrò una piccola camera di decompressione dopo un mese a Milano, e prima della frenesia viennese. Va bene così. Mi sento prontissima all'esplorazione turistica, e non.
Yuhuuu!
(No, perché a Milano ho esplorato pochissimo. Perché mi sono ammalata due volte, fa freddo, io ho lo shock termico che non smette, e soprattutto nell'ultima settimana non la smette di piovere. Ma che fastidio...)
Avete mai sentito parlare della teoria del Terzo Spazio? 
Riassumendo in soldoni, la teoria dice che un Terzo Spazio è uno spazio aperto a tutti, accessibile, che non sia la tua casa e neanche il tuo posto di lavoro. Ma che non sia neanche la casa di qualcun altro. Un posto, insomma, dove puoi andare a passare il tuo tempo libero, da solo o con altri, rilassato e tranquillo, via dall'isolamento delle quattro mura di casa tua. 
La teoria ha risvolti cervellotici e sociologici che vi risparmio, se volete saperne di più guardate qui (link in inglese, con ridirezione al francese, se vi serve.)

Bene, come donna frilèns, che il massimo che ha avuto nella vita è un tavolo part-time in un ufficio di scuola, e che ha tanti tempi morti durante la giornata, io sono sempre a caccia di Terzi Posti piacevoli (che nel mio caso sono pure Secondi Posti, dato che di ufficio neanche l'ombra, e va bene così.) 

A Milano, non ci lavoro, come sapete. Sono di passaggio, nella mia città natale. Però mi piace sempre esplorare, e grazie all'incontro con una lettrice (ciao B.!! Lo so che stai leggendo) l'altro giorno ho scoperto Il Bistrò del Tempo Ritrovato, nella zona Parco Solari, a Milano. La cosa buffa è che ho abitato in questa zona nel 2009, ma per qualche motivo non passavo mai davanti a quest'angolo di strada, vicino al quale vivono due miei cari amici... Ma solo da dopo che ho lasciato la città. E quindi, il Bistrò, fino ad ora, me lo ero perso. 

Ma è carinissimo. E' uno di quei caffè che in Italia, in generale, mancano un po': posti dove ti prendi un caffè, ti siedi con un libercolo, e nessuno ti viene a chiedere se vuoi ordinare altro, o a romperti in generale, se sei assorto nella lettura. Tanto per cominciare, hanno citazioni di Borges sul muro, che è sempre una buona cosa.

Foto: Bistrò del Tempo Ritrovato

Hanno anche un bancone con delle torte dall'aspetto invitante. Torte che sanno di casa, intendo. Torte simpatiche.

Foto: Caterina Zanzi per Nuok.it

Ci sono andata, e ci ho passato un paio d'ore in compagnia, e sono stata benissimo. Magari sta cambiando, Milano, ma tenete conto che io era da un anno e mezzo che non venivo qui, quasi, dunque non sono aggiornata su cosa c'è in città. Anzi, se conoscete posti simili, vi prego, aggiungeteli nei commenti, che in una turbo-città come Milano, servono questi punti di riferimento!

Il bistrò è semplicemente un piccolo caffè-libreria gestito con molto amore dai proprietari, con pochi, selezionati libri in vendita. Niente luci forti, niente stress, il nome, ragazzi, è tutto un programma. J'adore, per dirla in maniera fastidiosa.

Di sicuro avrò il tempo di tornarci. Quando fuori c'è il coperchio grigio acciaio dell'inverno milanese, fa troppo freddo per passeggiare senza meta, tutti sono al lavoro, e tu non sai cosa fare perché sei in gita e sfaccendata, rifugiarsi a ritrovare un po' di tempo con qualcosa di caldo, e un bel libro, è la cosa giusta da fare. Il bello di leggere in un caffè è che se ti stufi puoi guardare la gente: quella dentro il caffè, e quella che passa per strada (quindi prendete un tavolo vicino alla vetrata. Ce n'è uno con due poltroncine: andate lì!)

Foto: Bistrò del Tempo Ritrovato

Io, intanto, tra pochi giorni parto per Budapest. Inizio ad essere in fibrillazione. O agitazione, a seconda dei giorni.
Per fortuna al Bistrò hanno anche una citazione ad hoc di Ernest (Hemingway) per la mia situazione attuale...

Foto: Caterina Zanzi per Nuok.it

Om. Om. Om. Grazie Ernest. Terrò a mente nei momenti di crisi.
Cioè: non proprio da sola. Anzi. Sono a Milano, dopotutto. 

Il cielo su Milano è stato bello, azzurro, qualche giorno fa, con dei bei tramonti sulle Alpi... Ma io ero malata (credo sia lo shock termico Sri Lanka-Italia.) Ora che sto bene... Beh, è grigio bigio. Quindi io guardo fuori, e penso a dove sono stata: 

Inle, Birmania (foto mia)
No. Non sono proprio da sola.
C'è la Sacra Genitrice. 
Ci sono le mie due amiche care (ciao M! Lo so che leggi ma non commenti!) che mi sono venute a trovare oggi e hanno apprezzato il mate argentino. Brave. 
Ci sono gli amici che vedo dopodomani, quello che vado a trovare lunedì e tante altre persone.

Ma non c'è M. L'Asburgico è tornato in Asburgia - lo so che non si dice così, vabbè dai - a vedere la sua Familie e i suoi amici e Vienna, prima di me. Così ognuno ha qualche settimana dove andare in libreria per ore, o al cinema, senza che l'altro si annoi per ragioni linguistiche, insomma, fare quel che ci pare, da soli. 
Ed è questa la cosa bizzarra: io, da sola, senza l'Asburgico, sono 15 mesi che non ci sto. Mi fa strano non averlo intorno. Il periodo più lungo che abbiamo passato separati negli ultimi 15 mesi sono state circa dieci ore a Oaxaca, Messico, perché io ero malata e gli ho detto di non rinunciare alla gitarella che avevamo organizzato, e poi lui ha passato la giornata con un giapponese.  
Quindi ieri lo abbiamo portato in aeroporto, e poi siamo tornate qui, la Mater è uscita, e io sono rimasta in casa. Da sola. Col silenzio. Ho resistito circa un'ora e poi sono uscita anche io. 

Certo è questione di abitudine, all'inizio del viaggio era anche inusuale avercelo sempre intorno, M., quindi alla fine quello che sembra strano è quello che succede raramente, lo so. Però è disorientante, ecco. Ieri ero di un umore strano, non necessariamente buono, pensieroso.

Oggi va meglio. Sono uscita, ho visto il fratello del mio babbo e abbiamo mangiato sushi e abbiamo riso tanto, poi ho avuto da fare in centro, ho incontrato un'impiegata di Turkish Airlines così gentile che mi ha fatto pensare che quello che voglio fare cominci sotto buoni auspici, e poi sono tornata a casa. Al  mio ritorno, due amiche mi aspettavano. 

E. ed M., amiche dalle superiori, E. da quando avevamo 16 anni. Lei praticamente accasata ormai, con una casa di proprietà; M. ormai mamma: ci siamo abbracciate, e E. mi ha detto: non ci credo che non ci vediamo da agosto 2012! Mi sembra di averti salutato l'altro giorno! Io le ho detto che questo è il segno delle amicizie salde, di quelle che durano, e lo credo davvero.

Avere amiche come loro, come I. che ho visto quando ero ancora sconvolta dal jet-lag e dallo shock termico, avere amiche come loro è quello che mi conforta quando mi sento incerta, dubbiosa, o ansiosa, come ieri. Io sono via da quattro anni, eppure loro ci sono ancora. Meno male. 
Sono queste le parole che mi vengono in mente, quelle nel titolo.
È stato facile, tornare a casa. Ci hanno cambiato di volo e siamo finiti su un volo Qatar mezzo vuoto, con servizio eccellente, e io stravaccata mi sono guardata Harry ti Presento Sally e una commedia francese. Guardare Harry ti Presento Sally da adulta è stato geniale: Nora Ephron era una grande, davvero. Perché io a volte mi sento come la Sally anche se un uomo ce l'ho... Per altre ragioni, ecco!
Siamo arrivati a Malpensa. Per la prima volta in molti anni, ho aspettato meno di quaranta minuti perché arrivasse il bagaglio.

Ho parlato e sto parlando tanto, tanto italiano. I primi due giorni, facevo fatica, e la gente lo notava, e lo trovava buffo. Ora sta ingranando di nuovo.
Ieri è stata una settimana che sono qui, e oggi vedo per la prima volta il sole (grazie, signore, o chi per lei.)

Mia nonna è triste perché ha un braccio rotto; mia madre è stressata perché si deve prendere cura di lei e ha meno tempo di quel che credeva per stare con me; mio cugino si sta per laureare, e io mi chiedo cosa gli succederà una volta che starà cercando lavoro in questa gabbia di matti; l'altro cugino, il fratello maggiore, è diventato papà e ha un bambino gorgogliante e felice, dai grandi occhi nocciola, come suo padre e come suo zio. La moglie cerca lavoro, non lo trova, sono preoccupati.
Storie italiane, no? Storie di famiglie legate, legatissime, quasi troppo legate, a mio avviso, e di soldi che mancano, o lavoro che manca, e di arrabbiature in serie.

Che dire. Io vorrei davvero vedere e sentire cose diverse, quando vengo qui. Ma non cambia. Un anno e mezzo quasi, che non vengo qui, e la gente è ancora arrabbiata, frustrata, preoccupata, forse ancora più di un anno fa. 
Alcuni amici miei resistono risolutamente e cercano di non farsi acchiappare da questa carogna che è sulle spalle di tutti, no? Ma quando gli fai domande più specifiche, vedi che anche loro, i più solari, i più forti, i più agguerriti, iniziano ad essere stanchi. Gli si annebbiano un po' gli occhi, e ti dicono: raccontami del tuo viaggio, invece, dài. 
L'altro giorno ho visto N., l'amico "londinese" che da qualche mese londinese non è più: dopo un intermezzo berlinese, ora va a vivere nel deserto. Lui è di Verona, ci siamo visti al volo prima del suo ritorno in Veneto, e lui ed io, come sempre, ci troviamo a pensare e vedere ed avere esperienze molto, molto simili. Esperienze e sensazioni che ti fanno essere contento, tutto sommato, di essere qui solo di passaggio.

Io sono di passaggio, naturalmente. Io, qui, non ci resto. Ormai sono abituata ad essere la straniera, e non mi pesa, perché anche quando vengo qui, mi sembra di essere un'altra specie da chi ho intorno: e non lo dico per snobismo, assolutamente. È che più sto via, e più la mia vita è diversa da quella di chi vive qui, e quindi i rapporti che resistono, al di fuori della famiglia, sono quelli che ho con gli amici che dicevo prima: quelli che resistono, quelli che sorridono nonostante tutto o ci tentano, quelli solari, quelli  che tentano di non lasciarsi soffocare, e che hanno ancora l'energia di essere curiosi e di gioire con gli altri, per esperienze che non hanno avuto di prima persona.

Pensavo al post che ha scritto la Smila Blomma in UK sul concetto di casa (da mobile non posso mettere link, ma cercatelo, è un bel post). L'ho letto in Sri Lanka e mi chiedevo come mi sarei sentita io, dopo quasi un anno e mezzo via, no? Per alcune cose, è stato come tornare a casa. In particolare con la Mater e con il mio appartamento. Quello è davvero il mio nido, il posto dove sono stata per tantissimo tempo, dove ho avuto 4 anni, poi 15, poi 20... Ma non 25. Ormai è un po' che sono via. 
Tornare qui è come rivedere una versione precedente di me, è buffo, è straniante, non necessariamente triste. 
Mi piace andare in quello che era lo studio di mio padre. Ci sono ancora tutti i suoi libri, con le note, le sottolineature. Guardo i suoi libri, li annuso, non guardo le sue foto, ma chiudo gli occhi e cerco di ricordarmi la sua voce. A volte ci riesco, e quando ci riesco, è bello. Poi vado in camera mia e guardo i miei, di libri. Mi ricordo di come e quando li ho letti. Ogni libro è come una madeleine che mi riporta a una fase di me differente.
Quando esco, a volte incontro i miei vicini, il mio vicino turco che mi abbraccia sempre e mi dice ahnnò, ti stai dimenticando il turco! ogni volta che mi vede, e la signora del quinto piano, che ogni volta mi abbraccia come se fossi sua nipote.
Insomma... L'appartamento lo sento come casa mia, la città meno, perché è cambiata, perché non so quali sono i posti per uscire, non so niente, ormai, della città, ed è divertente per me, guardarla come la guarda una turista, non mi pesa. 

Credo che avrò la botta di casa tornando a Vienna, invece, perché è quello l'ultimo posto dove ho fatto la mia vita di persona normale, con le lezioni, lo yoga, il caffè con le amiche e la palestra quando non ero pigra. Nonostante tutte le madonne che tiravo, mi rendo conto che casa è quella, non questa. Come lo era Istanbul quando ero appena tornata, ed ero a Milano e mi sentivo fuori posto. 
Da quel punto di vista sto diventando brava: ci metto un po' ad adattarmi, ma una volta che mi adatto, casa mia diventa il posto dove faccio la mia vita quotidiana. Casa mia è quello, e poi la piccola bolla dell'appartamento di Milano, e mia madre. 

Casa possono essere benissimo le persone, più che i posti. Casa a Vienna sono le mie tre amiche Effe, l'italo-viennese, Vi, la franco-viennese, e A., l'unica austriaca che ha fatto breccia nel mio cuoricino (e non perché gli autoctoni sono il male, ma perché anche lei è "immigrata", da un'altra parte dell'Austria, e come noi è arrivata senza amici.)

Sto qui fino a metà gennaio, e poi vado a Budapest per qualche giorno, da P., l'amico francese di cousinade e vino rosso... Poi vi dico cosa succede, dopo Budapest. 
Una cosa per volta.
Suspense. :)
Mi ricordo di un tizio spagnolo che incontrai a Vienna per vie traverse.
Questo era del sud della Spagna, il genere di posto dove quando fanno 18C dicono ossignorechefreddo e tirano fuori il cappotto. 
Quest'uomo veniva, o forse viene, non so, ogni anno a Vienna per imparare un po' di tedesco.
Diceva: mi piace che la sera non faccia abbastanza caldo da non avere un maglioncino sottile. Mi piace la pioggia, quando c'è. Mi piace il cielo grigio, uh, è tanto affascinante (e forse accendeva la sua vena poetica? Pensavo io, mentre tra me e me mi dicevo che a me stare senza maglioncino pure alle due di notte non fa affatto schifo, sinceramente.)

Il fatto è che quando vivi in un posto caldo, o anche solo relativamente caldo, e hai una certa disposizione d'animo, puoi essere oggettivamente affascinato, dal freddo, dal buio, dal bere il tè con una sciarpa di lana al collo, dal grigio acciaio del mare del Nord, da un paesaggio come questo:

(Foto: crazypaco) 

Io non percepisco il freddo da mesi, freddo serio, intendo, e quelle poche anteprime che ho avuto negli ultimi mesi (in collina in Vietnam, ad esempio) mi hanno fatto rimpiangere il caldo. Sarà che vengo comunque da vari anni viennesi. Sarà che anche a Milano vivevo aspettando aprile, che da ottobre in poi mi tramutavo in una pentola di fagioli lamentante, e burbugliosa, perché nella mia famiglia nessuno ha mai avuto i soldi o la voglia di andare a sciare, l'attività che pare renda sensato l'inverno in molto cervelli, sia a Milano che a Vienna.

L'ultima volta che ho davvero, davvero avuto freddo durante questo viaggio è stato nelle Ande peruviane, a Cuzco e dintorni, quindi... Marzo. Dopo, a parte alcune eccezioni, solo caldo più o meno potente, più o meno umido. Dal bel caldo secco e salutare in Messico, al caldo umido e soffocante di Cartagena o Taipei, al caldo umido ma non troppo della Malesia... In varie forme, ma sempre caldo.

Oggi leggevo il blog di Smila Blomma a Manchester, traumatizzata da un ritorno a Manchester dopo un mese in Kenya, e mi sono ricordata di quel tizio spagnolo.
Perché mentre lui decantava la poesia delle nuvole temporalesche su Vienna a fine agosto, la mia amica Effe ed io, dentro, rosicavamo un poco. Io pensavo che sarebbe stato figo vivere in un posto dove il grigio e le nuvole temporalesche diventano qualcosa di poetico, qualcosa che vedi raramente. Sono stata come lui, a un certo punto della mia vita, quando ero sbarbata e passavo interminabili estati al caldo a Milano... Ma non avevo il mare, lui sì! Non comprendo, proprio non comprendo.

Lo so che è sconclusionato, questo post, ma ho iniziato a pensare all'inverno. Dopotutto, domani andiamo in Sri Lanka, ci passiamo un mese, e a fine dicembre, arriviamo a Milano. Passeremo da un paese caldo, e buddhista, a un paese cattolico, in preparazione per il compleanno di Gesù, e freddo. Non freddo come Vienna, ma freddo, spero senza neve perché altrimenti mi viene un coccolone.

E il viaggio finirà. Finito. Finished. Terminado. Fertig. Fini.

Posso dire aiuto?
Oramai è quasi un anno che sono via da Nonna Europa (perché quando vai in Sudamerica ed Asia, credo pure in Africa, ti rendi conto che l'Europa è un continente di vecchi, pieno di bellissima architettura vetusta, e varie rovine, fascinose e cadenti), e per la prima volta ho una televisione, in camera.

Questa televisione ha due canali interessanti: TV5monde, francese, e Deutsche Welle, tedesca. Entrambe producono informazione di qualità e bei documentari, quindi quando vengo in camera per mettermi al riparo dalle piogge del monsone cambogiano, o dalla caldazza di mezzogiorno pre-monsone, a volte guardo la tele. E così, mi sono resa conto che è un po' che sono via, e che l'Europa ci ha quasi un fascino esotico, che sa di vecchiume di bell'aspetto, ma fa anche paura per i livelli di ansia per il futuro mostruosi. Ovunque. Anche, che ne so, in Svezia, tutti che parlano della crisi e dei soldi che non ci sono e di quanto fa tutto caghèr rispetto a prima.

Quindi, mi sono trovata a chiedermi, cioè a chiedere a chi di voi passa da queste parti: che aria tira, in Europa, dove siete voi? Quanto devo preoccuparmi? Perché per quanto abbia voglia di tornare, per vedere la mamma e la famigghia e gli amici, non è che stia proprio morendo dalla voglia di rimanerci. Inizio a meditare di comprarmi un volo per l'India e stare via fino ad aprile, almeno tornerei a fare la disoccupata in primavera, che kadzo.



Non perché non mi piaccia l'Europa, attenzione: io sono una grande fan dell'Europa, della diversità culturale, della lingua che cambia ogni poche ore, del fatto che le cose, in misura diversa da un paese o l'altro, bene o male funzionino, che l'autobus non deve essere pieno per partire, che non si fermi ogni settecento metri perché per questo abbiamo le fermate, santamadonna, e tante altre cose che non sto ad elencare. Ogni volta che l'Asburgico avanza l'ipotesi di vivere in un altro continente, a seconda di dove propone, io lo guardo con aria dubbiosa, e dico non so. 

Sarà perché sto invecchiando, ma l'idea di poter lavorare legalmente mi alletta abbastanza, ad esempio; il fatto che non devi evitare gli ospedali perché ti fanno stare peggio invece che curarti (come in Cambogia) mi sembra un'ottima cosa. Chiaro che non è lo stesso ovunque, però boh. Qua ti rimettono insieme un polso rotto facendoti pagare una fortuna, e poi vai in Thailandia e ti dicono, ossignore torna in Europa, che ti conviene. Per esempio.

Comunque, insomma, il tema "futuro" ovviamente si fa strada nella mia mente, perché la fine è vicina! Grazie al mio essere pessima a deludere la mamma, andrò a casa per Natale (ma appena prima, eh) e poi dovrò riadattarmi ad una vita normale. Fortuna che mi piaceva la mia vita prima di partire.
Il problema principale sarà riabituarsi alla sveglia a orari che dovrebbero essere proibiti da un organismo internazionale. E anche riottenere progetti. E anche riottenere quei pochi amici che ci ho. 
Oddio.
Aiuto.
Sarà terribile?
Forse.
Om. Om. Om.

E poi, ho un'altra domanda vagamente correlata, o meglio, un ragionamento da sottoporvi:

Ma se in Spagna ci hanno il millemila percento di disoccupazione
Se i giovani sono senza futuro senza soldi senza una sega
Se tutti vivono con la mamma fino a 37 anni perché non hanno soldi per uscire di casa

Allora, mi chiedo e mi domando: 
Come strakadzo è possibile che dal Vietnam in poi, dopo gli onnipresenti francesi, tedeschi e olandesi in diverse misure, il gruppo più grande di vacanzieri siano gli spagnoli? 

Gli italiani di cui parlai in Vietnam, dopo agosto, sono tutti spariti, come è tradizione (le masse di italiani in Messico erano tutte persone che vivevano in Messico, come nel Cono Sur.)

Non capisco. Sono tutti come me, che vivono via dalla Spagna da mo' e per questo motivo hanno i soldi per viaggiare? Perché a parte due cilene, visto come parlano, quelli lì so' tutti spagnoli. Che hanno, la mamma che gli paga le vacanze per averli fuori dai maroni almeno per due settimane?

So che alcuni di voi vivono, o hanno vissuto, in Spagna. Ci illuminate? Perché M ed io non ci spieghiamo sta cosa. Se poi leggi El País, ha qualcosa di sovrannaturale. Fa quasi pensare che allora vado davvero a stare a Barcellona, che tanto sarò squattrinata sia lì che a Vienna, e allora viva l'essere squattrinati al caldo.

Si nota che inizio ad essere in sbattimento?