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E quindi, sono tornata in Italia. 

Voi mi avevate lasciata lì, a prendere il volo per Milano, quella Milano che mi era stata preclusa per anni e a cui ero ora libera di tornare, così, per vedere che aria tirava.

Milano che è cambiata così tanto, e il mio quartiere, che invece è sempre uguale, eccetto per il fatto che chi andava a scuola con te ha acceso mutui, fatto bambini, si è sposata. Tu, no. Tu invece non hai fatto niente di tutto ciò, hai fatto molto altro, eppure per molte persone in quel mondo, quello che hai visto tu, quella tua vita in un caleidoscopio, quasi non conta. Di Milano... Di Milano meglio che parliamo un'altra volta.
Tanto mi mancava casa quando stavo male, tanto quanto Milano sembra casa sempre meno, mano a mano che io mi sento sempre meglio. E' segno di forza, ma dà anche una sensazione di confusione. Lunga storia, quella dell'identità di un emigrato decennale. 

Nonostante tutto, intendo dire gli attacchi terroristici, e la tensione, a luglio avevo deciso di andare in Turchia, a Istanbul. Quella sì, che mi mancava ancora, perché anche se Asburgo ed io ci eravamo incontrati là, lui non aveva mai voluto tornarci con me.

Secondo alcuni, forse perché temeva che poi non avrei voluto venire via, e forse, avevano ragione.

Ad ogni modo, ero già passata da Istanbul, mentre tornavo a Milano. Prestissimo la mattina, sono atterrata alle cinque e qualcosa del mattino, controllo passaporti, sono arrivata in centro verso le sette, con il tram, a Eminönü. La città vecchia, quella che scopri quando sei turista. Sono arrivata lì, ho guardato il Bosforo verso nord, e una voce chiarissima, calma, ma piena, piena di felicità, ha accelerato i battiti a mille, ha detto sei a casa, Nat. Sei a casa tua! Questa è la tua città. La Città! La Città più bella del mondo. Più bella di Roma, di Parigi, di Città del Messico e tutto il resto. Istanbul la bella. 

Dal tetto del vapur

Era una giornata di sole. Non avevo dormito, ero stanca, ma stavo per vedere la mia famiglia turca -- la mia prima host di couchsurfing di dieci anni fa, e suo padre, e scoppiavo di felicità nonostante tutto. 

Quando meno te lo aspetti, spunta la parola casa. Anche, o forse soprattutto, spunta quando hai tantissimo sonno. 
Sono andata da lei, mi ha portato a casa. 
Mi ha detto, fatti una doccia, così ho fatto, fatti anche un pisolino, così ho fatto. Mentre cambiavo i vestiti, e mi addormentavo nella penombra della stanza dove avevo dormito i miei primi sonni turchi del 2008, ho sentito di nuovo i gabbiani. 
Uno dei suoni di Istanbul, una delle prime cose di cui mi sono innamorata.

Al mio risveglio, suo padre mi aveva preparato la kahvaltı, la loro colazione tipica. Formaggio, olive, pomodori freschi, cetrioli, pane. Mi abbraccia, mi chiede di mia madre, mi dice, te lo ricordi ancora il turco? Gli dico di no, lui parla lo stesso, mi rendo conto che capisco. E' sempre stato paziente e gentile, quando ero arrivata qui come una ragazzina messa malaccio, mi aveva fatto da papà, dopo che aveva saputo che io avevo perso il mio. Lui aveva perso la moglie, sua figlia la madre. Capiva molto bene. Posso parlare a malapena con lui, eppure gli voglio un bene dell'anima, a questo signore alto, con gli occhi azzurri, che ai tempi del golpe del 1980 era un musicista con una testa leonina di riccioli e un sorriso chiaro. 

E' da dieci anni che ogni volta che metto piede a Istanbul, io mi sento a casa mia.

Ho passato la giornata con Ö., a bere tè sul mare, a passeggiare, ad aggiornarci sulle nostre vite, sulla sua vita da quando ha deciso di vivere pubblicamente la sua omosessualità in un paese che sta diventando sempre più intollerante per queste cose. Siamo andate a trovare i sui amici che organizzavano il gay pride nella parte europea, che un paio di giorni dopo sarebbe stato gravemente contestato.
Nel pomeriggio ho visto un altro caro amico, e ho pensato,  è il momento giusto per tornare qui e vedere come va. Nonostante tutto, perché quello che leggi sui media e la realtà di una città sono sempre molto differenti. Sono ripartita.

Ho passato qualche giorno a Milano, sono andata a Roma con un amico a fare la turista, e poi sono andata di nuovo a Istanbul.

Anche a Istanbul, ho sentito il tempo che passava.
Parlando di quando sarei arrivata per restare più tempo di un cambio voli intercontinentale, come capita sempre, mi sono resa conto che crescere vuol dire semplicemente anche essere più occupati -- presi dal lavoro, dai partner, dai figli. Da tutti e tre.

Io invece non avevo nulla di cui occuparmi tranne che me stessa, allora sono andata nel sud, a Olympos, per aspettare il weekend e vedere il mio Mediterraneo.
Olympos è la mia piccola Atlantide, un posto dove mi succedono sempre cose importanti.
E infatti è stato così anche stavolta.

Le rovine vicino all'acqua

E naufragar mi è dolce in questo mare
Ho conosciuto una persona, lì. La cosa più vicina al colpo di fulmine che abbia provato in vita mia, una vertigine, e anche se non ha portato a niente di concreto, perché la vita è una cosa complicata, ha portato però due cose: la prima, una persona in più nel largo cast di persone che mi circondano nella vita, una persona che resterà sempre un po' speciale, perché anche se ci sono milioni di ragioni per cui non può funzionare, ci teniamo l'uno all'altra. Perché lui è stata la prima persona per cui ho sentito qualcosa di positivo dopo molto tempo. Perché io sono stata la prima persona che l'ha trattato per quello che era, senza pensare a da dove venisse.
La seconda cosa che ha portato è la consapevolezza che il mio cuore non è spento, anche se sembra esserlo la maggior parte del tempo, ancora adesso, soffocato dal peso di troppo lavoro, troppo poco sonno e dall'essere in una città piena di animali bizzarri.

Lo incontri con la tua compagna di dorm sudafricana dopo una giornata a cuocerti sui ciottoli, guardando le rovine, e il tuo mare, il Mediterraneo, il tuo mare. Il tuo cuore un po' più sereno, dopo una nottata passata a piangere inesorabilmente, piano, telefono in mano, linea diretta con Milano e Bangkok, attraversando una fetta polverosa di Anatolia, campi gialli, strade deserte.
Alla partenza da Istanbul, il tuo amico O. che avevi visto qualche ora prima ti ha scritto, buon viaggio, mi dispiace che sei stata così male quando eri così lontana. Sei scoppiata a piangere piano, guardando verso il finestrino mentre aspettavi di partire. Il ragazzo che ti ha venduto il biglietto ti ha guardato piangere, con aria interrogativa, senza smettere quando hai visto che lo avevi notato. Ti ha guardato, ha fatto spallucce come a dire, è una vita dura, che vuoi farci?

Passi una notte in cui tiri su col naso così spesso che in piena notte, altro momento di empatia inattesa, il turco col gel nei capelli e l'aria da bulletto, dall'altra parte del corridoio, attira la tua attenzione silenziosamente, per darti il suo pacchetto di fazzoletti, sorridendo, come a dire, dai, poi ti passa, che sarà mai...
Questa capacità di fare spallucce che avevo notato anche a Istanbul, la notte prima di trasferirmi a Bangkok, partendo ubriaca fradicia dopo essere stata fuori con due amiche turche, io a Bangkok non ci volevo andare. La signora velata due sedili più in là mi aveva guardato, pensavo mi giudicasse e invece mi aveva sorriso, dicendo, Ağlama, okay. Non piangere, va tutto bene.

Quando poi il giorno dopo sei al sole, a guardare il mare e mangiare cozze al limone con una ragazza carina,  che viene da un altro mondo e che ti invita ad aprirti sul motivo di quell'aria triste, sei ancora più grata di essere al mondo, libera di viaggiare e con i soldi per farlo.

E poi. A fine giornata, cotte di sole, la mia nuova amica ed io siamo tornate alla nostra guesthouse, per la cena in comune. La Turchia deserta di turisti per la campagna mediatica negativa in Europa, si fa una tavolata sola per tutti gli ospiti, un tavolo rotondo.

Mi faccio una doccia al volo perché sono andata direttamente dall'autobus al mare per cercare di stare meglio e ora sono piena di sale, torno, riempio il mio piatto di melanzane, pane, pomodori e yogurt e mi siedo.
Alzo gli occhi, e mi trovo davanti un ragazzo, che mi fissa come se mi volesse mangiare, senza dire niente, senza sorridere, anche. Sguardo magnetico, verde, sopracciglia scure, pelle chiara, bellezza che viene da un'altra parte, penso. Questo non è di qui, penso.
Brutta scena da romanzo rosa?
L'ho pensato anche io, e mi sono detta, sì vabbè, ma figurati. Uno con due occhi così? Mica è qua per me. Ho pensato. E durante la cena, l'ho trattato come tutti gli altri, come un potenziale compare di chiacchiere, bevute, risate, un compare molto bello, ma nient'altro, la mia solita versione viaggiante, chiacchierona, ridanciana e amichevole.

E invece è stata una sbandata, uno scapaccione che mi ha fatto traballare per mesi interi, dopo. E meno male che esistono ancora queste cose, meno male che il cuore ha ancora capacità di provarle, anche se il cervello striscia i piedi e dice no, dai, di nuovo? Anche no, ragazza, forza. Per favore.

Ovviamente, siccome si tratta di me, mica poteva succedere con un uomo in una situazione normale.
Che ne so, un europeo qualsiasi in vacanza.
Un turco che faceva un weekend lungo.
Un fricchettone di passaggio.
No. No, no. Io dovevo per forza prendermi la cotta per un profugo siriano, bello come il sole, a metà tra un modello e un attore, in attesa di asilo politico, con dei macigni nello stomaco che davano una profondità scura a quella bellezza di superficie.

Ma io mica lo sapevo, che era un profugo siriano. Non sapevo niente, quando l'ho visto, non lo sapevo che il suo quartiere non esiste più, che non può più tornare a casa, che i suoi genitori e i suoi fratelli minori sono scappati in Europa sui barconi, ma che per lui e l'altro suo fratello non c'erano soldi, che ha visto cose che noi umani non possiamo immaginare, come tanti siriani, purtroppo. Quello l'avrei saputo solo dopo, e avrebbe solo contribuito alla mia ammirazione per la sua capacità di provare ancora cose come felicità, amore, affetto, gioia e ottimismo, dopo tutto quello che gli è successo.
La resilienza vera.

Ho passato quei giorni nella mia personale Atlantide a palleggiarmi tra la sua compagnia, il mare, il sole, e le camminate nelle rovine, ad ascoltare grilli e cicale, rumori che a Bangkok non ci sono, e mi ha fatto bene al cuore, perché io mica me lo ricordavo, com'era avere a che fare con una persona gentile. Non me lo ricordavo proprio. Carattere caldo ed espansivo, affettuoso come lo sono io, nessun imbarazzo per i proprio sentimenti. Impossibile credere che venisse dallo stesso pianeta dell'Asburgico, sempre in guardia con gli altri.

E poi è arrivato il giorno in cui avevo deciso di tornare a Istanbul.
Lui che diceva, che ci torni a fare? Tanto sei in vacanza, resta qui, stiamo insieme ancora un po'.
Ma io volevo tornare alla Città, e dai miei amici, e quindi, sono andata.

Prendo un bus locale, guardo la macchia mediterranea fuori al tramonto, mentre saliamo su per la collina verso la strada principale.
Penso a quanto mi è mancato quel paesaggio di oleandri e pini marittimi, penso che io l'Asia la adoro e la amerò sempre, ma che casa mia è questa.
Casa mia è il Mediterraneo, sono i pini marittimi, i carrubi, gli ulivi, il cielo azzurro intenso, le melanzane, i pomodori,  le olive e le viti.

Arrivo alla stazione di Antalya, cena veloce con i soliti, amati snack turchi, poi vado al mio autobus. Autobus di lusso, ogni sedile con la TV, come in aereo.
Mi siedo, l'autobus in attesa di partire è silenzioso. Partiamo, mi rendo conto che non parla nessuno,  proprio nessuno, percepisco tensione, vedo che tutti guardano lo stesso canale mezzi impietriti.
Accendo anche io, e leggo di terrorismo ad Ankara.
Cazzo. Vabbè. Vabbè ma mica stiamo andando ad Ankara noi, no?
L'autobus parte, esce dalla stazione.
Mi chiama F., il ragazzo siriano: hai visto cosa sta succedendo? Non andarci, a Istanbul. E' pericoloso. 
Ti richiamo dopo, tesoro, grazie, però.
Riguardo lo schermo, scrivo a mia madre che è tutto sotto controllo e di ascoltare solo me e non guardare i telegiornali o chiedere agli amici che sanno dove guardare, mi chiama un'amica di Milano, abita a Istanbul ma è in visita da sua madre, mi dice, senti, sembra che ci siano i carrarmati fuori dal Parlamento e sopra Istanbul, gli aerei militari a bassa quota, occhio.

Colpo di stato. Golpe. Darbe.

Vabbè. Ma la capitale è Ankara, che può succedere, a Istanbul? Mica c'è un Parlamento da occupare.
Però c'è una popolazione da intimidire.
E poi vedi i carrarmati sul ponte sopra il tuo mare, a Istanbul, sopra il ponte di Ortaköy, vicino a casa del tuo amico O., dove hai passato così tante notti a dormire dopo le feste, perché eri troppo pigra per tornare giù verso casa tua.
Quella casa dove una volta O. ti ha sequestrato, un primo maggio, perché non voleva che finissi in mezzo ai lacrimogeni e ti ha fatto aspettare fino alle sei di sera per tornare, a piedi, giù fino a casa tua, vicino al vecchio arsenale.

L'autobus va, non dice niente nessuno, a un certo punto si ferma.

Richiama F., il panico nella voce di uno che ha visto cose brutte e se ne aspetta altre.
Senti, scusa, per favore. Mio fratello ha trovato una macchina, ce la dà la proprietaria dell'ostello, ti veniamo a recuperare noi e vedi cosa fare domani, non ci andare oggi, per favore.
Gli dico di no, che è meglio che vada invece, che se scoppia un casino vero sono più vicina al consolato e a un aeroporto internazionale. Gli dico che l'unica cosa che devo fare è arrivare da Taksim a casa del mio amico, che lui è lì da anni, che ci starà attento lui a me.
Insiste anche il fratello. Io dico niet, non scendo dall'autobus.

Nottata psichedelica. Non chiudo occhio, tra il feed di facebook impazzito con gli italiani in panico, F. che mi manda aggiornamenti, il mio amico italiano a Istanbul che mi dice vieni a stare da me e, con nonchalance, guarda che questo l'ha organizzato tutto quello, non succederà nulla, veramente.

Verso le tre del mattino il nostro autista, sui 60, ha un malore.
Io penso che si sia ricordato del golpe del 1980, e che avesse davvero molta paura. In piena notte, scendo con un capannello di uomini a fumare sigarette e bere tè in mezzo al niente delle montagne. Sono in maglietta, fa freddo. C'è una stellata della madonna, ancora più nitida di quella sul mare qualche notte prima, con F.
Dopo 40 minuti, arriva un'ambulanza. Ripartiamo con l'autista di riserva.

Il momento della resa dei golpisti. Visto in autobus, in TV, con gli occhi iniettati di sangue e il sonno nella testa, la mattina presto.

A ogni stop un ragazzo curdo che era sull'autobus mi offre un çay e una sigaretta, i collanti sociali del paese, chiacchieriamo usando google translate sul suo telefono.

Dopo 17 e passa ore di viaggio, blocchi di polizia, traffico, tensione, arrivo a Istanbul, a Taksim. Mai vista la piazza così vuota in dieci anni di frequentazioni. Scendo a piedi verso casa del mio amico. Anche Istiklal, la via principale dello shopping a Beyoglu, è vuota. Giro a destra, passo davanti all'Istituto Italiano di Cultura -- casa -- e scendo verso casa sua.

Mi aspetta con il suo sorriso da gatto e la sua solita aria ironica di sempre,  per niente scomposto,  in fondo a un vicolo acciottolato, davanti a casa sua.

Ci sono un pergolato, una massa di gattini randagi, che dormono sulla panchina di marmo di fianco alla porta, una vecchia porta di ferro battuto.
Dentro, lui e sua moglie hanno preparato la kahvaltı per noi tre, e il loro gattino, Fairuz, non vede l'ora di conoscermi.

Entro, e tiro il sospiro di sollievo più lungo della mia vita.
Casa loro è bellissima, il formaggio delizioso, lui è lo stesso di anni fa, e sua moglie è carinissima. Fairuz e io diventiamo amici.
E niente.
Ci sono luoghi e persone che anche nel mezzo di un golpe... Restano casa.

La cumba, il bovindo di casa del mio amico, dove avrei passato molto tempo nei giorni post-golpe, insieme al piccolo Fairuz. 

Ecco, sì.

Eccomi qua, a spazzare la polvere dal blog.

E' che ho avuto un po' da fare, nel frattempo. 

Prima, ho dovuto imparare a smettere di essere triste. Che è un po' una cosa che va fatta in maniera razionale, secondo me. Se ti succede una cosa brutta, devi decidere a un certo punto che ti sei rotto le palle di stare male. Da solo, se no, non ti passa. 
Ci devi lavorare.
Io l'ho fatto con lo yoga, la meditazione, lo studio, il qi gong e l'amicizia. Ore, ore, ore ed ore ed ore di queste cose. Arrivi a conoscerti bene, nel silenzio. Guardi in faccia i mostri, gli chiedi da dove arrivano, cosa vogliono e anche se possono andarsene. Loro, prima o poi, leveranno le tende. Quando, è da vedere, ma già dargli il foglio di via è un buon inizio. 

Photo: Angela Lacombe

Secondo, ho dovuto reimparare a viaggiare. 
Da sola. A tanti di voi, magari sembrerà una cazzata. Ma: non è così, non per me. Qui è dove mi avevate lasciato voi. Da sola, in procinto di partire per il Giappone.
Stavo abbastanza bene quando avevo scritto questo post. Andare in Giappone è stato un terremoto emotivo, abbastanza duro, ma come molte cose dure, un terremoto che ha trasformato, cambiato, scosso e ripulito. 

Yanaka, Tokyo. Foto mia.

A giorni alterni stavo bene, in pace con me come lo stavo diventando a Bangkok, altri giorni, cuore pesante e lucciconi. Per fortuna a Tokyo vive una mia amica giapponese incontrata qui, che un giorno ha avuto un'idea geniale. Siamo andate al museo di Miyazaki, e dopo il museo, al parco di Kichijōji, ha visto che ero triste, di fondo. 
Mi ha detto, perché? Perché viaggiare senza di lui è una cosa nuova, dopo sette anni che si è viaggiato insieme. La sua risposta è stata geniale, nella sua semplicità. Mi ha detto, prendiamoci un caffè lì dentro. E poi, nel caffè, è andata così.

Lei: quanti anni siete stati insieme?
Io: sette e qualcosa.
Lei: in quanti paesi avete vissuto insieme?
Io: tre. 
Lei: OK. E quanti ne avete visitati, insieme?
Io: neanche mi ricordo. Dovrei contare. 
Lei: OK, però ora facciamo tutta la lista delle vacanze che avete fatto insieme. Quelle te le ricordi, no? Dove e quanto lunghe. Te lo ricordi, no?
Io: sì. 
Lei: prende il telefono e mi ascolta facendo le somme.

Ora, non ricordo la cifra esatta perché non mi interessa, ma mi ricordo che, sommando l'anno sabbatico e i vari viaggi, eravamo arrivati ben oltre i 25 mesi passati insieme zaino in spalla. E 24 mesi sono due anni. Due cazzo di anni, capito? Quindi è ovvio, che la prima volta che sono andata via da Bangkok, un paio di mesi dopo il fattaccio, mi sono isolata dagli altri e ho chiamato in lacrime la mia amica sudafricana. Come ha detto Y., è praticamente matematico stare male, basta guardare ai numeri. Stai serena, passerà. 
Aveva ragione. 
Adesso viaggio da sola impunemente e faccio pure campagna perché partano anche le altre donne, qui. Fortifica, fa benissimo. Lo facevo prima di M., e ho ricominciato a farlo, perché non c'è ragione di lasciarsi distruggere da un'altra persona... E spero di non dimenticarlo di nuovo, a costo di diventare un po' più dura. 

Però: ce l'ho fatta. L'inizio della vacanza è stato più duro della seconda metà. Ho conosciuto persone. Ho conosciuto un espatriato spagnolo che è tutto l'opposto dell'uomo medio a Bangkok, l'opposto dell'uomo che tanti uomini altrimenti sani sembrano diventare in questa città dove la vita è, per un uomo pieno di soldi, evidentemente troppo facile. R., il ragazzo valenciano, era l'opposto: Tokyo non è facile per lui, studia, lavora come un pazzo, tutto perché ha un progetto di vita e di impresa che fa sì che gli serva parlare e scrivere il giapponese a livelli eccellenti... E quindi, lo fa. E' stato anche il primo da cui non mi sono ritratta dicendo, ripassa dopo perché non ce la posso fare, anche se non mi sono goduta la sua presenza quanto avrei potuto... Perché stavo ancora male.

La poesia che mi è uscita quando ho pescato nel mucchio alla Meiji shrine, Tokyo. 

Sono tornata a Bangkok, dicendomi anche questa è fatta, la prima volta di qualunque cosa è sempre la più dura. Se qualcosa non lo fai per anni, come viaggiare sola, quando ricominci, è dura quasi come la prima volta che lo fai, tranne che per il fatto che sei più adulta, e sicura di te. Che è anche il motivo per cui hai più lividi.
Maggio, l'ultimo mese di scuola, è volato. 
A giugno, sono andata in Indonesia.  
Bellissimo viaggio, con la mia migliore amica qui, la famosa sudafricana. 

L'amicizia vera la vedi nei momenti difficili. Che però se si può andare a passarli sul mare di Lombok, i momentacci, meglio. 
Relax, mare, cultura, cibo, insomma, mi è piaciuto tutto. 
Mi sono presa una cotta estemporanea per un sudafricano, per poi scoprire che era messo esattamente come me, e che quell'ombra malinconica che si vedeva passare ogni tanto dietro i suoi occhi veniva dallo stesso posto della mia, e lui aveva anche dovuto ricorrere agli avvocati. Almeno io non ho dovuto. 
Solo che io non ero malinconica, ero, nel frattempo, diventata una furia. Medea. E per fortuna che non avevamo bambini, perché ero veramente incazzata. E' lì che ho capito che stavo arrivando al limite di quello che si può fare da soli, quando si esce da una relazione che alla fine è stata nociva, tossica, dolorosa in modi nei quali solo l'amore rancido può esserlo. 
Io ho fatto ore ed ore di yoga, di qi gong, di meditazione, di studio, di workshop, di miglioramento di me. Ma c'è un limite a quello che puoi fare da sola, se non stai bene, e io avevo iniziato a pensare di averlo raggiunto in Giappone, ma non era così. In Indonesia, ci sono arrivata, e l'ho capito quando una notte alle due, la mia amica mi guardava con i lucciconi mentre le parlavo senza riuscire a dire più nulla. E' stato lì che ho capito che ero troppo furiosa per uscirne da sola, e che mi serviva aiuto se non volevo che quella furia nera mi consumasse da dentro e si allargasse al resto di me, che di norma invece sono una persona allegra. E uso il termine allegra perché l'allegria non è uno stato d'animo, ma una tendenza caratteriale. Non volevo che questa rabbia uccidesse la mia allegria. 


Prambanan, Yogyakarta, Jakarta 

Sono tornata dall'Indonesia, e dopo qualche giorno a Bangkok, avevo un volo per Milano.

La seconda parte dell'estate e l'autunno ve li racconto un'altra volta, perché c'è di mezzo una città chiamata Istanbul, e devo uscire tra meno di mezz'ora. 

A chi mi sta leggendo ancora... Grazie di avermi aspettato. 

A volte perdersi fa bene. A Yogya, mi sono persa e ho trovato un tempio bellissimo. 

Talvolta, la cosa più difficile da fare è restare fermi. 
Io l'ho fatto.
Vivo ancora a Bangkok. E sto meglio. 

Sono rimasta qui, mi sono seduta a gambe incrociate e ho guardato in faccia i mostri. Uno per uno. I mostri di lui, e i mostri miei. I mostri che mi ricordavano dove ho sbagliato. I mostri dell'e se.
Ho pianto meno di quanto avrei creduto, perché ero così prosciugata da un lungo periodo di difficoltà che ero sfinita. A pezzi. Prosciugata. A parte un paio di pianti epici... Ho capito di non essere una donna lacrimosa. Soffro come una cagna. Ma lo faccio senza lacrime.

Per questo che non ho scritto per mesi. 
Ma sono viva. Sono solo occupata in una profonda opera speleologica interiore.

Chi ero, io? Cosa mi piaceva fare? Cosa facevo, quando avevo il tempo tutto per me? Come interagivo con gli altri? Che tipo di ragazza ero? 
Queste le domande a cui, a volte, dopo anni passati con una persona... Non sai più rispondere. E sono cazzi, quando te ne rendi conto. 

A volte, ami così tanto qualcun altro che ti dimentichi di te. Ami a livelli che ti scordi che da una tazza vuota non si può bere niente. Nutri l'altro. Lo nutri, lo nutri, ti impegni nella ricerca della sua felicità a livelli tali che ti dimentichi della tua. Ti dimentichi di cosa ti piace, cosa ti rende felice, perché la parte malata di te dice che se non può rendere felice tutti e due, questa cosa, allora è meglio rimuoverla. Dimenticarla, fino a che poi un giorno ti svegli e ti rendi conto che non sai neanche più chi sei. Ti rendi conto che non stai bene, che sei malata, che sei stata svuotata a livelli tali da non avere più desideri, da non voler più perseguire niente, perché ti senti bloccata, intrappolata in una scatola che non è stata costruita per la tua felicità, ma per quella di qualcun altro, qualcun altro che, senza farlo apposta magari, è ben contento di prendere. Sempre. Dando sempre meno. 

Insomma.
La mia prima scelta da donna libera è stata: che faccio? Scappo piangendo, o resto qui e tiro fuori la scorza d'acciaio che so di avere, che ho solo dimenticato? Quella che mi ha tenuto in piedi quando mio padre si è ammalato ed è morto. Quella che non mi ha lasciato infrangermi in mille pezzi quando ho saputo che il mio ex era morto, e come era morto.
Quando prima dei ventisei anni hai a che fare con la morte due volte, anche quando sei a terra, anche quando stai male, così male che neanche te la senti di piangere, perché sei così esausta che non hai la forza, sai che una rottura è precisamente solo quella. Sai che sei forte -- è solo che magari non ti va di esserlo, e sai anche che non avrai scelta se non farlo di nuovo.

E quindi, aspetti per un mese prima di dire a tua madre quello che è successo. Aspetti a farlo finché non smette di tremarti la voce.
Bevi, ma solo per il primo mese. Dopo, ascolti la voce dentro di te che dice: ma che cazzo fai? Vuoi diventare come gli espatriati istupiditi che critichi sempre? E smetti. E cominci ad andare a yoga due volte a settimana, tre. A sedute di meditazione. A workshop, laboratori di ogni genere, perché senti che il tuo cervello e il tuo cuore, anche se sono pieni di lividi e mazzate, di nuovo recuperano ossigeno, e vogliono imparare cose. Dipingi. Studi medicina cinese e qi gong. Degusti il tè, impari a fare tisane, fai tutte quelle cose per cui prima saresti stata etichettata, e per le quali comunque non prendevi il tempo. 

Passi il monsone come una convalescente, vedendo sempre le stesse persone della cui esistenza a Bangkok sarai per sempre grata. Fai yoga. Dormi poco. Mangi poco. Piangi poco. Hai un macigno nello stomaco, mille domande senza risposta, che tali rimarranno. Un'amica che è come una mamma in seconda ti dà strumenti che non hai mai usato prima per tentare di riprenderti e di imbrigliare i sentimenti che ti sconvolgono. 
Rabbia.
Dolore.
Gelosia.
Rancore.
Furia cieca.

Impari ad usare quegli strumenti, insieme al senso dell'umorismo che ti ha sempre salvata, e inizi a riarrampicarti. I tuoi vicini ti organizzano una festa di compleanno su un tetto, tu non ci vuoi andare, ma ti spingi a farlo. Vai. Sorridi, anche se sembra finto, e rifletti su come cazzo sei finita così a questa età. Ti dici meglio ora che tra due anni, anche se hai un coltello piantato nella pancia.

Il monsone finisce. Sole, fresco, si avvicina il Natale, stai per tornare in Italia e così fai. Piano piano smetti di sentirti come uno zombie che dissimula bene, scrivi una mail di mille paragrafi alla fonte del tuo dolore, e te ne vai. 
Non rispondi più alla sua risposta, perché hai speso abbastanza energie per rimanere con un pugno di mosche in mano.

Passi un capodanno bellissimo. Incredibilmente italiano. Ti senti a casa. Sei a casa per la prima volta dopo anni senza la strada sbarrata. Conosci un ragazzo, e poi un altro, ed un altro, che ti fanno sentire bella, e apprezzata, come dovresti essere più spesso, e te lo dicono nella tua lingua... Che ormai ha dell'esotico. 
Mai fu una fine d'anno benvenuta come quella. Anche se è solo una rottura, è comunque una rottura che ti stai smazzando da sola, a varie migliaia di chilometri da casa, in un posto che ti lascia perplessa, facendo un lavoro che non volevi, e che a sorpresa ti ha fatto da terapia, perché ai bambini non importa se tu stai male. Se ti vogliono bene, te lo dicono, te lo fanno sentire. I miei bambini, a scuola, mi hanno salvato. Ma hanno tre anni, e quindi non glielo posso raccontare. Metterli a letto ogni giorno e farmi abbracciare dalle loro manine appiccicose e salvarli dalle loro caccole mi ha tenuto ben salda al terreno... Mi hanno terapizzato, alcuni di loro, con il loro amore così puro e reale e senza filtro, e neanche lo sanno. 

Come mi hanno salvato, come sempre, le amicizie. Quelle storiche e quelle nuove. Quelle a Bangkok, e quelle virtuali. 

Il 2016 l'ho cominciato con un turbinio di visite che non accenna a finire, e che porta un sacco di energie positive, belle. Mi sento come se avessi tappato una falla di energia che non sapevo di avere. 
Continuo ad essere triste, per quello che mi è successo. Continuo a non capire. Continuo a sentirmi come se avessi perso il mio tempo e le mie energie per niente, di nuovo, come con quell'altro, tanti anni fa. 

Però... Non importa. E' la vita. Ora sono libera, e io ad essere libera sono bravissima. Mi ero solo dimenticata come si facesse. 
Piano piano, mi riprendo, reimparo come si fa. 
Yavaş yavaş.
Prima o poi mi potrò considerare ripresa. 

Intanto, sono qui in un guscio comodo fatto di sole, calma, di una vita che è quella che piace a me, di amici, e libri, e yoga, e calma, e bambini che mi abbracciano... Non è ora il tempo di impuntarmi perché Bangkok non l'ho scelta io. Per ora resto ancora un po' qui, perché l'ho resa mia, facendomi un mazzo (emotivo) così. Quindi dopo questo sbattimento, vorrei anche raccoglierne un poco i frutti.

Una delle mie massime degli ultimi mesi. 
Già il fatto di avere di nuovo voglia di scrivere... E' un altro segnale di ripresa intellettuale, oltre che emotiva. 
Tra poche settimane me ne vado in Giappone. In gita. Da sola. 
Perché ho la fortuna di essere nata in quello spicchio di mondo dove lo posso fare, e quindi, così renderò onore alla mia libertà. 
Copio qui uno status del mio facciabuco perché a pelle sento che stasera e ieri sono stati momenti importanti. E poi ci ricamo un po' sopra. 

Dopo la settimana scorsa dove ho bevuto vino OGNI sera perché mi sentivo malissimo (proposito suicida per il portafoglio a Bangkok, con tassa sul vino al 400 per cento) stasera sto passando la seconda serata a casa.


Pioggia torrenziale fuori, skype con amici sparsi e Mater, videi interessanti, libro di Fred Vargas, tè e mate e sensazione quasi autunnale col monsone e il frescolino che arriva dal ventilatore.
Ma soprattutto: non sono agitata. Sono tranquilla. Sono come un pisello in un baccello, sul mio divano, con i fiori fuori e la musica fioca della nippo-vicina del piano di sotto.
Sono triste, ma non ho voglia di piangere, sono triste se penso a lui da solo e quello che avevamo e che non abbiamo più.

Però non ho paura di stare da sola. Non ho paura, e non ho ansia. Non devo neanche fare yoga... Sto bene, con un fondo molto mono no aware, ma di fondo, occhei.
E insomma, io sono un po' orgogliona di questa cosa, perché ho sempre avuto una paura tremenda di questo momento, e pensavo di aver perso la capacità di stare bene con me stessa che ho avuto solida fino all’adolescenza.

Ve lo posso dire, a voi, con aria un po' tronfia? Mi voglio stringere la mano, perché sono passate due settimane. Una da quando è partito per Vienna. Ma ero così stanca che come sto ora è come essere alle terme, in pratica.

E poi, c'è anche un'altra cosa, che ho pensato parlando con un'amica prima. C'è una differenza, tra prima e ora. Ora, da che ci siamo lasciati, da che sono sola... Sono a Bangkok per scelta. Nessuno mi forza la mano. Nessuno mi fa sentire la pressione di dover trovare un modo di restare se smette di andarmi o di piacermi, o se non trovo un lavoro che mi piace di più l'anno prossimo. 
Sono qui per scelta solo mia, e questo ha già cambiato tutto. Ho il passo più leggero e al lavoro sono meno tesa, perché improvvisamente, in fondo, chi se ne importa, se il mio visto dipende da quello. Se lo perdo, troverò un'altra soluzione, magari una che al momento neanche mi viene in mente. E' una scelta mia e solo mia, ora, stare qui per un po'. Ed è una bella sensazione. 

E c'è anche un'altra sensazione piacevole, che mi scalda un pochino il cuore. 
Posso tornare a casa. Potrei farlo, se mi va. Potrei farlo tra un mese.


Lo potrei fare, anche se mi fa paura. Lo potrei fare anche se sarebbe illogico. Lo potrei fare anche se non avrebbe senso economicamente. Lo potrei fare, perché sono libera. Lo potrei fare, perché sono come sono, e il mio cuore sta invecchiando e dà valore a cose differenti rispetto a qualche anno fa. Al di là delle considerazioni logistiche normali... Lo potrei fare, se mi andasse, credo che ce la farei, a livello di cuore. 
Lo potrei fare, perché sono curiosa di vedere come e se andremmo d'accordo Milano ed io, che siamo tutte e due cambiate, e ora io non ho più paura dei fantasmi. 

Non ho più paura del fantasma di mio padre, non ho paura, se lo vedo che mi sorride in Galleria a Milano. Se mi ricordo di quando ero bambina, e lui mi portava con sé quando si faceva l'aperitivo, leggendo il Corriere e bevendosi un Campari, e a me comprava il Corriere dei Piccoli perché mi sentissi grande, e potessi esercitarmi leggendo la Pimpa, e mi faceva portare una minerale con dentro un ombrellino rosa da cocktail, e specificava al cameriere che doveva essere rosa, e il cameriere gli dava pure retta. 

Non ho paura, del fantasma di mio padre, non più. Sorrido, coi lucciconi ma sorrido, e per la prima volta da otto anni sento che Milano non è il posto dove è morto mio padre. E' casa mia, e poi è anche il posto dove quello è successo e dove sono successe altre cose brutte, ma anche cose belle. Ce l'ho fatta. Ed è questo, che M. ha sentito, in estate, parte di quello che lo ha fatto sbarellare. 
L'ha capito prima di me, e ha capito che non è giusto tenermi così tanto lontana per molto tempo, forzandomi la mano. Io lo sto capendo solo adesso che sono sola, e tranquilla, con il tempo per pensare.

Non so se lo farò, magari tornerò solo vicino a casa, invece. Ma... Perché no? Perché non prendere qualche mese da passare con mia madre, a godermi le cose che contano, invece che la fuffa di Bangkok, tra qualche tempo? Almeno adesso posso pensarci senza paura e tensione. E questa è una vittoria enorme. 
Ordunque. 

Il fattaccio è successo da tipo dieci giorni. Il soggetto, però, ha sgombrato il campo solo da tre, perché non lo si poteva mica mandare sotto un ponte, dopo che ha così gentilmente acconsentito a lasciarmi l'amato appartamento di Melrose Place. E' a Vienna, e io non mi sto assolutamente chiedendo se stia bene. Per niente.

Il mio umore fluttua, a seconda dei giorni, a seconda dei momenti del giorno. La mattina, come ogni volta che ho avuto problemi o agitazioni grosse, è il momento peggiore. Poi va a migliorare, e la sera ho addosso una pace inspiegabile. Forse la pace che ti viene dal riposarti dopo una grande stanchezza, e una relazione importante, bellissima, che ti ha cambiato la vita, ma che a volte ti risucchiava le energie come un Dissennatore di Harry Potter. 

Insomma. Io volevo reagire con l'ascetismo, ma siccome a Bangkok, ripeto, sono molto meno sola di quanto credessi, invece sto reagendo aderendo al culto di Bacco. Colombiani, argentini, spagnoli, francesi e italiani, tutti i miei amici di provenienza più latina e terrona, mi hanno detto: non fare solo yoga. Esci pure con noi a bere anche se costa troppo e a mangiarti intere mattonelle di brie, camembert e roquefort puzzolente, e fare la siéma con persone intelligenti. 

Sta funzionando abbastanza bene, anche se uscire ogni sera per del vino o quantomeno per una serata in compagnia sta iniziando a provare il mio corpo, che di solito ha come peccato principale il cioccolato o la Nutella, ma di certo non l'alcool. Io sono quella che è capace di ordinarsi il latte freddo col cacao fondente mentre tutti si ordinano il cocktail del tramonto, voglio dire. Ma in questo momento, accendere un cero a Bacco sta funzionando piuttosto bene.

Domani sera potrebbe essere la prima sera che finisco con lo stare a casa. Un po' ho paura di essere a casa da sola un sabato sera e di sentirmi sola, piccola e nera, e abbandonata come una Calimera poco più di un mese prima del mio compleanno. Per fortuna la parte di me che sdrammatizza continua ad essere forte e tosta, e non mi dò troppo al dramma, se riesco. Uno dei miei amici del cuore, N., che abita di malavoglia a Londra, mi ha detto che sta arrivando alla conclusione che noi milanesi in realtà abbiamo pure noi un po' di antipaticissimo stiff upper lip. Keep calm and carry on, praticamente.
Un po' è vero. Una parte di me vorrebbe fare una scenata tipo Anna Magnani. Ma proprio non mi viene.

In tutto ciò, durante il giorno ho due appuntamenti domani, buffi per quanto sono diversi. La mattina, mi darò alle botte da orbi. Un amico della mia francoamica C. è istruttore di Krav Maga, e domani andrò a un suo workshop, molto probabilmente. Io. A imparare a dare botte da orbi a chi mi rompe le palle. Io, che mi compro le tazze e gli asciugamani di Doraemon e faccio la raccolta punti di Rilakkuma da 7-11. Vado a Krav Maga. Chiaramente finirò col prenderle, ma va bene lo stesso. 


E poi, se sarò ancora viva e gli orari si combinano, andrò alla mia ex scuola di yoga che domani organizza un workshop pomeridiano sulla teoria dei chakra. Così rientro nel mio mondo, e magari imparo anche qualcosa che mi torna utile. 


Insomma, mi godo quello che per me è il lato positivo della globalizzazione: vivere in una città dove trovi dalla krav maga al qi gong, spesso gratis, a volte troppo cari, ma sempre molto facilmente. Sono cose che mi devo ricordare, perché sto cercando di fare pace con la città, e questo implica il viversela in modi solo miei, che fanno bene a me, senza che nessuno mi dica che sono una fricchettona perché voglio imparare dei chakra. 

Figuratevi che una piccola parte di me, che sono praticamente la cugina di Margherita Hack e rifuggo sempre tutto ciò che mi sa di religione organizzata, quella parte che ha letto Felice Per Quello Che Sei di Rossana Campo, vuole pure farsi una gita da quelli della Soka Gakkai a Bangkok. Conosco un paio di persone che vi sono legate e sono tutte persone con una bella testa e un buon cuore, importanti per me. Hai visto mai che questi qui aiutano pure una slandrona di sughero come me. Ma mi sa che per quello aspetto un attimo, che potrebbe essere un input un po' forte. 

Detto ciò, è quasi mezzanotte di venerdì, e io sono sveglia dalle 5:30, sono arrivata a casa da poco perché sono pure uscita per caffè e cena diretta dal lavoro. E' ora di spegnere tutto, computer e cervello, almeno. 
Ad ogni modo, sono viva. Soffro come una cagna a tratti, e a tratti so che ce la posso farcela. 
La mia amica turca, unica superstite della prima tornata di amici incontrata qui, mi ha fatto sapere qualche giorno fa che la sua ambasciata turca aveva organizzato una doppia proiezione di film turchi al Bangkok Art and Culture Centre, che è uno dei miei luoghi preferiti della città, e si trova dietro casa mia. Sono miracolosamente uscita dal lavoro in orario, un minuto dopo la fine del mio lavoro per contratto, e ho attraversato la città di corsa: a piedi, in motorino, in metro, di nuovo a piedi. Sono arrivata in tempo per vedere il film. Da sola, tranquilla, completamente immersa nel film, in terza fila come piace a me. 


Non sapevo cosa aspettarmi, ma mi sono trovata davanti l'attore di Hamam di Ferzan Özpetek e ho deciso che probabilmente la cosa mi sarebbe piaciuta. Infatti, nonostante il carico pesante di dramma e violini -- è sempre un film turco, ragazzi -- è stato così. 

Dopo il film ero d'accordo con E. di vederci dopo la seconda proiezione del film con lei e il suo nippomarito. Allora ho deciso di farmi una passeggiata, e prima di quello, di esplorare il BACC con calma, da sola, cosa che inspiegabilmente non ho fatto mai. 
Ho scoperto, dopo un anno e mezzo che vivo a pochi minuti di motorino dal BACC, che nel piano seminterrato c'è una piccola, bella, tranquillissima biblioteca di arte e design, gratuita per tutti, con aria condizionata e poltrone, e nessun costo di iscrizione.




Ad un altro piano, ho trovato un altro angolo di Turchia. 





E poi uno di Birmania. 



Quando sono uscita, ho preso il motorino verso casa, e sono andata allo Starbucks vicino a casa a farmi un caffè per rimanere sveglia abbastanza tempo per vedere E. e T., per poi tornare a piedi verso il BACC, e andarli a prendere. Ci siamo fatti una bella cena thai per poco, e poi siamo finiti in un posto pieno di studenti, anche quello nella mia zona, a bere birra ghiacciata con il temporale fuori.

Tutto ciò per condividere con voi l'esatto contrario della sensazione di inquietudine di fondo che ho di solito nell'ultimo mese e mezzo, quella sensazione di agitazione che fa sì che mi chieda quanto tempo abbia la voglia, o l'energia, di rimanere così lontana da tutto. 

Ieri, è stato il contrario. Ho bevuto il caffè nel giardino di Starbucks, guardando un po' il gatto di Starbucks -- vive lì, un gatto grigio con gli occhi verdi e la coda mozzata, un po' i fiori di frangipane, e un po' le nuvole pesanti che stavano decidendo se sfogarsi, finalmente, dopo giorni di afa, o no.

Ho pensato che, anche se è ovvio, in fin dei conti, la calma o ce l'hai dentro, o non ce l'hai. Non importa dove vivi, le ansie ti seguiranno ovunque, anche ai Tropici o nel grande Nord. Ieri le ho calmate, e ho passato qualche ora in cui Bangkok ed io siamo state di nuovo amiche. 
Per coloro di voi che mi seguono da poco, ho aggiornato la pagina della bio della Mente Debole.

Wikimedia Commons
La trovate qui. Con le figure geograficamente illustrative, perché la cosa comincia a farsi piuttosto complicata.
Tanti auguri, blogghe!

Ancora qui, nonostante sia stato impolverato, ignorato e tutto il resto, il blogghe è comunque sopravvissuto a 15 mesi di viaggio, un trasloco intercontinentale, e varie menate, seghe mentali e deliri per già tre anni.

Mica me n'ero accorta, io, ve lo dico.

Tra l'altro non so neanche quale sia il compleanno esatto del mio blog, perché il mio ottimo template attuale non mostra le date. Utilissimo. 

In ogni caso, se volete dare un'occhiata a come e perché ho cominciato questo blog (era luglio a Vienna, e faceva un tempo di merda, banalmente) potete guardare qui

Quasi quasi quando torno da Bali me li leggo pure io sti post vecchi, così mi ricordo di perché sono partita. Perché nonostante le madonne, ora che vivo in un posto più conservatore anche dell'Italia, rimpiango il menefreghismo viennese in fatto di stile. E' vero, poi a volte vedi certe donne che sembra che invece che al lavoro stiano andando a scalare il K2, ma hai molta meno pressione di essere phiga a Vienna che a Bangkok. E' anche vero che però qui è molto più facile essere femminile, perché fa caldo e quindi non mi si congelano i piedi ogni volta che metto le ballerine. A Vienna neanche lo possedevo, un paio di ballerine.

Vabbè, ogni posto ha i suoi pregi e difetti. Suonerà come uno stereotipo, ma è la pura e semplice verità. Devero.
Torno a girellare. 
Bali bellissima eh. Poi vi dirò. 
Allora: io sono anni, che lo vado dicendo. Sono anni, che dico che se il mio adorato professore di geografia, a scuola, non mi avesse dato da leggere Un Indovino Mi Disse, quando avevo quindici anni, la mia vita sarebbe stata tutta diversa. Forse avrei sposato un ragioniere di Buguggiate, invece che andare in Turchia, e incontrare un programmatore con tendenze anarchiche e mezzo vagabondo.

Ai miei piaceva viaggiare, e a volte, mi portavano con loro. In Messico, Brasile e Indonesia non mi avevano portato, e io mi ero legata così tanto la cosa al dito che poi mi hanno portato sempre, anche se costava di più. Però. Loro, giustamente, essendo una coppia di persone normali, con una figlia e dei lavori che li stancavano, giustamente quando andavano in gita volevano stare comodi e riposarsi e imparare cose del paese dove andavano, che è il motivo per cui mio padre ha sempre trovato delle straordinarie guide locali che ci spiegavano tutto lo spiegabile. Mi diceva, mio padre: meglio risparmiare su cose come i vestiti e le cose da casa, per investirli in libri e viaggi. Lo faccio ancora adesso.

Quindi partivo da una base di gita, comunque, rispetto a tanti altri che ogni anno andavano in Calabria a trovare il nonno o sempre nello stesso stabilimento a Milano Marittima. Io a volte li invidiavo, quelli, perché loro avevano amici per l'estate e io no, però ora non li invidio più. Perché io vivevo un sacco di avventure in posti dove non capivo bene la lingua. Scoprivo che in Corsica c'era un deserto e che si può bere l'acqua di fiume, subivo le avances scherzose di un cameriere che mi ha servito il mio primo cous cous a Parigi, mangiavo pesce pescato dai nostri vicini su uno scoglio nel Dodecanneso, e a volte finivo a dormire in macchina nella brughiera scozzese con i miei (erano diventati più avventurosi con l'età, non meno, e a un certo punto hanno deciso che le prenotazioni alberghiere erano sopravvalutate.)

E quindi: che c'entrano i signori Tiziano ed Angela Terzani?

Molto.

Perché lui mi ha dato una spinta enorme nella curiosità verso l'Asia. Ho iniziato con quel libro, e poi li ho letti tutti. Ho letto di come viaggiava con i mezzi pubblici, di come parlava con le persone, di come mangiava solo cose del posto, e ho notato che, pensa un po', era ancora vivo e senza malattie tremende nello stomaco. Quindi, mi sono detta: se può farlo lui, posso anche io. E' a causa di quel che ha scritto lui che volevo vedere Melaka e i suoi fantasmi, in Malaysia. E' per le sue parole, che voglio andare in India, in Cina, anche se so che quello che vedrò io è lontano anni luce da quel che ha visto lui. Il suo libro sulla Cambogia è, per quanto possa esserlo un libro che parla di un genocidio, magnifico. Andrebbe letto da chiunque sta per andare lì, per capire bene il livello di orrore passato da quella gente. 

Il fatto è che negli ultimi sei mesi ho anche letto (sto leggendo ora quello sulla Cina) i due libri scritti dalla moglie, Angela. Ecco: sono capitati nel momento perfetto della mia vita. Perché è veramente una donna forte, lei. Ha tirato su due bambini, girando il mondo e senza cadere nella trappola della moglie "a rimorchio". Ha tratto vantaggio dal seguire suo marito, invece che annoiarsi e fare la dama di beneficenza, ha imparato, ha letto, ha scritto, ha incontrato persone e ha fatto domande, e ha tenuto questi diari bellissimi. Vorrei tanto che pubblicasse anche quelli della Thailandia, quelli dell'India, perché per me, in questo momento della mia vita, sono quasi più interessanti di qualsiasi cosa che abbia scritto Tiziano Terzani. 

foto: Fondazione Baracchi
E' una sorta di mentore mentale, come lo sono tante donne più grandi di me, e con esperienze di scampanamento e radici aeree come sta succedendo a me. Io voglio molto bene a mia madre, ma in questo purtroppo non mi può capire. Adora sentire i miei racconti della mia vita qui... Ma non verrà mai a trovarmi, non so se mi spiego. 

E' per questo che amo così tanto i libri di Angela Terzani Staude, è per questo che a volte mi piace parlare con donne che sono più grandi di me, e che però hanno una testa e un vissuto più simili ai miei. Il libro autobiografico di Isabel Allende è lì che aspetta per lo stesso motivo, anche se nel suo caso lo sradicamento non è stata una scelta, in realtà, quindi è molto diverso.

Ieri ho letto un passaggio, nel libro sulla Cina della signora Angela, che mi ha colpito così tanto che quella pagina ha una tripla orecchia, ora. Ve lo scrivo. 
Ho parlato con Firenze. [...] Non volevo telefonare. Questo spiraglio che d'un tratto si apre su un mondo lontano mi turba sempre. Per un attimo pare di toccarsi con la mano, la voce nell'orecchio illude, le parole richiamano immagini familiari: il settembre toscano, la luce sulla campagna dorata. E subito lo spiraglio silla Toscana si richiude. Trovarsi sempre lontani da chi ci conosce, ricominciare sempre daccapo a cercare un simile, questa è la nostra vita. C'è voluttà nel distacco e una grande aspettativa nell'arrivare a una nuova meta, che però è inappagabile sul piano umano. Abbiamo scelto una vita nella quale niente diviene consueto e familiare, una vita senza riti, come le visite ai parenti o il pranzo di Natale. E' il prezzo che paghiamo. Ogni giorno apriamo gli occhi su un mondo nuovo e facciamo della meraviglia il nostro mestiere.
Ecco. Appunto. 
Poi mi dico che le mie amiche a Vienna, che mi mancano così tanto ora, non le avrei conosciute, se non fossi mai partita... Però. Però. 
Vi scrivo dal mio balcone. Il mio balcone è piccolo, ma io lo amo tanto. Lo amo come amavo il mio balcone di Milano - neanche lui era tanto grande, ma io e la mia famiglia ci passavamo un sacco di tempo. Dava sul giardino del condominio, quindi era tranquillo. Noi mettevamo fuori tre sedie pieghevoli, e passavamo le serate a chiacchierare, quando ero più grande anche fino a molto tardi. Una delle foto che mi piacciono di mio padre, che mi sono rimaste, è una delle prime che ho fatto in digitale, ed è lui, con aria meditabonda, sul balcone. 

Ecco, io i balconi e i terrazzi, li adoro. Mi piace da matti questo essere fuori e dentro casa allo stesso tempo. Non ho mai avuto un giardino, quindi non posso dire di amare i giardini come amo i balconi. A Vienna e Istanbul non avevo un balcone, e mi mancava da matti. A Istanbul, rimediavo passando la maggior parte del tempo buttata da qualche parte vicino al Bosforo, e quindi riuscivo a mettere una toppa. A Vienna, lavoravo assai, quindi non avevo il tempo di rimediare - e non avete idea di quanto ne soffrissi. Questa cosa del balcone, tra parentesi, la capisci solo se cresci con un balcone e poi ti ritrovi senza: quindi è un concetto che a mezza Europa manca. 

Comunque.

Sono sul mio balcone bangkokiano, che dà sul cortiletto interno di Melrose Place. 

Sento: il fischio lontano del treno per l'aeroporto che sta passando in questo momento. O forse quello per il nord, uno dei due. Sento: il ronzio dell'aria condizionata di due degli appartamenti vicino al mio. Sento: rumore di traffico, per fortuna in lontananza, come un rumore bianco. Sento: uno dei vicini che sta suonando il piano (o l'amico austriaco di M, o quell'altro che non ho ancora identificato.) Sento: un rumore di televisione, non molto alto. Sento: le cicale. Tantissime. La sera, e ancora di più all'alba e al tramonto, sembra di stare nella giungla, anzi no, che nella giungla senti ben più delle cicale. Sento: rumore di posate di qualcuno che mangia tardi. Forse il signore argentino che sta pensando di mangiare presto?

Vedo: gli abiti stesi ad asciugare dalle signore delle pulizie, quelli che non si sono ancora asciugati in giornata, quindi pochissimi. Le ombre della nuova coppia dei nostri vicini, lui giapponese, lei tedesca, con bimbina carina e quieta, muoversi dietro le tende del loro appartamento. Sei piante di oleandro, numerose piante verdi, un paio di palmette. Due pneumatici contro il muro, che servono a fermare le auto quando parcheggiano, ma con cui giocano anche i bambini del palazzo. Non vedo molto altro, oltre al tavolino su cui appoggio le gambe, l'altra sedia sul mio balcone, la cima del palazzone che sovrasta Melrose Place, e un bel tocco di cielo, che non è blu ma violetto, come accade  spesso nelle grandi città molto illuminate. 

Amo, adoro Melrose Place e il mio appartamento. Davvero. Finalmente ho di nuovo una casa. Questa casa la amo come non ho mai amato quella di Vienna. La amo come la mia casina dal parquet scricchiolante a Istanbul, che era il mio guscio di calma, insieme al coinqui curdo che mi faceva da fratello maggiore. Adoro tornare a casa e camminare nel mio vicolo, riconoscendo tutti i gatti che lo abitano e che scappano come dei ninja. Amo riconoscere il vecchietto scampanato che vedo alle sei del mattino, appena sveglio, coi pantaloni da pescatore arancioni, che fa gli esercizi per le spalle, da bravo vecchino asiatico. Amo il signore di mezza età, panzone, probabilmente di origine cinese, che lava i piatti del bugigattolo all'angolo, sigaretta in bocca, e mi saluta ogni volta che passo: anche quando passo sette o otto volte al giorno, lui mi sorride e mi saluta. Amo addentrarmi nel vicolo e sentire il traffico sparire, vedere gli alberi spuntare dai cancelli, le buganvillee pendere dai rami, i fiori di frangipane sparsi a terra sotto un albero particolarmente grande. Il vecchietto della zuppa, anche se ha il grugno. Le guardie della casa, che dormono, giocano a dama, leggono il giornale, mangiano, e in generale sembrano molto meno necessarie dei loro colleghi sudamericani (deo gratias). Amo sentire gli uccellini, che sia abbastanza silenzioso da sentire il fruscio delle palme vicino alla finestra della camera da letto, che la mattina a volte vedo gli scoiattoli rincorrersi tra i rami... E che camminando trecento metri, ritrovo una città pulsante e vitale, se mi va. Ma se non voglio, posso rifugiarmi a casa mia. Meraviglia. 

E' una bella giornata, oggi. Sono stanchissima perché sono tornata al lavoro dopo la malattia, ma i bambini sono stati bravi e tranquilli, oggi, e in più, sono anche stata pagata, che è una gran figata dopo non aver lavorato per così tanto. Sono fiera e perplessa di quanto sono sveglia, se penso che questa mattina sono emersa dal sonno alle cinque e mezza, prima della sveglia.

Vi lascio con una diapositiva esplicativa di uno dei motivi per cui i thai mi stanno simpatici: perché anche se ci hai trent'anni suonati, ti servono il curry con il riso in questa forma:

Come si fa a non amarli, almeno un po'?
Rieccomi.

Allora, come sapranno tutti quelli che hanno traslocato almeno una volta nella vita, anche senza cambiare città, il primo giorno in cui ci si sveglia nella casa nuova è sempre speciale. Ne avevo già parlato qualche tempo fa, dei miei primi giorni in altre case.

Il primo giorno da sola, qui, è stato il primo che mi è sembrato reale: il primo weekend a Bangkok, infatti, è stato un weekend lungo. Sono stata in giro con M. tutto il weekend e mi sembrava di essere ancora in vacanza. 

Lunedì scorso, quindi, è stato il mio vero primo giorno. Mi sono svegliata, ancora con un pochino di jet-lag, e sono stata presa da un momento di vertigine a pensare a quanto sono lontana dalla mia famiglia. Meno di quando ero in Cile, che è stata la volta in cui mi sono davvero sentita alla fine del mondo... Ma la differenza è che stavolta, non sono di passaggio. Insomma, mi sono svegliata, e dopo la vertigine mi sono detta: ho una casa. Che è una cosa che non mi capitava da tanto. 

Ed ecco a voi, Melrose Place. 

Mi sono goduta il lettone, ed ho iniziato a cercare di percepire come fosse diversa, questa casa, da quelle che l'hanno preceduta. 
La prima cosa è che questa casa è aperta al mondo. Cioè: fa caldo, quindi non sei blindato in casa coi doppi vetri come lo ero a Vienna. Tra me e il mondo esterno, solo zanzariere. La seconda cosa che ho notato, è che a causa dell'apertura, ci sono molti più rumori esterni che a Vienna, cosa che a me non disturba, perché abitiamo in un vicoletto tranquillo. Nel vicolo, ogni giorno c'è un vecchietto che fa un'ottima noodle soup da mangiare appollaiati sullo sgabello, e uscendo sulla strada principale, è un'esplosione di cibo di strada: frutta già tagliata, succhi, caffè e tè freddo, spiedini di ogni tipo e genere, riso saltato in vari modi, e non solo. Ci sono anche calzolai, sarti con le macchine da cucire all'aperto, vecchiette che vendono biglietti della lotteria, e un paio di signore che fabbricano quelle profumatissime ghirlande di gelsomino da mettere sulle case degli spiriti. (Dopo vi spiego.)

Il nostro soi (vicolo)

I rumori che sento sono uccelli di vario genere, le signore delle pulizie affaccendate in cortile, nel pomeriggio, spesso due bimbini che giocano (uno giapponese e uno euro-thai, con gli occhi a mandorla, E i riccioli rossi, bellissimo), il frusciare della palma fuori dalla camera da letto, i gechi che fanno suoni da gechi -- pensate al suono di una ventosa che si stacca tante volte in sequenza. A volte, i gechi entrano in casa, ma a me piace averli sul muro... Mangiano le zanzare, e si dice che portino fortuna. Mi sono sempre piaciuti, i gechi. A volte, nel cortile, c'è anche altra fauna locale:

Berta la lumaca

Anche la vecchia casa di Vienna dava sul cortile, ma ho sempre detto che era un cortile che non mi piaceva. Non c'era mai nessuno, nessuno lo usava. Era il retro di quattro o cinque case che si incontravano, con dei muri nel mezzo. L'unica vita che c'era era la ricca coppia col terrazzo, che aveva orari di lavoro matti (mi ero convinta che lavorassero a teatro, spesso sembrava leggessero copioni) e le bandierine nepalesi sospese sopra la testa. A parte loro, era solo una rimessa. Questo cortile, invece, è pieno di vita. Sento le persone parlare in thai quasi tutto il giorno, poi a volte sento parlare inglese, francese, spagnolo, giapponese, e allora lì so che sono i vicini che vanno e vengono. Ho anche un balcone, che è un'altra cosa che dell'Italia mi mancava... Diciamo che essere qui, ora, è un po' come a Milano a luglio. Tutto aperto, si sentono tutti i rumori del mondo, il che per una come me va bene, perché mi sento meno isolata, blindata e sola, finché non ho lavoro. La mattina, il cortile è come un alveare. Nel pomeriggio, molte delle signore finiscono di lavorare, e tutto si calma. Allora, se sono a casa, esco sul balcone a godermi il silenzio, gli uccellini, la vista degli oleandri rosa sul balcone della famiglia giapponese.

E' stata una botta di culo, che a novembre ci abbia ospitato l'amico austriaco di M che vive qui... All'epoca avevo pensato che se dovessimo davvero trasferirci in questa città, avrei voluto vivere qui. Ha carattere, è un po' vintage, ma a me piace molto più di tutte le gigantesche torri di acciaio e vetro che vanno di moda qui. E poi, il nostro appartamento è gigantesco: sono almeno 90mq, mai vissuto in così tanto spazio da che ho lasciato la casa di famiglia. 

Vi lascio con la mia cosa preferita di tutto il complesso: la casa degli spiriti. Leggetene di più qui, se non sapete di che parlo (in inglese.) Chi di voi è stato in vacanza in Thailandia, specie fuori da Bangkok, le avrà viste dappertutto. Ogni volta che rientro quando è buio, ci sono le lucine accese. La casa degli spiriti è lì per evitare che questi diano fastidio o scomodino chi abita nella casa... A me piace tantissimo pensare che, se lo spirito del mio babbo è ancora da qualche parte, come credono qui, allora che venga a farsi un giro a casa mia, che mi venga a trovare. Almeno, lui, non deve prendere l'aereo... Guardare questa casina mi fa sempre pensare a lui, quando torno a casa, ma in maniera serena. Mi fa sorridere. 

La nostra san phra phum

Ora vi lascio, che devo cucinare: abbiamo la prima cena, stasera, e iniziamo in grande: in arrivo dodici persone, tra cui un genio della cucina thailandese. Mi sento un poco sotto pressione.

PS: lunedì mattina ho il primo colloquio di lavoro... Incrociate l'incrociabile per me, vi prego!