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Da Facebook: un amico ha apprezzato molto la mia reazione a questo commento letto oggi sulla Gazzetta nel meritato cazzeggio pomeridiano: 
L'Uruguay ha subito il nostro palleggio ma quando ripartivano lo facevano con una velocità impressionante. Il nostro calcio non produce questi giocatori e devi inventarti qualcosa di diverso. La riflessione sul calcio italiano è ampia.
La misurata, e apprezzata, reazione della vostra beneamata, che guarda da lontano e in fin dei conti ora tiene Uruguay comunque, seguito da Cile ed Argentina:
Bello essere apprezzate. 
Hai visto mai che torno a vivere in Italia. Calci nel culo, niente gnocca e una muta di pitbull, più qualche militare thailandese, saranno la mia ricetta. E ovviamente: 'taca la bala! Come diceva il mitico Helenio Herrera. Che tra l'altro sembra un personaggio uscito dai fumetti di Mafalda, con quella faccia. E che chiaramente sapeva quel che faceva, guardate quante coppe tiene in braccio, voglio dire. 


L'arbitro ha rovinato tutto? Ma se si è paracarri da sé, l'arbitro non serve.


Eccomi, rieccomi. Lo so che non mi faccio viva decentemente da tempo immemore, ed è perché sono successe un paio di cosine dopo il viaggio. Semi-programmate, eh, ciononostante abbastanza sconvolgenti.
Voi siete rimasti al treno che mi portava a Vienna, no? Vi aggiorno.


Budapest è stata fantastica, come lo è sempre con quel matto di P. Siamo andati alle terme ottomane; abbiamo cenato da Koleves (famoso ristorantino da bobo nel cuore della parte cool di Budapest) e constatato che è peggiorato; abbiamo mangiato i salumi italiani con il suo uomo che mi ha informato sugli sviluppi (pessimi) dell'Ungheria mentre me n'ero andata. Abbiamo passeggiato, abbiamo parlato e fatto e disfatto il mondo e parlato di come è difficile crescere, soprattutto quando cresci insieme a qualcun altro. Ho passeggiato, fatto foto, mi sono gustata l'atmosfera dell'Europa mitt-orientale in cui ho vissuto, e che ora mi sembra quasi esotica. Ho bevuto molti caffè e camminato pensando a quello che mi aspettava, mentre P. lavorava. Sono andata a vedere Mephisto di Klaus Mann a teatro, in ungherese, e ho capito appieno che se gli attori sono bravi, l'Arte è una cosa potentissima anche se non capisci razionalmente quel che ti viene detto (davvero, è stato magnifico, come non avrei mai pensato.)
P. ha preso abbastanza con filosofia la notizia che, dopotutto, non sarei tornata a vivere a tre ore di treno da lui, ma a varie ore d'aereo, invece. Dobbiamo riabituarci a stare lontani, come quando lui era ancora a Istanbul. Mi manca, sapere che quando ho bisogno di staccare posso scappare da lui.


A Vienna, ci sono rimasta per poco più di dieci giorni. E' stato strano, e bello, tornarci. Non me lo aspettavo, ma mi sono sentita a casa, come a Milano, ma in maniera diversa.

A Milano, il sentirsi a casa è piì viscerale, dovuto al fatto che chi è rimasto, lì, per me, è gente che mi conosce da molti anni e che mi ha visto in varie versioni, attraversare altri momenti di transizione e cambiamento, ma anche cazzona ventenne e incosciente. Milano è la casa della panza.
Alla fine, come dice sempre una cara amica, una città è fatta delle persone che incontri, e io, in effetti, a Vienna, di gente buona e che mi è cara ne ho incontrata un po'. Non una folla sterminata... Ma quelli che ci sono contano, molto, e quando sono arrivata lì, dopo quasi un anno e mezzo che non mi vedevano, è stato come tornare a casa.
Che è una bella sensazione.
Che mi fa capire in maniera definitiva, chiara, e sicura, che se vivi come me non puoi limitare la tua idea di casa ad un solo luogo fisico, perché ti farà male farlo.

Casa vuol dire molte cose.


Anche Istanbul lo è, lo è stata di nuovo, sulla via di dove sono ora. Ci ho passato poche ore, con le mie prime due amiche istanbuliote, ed è stato come se non fossi mai partita, come se vivessi ancora a Beyoğlu e fossimo uscite insieme dopo il lavoro, a parlare di uomini, delle nostre cose e vite e libri e musica in una meyhane (osteria), chiacchiere di femmine annaffiate di vino e affiancate dalle meze, i loro splendidi antipastini ottomani, con la musica e la gente che parla forte e il cameriere gentile che porta montagne di pane e ci dice, datemi la macchinetta che vi faccio una foto, che siete tanto contente insieme.


A Vienna, mi sono sentita a casa perché capivo la lingua, perché sapevo dove trovare le cose che mi servivano e sapevo come farle, perché in fin dei conti, è a Vienna che ho avuto la mia vita quotidiana per tre anni, con tutto il bene e il male che ne vengono, la noia, lo stress, la stanchezza, ma anche quei caffè con le amiche che ti danno una botta di vita e che spazzano via tutta la negatività, perché sei con quella che è tanto diversa da te eppure è come la tua sorellina, perché sei con quell'amica che ha bambini e problemi così diversi dai tuoi, eppure ti ascolta e ti capisce e ti dice: è normale. Starai bene. O l'amica che ha i lucciconi ogni volta che pensa che vai via, ma cerca di non mostrartelo perché sa già che sei in sbattimento di tuo e non vuole aggiungere peso alla cosa, anche se sei stata la sua prima amica in città e le mancherai, e ti accoglie nella sua casetta per ridarti la moka di cui si è presa cura mentre eri via.
Ho visto com'è cambiata, Vienna (sta divenendo sempre più cara, purtroppo) e dove è rimasta uguale (è una città che funziona, non ci sono santi. Se vi piacciono le cose che funzionano, ma senza il rigore eccessivo che hanno più a nord, Vienna fa per voi. Datevi tempo, e anche voi noterete la cialtroneria sana di cui sto parlando.)

Quello che è stato meno bello a Vienna, è stato che molte persone le ho viste per dirgli ciao e arrivederci, allo stesso tempo. A molti non avevo neanche detto che non sarei rimasta... Perché anche io l'ho deciso veramente all'ultimo. Gli ultimi mesi sono stati abbastanza duri a livello emotivo, devo dire, mi sto riprendendo adesso che ho problemi concreti da risolvere, tipo trovare lavoro.
A Vienna ho passato dei (freddissimi) giorni con facce amiche e portando pesi di qua e di là, buttando cose che avevo conservato per quando sarei tornata, regalandone altre, lasciandone altre a casa delle facce amiche di cui sopra, che per fortuna sono anche Spazi Amici dove lasciare gli scatoli. E se vado avanti di questo passo, avrò scatole e scatoloni in ogni continente.


Poi, tornata a Milano (la foto qui non è mia! Devo rintracciare i credits perché è bellerrima) ho passato gli ultimi giorni seminascosta perché volevo stare con la mamma, vedendo solo quelli che si erano ricordati che sarei ripassata a febbraio, per distrarmi (grazie, M.) e per prepararmi psicologicamente all'ennesimo salto nel buio (grazie, I. ed F., vi pago appena trovo lavoro.) E' stato bello restare così a lungo, ho avuto il tempo di rivedere quasi tutte le persone a cui tenevo... Quasi. Tranne quelle che a Milano non ci vivono, né ci vengono spesso, purtroppo.

Lo ammetto... Non è che ne avessi molta voglia, di fare qualcosa di difficile, ora soprattutto a livello di lavoro, dopo 15 mesi a spasso con lo zainetto e meno soldi in tasca di un anno e mezzo fa. Quando ormai mi ero decisa, e a Vienna mi sono resa conto di quanto rapidamente avrei ricominciato a lavorare, ho pregato fortemente di non stare facendo una grande minchiata, perché a volte, quella di trasferirmi in un luogo dove non ho contatti professionali, quando ne avrei uno dove mi lanciano il lavoro addosso perché sanno che sono brava e voglio lavorare, ecco, diciamo che non sembra proprio una decisione responsabile.

Però, nessuno vive isolato, e se si sta con qualcuno, si deve cercare di lavorare in una direzione che renda felici entrambi. Non tornare a Vienna è stata la mia parte in questo lavoro, ecco. Il secondo motivo per cui ho acconsentito a non tornare a Vienna è che mi piace, ma non abbastanza da dire, in una discussione accesa, io voglio assolutissimamente tornare là, tipo voglio fortissimamente voglio. Lo volevo... Ma non abbastanza fortemente. Dato che non mi sento così, vale la pena allora tentare di fare altro, finché siamo giovani, scemi e irresponsabili, e soprattutto finché io avrò l'energia di farmi uno sbattimento del genere ogni pochi anni. 

Il terzo motivo, per cui non sono tornata a Vienna, è che mi sono resa conto che ci sarei tornata anche per paura, almeno in parte (l'altra parte era che volevo tanto riavere le mie amiche con me.) E ogni volta che ho vinto la paura (prima di Istanbul e prima del Nepal, ad esempio) mi sono successe grandi cose. Quindi, respiro profondo, calma e gesso, e andiamo. Armiamoci, e partiamo.


Ora, vi chiederete, voi tre gatti pazienti che siete rimasti a leggere questo blog che sto trascurando, perché sono troppo in sbattimento per scrivere la maggior parte del tempo: ma dov'è andata mai, a vivere, questa sciroccata?

E' molto più divertente se lo indovinate voi. (Lettori che già sanno, si astengano dal rispondere e rovinare il divertimento agli altri, eh!) Vi do qualche indizio.

1) E' lontano. Molto. Tipo che quando ci penso a quanto sono lontana dall'Europa e dalla famigghia e da P. a Budapest, mi viene un secondo di vertigine.

2) E' una città grande. Molto. Più di Vienna, meno di Istanbul.

3) E' una città che provoca pareri contrastanti.

4) Nella mia mente, è il paese dove ti accolgono i poliziotti in divisa stretch, che a me ha sempre fatto molto ridere, dato che appena appena hai un po' di panza, il tuo ruolo intimidatorio va un po' a farsi benedire.

5) E' una grossa destinazione turistica.

6) E' (insieme al resto del paese) famosa per il suo cibo: buono, sano, piccante.

7) E' in una zona del mondo che amo molto e che è il motivo per cui ho pensato di potercela fare anche se la famigghia sta a 12h d'aereo (calma...)

8) Posso andare in splendidi posti sia di mare che di montagna senza uscire dal paese.

9) E' sui giornali in questi giorni (tranquilli che io sto lontana dalla zona d'azione perché ho un bellissimo appartamento con balcone e tutto.)

10) Il tempo è molto, molto migliore che a Vienna. O che a Milano. O che a Istanbul.

11) Ci sono i gelsomini, gli oleandri e le bouganville, nel giardino del nostro condominio (che per chi è cresciuto negli anni 90 come me, ricorda tantissimo il trashissimo condominio di Melrose Place.) Fuori dalla finestra di camera mia, c'è una palma. Cioè: fa proprio un cazzo di caldo, ragazzi. Io sono felice come una pasqua, dal punto di vista termico. Finita l'epoca della tenuta da granatiera viennese!

Indovinate?  

Nei prossimi giorni un altro indizio, visuale, magari. 
Avete mai sentito parlare della teoria del Terzo Spazio? 
Riassumendo in soldoni, la teoria dice che un Terzo Spazio è uno spazio aperto a tutti, accessibile, che non sia la tua casa e neanche il tuo posto di lavoro. Ma che non sia neanche la casa di qualcun altro. Un posto, insomma, dove puoi andare a passare il tuo tempo libero, da solo o con altri, rilassato e tranquillo, via dall'isolamento delle quattro mura di casa tua. 
La teoria ha risvolti cervellotici e sociologici che vi risparmio, se volete saperne di più guardate qui (link in inglese, con ridirezione al francese, se vi serve.)

Bene, come donna frilèns, che il massimo che ha avuto nella vita è un tavolo part-time in un ufficio di scuola, e che ha tanti tempi morti durante la giornata, io sono sempre a caccia di Terzi Posti piacevoli (che nel mio caso sono pure Secondi Posti, dato che di ufficio neanche l'ombra, e va bene così.) 

A Milano, non ci lavoro, come sapete. Sono di passaggio, nella mia città natale. Però mi piace sempre esplorare, e grazie all'incontro con una lettrice (ciao B.!! Lo so che stai leggendo) l'altro giorno ho scoperto Il Bistrò del Tempo Ritrovato, nella zona Parco Solari, a Milano. La cosa buffa è che ho abitato in questa zona nel 2009, ma per qualche motivo non passavo mai davanti a quest'angolo di strada, vicino al quale vivono due miei cari amici... Ma solo da dopo che ho lasciato la città. E quindi, il Bistrò, fino ad ora, me lo ero perso. 

Ma è carinissimo. E' uno di quei caffè che in Italia, in generale, mancano un po': posti dove ti prendi un caffè, ti siedi con un libercolo, e nessuno ti viene a chiedere se vuoi ordinare altro, o a romperti in generale, se sei assorto nella lettura. Tanto per cominciare, hanno citazioni di Borges sul muro, che è sempre una buona cosa.

Foto: Bistrò del Tempo Ritrovato

Hanno anche un bancone con delle torte dall'aspetto invitante. Torte che sanno di casa, intendo. Torte simpatiche.

Foto: Caterina Zanzi per Nuok.it

Ci sono andata, e ci ho passato un paio d'ore in compagnia, e sono stata benissimo. Magari sta cambiando, Milano, ma tenete conto che io era da un anno e mezzo che non venivo qui, quasi, dunque non sono aggiornata su cosa c'è in città. Anzi, se conoscete posti simili, vi prego, aggiungeteli nei commenti, che in una turbo-città come Milano, servono questi punti di riferimento!

Il bistrò è semplicemente un piccolo caffè-libreria gestito con molto amore dai proprietari, con pochi, selezionati libri in vendita. Niente luci forti, niente stress, il nome, ragazzi, è tutto un programma. J'adore, per dirla in maniera fastidiosa.

Di sicuro avrò il tempo di tornarci. Quando fuori c'è il coperchio grigio acciaio dell'inverno milanese, fa troppo freddo per passeggiare senza meta, tutti sono al lavoro, e tu non sai cosa fare perché sei in gita e sfaccendata, rifugiarsi a ritrovare un po' di tempo con qualcosa di caldo, e un bel libro, è la cosa giusta da fare. Il bello di leggere in un caffè è che se ti stufi puoi guardare la gente: quella dentro il caffè, e quella che passa per strada (quindi prendete un tavolo vicino alla vetrata. Ce n'è uno con due poltroncine: andate lì!)

Foto: Bistrò del Tempo Ritrovato

Io, intanto, tra pochi giorni parto per Budapest. Inizio ad essere in fibrillazione. O agitazione, a seconda dei giorni.
Per fortuna al Bistrò hanno anche una citazione ad hoc di Ernest (Hemingway) per la mia situazione attuale...

Foto: Caterina Zanzi per Nuok.it

Om. Om. Om. Grazie Ernest. Terrò a mente nei momenti di crisi.
Cioè: non proprio da sola. Anzi. Sono a Milano, dopotutto. 

Il cielo su Milano è stato bello, azzurro, qualche giorno fa, con dei bei tramonti sulle Alpi... Ma io ero malata (credo sia lo shock termico Sri Lanka-Italia.) Ora che sto bene... Beh, è grigio bigio. Quindi io guardo fuori, e penso a dove sono stata: 

Inle, Birmania (foto mia)
No. Non sono proprio da sola.
C'è la Sacra Genitrice. 
Ci sono le mie due amiche care (ciao M! Lo so che leggi ma non commenti!) che mi sono venute a trovare oggi e hanno apprezzato il mate argentino. Brave. 
Ci sono gli amici che vedo dopodomani, quello che vado a trovare lunedì e tante altre persone.

Ma non c'è M. L'Asburgico è tornato in Asburgia - lo so che non si dice così, vabbè dai - a vedere la sua Familie e i suoi amici e Vienna, prima di me. Così ognuno ha qualche settimana dove andare in libreria per ore, o al cinema, senza che l'altro si annoi per ragioni linguistiche, insomma, fare quel che ci pare, da soli. 
Ed è questa la cosa bizzarra: io, da sola, senza l'Asburgico, sono 15 mesi che non ci sto. Mi fa strano non averlo intorno. Il periodo più lungo che abbiamo passato separati negli ultimi 15 mesi sono state circa dieci ore a Oaxaca, Messico, perché io ero malata e gli ho detto di non rinunciare alla gitarella che avevamo organizzato, e poi lui ha passato la giornata con un giapponese.  
Quindi ieri lo abbiamo portato in aeroporto, e poi siamo tornate qui, la Mater è uscita, e io sono rimasta in casa. Da sola. Col silenzio. Ho resistito circa un'ora e poi sono uscita anche io. 

Certo è questione di abitudine, all'inizio del viaggio era anche inusuale avercelo sempre intorno, M., quindi alla fine quello che sembra strano è quello che succede raramente, lo so. Però è disorientante, ecco. Ieri ero di un umore strano, non necessariamente buono, pensieroso.

Oggi va meglio. Sono uscita, ho visto il fratello del mio babbo e abbiamo mangiato sushi e abbiamo riso tanto, poi ho avuto da fare in centro, ho incontrato un'impiegata di Turkish Airlines così gentile che mi ha fatto pensare che quello che voglio fare cominci sotto buoni auspici, e poi sono tornata a casa. Al  mio ritorno, due amiche mi aspettavano. 

E. ed M., amiche dalle superiori, E. da quando avevamo 16 anni. Lei praticamente accasata ormai, con una casa di proprietà; M. ormai mamma: ci siamo abbracciate, e E. mi ha detto: non ci credo che non ci vediamo da agosto 2012! Mi sembra di averti salutato l'altro giorno! Io le ho detto che questo è il segno delle amicizie salde, di quelle che durano, e lo credo davvero.

Avere amiche come loro, come I. che ho visto quando ero ancora sconvolta dal jet-lag e dallo shock termico, avere amiche come loro è quello che mi conforta quando mi sento incerta, dubbiosa, o ansiosa, come ieri. Io sono via da quattro anni, eppure loro ci sono ancora. Meno male. 
Sono queste le parole che mi vengono in mente, quelle nel titolo.
È stato facile, tornare a casa. Ci hanno cambiato di volo e siamo finiti su un volo Qatar mezzo vuoto, con servizio eccellente, e io stravaccata mi sono guardata Harry ti Presento Sally e una commedia francese. Guardare Harry ti Presento Sally da adulta è stato geniale: Nora Ephron era una grande, davvero. Perché io a volte mi sento come la Sally anche se un uomo ce l'ho... Per altre ragioni, ecco!
Siamo arrivati a Malpensa. Per la prima volta in molti anni, ho aspettato meno di quaranta minuti perché arrivasse il bagaglio.

Ho parlato e sto parlando tanto, tanto italiano. I primi due giorni, facevo fatica, e la gente lo notava, e lo trovava buffo. Ora sta ingranando di nuovo.
Ieri è stata una settimana che sono qui, e oggi vedo per la prima volta il sole (grazie, signore, o chi per lei.)

Mia nonna è triste perché ha un braccio rotto; mia madre è stressata perché si deve prendere cura di lei e ha meno tempo di quel che credeva per stare con me; mio cugino si sta per laureare, e io mi chiedo cosa gli succederà una volta che starà cercando lavoro in questa gabbia di matti; l'altro cugino, il fratello maggiore, è diventato papà e ha un bambino gorgogliante e felice, dai grandi occhi nocciola, come suo padre e come suo zio. La moglie cerca lavoro, non lo trova, sono preoccupati.
Storie italiane, no? Storie di famiglie legate, legatissime, quasi troppo legate, a mio avviso, e di soldi che mancano, o lavoro che manca, e di arrabbiature in serie.

Che dire. Io vorrei davvero vedere e sentire cose diverse, quando vengo qui. Ma non cambia. Un anno e mezzo quasi, che non vengo qui, e la gente è ancora arrabbiata, frustrata, preoccupata, forse ancora più di un anno fa. 
Alcuni amici miei resistono risolutamente e cercano di non farsi acchiappare da questa carogna che è sulle spalle di tutti, no? Ma quando gli fai domande più specifiche, vedi che anche loro, i più solari, i più forti, i più agguerriti, iniziano ad essere stanchi. Gli si annebbiano un po' gli occhi, e ti dicono: raccontami del tuo viaggio, invece, dài. 
L'altro giorno ho visto N., l'amico "londinese" che da qualche mese londinese non è più: dopo un intermezzo berlinese, ora va a vivere nel deserto. Lui è di Verona, ci siamo visti al volo prima del suo ritorno in Veneto, e lui ed io, come sempre, ci troviamo a pensare e vedere ed avere esperienze molto, molto simili. Esperienze e sensazioni che ti fanno essere contento, tutto sommato, di essere qui solo di passaggio.

Io sono di passaggio, naturalmente. Io, qui, non ci resto. Ormai sono abituata ad essere la straniera, e non mi pesa, perché anche quando vengo qui, mi sembra di essere un'altra specie da chi ho intorno: e non lo dico per snobismo, assolutamente. È che più sto via, e più la mia vita è diversa da quella di chi vive qui, e quindi i rapporti che resistono, al di fuori della famiglia, sono quelli che ho con gli amici che dicevo prima: quelli che resistono, quelli che sorridono nonostante tutto o ci tentano, quelli solari, quelli  che tentano di non lasciarsi soffocare, e che hanno ancora l'energia di essere curiosi e di gioire con gli altri, per esperienze che non hanno avuto di prima persona.

Pensavo al post che ha scritto la Smila Blomma in UK sul concetto di casa (da mobile non posso mettere link, ma cercatelo, è un bel post). L'ho letto in Sri Lanka e mi chiedevo come mi sarei sentita io, dopo quasi un anno e mezzo via, no? Per alcune cose, è stato come tornare a casa. In particolare con la Mater e con il mio appartamento. Quello è davvero il mio nido, il posto dove sono stata per tantissimo tempo, dove ho avuto 4 anni, poi 15, poi 20... Ma non 25. Ormai è un po' che sono via. 
Tornare qui è come rivedere una versione precedente di me, è buffo, è straniante, non necessariamente triste. 
Mi piace andare in quello che era lo studio di mio padre. Ci sono ancora tutti i suoi libri, con le note, le sottolineature. Guardo i suoi libri, li annuso, non guardo le sue foto, ma chiudo gli occhi e cerco di ricordarmi la sua voce. A volte ci riesco, e quando ci riesco, è bello. Poi vado in camera mia e guardo i miei, di libri. Mi ricordo di come e quando li ho letti. Ogni libro è come una madeleine che mi riporta a una fase di me differente.
Quando esco, a volte incontro i miei vicini, il mio vicino turco che mi abbraccia sempre e mi dice ahnnò, ti stai dimenticando il turco! ogni volta che mi vede, e la signora del quinto piano, che ogni volta mi abbraccia come se fossi sua nipote.
Insomma... L'appartamento lo sento come casa mia, la città meno, perché è cambiata, perché non so quali sono i posti per uscire, non so niente, ormai, della città, ed è divertente per me, guardarla come la guarda una turista, non mi pesa. 

Credo che avrò la botta di casa tornando a Vienna, invece, perché è quello l'ultimo posto dove ho fatto la mia vita di persona normale, con le lezioni, lo yoga, il caffè con le amiche e la palestra quando non ero pigra. Nonostante tutte le madonne che tiravo, mi rendo conto che casa è quella, non questa. Come lo era Istanbul quando ero appena tornata, ed ero a Milano e mi sentivo fuori posto. 
Da quel punto di vista sto diventando brava: ci metto un po' ad adattarmi, ma una volta che mi adatto, casa mia diventa il posto dove faccio la mia vita quotidiana. Casa mia è quello, e poi la piccola bolla dell'appartamento di Milano, e mia madre. 

Casa possono essere benissimo le persone, più che i posti. Casa a Vienna sono le mie tre amiche Effe, l'italo-viennese, Vi, la franco-viennese, e A., l'unica austriaca che ha fatto breccia nel mio cuoricino (e non perché gli autoctoni sono il male, ma perché anche lei è "immigrata", da un'altra parte dell'Austria, e come noi è arrivata senza amici.)

Sto qui fino a metà gennaio, e poi vado a Budapest per qualche giorno, da P., l'amico francese di cousinade e vino rosso... Poi vi dico cosa succede, dopo Budapest. 
Una cosa per volta.
Suspense. :)
É un anno che sono partita.
Ce ne siamo accorti, l'Asburgico ed io, giusto qualche giorno fa, appunto perché quando sei in gita le date te le ricordi solo se c'è di mezzo un aereo, o un volo. 

Che dire: è volato, quest'anno.
Che dire: non è che abbia una voglia cocente di tornare ad avere una casa. Pensavo che l'avrei avuta, invece mi sono abituata a vivere con uno zaino di 50L come casa.
Che dire: pensavo che mi mancasse l'Europa, ma da quando sono in Asia mi manca meno, perché anche qui c'è varietà culturale e lingue che cambiano spesso, cosa che in Latinoamerica è monotona.

Pensavo che sarei morta di nostalgia degli amici, di alcuni, di una in particolare. Ma non è successo, perché gli italiani che ci tengono si fanno vivi, e gli stranieri so che si fanno vivi meno, ma che saranno pronti lì per me quando arrivo, e ogni tanto scrivono per rassicurarmi.
Perché sono meno chiacchiera e più distintivo, gli austriaci, e anche loro, che mi fanno sentire sempre come una specie di Pulcinella, sarò felice di rivederli. 
La mia unica amica italiana a Vienna, quella che è come una sorellina, quella la sento sempre. Per fortuna. Non come vorrebbe lei, su Skype, ma cerco di scrivere più che posso, e lei mi scrive, e chattiamo, e grazie internet che mi lasci essere vicina alla mia amica del cuore, che ha condiviso con me gioie e dolori e doloracci degli ultimi tre anni. Che io non lo so, com'è, avere una sorella, ma immagino che sia una cosa simile a quello che abbiamo Effe ed io. 
E gli italiani in Italia sono abituati a che vado e vengo: quelli che ci sono ancora, ci sono ancora perché ci tengono. 
Immagino che gli stimoli molteplici dell'essere in un nuovo posto ogni pochi giorni o ogni settimana aiutino a combattere la malinconia.

Il cibo italiano non mi manca. Mi piace, certo. Ho già l'acquolina in bocca, se penso al pranzo di Natale che mi aspetta, se penso all'amatriciana di mammà, o la pasta vellutata della nonna, con panna, funghi e vino rosso; ai panzerotti pugliesi di Luini in centro a Milano; ai salamini mignon che trova mio zio nelle sue scorribande in bici per le gastronomie di Milano; se penso al gorgonzola, al quartirolo ed al taleggio, al pecorino romano e a quello sardo, alla burrata che il lattaio fa arrivare fresca dalla Puglia solo una volta alla settimana; ai cioccolatini fondenti di Venci che mi compra zio per farmi piacere; alle lenticchie ed ai risotti di zia; alla pizza della Magolfa, che sono palestinesi e non italiani ma è bona e quindi a me piace assai; a una bruschetta fatta come dio comanda; al pane pugliese; al caffè macchiato piccolo e che costa poco (le brioche non mi mancano, perché i francesi le hanno lasciate in eredità a cambogiani e vietnamiti. E le fanno bbone.) Il gusto del vero cibo italiano, buoni ingredienti, pochi e di qualità, ovvio che mi piace.
Ma da che sono in Asia, sono così occupata a provare quello che i vari paesi mi piazzano sotto il naso, che non mi manca, davvero. Datemi un curry al giorno, che sia thai, khmer, o indiano, e io sono una donna felice. 

Sono abituata ad essere via da casa, dalla nonna, dalla mamma. Pensavo che non vederle ogni tre o quattro mesi mi avrebbe fatto stare molto male, ma per fortuna ci scriviamo tanto, e quindi sto bene. Mi piace, scrivere alla mamma e alla zia, magari continuerò a farlo in Europa, se avrò tempo ed energie. 

La nonna mi manca tanto, lei sì. Perché lei le mail non le legge, e fa fatica a parlare al telefono, con le linee del kadzo che ho qua, non mi sente bene neanche se strillo, e non ci viene bene la conversazione.
La nonna non vedo l'ora di rivederla e di spupazzarla, e lei sarà timida perché è una donna del nord, e quando la mia metà deRoma prende il sopravvento lei ride un po', timida, perché le sembra che esagero, e mi dice: sei tutta tuo padre. O tua nonna, l'altra, la nonna matta romana, se rompo troppo le scatole. È una donna quadrata, lei, quasi germanica, e il mio sbrodolare da mezza romana, a lei fa ridere. Anche perché negli ultimi cinque anni, con il vivere lontana, sono diventata una sbrodolona, quando infine la vedo. 
Se la me stessa di diciotto anni mi avesse visto ora, con la nonna, non ci avrebbe creduto (ma ci avrebbe sperato.)

Quindi, insomma: non torno, non ancora. Però torno presto. Ho comprato un biglietto, così non finisco senza soldi (idea dell'Asburgico, ovviamente, perché io non volevo avere una data e lui, che è un uomo concreto, mi ha detto, se vuoi essere a casa per Natale, compra presto. Perché se non troviamo un volo, o diventa caro, e ti lagni, io ti odierò molto. Quindi, ho un biglietto.)

Sono già affaticata e terrorizzata, all'idea di un ritorno in pieno inverno, da Colombo a Milano, e soprattutto all'idea quello che verrà dopo Milano, cioè la ricostruzione di una vita "normale" dopo il passaggio di Godzilla di un anno fa, dove ho detto a tutti: bella questa vita viennese! Ora la distruggo tutta per bene, e me ne vado. Ecco.

Ora mi godo il tempo che rimane, e al dopo Milano non ci penso. 
Però se mi fermo e ci penso un attimo, all'arrivare a Malpensa in un giorno probabilmente freddo di Dicembre, armata solo di una felpa perché i vestiti andini li ho spediti a casa, immagino la scena.

Immagino: atterrare. E aspettare che quei cialtroni degli omini dei bagagli di MXP si fumino una, due, venti sigarette, seduta per terra, finché non arriva lo zaino. Gli schermi nella sala dei bagagli con il volume alto, che in Italia gli schermi non sono mai silenziosi, o almeno a basso volume. Accendere il cellulare, e dire alla SG (Sacra Genitrice): siamo qui, aspettiamo i bagagli. Prendere lo zaino, uscire, sentire la botta di freddo, camminare fino all'uscita dove mi aspetta la SG che non parcheggia mai che è caro ed è lontano. Uscire, sentire ancora più freddo, vedere la macchina grigia che era del mio babbo, e come sempre, bussare al finestrino facendo le boccacce e dicendo: eccomi! E lei che mi abbraccia, e mi allunga un sacchetto con dentro la focaccia fatta dal fornaio egiziano del mio quartiere, che sa come mi piace.

Oh, lo so che sembra idiota, ma io in tutta la mia vita non sono mai stata lontana da casa per 12 mesi e passa senza mai tornare. Secondo me, avrò un freddo porco, ma nella macchina di mio padre, con la SG di fianco, l'Asburgico dietro, e un pezzo di focaccia gigante in mano, starò bene nonostante tutto. Nonostante la paura di quello che viene dopo.

Uff. Fatemi andare a leggere, vah, che altrimenti mi emoziono.
Sapete che mi chiedo sempre come mai gli italiani non viaggiano? Non lo sapete. Però io me lo chiedo. Ho incontrato alcuni italiani in questo viaggio, soprattutto in Argentina, Uruguay ed Ecuador, ma che vivono lì. Una coppia in Cile. Poi, il deserto.

Ma ho capito, ora. Ah, sì, che ho capito, dove stanno gli italiani che viaggiano e non vanno dalla nonna in Sicilia o a Punta Ala o a Riccione (anche a me l'Italia piace, eh, però mi sembra che la curiosità culturale non sia parte del patrimonio nazionale.)

Vanno tutti in Messico, gli italiani più originali! Alcuni pure senza pacchetto viaggio, e una marea a viverci. Strapieno! Ma solo io non ero al corrente dell'amore tra italiani e Messico (almeno del sud?)
blogvacanza.com
Io sono milanda. Lo sapete, questo, no? Milanda, mezza romana si', ma cresciuta tutta la vita a Milano. Con tanti pezzettini di Britannia mischiati insieme all'accento deroma del mio babbo.
Pero', senza dubbio, quando mi chiedono di dove sei in Italia, dico Milano, perche' e' il posto dove ho passato piu' anni della mia vita. Piu' di meta'.
Bene.

Quando viaggio, io, di milanesi - o di italiani, a dire il vero -  non ne incontro mica tanti. Intendo dire, di gente che vive via. Ci sono molti ragazzi del sud che dicono beh, se devo andare allora vado un po' piu' lontano (come la mia amata amica Effe, a Vienna), ogni tanto incontri gente delle belle campagne del centro Italia, che decide di andare a farsi una gita. Milanesi, pochi. Ogni tanto mi chiedo dove siano, perche' non e' che ce ne siano pochi, di milanesi.

Montevideo ha deciso di contraddire tutte le mie esperienze passate: Montevideo e' a) pienotta di italiani, per un posto cosi' lontano e cosi' fuori dalle mappe di cio' che e' cool, b) questi italiani sono per la maggior parte del nord, almeno quelli che ho visto io e soprattutto c) una sorprendente percentuale di essi e' di Milano!

Tipo, da piazzale Corvetto alla piazza dell'Intendencia di Montevideo.

Il migliore pero' e' uno dei due ragazzi che hanno l'ostello dove sto ora, Andrea (l'altro ragazzo e' di Padova, uno organizzatissimo, mai andato in vacanza in ostello e ha un ostello splendido per intuizione.) 
Mica sono venuta per loro, sono venuta perche' il posto aveva buone recensioni e una buona posizione. 
Bene. 
Andrea, che e' mezzo uruguayo, e' cresciuto al Gallaratese, a Milano. 
Andrea ed io siamo cresciuti a una fermata di metropolitana di distanza l'uno dall'altra. Siamo anche andati nella stessa scuola, prima che lui, che ha un paio d'anni piu' di me, lasciasse l'Italia per l'Uruguay insieme al suo babbo.

Questo pianeta, ragazzi miei, e' un sassolino. Mi fanno troppo ridere queste coincidenze!
Sono i titoli di due video a tema italiano che ho visto negli ultimi mesi. Quello su Milano l'ho visto un sacco di tempo fa, e vedere il secondo, quello del Dubbio, mi ha fatto pensare al primo. 

Quello su Milano è questo: 


A me piace un sacco, è stato girato da Francesco Paciocco, quindi un italiano, direi. Incredibile, un italiano che fa qualcosa di positivo su Milano e non è milanese...? Comunque. Il video mi è piaciuto molto quando l'ho visto, mostra la città da un punto di vista insolito, molto onirico, è un bel video, devo dire. Mi piacerebbe sapere di più di quest'uomo che l'ha girato, intendo dire da dove viene e che storia ha, per capire meglio il suo sguardo sulla città. 


E invece quello del Dubbio è questo, più nuovo, è girato su blog e account tuìta di espatriati vari. Prima guardatelo, poi leggete il mio parere. Di più sul video qui.


Allora – io l'ho postato perché mi sembra in tema, dato che questo blòg parla di insegnamento e di esperienza di espatrio.
Io personalmente l'ho trovato un po' fastidioso. E' il solito Lamento del Giovane Italiano, che ormai a me ha un pochino scocciato, a dire il vero. Forse sarà perché io vengo da Milano, che è a) nel nord e b) una grande città: il mare sotto casa non l'ho mai avuto, come non ho avuto neanche il vino del contadino, o le campagne sterminate. Dove se arrivi in ritardo eccessivamente, più di 15 minuti, la gente se la sminchia, a ragione, se chiedete a me. Se cresci in una città, una qualsiasi, sai che le persone che condividono poche centinaia di metri quadri sono la norma in una città grande, perché sai che due coglioni dover salutare ogni passeggero di ogni vagone della metro? E questo per quanto riguarda ciò che il giovane dice, nel video.

Poi c'è il testo in sovrimpressione: ora, lo so che in Italia c'è una situazione di merda. Lo so che l'Italia è una gerontocrazia e lo so che i giovani non sono mai incoraggiati/facilitati a fare una sega... Però, su, dai: se davvero avessi avuto tutta questa voglia di restarci, in Italia, non saresti partito. Avresti fatto come i miei moltissimi amici che, invece, hanno deciso di restare e provare comunque a fare qualcosa che reputano buono, e produttivo, e ad uscire di casa, e a crescere, cosa magari più ardua in Italia, ma possibile. Solo che ti devi fare di più il mazzo. Io lo dico sempre: sono anche partita perché non avevo voglia di stare in un posto con condizioni così così, quando potevo fare lo stesso lavoro pagata meglio e spendendo meno per vivere. Sono pigra, io. E quindi pure pragmatica. 

Cioè, giovane italiano del video, non vieni mica da una zona di guerra in Congo, non vieni dalla Cecenia e neanche dalla povertà estrema chessò, delle campagne cinesi. Questo genere di atteggiamento mi dà veramente fastidio, io sono la prima che tra sé e sé pensa cazzarola, ma se un giorno vorrò tornare in Italia ci smenerò di certo! Perché è vero, so che è così: ma è la modalità di questo lamento che mi tira fuori dagli stracci, perché lascia pochissima speranza per il futuro e si lagna non poco pure del passato. Non so spiegarlo del tutto in modo razionale: anche se potrei trovarmi d'accordo con quest'uomo, ho anche una certa voglia di dargli una scrollata e ricordargli che comunque lui è fortunato, e che è vivere in una bolla il lamentarsi e basta: perché almeno, lui, ha potuto crescere con l'olio e i vini buoni, il mare, e questo, e quello, e ha potuto anche andare a scuola e avere computer con i quali imparare a fare lamentosi video da postare su internet, con la sua connessione superveloce. Del tipo: sono comunque problemi da primo mondo, figlio mio. 

Non so perché mi ha dato così fastidio, questo video. Forse perché ho visto altri italiani all'estero che conosco postarlo su FB autodefinendosi cervelli in fuga e piangendo per questa loro condizione. Neanche fossero dissidenti siriani fuoriusciti. Ma mi faccino il piacere. 
Lo so che avevo detto che il post su Milano sarebbe stato l'ultimo a tema italiano. Però poi mi sono ricordata di una questione che mi dava da pensare, quando sono andata ora in Italia. 

Ho dovuto fare varie cose in giro per gli uffici pubblici, tipo ritrasferire la residenza in Italia; tipo reiscrivermi al servizio sanitario nazionale in Italia – nel malaugurato caso che mi mandino a casa perché mi ammalo, almeno mi mandano dalla mamma e dove non devo parlare tedesco; sono anche andata al centro di medicina internazionale di via Statuto per farmi fare il vaccino della febbre gialla.

Cos'hanno avuto in comune almeno le prime due esperienze, quelle all'anagrafe (prima l'ufficio periferico e poi quello centrale dove mi hanno rimbalzato) e quella all'ASL?
Il comportamento degli impiegati statali. 
Che ti danno tutti del tu. 
Tipo che a te viene da chiedergli: ma che per caso noi siamo andati a farci tè e biscotti insieme, l'altro giorno? Ma perché mi sta dando del tu? 

Ne ho parlato con amici e familiari a Milano, i quali mi hanno esposto tre teorie a ragione di ciò: 

* In realtà non è da intendersi in maniera malvagia: loro mi vedono con l'aspetto da giovane, e quindi mi danno del tu. Questa teoria è avvalorata soprattutto dalla generazione dei genitori e degli zii. Che dicono che sono paranoica e rompicoglioni. Io dico: vabbè, e quindi solo perché sono giovane mi dovete dare del "tu"? E perché allora io non posso fare lo stesso in cambio? Solo perché tu sei più vecchio di me, e magari sei pure un cafonazzo, devo darti del "lei"? Siamo in Corea, per caso? 

* In realtà non è da intendersi in maniera malvagia: è che la gente in Italia sta diventando più informale e una cosa come dare del lei alla gente è vista come cosa antiquata. La lingua si evolve. (Teoria avvalorata da un pubblico misto, avvalorata in parte dall'Asburgico col suo solito distacco clinico.) Io dico, però, che se fosse così, allora anche io dovrei poter dare del tu all'impiegato del comune, senza che questo mi guardi storto, cosa che invece è successa. Non so perché ma questa teoria, in un paese di sudditanza psicologica al burocrate come l'Italia, non mi convince. Lo so che in Svezia si danno tutti del tu. Ma non so perché, le loro motivazioni mi sembrano realmente sincere, infatti pare che io potrei dare del tu a un ottantenne, ma in Italia se dessi del "tu" a un ottantenne, l'ottantenne mi sgriderebbe. Credo. A meno che non voglia sentirsi dire che è un bel ragazzo. 

* Il fatto è che in Italia la cafonaggine regna suprema, e siccome è un paese dove la gente usa il termine "ragazzo" anche per i quarantacinquenni, come se dire "uomo" fosse un insulto, tu che sei una sbarbata trentenne non puoi altro che meritarti il "tu", dato che sei poco più che un embrione un po' più veemente del solito. Questa teoria è generalmente avvalorata da coloro che si cuccano sempre il "tu" senza mai poter dare del "lei" a nessuno. E non so perché è quella che a me pare più credibile, ma magari è perché sono polemica. 

Oltre a ciò, io mi pongo pure un'altra domanda: può essere che sia diventata più sensibile io al tema, dato che da tre anni abito in un paese dove si dà sempre del lei nelle interazioni commerciali o burocratiche, anche se chi si ha di fronte ha vent'anni? Mi ricordo che quando ero al liceo, la nostra prof di tedesco, che era una grande, la mitica Prof. Schaefer, ci dava sempre del Lei, e la cosa mi faceva sentire grande e responsabile delle mie azioni, e trovavo la cosa pure chic. 

Il mio amico Effe, che insegna in un liceo  privato, dice che fa la stessa cosa con i suoi studenti, perché mantiene le distanze (essendo lui giovane e musicista, è necessario, prima che quelli pensino di aver a che fare con uno che dà i voti politici, invece lui è morbido come la signora Rottenmeier, a ragione) e responsabilizza i ragazzi. 

A me ha dato un po' fastidio, che quel tizio all'anagrafe mi parlasse dandomi del "tu" come se fossi sua nipote. Anagraficamente ci starebbe, ma alla fine, chi ti conosce? A me è sembrata una cosa maleducata. Sono io che sono vecchio stampo, secondo voi? Opinioni?
Consigli di vita a Piazza Fontana, Milano
ho deciso che avrei dovuto scrivere che a me Milano piace, dopo esserci stata per un paio di settimane. L'ho già fatto, certo, e sono cosciente del fatto che – come tutte le città – è piena di difetti. Quindi, un po' come per Roma, vi metto a parte delle mie elucubrazioni sul tema. 

Premetto che, vivendo da ècspàt, negli ultimi quasi 5 anni, per me, tornare in Italia in realtà ha significato tornare a Milano. Il che non è necessariamente una figata, dato che Milano non ha il mare, e per questo raramente ci sono tornata d'estate. 
C'è anche da dire che, nonostante la mancanza del mare, quando io torno a casa non mi annoio a morte come coloro che tornano a casa, che so, in qualche splendido paesino della provincia italiana: sono contenti i primi tre giorni, e quelli successivi spesso li passano annoiandosi, e aspettando di tornare dove abitano di solito. Non succede solo nella provincia italiana, ma anche in quella croata, turca e francese, da quel che sento. 
Io, invece, quando torno a casa, se volessi avrei un sacco di cose da fare. Poi non le faccio, perché ogni volta che esco a fare la giovane mi trovo a pensare ma quanto kadzo è cara, Milano? Che è uno dei suoi difetti principali. Che è il motivo che mi ha fatto sloggiare, perché col lavoro che faccio sarei condannata a una vita in miseria. Questo, Milano, è un problema che magari potresti tentare di risolvere, grazie. Ci riescono, in Tedeschia, ad avere stipendi alti e costo della vita abbordabile: perché tu no (come il resto del paese, d'altra parte?)

Però appunto, per esempio, per essere una città italiana, Milano ha un sistema di mezzi pubblici che funziona, rispetto al resto. Non è normale arrivare in ritardo di mezz'ora a un appuntamento perché non c'è un livello di traffico che lo giustifichi (milanesi che vi lamentate: fate un giro a Roma o a Napoli, da quel che mi ricordo, e vi ricrederete. Quello è troiaio, voi siete dilettanti.)

Un'altra cosa che mi piace è la varietà di tipi umani. Come ho detto molte volte, lo so, ne sono consapevole e ci sono cresciuta: Milano è piena di stronzetti, e di cagoni con il SUV che parcheggiano sulle piste ciclabili. 
Però: ci sono anche un sacco di persone che fanno volontariato, che può andare da Ciclobby al volontariato alle varie case di riposo ambrosiane, tipo la mitica Baggina. Ci sono soggetti come V., mitica volontaria di Amnesty con cui ho chiacchierato per un'ora la scorsa settimana, che per anni ha vissuto in una comune valdese (pur non essendo valdese), e per anni ha lavorato da volontaria coi ragazzi con problemi che andavano dalle famiglie di pazzi alla tossicomania. L'ufficio di Amnesty a Milano è sempre popolato da gente che mi mette in pace con la città. 

Ci sono un sacco di persone che girano che sembrano la brutta copia di Flavio Briatore: ma ci sono anche un sacco di gggiovani creativi. Magari poi a me i gggiovani creativi irritano da morire, però è bello che ci siano, è bello che possano andare in giro vestiti in una maniera che tra cinque anni rimpiangeranno, e la cosa più bella di tutte è che nessuno li guarda male, perché la gente ha altro da fare che stare a guardare come ti vesti tu, mentre cammina per strada. 

Quindi insomma, non mi dilungo, ma la cosa sorprendente dell'essere uscita da Milano, per una volta, è il fatto che farlo mi ha fatto rivalutare la città, almeno un po'. Mi ha fatto anche capire perché gli altri italiani la vedono come una roba a sé, che spesso non piace: è vero, è oggettivamente più grigia delle altre città. In centro, più che color pastello, è bianca, perché i palazzi sono in marmo, e qui si vede un sacco la mano austriaca, a mio avviso. La gente si fa più i cazzi suoi che a Roma, sta più sulle sue e corre di più: però, sinceramente, non è necessariamente un male. E' solo diverso. Mi ricordo che l'esser lasciata tranquilla è stata una cosa che ho apprezzato enormemente, dopo Turchia e Nepal, e anche la mia amica S., perugina doc, diceva che lei preferiva Milano a Roma, perché la gente è meno invadente.

Vabbè, insomma, avete capito, no?
Comunque questo credo sia l'ultimo della serie dei post a tema italiano. 

Ora vivo in una casa in smobilitazione, ho scatoloni ovunque, non abbiamo più sedie e presto non avremo più neanche i tavoli. Sono così in mezzo a un mare di scatolame e aspirapolveri e aiuto come diavolo porto questo scatolone da Violette senza macchina che sono un po' in quella fase in cui ti dimentichi perché stai distribuendo tutto a casa di altra gente: perché sarai felicemente senza casa, e tutto quello che avrai sarà in uno zainetto. Che è molto liberatorio, almeno lo era quattro anni fa. E con questo zainetto, farai una bella gita. 
Solo che adesso sono troppo occupata ad aggirarmi per casa con i guanti gialli e la sciarpa in faccia per evitare gli attacchi d'asma per la polvere.Ce la farò, comunque. L'organizzazione ex-asburgica della coppia (Vienna+Milano) l'avrà vinta anche sullo svuotamento casa senza mezzi motorizzati!
Camminando per Roma, ho preso note. Avevo fogli di carta, e un taccuino (vero.) Su quello ho scritto cose minghia più intimiste, che non riporterò qui, perché altrimenti, poveri voi, i dolori della semi-giovane Natalia. Sui fogli sparsi ho scritto parole a caso, per non dimenticarmi quel che mi passava per la testa. Ecco quindi le mie impressioni romane. Erano cinque anni che non ci andavo, cinque anni passati tra Turchia, Asia ed altre parti d'Europa. Roma è stata un bombardamento sensoriale, e queste noticine rappresentano solo le mie impressioni. Non prendetevela, se non siete d'accordo, perché è Roma vista da Natalia. Sono certa che vista da voi è diversa. 

  1. Ci sono auto ovunque. Ovunque. Mi è stato poi spiegato dall'amico autoctono che il sindaco Alemanno ha reso la sosta più conveniente, e quindi più persone prendono l'auto per gli spostamenti. Mi sembra un'ottima mossa, per risolvere il cronico problema del traffico a Roma. Bravi tutti, eh. 
  2. Le auto, le persone, i motorini, creano rumore. Io ho la testa mezza viennese, ormai, e ho notato che a Roma c'è un certo casino. Le auto rombano e suonano il clacson, le persone urlano. Ho davvero sentito qualcuno chiamare un amico apostrofandolo "A'nfameeeee!" E io che pensavo fosse solo nei film, o una cosa retrò. Non è così, ed è fantastico che non lo sia.
  3. Roma è colorata. Ci sono tanti colori pastello, ovunque, sulle facciate delle case, che vanno dal pesca al color salmone, con intermezzi giallo senape, o giallo zafferano. E questo è bellissimo, è quello che la rende bella, a mio avviso. 
  4. Le piante sono diverse. Dal treno, a un certo punto si vedono comparire i cipressi, là fuori. Quando questi si diradano, ecco i pini marittimi. In città, i parchi sono costellati di pini marittimi. Quando entri a Villa Borghese, camminando, ti accorgi che se camminando schiacci gli aghi, senti lo stesso profumo che sentivi in pineta da bambina, vicino a Grosseto. Poi spegni la musica, e senti le cicale, in città, e capisci che sei un bel po' più a sud di Vienna, e che sei nella parte centrale dello stivale. Per strada, ci sono gli oleandri, sul marciapiede. I glicini. Le palme. Roma è una metropoli mediterranea, e negarlo sarebbe stupido. 
  5. Mentre arrivi in treno, già da lì cominci a vedere rovine romane, buttate lì. Come tutte le città che sono state capitali imperiali, hanno rovine come se piovessero. In questo mi ricorda Istanbul, dove passeggiando tra un locale e l'altro, in alcune zone, trovi delle stele funerarie ottomane in un giardinetto, mentre ai lati del giardinetto i ggiovani con la crestina e le magliette design fanno colazione. 
  6. I marciapiedi sono un'optional. Spesso molte piccole vie acciottolate sembrano pedonali, ma non lo sono. Quindi attenzione a come e dove camminate. 
  7. Il cibo: è tanto. E' enorme. A Roma è pieno di posti dove si mangia, e quando si mangia, le porzioni sono le stesse che ti cucinerebbe Sora Lella, enormi e nutrienti. Piene di condimento. Se prendi un toast perché vuoi un paninetto leggero e veloce, pessima idea. Il toast romano è più grande del toast milanese, di circa un terzo. Stessa storia per il gelato: ho dovuto convincere il signore che me lo preparava, alla gelateria Giolitti, a non metterci la panna. Lui era oltraggiato, io oltraggiata dal fatto che la panna ce la voleva mettere a tutti i costi!
  8. Ci sono un sacco di venditori per strada, che vendono qualsiasi cosa, ancora più che a Milano. Ci sono meno cinesi, e più bangladeshi e africani, a occhio e croce. Quanto ai turisti, molti meno asiatici che a Milano, e molti più anglosassoni (americani, soprattutto) che fanno il grand tour dopo la fine del liceo, o che sono lì per imparare l'italiano (a Milano invece vanno per andare allo IED a studiare design.) 
  9. Le persone parlano. Tanto. Volentieri. E questo, per una come me, è fico. Aspettare la fine del temporale in piazza Flaminia scambiando esperienze di monsoni con un signore filippino dà molta più soddisfazione che aspettare la fine del temporale muta, in piedi di fianco a un ceceno che guarda nel vuoto (manteniamo gli stranieri per il paragone, dato che il signore filippino è un estracomunitario.)
  10. Non ci sono hipster, bobo, insomma, quegli esseri coi pantaloni a sigaretta e gli occhiali grossi che popolano Milano, Vienna, Londra, Berlino, Istanbul e Barcellona (nomino le città dove ne ho notati negli ultimi 3 anni.) La gente che ho visto io, o è vestita normale – tipo mia madre, dignitosa e normale, senza vestiti costosi o che – o è vestita da fighetto. Con questo intendo dire che ho visto molte giovani donne con le camicine di Ralph Lauren e le ballerine e gli orecchini di perle, molti giovani uomini con i mocassini e le Timberland, molti uomini giovani e meno giovani con la Lacoste e il maglioncino sulle spalle, che pensavo non si facesse più. Ho visto, invece, poca gente vestita in modi originali, creativi o eccentrici. (Per chi conosce Milano: vestiti come si vestono i ggiovani che gravitano intorno a Porta Genova o all'Isola. Non so se mi spiego.)
  11. La gente è gentile, oltre che aperta, in genere. La signora che mi ha venduto la pizza al taglio (consigliatami da due impiegati che ho importunato per strada dicendo "beh ma se voi lavorate qui sapete di certo dove si può mangiare bene, e a poco: ditemi tutto, grazie") si preoccupava che fosse vestita troppo leggera. Rosa (pugliese trapiantata) che prendeva il sole leggendo Alejandro Jodorowsky sull'Isola Tiberina mi ha rivolto la parola di sua spontanea volontà, quando ha visto le mie acrobazie per capire che leggeva senza farmi notare – e io stavo per piangere dalla commozione, perché queste cose non mi capitano più. 
Ecco, direi che il succo della gita romana a livello di sociosoap è quello. Ora continuo a inscatolare. Vado. Che fatica e che difficile decidere quali libri portare con me per l'inizio (considerato che poi li lascerò in giro per ostelli, intendo!) Il lato positivo in tutto ciò è che ho rimosso tutta la polvere in due ore, e ora respiro tranquilla. Evviva!
Mi sono fatta una gita a Roma, a trovare un caro amico che non vedevo da aaaaaanni. (Cliccate qui. Andate al secondo 00:50 e capirete come va letto e detto aaaaaanni.)

E' stato interessante. Dato che il mio amico lavora, ho girato molto a piedi da sola, e siccome la gente pensa che non capisco a causa del mio aspetto, ho osservato e origliato conversazioni tutto il giorno. Poi nella mia testa le ho rielaborate in una di quelle sociosoap che mi contraddistinguono.

Lo so che sembra triste, io invece mi diverto così. Ho preso appunti. Vi metterò presto a parte delle mie elucubrazioni siéme.

Comunque è bella l'Italia. Le colline toscane mentre ascoltavo De André sono state difficili da gestire, emotivamente. 
Chocolat, zona Cadorna. Ha cambiato nome. Mi piaceva di più quello di prima, cioè questo. Andateci. Il gelato è ancora buono.
Sono in Italia. Per questo non scrivo. Essere in Italia per me è anche essere generalmente piuttosto sconnessa, e me la sto godendo.

Anche perché mica mi devo preoccupare delle mail di lavoro e degli studenti.

Quando tornerò, avrò tipo ancora... Tre o quattro studenti? Gli ultimi, gli irriducibili.

Pensieri sparsi degli ultimi giorni:


  1. Anche se tutti sparano a zero su Margaret Mazzantini, io sto leggendo Venuto al Mondo, e mi sta prendendo tantissimo. E se questo fa di me una zotica, me ne frego. E' un bel libro. 
  2. A Milano non piove da due mesi. Sono allergica all'ambrosia. Ho l'asma. Sembra sempre che mia sia fatta una canna da quanto ho gli occhi lucidi, ogni respiro è una fatica e che palle. Quando vado in centro, e mi trovo circondata dal cemento, sono felice. I miei polmoni e il mio naso ringraziano. 
  3. L'altro giorno parlando di Vienna ho detto "a casa." Questa è la prova ultima della mia schizofrenia emotiva. Lo dirò a Effe la pugliese, quando tornerò, e lei non mi crederà.
  4. Quando sono qui, attorniata da gente che si spupazza e abbraccia e parla a voce alta e ride per le minchiate, mi sento di nuovo me stessa. Libera di essere cojona fino in fondo.
  5. La situazione in Italia continua ad essere sconfortante e continuo a pensare che non tornerò mai qui. O che se ci tornerò, ci smenerò, e siccome sono una donna pragmatica, non tornerò.
  6. Adoro il mio balcone. Leggere sul balcone è un'attività che fa bene al cuore.
  7. La pizza e il gelato non sono mai abbastanza. 
  8. Col sole, Milano è bella. Ovviamente non a S. Cristoforo, ma il centro, nonché altre zone come chessò, Brera, o Ticinese, o i Navigli, sono belli. Firenze e Roma sono più belle? Lo so. So anche che non sono state rase al suolo a suon di bombe, quindi smettetela di rompermi le palle. Grazie. Ne sarei grata. Le periferie sono brutte, ma lo sono anche in tutte le altre città italiane, perché gli architetti negli anni '60 e '70 si drogavano.
  9. Milano è anche veramente piena di gente ben vestita. Mi sento una barbona. 
  10. Che bello l'Anteo. E' un cinema. E' una delle mie case qui a Milano.
  11. Che bella la Feltrinelli di Duomo. Labirintica.
  12. Che bella la sede di Amnesty a Brera. E' un posto sempre popolato di gente che mi riscalda il cuore.
  13. Gli immigrati di Milano sono più caciaroni di quelli di Vienna.
  14. Si sente per strada tantissimo spagnolo. 
  15. Gli amici migliori sono quelli con i quali puoi sbracarti ed essere te stessa anche se li vedi solo pochi giorni l'anno, e ci si sente a proprio agio nella propria cojonaggine collettiva. 
  16. Gli italiani parlano sempre di cibo. Rasentano la bulimia collettiva. Sono ossessivi. Però buono, il cibo.
Ora, appunto perché pizza e gelato non sono mai abbastanza, vado a fare la pizza con la genitrice.

Ci risentiamo tra qualche giorno. Che nel frattempo vado nella mia altra città, quella di papà.. Sicuramente passerò in una delle vie dai nomi migliori del mondo, cioè questa. Ciao!
www.associazionemessinese.ca
Cominciamo così, che almeno salgo su gugòl, vah. Tette e culi non sono, però, il tema di questo post, o meglio, lo sono solo di seconda mano.

Il tema di questo coltissimo post è l'informazione italiana.

Che rapporto ho io con l'informazione italiana: minimale, direi. Piccolo. Miserrimo. Leggo poco i giornali italiani, l'ultima volta che ho acquistato un quotidiano italico all'estero è stato in tempi di Turchia.

Non leggo la stampa italiana non perché sono snob, eh. E' che non mi piace, perché, beh, come dire, non è buona, non è di qualità. Ho scritto un'intera tesi, dove confrontavo due testate, una britannica e una italiana, e anche usando strumenti quantitativi, il quotidiano italiano ne usciva maluccio. 

Le testate in italiano che leggo qualche volta sono il Corriere e Repubblica, e qui il primo più del secondo sta evolvendosi sempre di più in un tabloid. Quindi le leggo poco. Leggo di più i blog ad essi collegati, ma non spesso. 

Talvolta leggo anche lavoce.info, che è scritto da economisti e accademici, e per questo fa cose "pallose" tipo citare numeri, inserire tabelle, insomma, parlare di fatti. Mica male, a me piace. E poi come dice il buon vecchio Noam Chomsky: bisogna ascoltare gli economisti. Non hanno tanta agenda politica, quelli si occupano dei danè, quindi se volete capire cosa succede veramente, ascoltate loro. Loro dicono ai ricconi dove investire i loro soldi: se mentono, e i ricconi perdono soldi, loro perdono il posto. Quindi a volte mi trovo a leggere il Wall Street Journal, io, che sono una cojona incredibile ma mi impegno, e se non capisco chiedo all'Asburgico, che è un uomo che sa il fatto suo.

Qualche volta leggo l'edizione per kindle del Fatto Quotidiano, ma il tono è rissoso, riottoso, e strillante e sarcastico, mi fa venire un po' di mal di pancia e mi fa ricordare cosa non mi piaceva dell'Italia. Cioè la gente rissosa che strilla un po' ovunque, ad esempio. 

Tette e culi, come ben sapete tutti, è la linea editoriale di molta stampa italiana, forse perché tette e culi sono anche uno dei principali interessi dei miei connazionali, dato che le notizie più cliccate sul Corriere o Repubblica sono sempre relative a 

*sesso, escort, chi fa merenda con chi (e phiga in generale)

*scandali politici (ma mai la politica vera, quella che poi ti incula con le sue conseguenze, solo il gossip politico, ovviamente)

*donne famose e uomini famosi e le loro vicissitudini (un tempo per quello c'era Novella 2000, o Gente, se eri più raffinato)

*calcio (calciomercato una volta all'anno, calcio giocato qualche volta, calciatori che si insultano o si picchiano o tifosi cafoni o violenti spessissimo.)

*solo in estate: le foto in spiaggia di persone che spaziano da Fabrizio Frizzi a Franco Frattini. Che io direi: ma perché? Ma chemmefrega???

Sui giornali italiani si parla poco del resto del mondo. Se si parla dell'Italia, non lo si fa in modo chiaro: spesso manca il contesto, io che la tele non ce l'ho, dall'estero, non capisco di cosa stanno parlando. Per niente. Sono scritti male, trovo errori continuamente, di grammatica e di contenuto. Gli articoli sono corti, e se un articolo dev'essere corto è chiaro che non potrà mai approfondire il tema che tratta. Sintesi: bene. Brevità perché il lettore si rompe i cojoni: male.

Ora, perché parlo di tutto ciò? Perché alla fine finisco sempre a leggere roba in inglese. Il Guardiano, Foreign Policy, L'Economista, il New York Times quando non ti chiede i soldi, New Statesman, the Atlantic, the New Yorker, Rolling Stone, che non scrive solo di musica: queste testate le leggo non perché sono una stronza snob, ma perché mi piace leggere per informarmi. Su questi siti ci sono articoli lunghi, con tanto testo, con articoli collegati, più vecchi, dai quali puoi trovare un contesto se quel che ti viene dato nell'articolo non ti basta, e questo a me piace molto. Si può dire lo stesso di molte testate che conosco in tedesco, anche se non sono abbastanza brava e motivata per leggere in questa lingua, e si può dire (relativamente) anche per alcune testate francesi. 
Di certo non vado dalle testate in italiano, per sapere cosa succede nel pianeta: ci vado solo per sapere cosa succede nel paese di cui ho il passaporto, e spesso non si capisce una sega.

Cari lettori del blogghe, la mia domanda finale è la seguente, dato che siete tutti personcine colte e intelligenti: conoscete un sito in italiano, che secondo voi fa giornalismo serio, possibilmente non urlato, e approfondito, con articoli lunghi, che si occupi non sempre e solo di "politica" e cronaca (oltre che tette e culi) ma anche, chessò, di cultura? Con una bella sezione culturale che si può anche leggere su internet, così mi mando gli articoli sul kindle, dato che sono così lunghi che a leggerli sullo schermo si affaticano gli occhi? (Questo vale per molti articoli delle testate che ho citato.) A me piace, leggere Carmillaonline, però a volte è un filino di nicchia. Che mi dite?

Per un anno, ora, parlerò pochissimo italiano. Già mi faccio forse il capello scuro, se non ho un po' d'italiano nella testa ogni giorno mi viene veramente, la crisi d'identità. Suggerimenti? (Lettori francofoni, se avete idee geniali sul francese ditemelo perché parlerò anche pochissimo francese, senza Violette al mio fianco!)
Sono appena tornata a casa per la pausa pranzo e il solito pit-stop di cambio libri.

C'era una coppia di italiani abbronzatissimi, in metro, più o meno miei coetanei, con gli occhiali da sole. Io ormai mi diverto a indovinare di dove sono i turisti, dato che Vienna al momento ne è piena. Con gli italiani di solito ci azzecco bene, gli unici che talvolta mi confondono un pochino sono gli spagnoli, e neanche tutti. 

Comunque, domanda: 

ma per quale motivo gli italiani, di ogni latitudine, tengono addosso gli occhiali da sole in metrò?

e la domanda che le fa da corollario nella mia mente, ogni estate, ad ogni Pasqua o a Natale:

per quale motivo, gli italiani, anche quando viaggiano per pochi giorni, portano sempre un trolley che potrebbe contenere un cadavere?  E per quale motivo anche i ggiovani viaggiano in trolley quando il resto del mondo ha lo zaino?

Illuminatemi, vi prego. Vado a mangiare qualcosa, e vi lascio con una diapositiva della persona che mi hanno ricordato i due abbronzatissimi di prima:


Giusto per farmi passare la malinconia di casa che avevo qualche giorno fa. 

Eh beh. Come antidoto penserò alla vetrina di Princi in via Moscova a Milano, che è una delle cose buone e belle della mia città. Sì, è caro, ma io ci vado tre volte all'anno, quindi chissene. Mi mette in pace col mondo. Ah, e l'individuo della foto pare abiti in zona.