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E quindi, sono tornata in Italia. 

Voi mi avevate lasciata lì, a prendere il volo per Milano, quella Milano che mi era stata preclusa per anni e a cui ero ora libera di tornare, così, per vedere che aria tirava.

Milano che è cambiata così tanto, e il mio quartiere, che invece è sempre uguale, eccetto per il fatto che chi andava a scuola con te ha acceso mutui, fatto bambini, si è sposata. Tu, no. Tu invece non hai fatto niente di tutto ciò, hai fatto molto altro, eppure per molte persone in quel mondo, quello che hai visto tu, quella tua vita in un caleidoscopio, quasi non conta. Di Milano... Di Milano meglio che parliamo un'altra volta.
Tanto mi mancava casa quando stavo male, tanto quanto Milano sembra casa sempre meno, mano a mano che io mi sento sempre meglio. E' segno di forza, ma dà anche una sensazione di confusione. Lunga storia, quella dell'identità di un emigrato decennale. 

Nonostante tutto, intendo dire gli attacchi terroristici, e la tensione, a luglio avevo deciso di andare in Turchia, a Istanbul. Quella sì, che mi mancava ancora, perché anche se Asburgo ed io ci eravamo incontrati là, lui non aveva mai voluto tornarci con me.

Secondo alcuni, forse perché temeva che poi non avrei voluto venire via, e forse, avevano ragione.

Ad ogni modo, ero già passata da Istanbul, mentre tornavo a Milano. Prestissimo la mattina, sono atterrata alle cinque e qualcosa del mattino, controllo passaporti, sono arrivata in centro verso le sette, con il tram, a Eminönü. La città vecchia, quella che scopri quando sei turista. Sono arrivata lì, ho guardato il Bosforo verso nord, e una voce chiarissima, calma, ma piena, piena di felicità, ha accelerato i battiti a mille, ha detto sei a casa, Nat. Sei a casa tua! Questa è la tua città. La Città! La Città più bella del mondo. Più bella di Roma, di Parigi, di Città del Messico e tutto il resto. Istanbul la bella. 

Dal tetto del vapur

Era una giornata di sole. Non avevo dormito, ero stanca, ma stavo per vedere la mia famiglia turca -- la mia prima host di couchsurfing di dieci anni fa, e suo padre, e scoppiavo di felicità nonostante tutto. 

Quando meno te lo aspetti, spunta la parola casa. Anche, o forse soprattutto, spunta quando hai tantissimo sonno. 
Sono andata da lei, mi ha portato a casa. 
Mi ha detto, fatti una doccia, così ho fatto, fatti anche un pisolino, così ho fatto. Mentre cambiavo i vestiti, e mi addormentavo nella penombra della stanza dove avevo dormito i miei primi sonni turchi del 2008, ho sentito di nuovo i gabbiani. 
Uno dei suoni di Istanbul, una delle prime cose di cui mi sono innamorata.

Al mio risveglio, suo padre mi aveva preparato la kahvaltı, la loro colazione tipica. Formaggio, olive, pomodori freschi, cetrioli, pane. Mi abbraccia, mi chiede di mia madre, mi dice, te lo ricordi ancora il turco? Gli dico di no, lui parla lo stesso, mi rendo conto che capisco. E' sempre stato paziente e gentile, quando ero arrivata qui come una ragazzina messa malaccio, mi aveva fatto da papà, dopo che aveva saputo che io avevo perso il mio. Lui aveva perso la moglie, sua figlia la madre. Capiva molto bene. Posso parlare a malapena con lui, eppure gli voglio un bene dell'anima, a questo signore alto, con gli occhi azzurri, che ai tempi del golpe del 1980 era un musicista con una testa leonina di riccioli e un sorriso chiaro. 

E' da dieci anni che ogni volta che metto piede a Istanbul, io mi sento a casa mia.

Ho passato la giornata con Ö., a bere tè sul mare, a passeggiare, ad aggiornarci sulle nostre vite, sulla sua vita da quando ha deciso di vivere pubblicamente la sua omosessualità in un paese che sta diventando sempre più intollerante per queste cose. Siamo andate a trovare i sui amici che organizzavano il gay pride nella parte europea, che un paio di giorni dopo sarebbe stato gravemente contestato.
Nel pomeriggio ho visto un altro caro amico, e ho pensato,  è il momento giusto per tornare qui e vedere come va. Nonostante tutto, perché quello che leggi sui media e la realtà di una città sono sempre molto differenti. Sono ripartita.

Ho passato qualche giorno a Milano, sono andata a Roma con un amico a fare la turista, e poi sono andata di nuovo a Istanbul.

Anche a Istanbul, ho sentito il tempo che passava.
Parlando di quando sarei arrivata per restare più tempo di un cambio voli intercontinentale, come capita sempre, mi sono resa conto che crescere vuol dire semplicemente anche essere più occupati -- presi dal lavoro, dai partner, dai figli. Da tutti e tre.

Io invece non avevo nulla di cui occuparmi tranne che me stessa, allora sono andata nel sud, a Olympos, per aspettare il weekend e vedere il mio Mediterraneo.
Olympos è la mia piccola Atlantide, un posto dove mi succedono sempre cose importanti.
E infatti è stato così anche stavolta.

Le rovine vicino all'acqua

E naufragar mi è dolce in questo mare
Ho conosciuto una persona, lì. La cosa più vicina al colpo di fulmine che abbia provato in vita mia, una vertigine, e anche se non ha portato a niente di concreto, perché la vita è una cosa complicata, ha portato però due cose: la prima, una persona in più nel largo cast di persone che mi circondano nella vita, una persona che resterà sempre un po' speciale, perché anche se ci sono milioni di ragioni per cui non può funzionare, ci teniamo l'uno all'altra. Perché lui è stata la prima persona per cui ho sentito qualcosa di positivo dopo molto tempo. Perché io sono stata la prima persona che l'ha trattato per quello che era, senza pensare a da dove venisse.
La seconda cosa che ha portato è la consapevolezza che il mio cuore non è spento, anche se sembra esserlo la maggior parte del tempo, ancora adesso, soffocato dal peso di troppo lavoro, troppo poco sonno e dall'essere in una città piena di animali bizzarri.

Lo incontri con la tua compagna di dorm sudafricana dopo una giornata a cuocerti sui ciottoli, guardando le rovine, e il tuo mare, il Mediterraneo, il tuo mare. Il tuo cuore un po' più sereno, dopo una nottata passata a piangere inesorabilmente, piano, telefono in mano, linea diretta con Milano e Bangkok, attraversando una fetta polverosa di Anatolia, campi gialli, strade deserte.
Alla partenza da Istanbul, il tuo amico O. che avevi visto qualche ora prima ti ha scritto, buon viaggio, mi dispiace che sei stata così male quando eri così lontana. Sei scoppiata a piangere piano, guardando verso il finestrino mentre aspettavi di partire. Il ragazzo che ti ha venduto il biglietto ti ha guardato piangere, con aria interrogativa, senza smettere quando hai visto che lo avevi notato. Ti ha guardato, ha fatto spallucce come a dire, è una vita dura, che vuoi farci?

Passi una notte in cui tiri su col naso così spesso che in piena notte, altro momento di empatia inattesa, il turco col gel nei capelli e l'aria da bulletto, dall'altra parte del corridoio, attira la tua attenzione silenziosamente, per darti il suo pacchetto di fazzoletti, sorridendo, come a dire, dai, poi ti passa, che sarà mai...
Questa capacità di fare spallucce che avevo notato anche a Istanbul, la notte prima di trasferirmi a Bangkok, partendo ubriaca fradicia dopo essere stata fuori con due amiche turche, io a Bangkok non ci volevo andare. La signora velata due sedili più in là mi aveva guardato, pensavo mi giudicasse e invece mi aveva sorriso, dicendo, Ağlama, okay. Non piangere, va tutto bene.

Quando poi il giorno dopo sei al sole, a guardare il mare e mangiare cozze al limone con una ragazza carina,  che viene da un altro mondo e che ti invita ad aprirti sul motivo di quell'aria triste, sei ancora più grata di essere al mondo, libera di viaggiare e con i soldi per farlo.

E poi. A fine giornata, cotte di sole, la mia nuova amica ed io siamo tornate alla nostra guesthouse, per la cena in comune. La Turchia deserta di turisti per la campagna mediatica negativa in Europa, si fa una tavolata sola per tutti gli ospiti, un tavolo rotondo.

Mi faccio una doccia al volo perché sono andata direttamente dall'autobus al mare per cercare di stare meglio e ora sono piena di sale, torno, riempio il mio piatto di melanzane, pane, pomodori e yogurt e mi siedo.
Alzo gli occhi, e mi trovo davanti un ragazzo, che mi fissa come se mi volesse mangiare, senza dire niente, senza sorridere, anche. Sguardo magnetico, verde, sopracciglia scure, pelle chiara, bellezza che viene da un'altra parte, penso. Questo non è di qui, penso.
Brutta scena da romanzo rosa?
L'ho pensato anche io, e mi sono detta, sì vabbè, ma figurati. Uno con due occhi così? Mica è qua per me. Ho pensato. E durante la cena, l'ho trattato come tutti gli altri, come un potenziale compare di chiacchiere, bevute, risate, un compare molto bello, ma nient'altro, la mia solita versione viaggiante, chiacchierona, ridanciana e amichevole.

E invece è stata una sbandata, uno scapaccione che mi ha fatto traballare per mesi interi, dopo. E meno male che esistono ancora queste cose, meno male che il cuore ha ancora capacità di provarle, anche se il cervello striscia i piedi e dice no, dai, di nuovo? Anche no, ragazza, forza. Per favore.

Ovviamente, siccome si tratta di me, mica poteva succedere con un uomo in una situazione normale.
Che ne so, un europeo qualsiasi in vacanza.
Un turco che faceva un weekend lungo.
Un fricchettone di passaggio.
No. No, no. Io dovevo per forza prendermi la cotta per un profugo siriano, bello come il sole, a metà tra un modello e un attore, in attesa di asilo politico, con dei macigni nello stomaco che davano una profondità scura a quella bellezza di superficie.

Ma io mica lo sapevo, che era un profugo siriano. Non sapevo niente, quando l'ho visto, non lo sapevo che il suo quartiere non esiste più, che non può più tornare a casa, che i suoi genitori e i suoi fratelli minori sono scappati in Europa sui barconi, ma che per lui e l'altro suo fratello non c'erano soldi, che ha visto cose che noi umani non possiamo immaginare, come tanti siriani, purtroppo. Quello l'avrei saputo solo dopo, e avrebbe solo contribuito alla mia ammirazione per la sua capacità di provare ancora cose come felicità, amore, affetto, gioia e ottimismo, dopo tutto quello che gli è successo.
La resilienza vera.

Ho passato quei giorni nella mia personale Atlantide a palleggiarmi tra la sua compagnia, il mare, il sole, e le camminate nelle rovine, ad ascoltare grilli e cicale, rumori che a Bangkok non ci sono, e mi ha fatto bene al cuore, perché io mica me lo ricordavo, com'era avere a che fare con una persona gentile. Non me lo ricordavo proprio. Carattere caldo ed espansivo, affettuoso come lo sono io, nessun imbarazzo per i proprio sentimenti. Impossibile credere che venisse dallo stesso pianeta dell'Asburgico, sempre in guardia con gli altri.

E poi è arrivato il giorno in cui avevo deciso di tornare a Istanbul.
Lui che diceva, che ci torni a fare? Tanto sei in vacanza, resta qui, stiamo insieme ancora un po'.
Ma io volevo tornare alla Città, e dai miei amici, e quindi, sono andata.

Prendo un bus locale, guardo la macchia mediterranea fuori al tramonto, mentre saliamo su per la collina verso la strada principale.
Penso a quanto mi è mancato quel paesaggio di oleandri e pini marittimi, penso che io l'Asia la adoro e la amerò sempre, ma che casa mia è questa.
Casa mia è il Mediterraneo, sono i pini marittimi, i carrubi, gli ulivi, il cielo azzurro intenso, le melanzane, i pomodori,  le olive e le viti.

Arrivo alla stazione di Antalya, cena veloce con i soliti, amati snack turchi, poi vado al mio autobus. Autobus di lusso, ogni sedile con la TV, come in aereo.
Mi siedo, l'autobus in attesa di partire è silenzioso. Partiamo, mi rendo conto che non parla nessuno,  proprio nessuno, percepisco tensione, vedo che tutti guardano lo stesso canale mezzi impietriti.
Accendo anche io, e leggo di terrorismo ad Ankara.
Cazzo. Vabbè. Vabbè ma mica stiamo andando ad Ankara noi, no?
L'autobus parte, esce dalla stazione.
Mi chiama F., il ragazzo siriano: hai visto cosa sta succedendo? Non andarci, a Istanbul. E' pericoloso. 
Ti richiamo dopo, tesoro, grazie, però.
Riguardo lo schermo, scrivo a mia madre che è tutto sotto controllo e di ascoltare solo me e non guardare i telegiornali o chiedere agli amici che sanno dove guardare, mi chiama un'amica di Milano, abita a Istanbul ma è in visita da sua madre, mi dice, senti, sembra che ci siano i carrarmati fuori dal Parlamento e sopra Istanbul, gli aerei militari a bassa quota, occhio.

Colpo di stato. Golpe. Darbe.

Vabbè. Ma la capitale è Ankara, che può succedere, a Istanbul? Mica c'è un Parlamento da occupare.
Però c'è una popolazione da intimidire.
E poi vedi i carrarmati sul ponte sopra il tuo mare, a Istanbul, sopra il ponte di Ortaköy, vicino a casa del tuo amico O., dove hai passato così tante notti a dormire dopo le feste, perché eri troppo pigra per tornare giù verso casa tua.
Quella casa dove una volta O. ti ha sequestrato, un primo maggio, perché non voleva che finissi in mezzo ai lacrimogeni e ti ha fatto aspettare fino alle sei di sera per tornare, a piedi, giù fino a casa tua, vicino al vecchio arsenale.

L'autobus va, non dice niente nessuno, a un certo punto si ferma.

Richiama F., il panico nella voce di uno che ha visto cose brutte e se ne aspetta altre.
Senti, scusa, per favore. Mio fratello ha trovato una macchina, ce la dà la proprietaria dell'ostello, ti veniamo a recuperare noi e vedi cosa fare domani, non ci andare oggi, per favore.
Gli dico di no, che è meglio che vada invece, che se scoppia un casino vero sono più vicina al consolato e a un aeroporto internazionale. Gli dico che l'unica cosa che devo fare è arrivare da Taksim a casa del mio amico, che lui è lì da anni, che ci starà attento lui a me.
Insiste anche il fratello. Io dico niet, non scendo dall'autobus.

Nottata psichedelica. Non chiudo occhio, tra il feed di facebook impazzito con gli italiani in panico, F. che mi manda aggiornamenti, il mio amico italiano a Istanbul che mi dice vieni a stare da me e, con nonchalance, guarda che questo l'ha organizzato tutto quello, non succederà nulla, veramente.

Verso le tre del mattino il nostro autista, sui 60, ha un malore.
Io penso che si sia ricordato del golpe del 1980, e che avesse davvero molta paura. In piena notte, scendo con un capannello di uomini a fumare sigarette e bere tè in mezzo al niente delle montagne. Sono in maglietta, fa freddo. C'è una stellata della madonna, ancora più nitida di quella sul mare qualche notte prima, con F.
Dopo 40 minuti, arriva un'ambulanza. Ripartiamo con l'autista di riserva.

Il momento della resa dei golpisti. Visto in autobus, in TV, con gli occhi iniettati di sangue e il sonno nella testa, la mattina presto.

A ogni stop un ragazzo curdo che era sull'autobus mi offre un çay e una sigaretta, i collanti sociali del paese, chiacchieriamo usando google translate sul suo telefono.

Dopo 17 e passa ore di viaggio, blocchi di polizia, traffico, tensione, arrivo a Istanbul, a Taksim. Mai vista la piazza così vuota in dieci anni di frequentazioni. Scendo a piedi verso casa del mio amico. Anche Istiklal, la via principale dello shopping a Beyoglu, è vuota. Giro a destra, passo davanti all'Istituto Italiano di Cultura -- casa -- e scendo verso casa sua.

Mi aspetta con il suo sorriso da gatto e la sua solita aria ironica di sempre,  per niente scomposto,  in fondo a un vicolo acciottolato, davanti a casa sua.

Ci sono un pergolato, una massa di gattini randagi, che dormono sulla panchina di marmo di fianco alla porta, una vecchia porta di ferro battuto.
Dentro, lui e sua moglie hanno preparato la kahvaltı per noi tre, e il loro gattino, Fairuz, non vede l'ora di conoscermi.

Entro, e tiro il sospiro di sollievo più lungo della mia vita.
Casa loro è bellissima, il formaggio delizioso, lui è lo stesso di anni fa, e sua moglie è carinissima. Fairuz e io diventiamo amici.
E niente.
Ci sono luoghi e persone che anche nel mezzo di un golpe... Restano casa.

La cumba, il bovindo di casa del mio amico, dove avrei passato molto tempo nei giorni post-golpe, insieme al piccolo Fairuz. 

Ecco, sì.

Eccomi qua, a spazzare la polvere dal blog.

E' che ho avuto un po' da fare, nel frattempo. 

Prima, ho dovuto imparare a smettere di essere triste. Che è un po' una cosa che va fatta in maniera razionale, secondo me. Se ti succede una cosa brutta, devi decidere a un certo punto che ti sei rotto le palle di stare male. Da solo, se no, non ti passa. 
Ci devi lavorare.
Io l'ho fatto con lo yoga, la meditazione, lo studio, il qi gong e l'amicizia. Ore, ore, ore ed ore ed ore di queste cose. Arrivi a conoscerti bene, nel silenzio. Guardi in faccia i mostri, gli chiedi da dove arrivano, cosa vogliono e anche se possono andarsene. Loro, prima o poi, leveranno le tende. Quando, è da vedere, ma già dargli il foglio di via è un buon inizio. 

Photo: Angela Lacombe

Secondo, ho dovuto reimparare a viaggiare. 
Da sola. A tanti di voi, magari sembrerà una cazzata. Ma: non è così, non per me. Qui è dove mi avevate lasciato voi. Da sola, in procinto di partire per il Giappone.
Stavo abbastanza bene quando avevo scritto questo post. Andare in Giappone è stato un terremoto emotivo, abbastanza duro, ma come molte cose dure, un terremoto che ha trasformato, cambiato, scosso e ripulito. 

Yanaka, Tokyo. Foto mia.

A giorni alterni stavo bene, in pace con me come lo stavo diventando a Bangkok, altri giorni, cuore pesante e lucciconi. Per fortuna a Tokyo vive una mia amica giapponese incontrata qui, che un giorno ha avuto un'idea geniale. Siamo andate al museo di Miyazaki, e dopo il museo, al parco di Kichijōji, ha visto che ero triste, di fondo. 
Mi ha detto, perché? Perché viaggiare senza di lui è una cosa nuova, dopo sette anni che si è viaggiato insieme. La sua risposta è stata geniale, nella sua semplicità. Mi ha detto, prendiamoci un caffè lì dentro. E poi, nel caffè, è andata così.

Lei: quanti anni siete stati insieme?
Io: sette e qualcosa.
Lei: in quanti paesi avete vissuto insieme?
Io: tre. 
Lei: OK. E quanti ne avete visitati, insieme?
Io: neanche mi ricordo. Dovrei contare. 
Lei: OK, però ora facciamo tutta la lista delle vacanze che avete fatto insieme. Quelle te le ricordi, no? Dove e quanto lunghe. Te lo ricordi, no?
Io: sì. 
Lei: prende il telefono e mi ascolta facendo le somme.

Ora, non ricordo la cifra esatta perché non mi interessa, ma mi ricordo che, sommando l'anno sabbatico e i vari viaggi, eravamo arrivati ben oltre i 25 mesi passati insieme zaino in spalla. E 24 mesi sono due anni. Due cazzo di anni, capito? Quindi è ovvio, che la prima volta che sono andata via da Bangkok, un paio di mesi dopo il fattaccio, mi sono isolata dagli altri e ho chiamato in lacrime la mia amica sudafricana. Come ha detto Y., è praticamente matematico stare male, basta guardare ai numeri. Stai serena, passerà. 
Aveva ragione. 
Adesso viaggio da sola impunemente e faccio pure campagna perché partano anche le altre donne, qui. Fortifica, fa benissimo. Lo facevo prima di M., e ho ricominciato a farlo, perché non c'è ragione di lasciarsi distruggere da un'altra persona... E spero di non dimenticarlo di nuovo, a costo di diventare un po' più dura. 

Però: ce l'ho fatta. L'inizio della vacanza è stato più duro della seconda metà. Ho conosciuto persone. Ho conosciuto un espatriato spagnolo che è tutto l'opposto dell'uomo medio a Bangkok, l'opposto dell'uomo che tanti uomini altrimenti sani sembrano diventare in questa città dove la vita è, per un uomo pieno di soldi, evidentemente troppo facile. R., il ragazzo valenciano, era l'opposto: Tokyo non è facile per lui, studia, lavora come un pazzo, tutto perché ha un progetto di vita e di impresa che fa sì che gli serva parlare e scrivere il giapponese a livelli eccellenti... E quindi, lo fa. E' stato anche il primo da cui non mi sono ritratta dicendo, ripassa dopo perché non ce la posso fare, anche se non mi sono goduta la sua presenza quanto avrei potuto... Perché stavo ancora male.

La poesia che mi è uscita quando ho pescato nel mucchio alla Meiji shrine, Tokyo. 

Sono tornata a Bangkok, dicendomi anche questa è fatta, la prima volta di qualunque cosa è sempre la più dura. Se qualcosa non lo fai per anni, come viaggiare sola, quando ricominci, è dura quasi come la prima volta che lo fai, tranne che per il fatto che sei più adulta, e sicura di te. Che è anche il motivo per cui hai più lividi.
Maggio, l'ultimo mese di scuola, è volato. 
A giugno, sono andata in Indonesia.  
Bellissimo viaggio, con la mia migliore amica qui, la famosa sudafricana. 

L'amicizia vera la vedi nei momenti difficili. Che però se si può andare a passarli sul mare di Lombok, i momentacci, meglio. 
Relax, mare, cultura, cibo, insomma, mi è piaciuto tutto. 
Mi sono presa una cotta estemporanea per un sudafricano, per poi scoprire che era messo esattamente come me, e che quell'ombra malinconica che si vedeva passare ogni tanto dietro i suoi occhi veniva dallo stesso posto della mia, e lui aveva anche dovuto ricorrere agli avvocati. Almeno io non ho dovuto. 
Solo che io non ero malinconica, ero, nel frattempo, diventata una furia. Medea. E per fortuna che non avevamo bambini, perché ero veramente incazzata. E' lì che ho capito che stavo arrivando al limite di quello che si può fare da soli, quando si esce da una relazione che alla fine è stata nociva, tossica, dolorosa in modi nei quali solo l'amore rancido può esserlo. 
Io ho fatto ore ed ore di yoga, di qi gong, di meditazione, di studio, di workshop, di miglioramento di me. Ma c'è un limite a quello che puoi fare da sola, se non stai bene, e io avevo iniziato a pensare di averlo raggiunto in Giappone, ma non era così. In Indonesia, ci sono arrivata, e l'ho capito quando una notte alle due, la mia amica mi guardava con i lucciconi mentre le parlavo senza riuscire a dire più nulla. E' stato lì che ho capito che ero troppo furiosa per uscirne da sola, e che mi serviva aiuto se non volevo che quella furia nera mi consumasse da dentro e si allargasse al resto di me, che di norma invece sono una persona allegra. E uso il termine allegra perché l'allegria non è uno stato d'animo, ma una tendenza caratteriale. Non volevo che questa rabbia uccidesse la mia allegria. 


Prambanan, Yogyakarta, Jakarta 

Sono tornata dall'Indonesia, e dopo qualche giorno a Bangkok, avevo un volo per Milano.

La seconda parte dell'estate e l'autunno ve li racconto un'altra volta, perché c'è di mezzo una città chiamata Istanbul, e devo uscire tra meno di mezz'ora. 

A chi mi sta leggendo ancora... Grazie di avermi aspettato. 

A volte perdersi fa bene. A Yogya, mi sono persa e ho trovato un tempio bellissimo. 

Talvolta, la cosa più difficile da fare è restare fermi. 
Io l'ho fatto.
Vivo ancora a Bangkok. E sto meglio. 

Sono rimasta qui, mi sono seduta a gambe incrociate e ho guardato in faccia i mostri. Uno per uno. I mostri di lui, e i mostri miei. I mostri che mi ricordavano dove ho sbagliato. I mostri dell'e se.
Ho pianto meno di quanto avrei creduto, perché ero così prosciugata da un lungo periodo di difficoltà che ero sfinita. A pezzi. Prosciugata. A parte un paio di pianti epici... Ho capito di non essere una donna lacrimosa. Soffro come una cagna. Ma lo faccio senza lacrime.

Per questo che non ho scritto per mesi. 
Ma sono viva. Sono solo occupata in una profonda opera speleologica interiore.

Chi ero, io? Cosa mi piaceva fare? Cosa facevo, quando avevo il tempo tutto per me? Come interagivo con gli altri? Che tipo di ragazza ero? 
Queste le domande a cui, a volte, dopo anni passati con una persona... Non sai più rispondere. E sono cazzi, quando te ne rendi conto. 

A volte, ami così tanto qualcun altro che ti dimentichi di te. Ami a livelli che ti scordi che da una tazza vuota non si può bere niente. Nutri l'altro. Lo nutri, lo nutri, ti impegni nella ricerca della sua felicità a livelli tali che ti dimentichi della tua. Ti dimentichi di cosa ti piace, cosa ti rende felice, perché la parte malata di te dice che se non può rendere felice tutti e due, questa cosa, allora è meglio rimuoverla. Dimenticarla, fino a che poi un giorno ti svegli e ti rendi conto che non sai neanche più chi sei. Ti rendi conto che non stai bene, che sei malata, che sei stata svuotata a livelli tali da non avere più desideri, da non voler più perseguire niente, perché ti senti bloccata, intrappolata in una scatola che non è stata costruita per la tua felicità, ma per quella di qualcun altro, qualcun altro che, senza farlo apposta magari, è ben contento di prendere. Sempre. Dando sempre meno. 

Insomma.
La mia prima scelta da donna libera è stata: che faccio? Scappo piangendo, o resto qui e tiro fuori la scorza d'acciaio che so di avere, che ho solo dimenticato? Quella che mi ha tenuto in piedi quando mio padre si è ammalato ed è morto. Quella che non mi ha lasciato infrangermi in mille pezzi quando ho saputo che il mio ex era morto, e come era morto.
Quando prima dei ventisei anni hai a che fare con la morte due volte, anche quando sei a terra, anche quando stai male, così male che neanche te la senti di piangere, perché sei così esausta che non hai la forza, sai che una rottura è precisamente solo quella. Sai che sei forte -- è solo che magari non ti va di esserlo, e sai anche che non avrai scelta se non farlo di nuovo.

E quindi, aspetti per un mese prima di dire a tua madre quello che è successo. Aspetti a farlo finché non smette di tremarti la voce.
Bevi, ma solo per il primo mese. Dopo, ascolti la voce dentro di te che dice: ma che cazzo fai? Vuoi diventare come gli espatriati istupiditi che critichi sempre? E smetti. E cominci ad andare a yoga due volte a settimana, tre. A sedute di meditazione. A workshop, laboratori di ogni genere, perché senti che il tuo cervello e il tuo cuore, anche se sono pieni di lividi e mazzate, di nuovo recuperano ossigeno, e vogliono imparare cose. Dipingi. Studi medicina cinese e qi gong. Degusti il tè, impari a fare tisane, fai tutte quelle cose per cui prima saresti stata etichettata, e per le quali comunque non prendevi il tempo. 

Passi il monsone come una convalescente, vedendo sempre le stesse persone della cui esistenza a Bangkok sarai per sempre grata. Fai yoga. Dormi poco. Mangi poco. Piangi poco. Hai un macigno nello stomaco, mille domande senza risposta, che tali rimarranno. Un'amica che è come una mamma in seconda ti dà strumenti che non hai mai usato prima per tentare di riprenderti e di imbrigliare i sentimenti che ti sconvolgono. 
Rabbia.
Dolore.
Gelosia.
Rancore.
Furia cieca.

Impari ad usare quegli strumenti, insieme al senso dell'umorismo che ti ha sempre salvata, e inizi a riarrampicarti. I tuoi vicini ti organizzano una festa di compleanno su un tetto, tu non ci vuoi andare, ma ti spingi a farlo. Vai. Sorridi, anche se sembra finto, e rifletti su come cazzo sei finita così a questa età. Ti dici meglio ora che tra due anni, anche se hai un coltello piantato nella pancia.

Il monsone finisce. Sole, fresco, si avvicina il Natale, stai per tornare in Italia e così fai. Piano piano smetti di sentirti come uno zombie che dissimula bene, scrivi una mail di mille paragrafi alla fonte del tuo dolore, e te ne vai. 
Non rispondi più alla sua risposta, perché hai speso abbastanza energie per rimanere con un pugno di mosche in mano.

Passi un capodanno bellissimo. Incredibilmente italiano. Ti senti a casa. Sei a casa per la prima volta dopo anni senza la strada sbarrata. Conosci un ragazzo, e poi un altro, ed un altro, che ti fanno sentire bella, e apprezzata, come dovresti essere più spesso, e te lo dicono nella tua lingua... Che ormai ha dell'esotico. 
Mai fu una fine d'anno benvenuta come quella. Anche se è solo una rottura, è comunque una rottura che ti stai smazzando da sola, a varie migliaia di chilometri da casa, in un posto che ti lascia perplessa, facendo un lavoro che non volevi, e che a sorpresa ti ha fatto da terapia, perché ai bambini non importa se tu stai male. Se ti vogliono bene, te lo dicono, te lo fanno sentire. I miei bambini, a scuola, mi hanno salvato. Ma hanno tre anni, e quindi non glielo posso raccontare. Metterli a letto ogni giorno e farmi abbracciare dalle loro manine appiccicose e salvarli dalle loro caccole mi ha tenuto ben salda al terreno... Mi hanno terapizzato, alcuni di loro, con il loro amore così puro e reale e senza filtro, e neanche lo sanno. 

Come mi hanno salvato, come sempre, le amicizie. Quelle storiche e quelle nuove. Quelle a Bangkok, e quelle virtuali. 

Il 2016 l'ho cominciato con un turbinio di visite che non accenna a finire, e che porta un sacco di energie positive, belle. Mi sento come se avessi tappato una falla di energia che non sapevo di avere. 
Continuo ad essere triste, per quello che mi è successo. Continuo a non capire. Continuo a sentirmi come se avessi perso il mio tempo e le mie energie per niente, di nuovo, come con quell'altro, tanti anni fa. 

Però... Non importa. E' la vita. Ora sono libera, e io ad essere libera sono bravissima. Mi ero solo dimenticata come si facesse. 
Piano piano, mi riprendo, reimparo come si fa. 
Yavaş yavaş.
Prima o poi mi potrò considerare ripresa. 

Intanto, sono qui in un guscio comodo fatto di sole, calma, di una vita che è quella che piace a me, di amici, e libri, e yoga, e calma, e bambini che mi abbracciano... Non è ora il tempo di impuntarmi perché Bangkok non l'ho scelta io. Per ora resto ancora un po' qui, perché l'ho resa mia, facendomi un mazzo (emotivo) così. Quindi dopo questo sbattimento, vorrei anche raccoglierne un poco i frutti.

Una delle mie massime degli ultimi mesi. 
Già il fatto di avere di nuovo voglia di scrivere... E' un altro segnale di ripresa intellettuale, oltre che emotiva. 
Tra poche settimane me ne vado in Giappone. In gita. Da sola. 
Perché ho la fortuna di essere nata in quello spicchio di mondo dove lo posso fare, e quindi, così renderò onore alla mia libertà. 
Ve la ricordate quella canzone dei Litfiba?

A me neanche piacevano tanto, i Litfiba. Mi stava sui coglioni, Piero Pelù, con quelle sue barbe e basette ridicole. 

Ciononostante, questa canzone mi viene in mente spesso, da che vivo qui. A dire il vero, mi viene in mente ogni volta che cambio città, perché con la città cambiano anche:

* il clima

* l'alimentazione 

* la topografia 

* i mezzi di trasporto.

Ormai ho abbastanza cambi di città, più il viaggione, su cui basarmi per farne praticamente una scienza esatta. 

Non sono una di quelle persone che hanno sempre la stessa forma, che sono sempre se stesse. Il posto dove vivo influenza di brutto il mio aspetto, il che è una cosa molto interessante. Non mi è mai interessato molto, il mio corpo, finché non sono andata a vivere in Turchia, e ho visto oggettivamente che quello che faccio o non faccio lo cambia davvero. (A Milano, non so perché, ma lo notavo meno.)

Ma di brutto.
Sono il tipo di persona che ama troppo il cibo, il vino (o la birra e i cocktail, come qui) e il divertirsi per preoccuparsi troppo delle calorie. Delle calorie me ne frego -- semplicemente da che vivo in Thailandia ho una guerra permanente contro lo zucchero, anche perché sono una bevitrice di mate amaro. Quindi le cose iper zuccherine mi fanno stare male, a prescindere dal fatto che fanno male. 

Lo yoga all'epoca iniziai a farlo un po' per il mal di schiena, e un po' perché il mio amico Ernesto mi vedeva stressata dalla rottura dopo la mia prima relazione lunghetta, almeno per una ventenne, e mi aveva detto: magari ti calma. Lo yoga mi era piaciuto subito, ma a Milano non me lo potevo permettere, come tante altre cose.

Ma veniamo al tema: l'espatrio e il nostro corpo. 

A Istanbul, ad esempio, era cambiata la forma del sedere, quasi subito. Perché? Perché abitavo a Beyoğlu. Chiunque abbia visitato la città e passeggiato a Beyoğlu si sarà trovato ad avere un mal di gambe tremendo, perché è tutta colline -- e io vengo da Milano. Che praticamente è Olanda, da quanto è piatta, le uniche salite sono i ponti sulle ferrovie. 

A Istanbul, mi era venuto il culo a mandolino a forza di scalare colline, e poco altro. Il resto rimasto invariato. Al contrario di molti, per fortuna, non sono ingrassata di dieci chili in un anno, proprio perché abitavo nella città vecchia e mi ero trasformata in una capra scalatrice. 
A livello di vestiario, ero relativamente femminile, ero ancora ggiovane dunque ancora in fase maschiaccia, ma il clima mite a partire da marzo più gli ormoni turchi e non che volavano invisibili nell'aria mi avevano reso molto fimmina. 

A Istanbul bevevo birra, non facevo yoga, facevo una vita dissoluta con i maschi turchi e non (e diciamole, le cose) ed ero assolutamente favolosa. Poi alla fine volevo uccidere tutti i maschi turchi, ma quella è un'altra storia. 

A Vienna, il cambiamento è stato più negativo. Io sono pessima ad essere femminile quando ho freddo. Ho sempre i piedi congelati, quindi usavo scarpe grosse, magari colorate e caruccie, ma di certo non che ti fanno un bel piedino come le ballerine. Scegliere i vestiti a Vienna non era divertente. Non mi piacciono i vestiti invernali, e l'estate dura pochino. Non fa neanche mai abbastanza caldo da non aver bisogno di una pashmina o qualcosa la sera, almeno, non per me. 

Quanto al corpo... A Vienna sono ingrassata, specie alla fine quando ero stressata dalla partenza per la gitona e altre cose. Ma anche perché lavoravo sempre in giro per la città, orari ed alimentazione sregolata, e nonostante camminassi in giro per la città tutto il giorno e facessi yoga quando potevo, non ho perso peso. Sono ingrassata all'inizio, perché ero traumatizzata e non uscivo di casa, e alla fine... Non so bene perché, perché non è che mangiassi di più. Un'amica austriaca all'epoca mi disse: è lo stress, vedrai. E aveva ragione, perché due mesi dopo, in Uruguay, ero tornata ad avere l'aspetto di prima, senza alcuno sforzo, e mangiando un sacco di roba buona in Paraguay nel mezzo. 
Un'altra cosa interessante è che a Vienna la mia pelle era sempre secca. L'aria è più secca che a Milano, l'acqua credo più dura, e si vedeva. Avevo sempre la pelle delle gambe secca secca. 

Durante il viaggio, la differenza si vedeva ogni volta che passavamo un confine... Incredibile. Di confini ne ho passati tanti, ma i cambiamenti più notevoli sono stati questi:
* in Argentina sono ingrassata a causa dei dolci
* in Cile ho perso il peso preso in Argentina grazie alla mitica frutta cilena.
Poi stabile stabile stabile e 
* in Colombia sono dimagrita perché c'era un'umidità di livelli asiatici e avevano frutta meravigliosa. in Colombia mi sono praticamente trasformata in un macaco.
* Messico: ho mangiato come una fogna ma non sono ingrassata, cosa che vale anche per Taiwan. Inspiegabile.
E poi: sono ingrassata in Vietnam, perché hanno il pane, dimagrita in Malaysia e mantenuto quell'aspetto, anche perché in Malaysia fa un caldo porco, dato che è quasi all'equatore.
Conclusione: Taiwan, Colombia e Malaysia hanno in comune l'umidità. Ergo, con l'umidità sudo e dimagrisco. Evidentemente.

In Europa (Milano e Vienna) sono ingrassata di brutto nel giro di sei settimane, perché ho mangiato tutte quelle cose di cui sentivo la mancanza mentre viaggiavo. 

E a Bangkok

Dunque, da che vivo a Bangkok c'è da premettere che non cucino, praticamente. La nostra signora delle pulizie, che ormai è praticamente la nostra tata, ci ha preso a cuore e per qualche baht in più cucina lei per noi, e fa Piatti da Mamma Thai. Sora Mou, praticamente. 
Sono sempre in giro per ristoranti, a colazione e a cena, quando ho tempo.
E ricordate che i thai hanno tutti un futuro da diabetici, dato che mettono lo zucchero anche nelle zuppe, e quindi quando ordino una zuppa, probabilmente mangio zucchero. 
Ma: per la prima volta da che lavoro, non lavoro la sera. Mai. 
Conseguenza: non solo ho i soldi per lo yoga, ma ho anche il tempo per andarci. 
Fattore numero due: a scuola cammino un casino. Sia in classe, come prima, ma anche in giro per il campus, che è gigantesco. 

E quindi. 
Le mie gambe stanno cambiando forma, l'altro giorno mi sono toccata la coscia mentre leggevo e ho sentito un nucleo duro che prima non c'era. Cioè i miei muscoli, che ci sono, ma non li vedo da anni. Per ora li sento solo, e se vado avanti così, magari li vedrò anche, non troppo, mica li voglio vedere troppo. E le mie cosce stanno prendendo una forma interessante: cioè la forma di una che fa sport. Io. Che sono la donna più pigra del mondo.

La mia pelle è più morbida, perché l'aria umida funziona meglio di qualsiasi crema idratante, addirittura su gomiti e piante dei piedi. Unico neo: devi tenere la pelle del viso pulitissima, se non vuoi finire come un'adolescente nel picco dell'acne.


I miei capelli sono più morbidi, perché non li coloro e non li asciugo mai col calore, e sono ondulati e non dritti come spaghetti come dopo il phon. 

Siccome fa più caldo, sono anche sempre in giro con ballerine carinissime e colorate, e magliette sottili, e sciarpe per coprire le spalle, e pantaloni di cotone. Vivo sempre nell'estate, e ve lo giuro, non mi mancano affatto autunno e inverno. Mi sento più contenta quando ho meno vestiti addosso, veramente.
E siccome ho anche una piscina, quando c'è il sole e sono a casa, prendo un libro e vado a leggere in acqua, seduta sui gradini per ore, e quindi sono anche permanentemente abbronzata a dei livelli che non ho mai avuto nei tre anni vissuti in Austria. 


Conclusione: Bangkok mi fa bella. Evviva! Visto che un sacco di altri voi sono espatriati... Come influenza il vostro corpo l'espatrio? Mi interessa assai, perché per esempio gli americani dimagriscono sempre, ovunque si trasferiscano, perché iniziano a camminare, cosa che a casa loro non fanno. Voi?
Per coloro di voi che mi seguono da poco, ho aggiornato la pagina della bio della Mente Debole.

Wikimedia Commons
La trovate qui. Con le figure geograficamente illustrative, perché la cosa comincia a farsi piuttosto complicata.
Pubblicherò in differita. Tipo lunedì. Ora sono presa troppo male anche per quello. 

Passare un venerdì sera in isolamento, con il mal di pancia, dopo una giornata durante la quale avresti pensato di andare a yoga, cenare con i compagnetti di yoga, e poi andare a farti una birra con gli altri insegnanti, per conoscere un paio di persone nuove che paiono simpatiche, non ti può mettere di buonumore.

Foto: unknown. Si ustedes saben de donde es, me contacten porfa :) 

Come mio solito, quando non sto bene, ho detto all'Asburgico di andare a fare quel che aveva previsto di fare, che non sto bene, ma non ho ancora bisogno della balia, per fortuna. E poi ho anche l'umore grigio e non mi va di ammorbare gli altri. Ammorbo voi, invece, fortunati!

Insomma. Umor grigio perché. 

Perché più si avvicina l'inizio dell'anno scolastico con i nani urlanti, e più mi dico perché insisti a farti questo, donna? (Risposta: perché mi pagano bene ed è un sacrificio di qualche mese per mettere da parte soldi, e fare una nuova esperienza, perché mi danno un visto, che nella Thailandia del golpe è una cosa importante. Ciò non toglie che non ci ho voglia e che mi mancano i miei studenti adulti, che mi insegnano cose del paese dove vivo mentre io insegno a loro una lingua.)

Perché oggi parlando con il mio amico G., che conosco da che avevamo 16 anni... E' venuto fuori che del buco degli anni dove ci eravamo persi, durante i quali mio padre è morto... Non gli ho raccontato niente. E oggi è venuto fuori. E oggi ho dovuto spiegare. E oggi ho ricordato la schiena di mio padre nel letto d'ospedale, la pelle secca per il troppo stare a letto. Ho ricordato delle punture per prelevare il midollo che gli facevano male. Ed è stato come un pugno nello stomaco. Tipo che ho camminato verso casa per 45 minuti nel traffico di Bangkok per tentare di riprendermi. Perché ho raccontato questa cosa camminando, e mi è venuto da piegarmi impercettibilmente, mentre glielo dicevo. Perché mi sembra che mi abbiano accoltellato nella pancia con una katana gigante. Perché quest'anno sono otto anni e il dolore a volte arriva alle spalle, e ti fotte, in un pomeriggio con un amico che non voleva assolutamente farti stare male, che ti ha fatto solo una domanda innocente. 

Umore grigio perché oggi ho saputo che una persona che credevo stesse meglio, non sta meglio per niente. E questo mi rende triste. Perché che minchia di mondo di minchia, ecco. Lo dicevo quando stava male il mio babbo e lo dico anche adesso, pensando a questa persona, e ai genitori di tante altre che conosco, che sono malate, e che non stanno bene, e che mi fanno sempre pensare che ho ragione, a non cedere a tutte quelle baggianate sull'esistenza di dio (che se esiste, è anche un bel po' sadico, ecco. Grazie di niente.)

Stamane mi sono sentita un attimo così, per qualche ora. Che cazzo.
Umore grigio perché una ragazza italiana, qui a Bangkok, che ancora neanche conosco di persona, ha perso il padre da un giorno all'altro. E anche se io filosofeggio e filosofeggiavo quando era mancato il mio, di padre, quando mi dicevo che la morte è parte della vita, e che siamo fatti di stelle, e che mi ci sono fatta un tatuaggio, su questo filosofeggiare... Nonostante tutto ciò dico: minchia. Non sono ancora arrivata al calmo distacco che vorrei su questo tema, e credo che non ci arriverò mai. Alcuni giorni, si sta di merda. Punto.

Umore grigio perché a volte le città grandi, che dico sempre di amare, che in generale amo, mi stancano. Perché Bangkok mi stanca. Mi stanca il traffico, mi stanca dover contrattare con gli autisti del mototaxi. Mi stanca che non è piacevole camminare. Mi stanca che ci sono un sacco di maschi a caccia di figa facile. Mi stanca che ci sono un sacco di donne con la minigonna giropassera. Mi stancano i locali col dress code, di cui non mi frega un cazzo, dove non vado neanche, ma oggi mi stancano. Mi sfinisce l'attenzione alla forma di questa città, sembra di essere tornata a Milano. Mi stanca non parlare il thai.
Mi stanca non essere in Europa. Mi stanca vivere in un paese dove mettono la formaldeide sul cibo e nessuno si arrabbia, mi stanca che da che vivo qui mangio animali quasi ad ogni pasto perché è parte della loro cucina, e vabbuò, però che cavolo. Mi stanca tutto il latte che bevo perché in quello di soia mettono quantità poco sane di zucchero, e non ho i soldi per il latte di soia importato, e poi come fai a sapere che non è latte di soia ottenuto distruggendo le foreste brasiliane, e mi manca il latte di soia austriaco fatto di soia austriaca senza distruzioni di foreste pluviali in Sudamerica. Mi manca il controllo sul cibo che mangiavo che avevo in Europa. Mi stanca la ricerca costante della mia nicchia di calma in una città che calma non è.

Mi stanca poter parlare con I. e F. solo su skype, che una è a Trinidad e l'altra a Vienna. Mi stanca la mia mente che mi chiede come staresti ora, se vivessi a Montevideo o Barcellona? E io a risponderle, Di sicuro sarei più povera e mi dovrei ingegnare di più per fare soldi. Che è il motivo per cui abbiamo scelto Bangkok. Però potrei di nuovo parlare con tutti, dal presidente Mujica al muratore che si fa il mate in pausa sul mare. E non dovrei fare un lavoro che mi sta sulle palle perché mi dà un visto. Mi stanca non avere tutto il tempo che mi va con l'Asburgico. Mi stanca sapere che la prossima volta che potremo fare un viaggio insieme sarà in primavera prossima, perché a Natale devo tornare in Italia. Perché della mia famiglia, come al solito, non è che verrà a trovarmi qualcuno. 

Probabilmente sto così perché non sto bene, perché ho passato tre giorni a lottare con la burocrazia italiana e quella thai, perché oggi doveva essere una giornata piena e bellissima e divertente, e invece delle cose che volevo fare ne ho fatta solo una, purtroppo. Perché ho perso uno dei miei orecchini turchi, camminando verso casa, e lo so che è solo un cazzo di orecchino. Ma viene da Istanbul e a me piaceva. E ora chissà dov'è. 

Umore grigio perché ripenso ad alcuni posti del mio viaggio e penso che ci vorrei tornare, perché ci sono stata bene. Perché ho visto l'Asburgico in uno stato di calma in cui l'ho visto poche altre volte. I ricordi funzionano a cascata, e da un chattare su facebook con una ragazza conosciuta in Ecuador, si arriva in fretta a ricordarsi della finca dove io ho scavato trincee e brandito machete, e l'Asburgico, che odia le pulizie, ha fatto le pulizie per giorni quasi senza lamentarsi.

foto: Nat
Pensi a quello e pensi alle persone che vivevano lì, che erano gentili, al cane Cejas, al fiume che scorreva dietro la casa, alla stanzetta condivisa con l'Asburgico. Alla biblioteca con vista sulla giungla dove tutti si addormentavano dopo il lavoro. A quella ragazzina francese innamorata di un cinese, che ora vive in Cina, e sta pure per sposarselo, il cinese. Passava pomeriggi interi a imparare caratteri, paziente, in silenzio. Un'altra persona gentile e dolce che ho incontrato nel mio viaggio. Giovanissima, ma matura, ed intelligente.

foto: Nat. La vista dalla sala di lettura. 
Pensi a tutte quelle persone, luoghi e cose, e ti chiedi che cavolo ci fai in una metropoli di dodici milioni di persone, dove ti appresti a fare un lavoro che non ti piace, con una giunta militare al governo. 

Pensi alla ragazza con cui parlavi prima su facebook, dolce e interessante anima con sangue francese, basco e kabyle, che finito il suo dottorato è rimasta in Ecuador e ora vive in un paesino vicino a Quito. Ha aperto un caffè con negozietto, insieme a quell'artigiano catanese di cui si era appena innamorata, o si stava innamorando, quando l'hai incontrata tu. Anche lui dal cuore morbido, avevi comprato i suoi orecchini a forma di luna, fatti con materiali di riciclo, e quando ha visto il tuo amore per le spirali, ti ha fatto un anello di rame nel giro di due minuti, seduto sul sagrato di una chiesa nel sud dell'Ecuador, con le sue scarpe fatte a mano, fatte da lui. Uno degli incontri più piacevoli, stimolanti e che ti sono rimasti in quindici mesi di viaggio, questi due. 

Probabilmente starò meglio domani, se riesco a fare le cose che ho in mente di fare, se mi smettono i crampi e la nausea e la debolezza. Però... A volte me lo chiedo, che cavolo sto facendo. 

Già a vedere sta foto mi sto riprendendo. Anche le metropoli hanno fascino. Tanto. In effetti.
Domani vedrò una delle sole due donne in questa città che posso considerare una specie di amica, e ne sono contenta. Mi manca. Se c'è una cosa di cui mi sto rendendo conto, è che io, dei conoscenti, non me ne faccio proprio un cazzo. Sono allergica al chiacchiericcio, che non è da me, ma tant'è. Ho già detto che negli ultimi mesi sono in una fase piuttosto introversa, o quantomeno dove cerco calma e faccio yoga come non ne ho fatto mai prima. Accetto questa fase e spero che passi... Perché vivere a Bangkok senza darsi al chiacchiericcio è difficilissimo. 
Ora, molti di voi che non mi conoscono probabilmente pensano che io sia una tipa intrepida e coraggiosa, che va e viene senza paura. In realtà: no. Per niente. Me la faccio sotto.
Avrei sempre voluto viaggiare da sola, ma tra amici vicini che venivano con me, amici lontani da andare a trovare, e fidanzati zingari come o più di me, alla fine, da sola, ho viaggiato pochissimo. Giusto un poco quando vivevo in Turchia, e neanche tanto, perché non avevo molti soldi da spendere, all'epoca.

Quindi.
La mia settimana da sola a Bali è stata una delle prime volte che sono stata a spasso da sola molto lontano da casa, senza l'Asburgico. Ho passato il primo giorno a riprendermi da questo concetto, perché nonostante siamo insieme da sei anni e nonostante mi tiri fuori dagli stracci, talvolta, io l'Asburgico lo amo, e mi mancava, e mi sentivo perduta come la prima volta che i miei mi hanno abbandonata nella perfida, piovosa Albione, dicendomi: impara l'inglese, ciao. 
Almeno ho compiuto le mie elucubrazioni con questa vista dal mio ostello a 10 euri a notte:

La vista dall'ostello dei Fratelli Grugno, gli uomini meno sorridenti di tutta Lembongan.
Poi ho conosciuto le ragazzette brasiliane che dicevo qualche giorno fa, che mi hanno tenuto compagnia e che, avendo dieci anni in meno di me, e venendo da lontanissimo, mi hanno tempestato di domande sul viaggiare e sull'Asia e sulla vita, facendomi sentire a) vecchia ma b) anche una donna molto saggia e piena di esperienza delle cose. Una donna di mondo, ecco. 

Che cazzo, in effetti dopotutto sono stata in quasi trentacinque paesi diversi, però poi mi concentro sul fatto che faccio male le divisioni per calcolare le valute, e mi sento come una sbarbata che verrà fregata ad ogni passo, anche se poi non succede (ma questa insicurezza è il motivo per cui non sono ancora andata in India, sapevatelo.)

Insomma, dopo il primo giorno in cui le brasileñe ed io prendiamo un barchino per fare snorkelling, finiamo in un canale burrascoso che decoriamo del nostro vomito, per poi non vedere neanche quelle cazzo di mante giganti, decido che ora basta. Mi prendo una bicicletta, e vado almeno alla spiaggia vicina, senza benzina e senza finanziare il nemico (gli autisti balinesi.)

Inizio a pedalare, e prima finisco in un villaggio di simpatici pescatori e coltivatori di alghe, e poi in un bosco di mangrovie.

La gente del villaggio di pescatori e coltivatori d'alghe è la più carina dell'isola.
Esco da quello e finisco in una strada che attraversa le discariche dell'isola, per poi arrivare a una spiaggia bellissimissima ma senza ombra, praticamente dall'altro lato dell'isola, sentendomi Natalia Cipollini perché che cazzo, mi ci sono volute tre ore di bici con salite, per arrivare lì. La condizione delle strade, per darvi un'idea della situazione:

Discarica intorno e strade curatissime. L'interno di Lembongan.
Sulla scogliera, ho incontrato un americano che sosteneva che dovrei essere rinchiusa, perché mi rifiutavo di avere un motore sotto il culo. Mi sono sentita come una delle Spice Girls, cioè molto girl power. Tanto che quando l'americano mi ha detto, ti faccio una foto, ho preso subito la posa da girl power delle ragazze thai: sorriso siemo, e segno della vittoria. Segue una diapositiva, strappo alla regola che di foto mie qua non ce ne sono mai.

Impolverata, conciata, ma felice. Se ce la faccio io, ce la fate pure voi. 
Continuo e continuo, scendo dalla bici per salire a piedi sull'unica montagna di tutta l'isola, in cima alla quale incontro un signore indonesiano che ha aperto un baretto con del caffè divino per tutti quelli come me, e un graphic designer tedesco che ogni giorno lavora nel bar dell'indonesiano col suo computer. Dico al tedesco di andare in Birmania, la prossima volta che deve lasciare l'isola per il visto, e scendo. La sera, esausta, guardo il tramonto e mangio nel tendone di una signora che fa un sambal così piccante da farmi tossire abbastanza da intrattenere tutto il tendone, finché un signore di lì non si preoccupa, e inizia a percuotermi sulla schiena, per salvarmi la vita, dice.

Ecco a voi Azzurra. Il bolide senza freni. 
Il giorno dopo, giro all'inverso. Colazione con spremutona gigante di bacche e muesli al baretto del francese, e parto su per la montagna. La prima spiaggia a cui scendo, orrenda, rovinata. Arranco su per il crinale per tornare alla strada smadonnando, e incontro due danesi che, mossi a pietà dai loro motorini, mi regalano una salviettina umida, e mi dicono di una spiaggia un po' più in là che hanno trovato, di difficile accesso, ma bellissima. Seguo le loro indicazioni, e trovo la spiaggia giù da un crinale verticale. Scendo praticamente di culo, e mi ritrovo davanti a una spiaggia bianca, bellissima, con solo due (2) altre persone sopra, una coppia franco-inglese con cui chiacchiero per ore, condividendo disperazioni apocalittiche sul destino del pianeta invaso dal pattume, e consigli su come imbucarsi negli alberghi di lusso fingendosi ospiti (lui è un professionista di quest'arte.) La spiaggia, però, valeva la pena di quasi fracassarsi rovinosamente giù per il crinale: 



Lascio la spiaggia, e decido di tornare. Risalgo l'ormai famosa montagna per andare dal mio amico del baretto, dove divoro due toast, un brownie e un caffè, perché la spremutona col muesli non era molto grande, e incontro un graphic designer neozelandese, che pure lui lavora lì (il caffè Two Towers ha anche ottimo internet, per quello vanno tutti lì, questi che fanno il telelavoro.)

Inizio a scendere, e mi accorgo che non mi funzionano i freni. Molto bene. La discesa è ripidissima, quindi inizio a camminare. Sulla strada, incontro un gruppo misto italo-franco-austro-tedesco, che mosso a pietà, mi ripara almeno uno dei due freni, e mi dice, vieni a cena con noi, stasera? Ci sono andata e il giorno dopo ho girato tutto il giorno con loro in motorino, impolverata ma non sfiancata, ma quella è un'altra storia. 

Insomma, in due giorni e mezzo, io che sono francamente una persona fuori forma o comunque molto normale, ho fatto circa 9h in bicicletta, su sterrati, salite, e strade di qualità come quella che avete visto. Sono arrivata alla spiaggia dove non pensavo sarei arrivata, da sola, incontrando due serpenti, vari granchi giganti che vivono nel fango e attraversando discariche, tutto da sola. Quindi...


Rieccomi.

Allora, come sapranno tutti quelli che hanno traslocato almeno una volta nella vita, anche senza cambiare città, il primo giorno in cui ci si sveglia nella casa nuova è sempre speciale. Ne avevo già parlato qualche tempo fa, dei miei primi giorni in altre case.

Il primo giorno da sola, qui, è stato il primo che mi è sembrato reale: il primo weekend a Bangkok, infatti, è stato un weekend lungo. Sono stata in giro con M. tutto il weekend e mi sembrava di essere ancora in vacanza. 

Lunedì scorso, quindi, è stato il mio vero primo giorno. Mi sono svegliata, ancora con un pochino di jet-lag, e sono stata presa da un momento di vertigine a pensare a quanto sono lontana dalla mia famiglia. Meno di quando ero in Cile, che è stata la volta in cui mi sono davvero sentita alla fine del mondo... Ma la differenza è che stavolta, non sono di passaggio. Insomma, mi sono svegliata, e dopo la vertigine mi sono detta: ho una casa. Che è una cosa che non mi capitava da tanto. 

Ed ecco a voi, Melrose Place. 

Mi sono goduta il lettone, ed ho iniziato a cercare di percepire come fosse diversa, questa casa, da quelle che l'hanno preceduta. 
La prima cosa è che questa casa è aperta al mondo. Cioè: fa caldo, quindi non sei blindato in casa coi doppi vetri come lo ero a Vienna. Tra me e il mondo esterno, solo zanzariere. La seconda cosa che ho notato, è che a causa dell'apertura, ci sono molti più rumori esterni che a Vienna, cosa che a me non disturba, perché abitiamo in un vicoletto tranquillo. Nel vicolo, ogni giorno c'è un vecchietto che fa un'ottima noodle soup da mangiare appollaiati sullo sgabello, e uscendo sulla strada principale, è un'esplosione di cibo di strada: frutta già tagliata, succhi, caffè e tè freddo, spiedini di ogni tipo e genere, riso saltato in vari modi, e non solo. Ci sono anche calzolai, sarti con le macchine da cucire all'aperto, vecchiette che vendono biglietti della lotteria, e un paio di signore che fabbricano quelle profumatissime ghirlande di gelsomino da mettere sulle case degli spiriti. (Dopo vi spiego.)

Il nostro soi (vicolo)

I rumori che sento sono uccelli di vario genere, le signore delle pulizie affaccendate in cortile, nel pomeriggio, spesso due bimbini che giocano (uno giapponese e uno euro-thai, con gli occhi a mandorla, E i riccioli rossi, bellissimo), il frusciare della palma fuori dalla camera da letto, i gechi che fanno suoni da gechi -- pensate al suono di una ventosa che si stacca tante volte in sequenza. A volte, i gechi entrano in casa, ma a me piace averli sul muro... Mangiano le zanzare, e si dice che portino fortuna. Mi sono sempre piaciuti, i gechi. A volte, nel cortile, c'è anche altra fauna locale:

Berta la lumaca

Anche la vecchia casa di Vienna dava sul cortile, ma ho sempre detto che era un cortile che non mi piaceva. Non c'era mai nessuno, nessuno lo usava. Era il retro di quattro o cinque case che si incontravano, con dei muri nel mezzo. L'unica vita che c'era era la ricca coppia col terrazzo, che aveva orari di lavoro matti (mi ero convinta che lavorassero a teatro, spesso sembrava leggessero copioni) e le bandierine nepalesi sospese sopra la testa. A parte loro, era solo una rimessa. Questo cortile, invece, è pieno di vita. Sento le persone parlare in thai quasi tutto il giorno, poi a volte sento parlare inglese, francese, spagnolo, giapponese, e allora lì so che sono i vicini che vanno e vengono. Ho anche un balcone, che è un'altra cosa che dell'Italia mi mancava... Diciamo che essere qui, ora, è un po' come a Milano a luglio. Tutto aperto, si sentono tutti i rumori del mondo, il che per una come me va bene, perché mi sento meno isolata, blindata e sola, finché non ho lavoro. La mattina, il cortile è come un alveare. Nel pomeriggio, molte delle signore finiscono di lavorare, e tutto si calma. Allora, se sono a casa, esco sul balcone a godermi il silenzio, gli uccellini, la vista degli oleandri rosa sul balcone della famiglia giapponese.

E' stata una botta di culo, che a novembre ci abbia ospitato l'amico austriaco di M che vive qui... All'epoca avevo pensato che se dovessimo davvero trasferirci in questa città, avrei voluto vivere qui. Ha carattere, è un po' vintage, ma a me piace molto più di tutte le gigantesche torri di acciaio e vetro che vanno di moda qui. E poi, il nostro appartamento è gigantesco: sono almeno 90mq, mai vissuto in così tanto spazio da che ho lasciato la casa di famiglia. 

Vi lascio con la mia cosa preferita di tutto il complesso: la casa degli spiriti. Leggetene di più qui, se non sapete di che parlo (in inglese.) Chi di voi è stato in vacanza in Thailandia, specie fuori da Bangkok, le avrà viste dappertutto. Ogni volta che rientro quando è buio, ci sono le lucine accese. La casa degli spiriti è lì per evitare che questi diano fastidio o scomodino chi abita nella casa... A me piace tantissimo pensare che, se lo spirito del mio babbo è ancora da qualche parte, come credono qui, allora che venga a farsi un giro a casa mia, che mi venga a trovare. Almeno, lui, non deve prendere l'aereo... Guardare questa casina mi fa sempre pensare a lui, quando torno a casa, ma in maniera serena. Mi fa sorridere. 

La nostra san phra phum

Ora vi lascio, che devo cucinare: abbiamo la prima cena, stasera, e iniziamo in grande: in arrivo dodici persone, tra cui un genio della cucina thailandese. Mi sento un poco sotto pressione.

PS: lunedì mattina ho il primo colloquio di lavoro... Incrociate l'incrociabile per me, vi prego!