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Copio qui uno status del mio facciabuco perché a pelle sento che stasera e ieri sono stati momenti importanti. E poi ci ricamo un po' sopra. 

Dopo la settimana scorsa dove ho bevuto vino OGNI sera perché mi sentivo malissimo (proposito suicida per il portafoglio a Bangkok, con tassa sul vino al 400 per cento) stasera sto passando la seconda serata a casa.


Pioggia torrenziale fuori, skype con amici sparsi e Mater, videi interessanti, libro di Fred Vargas, tè e mate e sensazione quasi autunnale col monsone e il frescolino che arriva dal ventilatore.
Ma soprattutto: non sono agitata. Sono tranquilla. Sono come un pisello in un baccello, sul mio divano, con i fiori fuori e la musica fioca della nippo-vicina del piano di sotto.
Sono triste, ma non ho voglia di piangere, sono triste se penso a lui da solo e quello che avevamo e che non abbiamo più.

Però non ho paura di stare da sola. Non ho paura, e non ho ansia. Non devo neanche fare yoga... Sto bene, con un fondo molto mono no aware, ma di fondo, occhei.
E insomma, io sono un po' orgogliona di questa cosa, perché ho sempre avuto una paura tremenda di questo momento, e pensavo di aver perso la capacità di stare bene con me stessa che ho avuto solida fino all’adolescenza.

Ve lo posso dire, a voi, con aria un po' tronfia? Mi voglio stringere la mano, perché sono passate due settimane. Una da quando è partito per Vienna. Ma ero così stanca che come sto ora è come essere alle terme, in pratica.

E poi, c'è anche un'altra cosa, che ho pensato parlando con un'amica prima. C'è una differenza, tra prima e ora. Ora, da che ci siamo lasciati, da che sono sola... Sono a Bangkok per scelta. Nessuno mi forza la mano. Nessuno mi fa sentire la pressione di dover trovare un modo di restare se smette di andarmi o di piacermi, o se non trovo un lavoro che mi piace di più l'anno prossimo. 
Sono qui per scelta solo mia, e questo ha già cambiato tutto. Ho il passo più leggero e al lavoro sono meno tesa, perché improvvisamente, in fondo, chi se ne importa, se il mio visto dipende da quello. Se lo perdo, troverò un'altra soluzione, magari una che al momento neanche mi viene in mente. E' una scelta mia e solo mia, ora, stare qui per un po'. Ed è una bella sensazione. 

E c'è anche un'altra sensazione piacevole, che mi scalda un pochino il cuore. 
Posso tornare a casa. Potrei farlo, se mi va. Potrei farlo tra un mese.


Lo potrei fare, anche se mi fa paura. Lo potrei fare anche se sarebbe illogico. Lo potrei fare anche se non avrebbe senso economicamente. Lo potrei fare, perché sono libera. Lo potrei fare, perché sono come sono, e il mio cuore sta invecchiando e dà valore a cose differenti rispetto a qualche anno fa. Al di là delle considerazioni logistiche normali... Lo potrei fare, se mi andasse, credo che ce la farei, a livello di cuore. 
Lo potrei fare, perché sono curiosa di vedere come e se andremmo d'accordo Milano ed io, che siamo tutte e due cambiate, e ora io non ho più paura dei fantasmi. 

Non ho più paura del fantasma di mio padre, non ho paura, se lo vedo che mi sorride in Galleria a Milano. Se mi ricordo di quando ero bambina, e lui mi portava con sé quando si faceva l'aperitivo, leggendo il Corriere e bevendosi un Campari, e a me comprava il Corriere dei Piccoli perché mi sentissi grande, e potessi esercitarmi leggendo la Pimpa, e mi faceva portare una minerale con dentro un ombrellino rosa da cocktail, e specificava al cameriere che doveva essere rosa, e il cameriere gli dava pure retta. 

Non ho paura, del fantasma di mio padre, non più. Sorrido, coi lucciconi ma sorrido, e per la prima volta da otto anni sento che Milano non è il posto dove è morto mio padre. E' casa mia, e poi è anche il posto dove quello è successo e dove sono successe altre cose brutte, ma anche cose belle. Ce l'ho fatta. Ed è questo, che M. ha sentito, in estate, parte di quello che lo ha fatto sbarellare. 
L'ha capito prima di me, e ha capito che non è giusto tenermi così tanto lontana per molto tempo, forzandomi la mano. Io lo sto capendo solo adesso che sono sola, e tranquilla, con il tempo per pensare.

Non so se lo farò, magari tornerò solo vicino a casa, invece. Ma... Perché no? Perché non prendere qualche mese da passare con mia madre, a godermi le cose che contano, invece che la fuffa di Bangkok, tra qualche tempo? Almeno adesso posso pensarci senza paura e tensione. E questa è una vittoria enorme. 
Eccomi, rieccomi. Lo so che non mi faccio viva decentemente da tempo immemore, ed è perché sono successe un paio di cosine dopo il viaggio. Semi-programmate, eh, ciononostante abbastanza sconvolgenti.
Voi siete rimasti al treno che mi portava a Vienna, no? Vi aggiorno.


Budapest è stata fantastica, come lo è sempre con quel matto di P. Siamo andati alle terme ottomane; abbiamo cenato da Koleves (famoso ristorantino da bobo nel cuore della parte cool di Budapest) e constatato che è peggiorato; abbiamo mangiato i salumi italiani con il suo uomo che mi ha informato sugli sviluppi (pessimi) dell'Ungheria mentre me n'ero andata. Abbiamo passeggiato, abbiamo parlato e fatto e disfatto il mondo e parlato di come è difficile crescere, soprattutto quando cresci insieme a qualcun altro. Ho passeggiato, fatto foto, mi sono gustata l'atmosfera dell'Europa mitt-orientale in cui ho vissuto, e che ora mi sembra quasi esotica. Ho bevuto molti caffè e camminato pensando a quello che mi aspettava, mentre P. lavorava. Sono andata a vedere Mephisto di Klaus Mann a teatro, in ungherese, e ho capito appieno che se gli attori sono bravi, l'Arte è una cosa potentissima anche se non capisci razionalmente quel che ti viene detto (davvero, è stato magnifico, come non avrei mai pensato.)
P. ha preso abbastanza con filosofia la notizia che, dopotutto, non sarei tornata a vivere a tre ore di treno da lui, ma a varie ore d'aereo, invece. Dobbiamo riabituarci a stare lontani, come quando lui era ancora a Istanbul. Mi manca, sapere che quando ho bisogno di staccare posso scappare da lui.


A Vienna, ci sono rimasta per poco più di dieci giorni. E' stato strano, e bello, tornarci. Non me lo aspettavo, ma mi sono sentita a casa, come a Milano, ma in maniera diversa.

A Milano, il sentirsi a casa è piì viscerale, dovuto al fatto che chi è rimasto, lì, per me, è gente che mi conosce da molti anni e che mi ha visto in varie versioni, attraversare altri momenti di transizione e cambiamento, ma anche cazzona ventenne e incosciente. Milano è la casa della panza.
Alla fine, come dice sempre una cara amica, una città è fatta delle persone che incontri, e io, in effetti, a Vienna, di gente buona e che mi è cara ne ho incontrata un po'. Non una folla sterminata... Ma quelli che ci sono contano, molto, e quando sono arrivata lì, dopo quasi un anno e mezzo che non mi vedevano, è stato come tornare a casa.
Che è una bella sensazione.
Che mi fa capire in maniera definitiva, chiara, e sicura, che se vivi come me non puoi limitare la tua idea di casa ad un solo luogo fisico, perché ti farà male farlo.

Casa vuol dire molte cose.


Anche Istanbul lo è, lo è stata di nuovo, sulla via di dove sono ora. Ci ho passato poche ore, con le mie prime due amiche istanbuliote, ed è stato come se non fossi mai partita, come se vivessi ancora a Beyoğlu e fossimo uscite insieme dopo il lavoro, a parlare di uomini, delle nostre cose e vite e libri e musica in una meyhane (osteria), chiacchiere di femmine annaffiate di vino e affiancate dalle meze, i loro splendidi antipastini ottomani, con la musica e la gente che parla forte e il cameriere gentile che porta montagne di pane e ci dice, datemi la macchinetta che vi faccio una foto, che siete tanto contente insieme.


A Vienna, mi sono sentita a casa perché capivo la lingua, perché sapevo dove trovare le cose che mi servivano e sapevo come farle, perché in fin dei conti, è a Vienna che ho avuto la mia vita quotidiana per tre anni, con tutto il bene e il male che ne vengono, la noia, lo stress, la stanchezza, ma anche quei caffè con le amiche che ti danno una botta di vita e che spazzano via tutta la negatività, perché sei con quella che è tanto diversa da te eppure è come la tua sorellina, perché sei con quell'amica che ha bambini e problemi così diversi dai tuoi, eppure ti ascolta e ti capisce e ti dice: è normale. Starai bene. O l'amica che ha i lucciconi ogni volta che pensa che vai via, ma cerca di non mostrartelo perché sa già che sei in sbattimento di tuo e non vuole aggiungere peso alla cosa, anche se sei stata la sua prima amica in città e le mancherai, e ti accoglie nella sua casetta per ridarti la moka di cui si è presa cura mentre eri via.
Ho visto com'è cambiata, Vienna (sta divenendo sempre più cara, purtroppo) e dove è rimasta uguale (è una città che funziona, non ci sono santi. Se vi piacciono le cose che funzionano, ma senza il rigore eccessivo che hanno più a nord, Vienna fa per voi. Datevi tempo, e anche voi noterete la cialtroneria sana di cui sto parlando.)

Quello che è stato meno bello a Vienna, è stato che molte persone le ho viste per dirgli ciao e arrivederci, allo stesso tempo. A molti non avevo neanche detto che non sarei rimasta... Perché anche io l'ho deciso veramente all'ultimo. Gli ultimi mesi sono stati abbastanza duri a livello emotivo, devo dire, mi sto riprendendo adesso che ho problemi concreti da risolvere, tipo trovare lavoro.
A Vienna ho passato dei (freddissimi) giorni con facce amiche e portando pesi di qua e di là, buttando cose che avevo conservato per quando sarei tornata, regalandone altre, lasciandone altre a casa delle facce amiche di cui sopra, che per fortuna sono anche Spazi Amici dove lasciare gli scatoli. E se vado avanti di questo passo, avrò scatole e scatoloni in ogni continente.


Poi, tornata a Milano (la foto qui non è mia! Devo rintracciare i credits perché è bellerrima) ho passato gli ultimi giorni seminascosta perché volevo stare con la mamma, vedendo solo quelli che si erano ricordati che sarei ripassata a febbraio, per distrarmi (grazie, M.) e per prepararmi psicologicamente all'ennesimo salto nel buio (grazie, I. ed F., vi pago appena trovo lavoro.) E' stato bello restare così a lungo, ho avuto il tempo di rivedere quasi tutte le persone a cui tenevo... Quasi. Tranne quelle che a Milano non ci vivono, né ci vengono spesso, purtroppo.

Lo ammetto... Non è che ne avessi molta voglia, di fare qualcosa di difficile, ora soprattutto a livello di lavoro, dopo 15 mesi a spasso con lo zainetto e meno soldi in tasca di un anno e mezzo fa. Quando ormai mi ero decisa, e a Vienna mi sono resa conto di quanto rapidamente avrei ricominciato a lavorare, ho pregato fortemente di non stare facendo una grande minchiata, perché a volte, quella di trasferirmi in un luogo dove non ho contatti professionali, quando ne avrei uno dove mi lanciano il lavoro addosso perché sanno che sono brava e voglio lavorare, ecco, diciamo che non sembra proprio una decisione responsabile.

Però, nessuno vive isolato, e se si sta con qualcuno, si deve cercare di lavorare in una direzione che renda felici entrambi. Non tornare a Vienna è stata la mia parte in questo lavoro, ecco. Il secondo motivo per cui ho acconsentito a non tornare a Vienna è che mi piace, ma non abbastanza da dire, in una discussione accesa, io voglio assolutissimamente tornare là, tipo voglio fortissimamente voglio. Lo volevo... Ma non abbastanza fortemente. Dato che non mi sento così, vale la pena allora tentare di fare altro, finché siamo giovani, scemi e irresponsabili, e soprattutto finché io avrò l'energia di farmi uno sbattimento del genere ogni pochi anni. 

Il terzo motivo, per cui non sono tornata a Vienna, è che mi sono resa conto che ci sarei tornata anche per paura, almeno in parte (l'altra parte era che volevo tanto riavere le mie amiche con me.) E ogni volta che ho vinto la paura (prima di Istanbul e prima del Nepal, ad esempio) mi sono successe grandi cose. Quindi, respiro profondo, calma e gesso, e andiamo. Armiamoci, e partiamo.


Ora, vi chiederete, voi tre gatti pazienti che siete rimasti a leggere questo blog che sto trascurando, perché sono troppo in sbattimento per scrivere la maggior parte del tempo: ma dov'è andata mai, a vivere, questa sciroccata?

E' molto più divertente se lo indovinate voi. (Lettori che già sanno, si astengano dal rispondere e rovinare il divertimento agli altri, eh!) Vi do qualche indizio.

1) E' lontano. Molto. Tipo che quando ci penso a quanto sono lontana dall'Europa e dalla famigghia e da P. a Budapest, mi viene un secondo di vertigine.

2) E' una città grande. Molto. Più di Vienna, meno di Istanbul.

3) E' una città che provoca pareri contrastanti.

4) Nella mia mente, è il paese dove ti accolgono i poliziotti in divisa stretch, che a me ha sempre fatto molto ridere, dato che appena appena hai un po' di panza, il tuo ruolo intimidatorio va un po' a farsi benedire.

5) E' una grossa destinazione turistica.

6) E' (insieme al resto del paese) famosa per il suo cibo: buono, sano, piccante.

7) E' in una zona del mondo che amo molto e che è il motivo per cui ho pensato di potercela fare anche se la famigghia sta a 12h d'aereo (calma...)

8) Posso andare in splendidi posti sia di mare che di montagna senza uscire dal paese.

9) E' sui giornali in questi giorni (tranquilli che io sto lontana dalla zona d'azione perché ho un bellissimo appartamento con balcone e tutto.)

10) Il tempo è molto, molto migliore che a Vienna. O che a Milano. O che a Istanbul.

11) Ci sono i gelsomini, gli oleandri e le bouganville, nel giardino del nostro condominio (che per chi è cresciuto negli anni 90 come me, ricorda tantissimo il trashissimo condominio di Melrose Place.) Fuori dalla finestra di camera mia, c'è una palma. Cioè: fa proprio un cazzo di caldo, ragazzi. Io sono felice come una pasqua, dal punto di vista termico. Finita l'epoca della tenuta da granatiera viennese!

Indovinate?  

Nei prossimi giorni un altro indizio, visuale, magari. 
Avete mai sentito parlare della teoria del Terzo Spazio? 
Riassumendo in soldoni, la teoria dice che un Terzo Spazio è uno spazio aperto a tutti, accessibile, che non sia la tua casa e neanche il tuo posto di lavoro. Ma che non sia neanche la casa di qualcun altro. Un posto, insomma, dove puoi andare a passare il tuo tempo libero, da solo o con altri, rilassato e tranquillo, via dall'isolamento delle quattro mura di casa tua. 
La teoria ha risvolti cervellotici e sociologici che vi risparmio, se volete saperne di più guardate qui (link in inglese, con ridirezione al francese, se vi serve.)

Bene, come donna frilèns, che il massimo che ha avuto nella vita è un tavolo part-time in un ufficio di scuola, e che ha tanti tempi morti durante la giornata, io sono sempre a caccia di Terzi Posti piacevoli (che nel mio caso sono pure Secondi Posti, dato che di ufficio neanche l'ombra, e va bene così.) 

A Milano, non ci lavoro, come sapete. Sono di passaggio, nella mia città natale. Però mi piace sempre esplorare, e grazie all'incontro con una lettrice (ciao B.!! Lo so che stai leggendo) l'altro giorno ho scoperto Il Bistrò del Tempo Ritrovato, nella zona Parco Solari, a Milano. La cosa buffa è che ho abitato in questa zona nel 2009, ma per qualche motivo non passavo mai davanti a quest'angolo di strada, vicino al quale vivono due miei cari amici... Ma solo da dopo che ho lasciato la città. E quindi, il Bistrò, fino ad ora, me lo ero perso. 

Ma è carinissimo. E' uno di quei caffè che in Italia, in generale, mancano un po': posti dove ti prendi un caffè, ti siedi con un libercolo, e nessuno ti viene a chiedere se vuoi ordinare altro, o a romperti in generale, se sei assorto nella lettura. Tanto per cominciare, hanno citazioni di Borges sul muro, che è sempre una buona cosa.

Foto: Bistrò del Tempo Ritrovato

Hanno anche un bancone con delle torte dall'aspetto invitante. Torte che sanno di casa, intendo. Torte simpatiche.

Foto: Caterina Zanzi per Nuok.it

Ci sono andata, e ci ho passato un paio d'ore in compagnia, e sono stata benissimo. Magari sta cambiando, Milano, ma tenete conto che io era da un anno e mezzo che non venivo qui, quasi, dunque non sono aggiornata su cosa c'è in città. Anzi, se conoscete posti simili, vi prego, aggiungeteli nei commenti, che in una turbo-città come Milano, servono questi punti di riferimento!

Il bistrò è semplicemente un piccolo caffè-libreria gestito con molto amore dai proprietari, con pochi, selezionati libri in vendita. Niente luci forti, niente stress, il nome, ragazzi, è tutto un programma. J'adore, per dirla in maniera fastidiosa.

Di sicuro avrò il tempo di tornarci. Quando fuori c'è il coperchio grigio acciaio dell'inverno milanese, fa troppo freddo per passeggiare senza meta, tutti sono al lavoro, e tu non sai cosa fare perché sei in gita e sfaccendata, rifugiarsi a ritrovare un po' di tempo con qualcosa di caldo, e un bel libro, è la cosa giusta da fare. Il bello di leggere in un caffè è che se ti stufi puoi guardare la gente: quella dentro il caffè, e quella che passa per strada (quindi prendete un tavolo vicino alla vetrata. Ce n'è uno con due poltroncine: andate lì!)

Foto: Bistrò del Tempo Ritrovato

Io, intanto, tra pochi giorni parto per Budapest. Inizio ad essere in fibrillazione. O agitazione, a seconda dei giorni.
Per fortuna al Bistrò hanno anche una citazione ad hoc di Ernest (Hemingway) per la mia situazione attuale...

Foto: Caterina Zanzi per Nuok.it

Om. Om. Om. Grazie Ernest. Terrò a mente nei momenti di crisi.
Cioè: non proprio da sola. Anzi. Sono a Milano, dopotutto. 

Il cielo su Milano è stato bello, azzurro, qualche giorno fa, con dei bei tramonti sulle Alpi... Ma io ero malata (credo sia lo shock termico Sri Lanka-Italia.) Ora che sto bene... Beh, è grigio bigio. Quindi io guardo fuori, e penso a dove sono stata: 

Inle, Birmania (foto mia)
No. Non sono proprio da sola.
C'è la Sacra Genitrice. 
Ci sono le mie due amiche care (ciao M! Lo so che leggi ma non commenti!) che mi sono venute a trovare oggi e hanno apprezzato il mate argentino. Brave. 
Ci sono gli amici che vedo dopodomani, quello che vado a trovare lunedì e tante altre persone.

Ma non c'è M. L'Asburgico è tornato in Asburgia - lo so che non si dice così, vabbè dai - a vedere la sua Familie e i suoi amici e Vienna, prima di me. Così ognuno ha qualche settimana dove andare in libreria per ore, o al cinema, senza che l'altro si annoi per ragioni linguistiche, insomma, fare quel che ci pare, da soli. 
Ed è questa la cosa bizzarra: io, da sola, senza l'Asburgico, sono 15 mesi che non ci sto. Mi fa strano non averlo intorno. Il periodo più lungo che abbiamo passato separati negli ultimi 15 mesi sono state circa dieci ore a Oaxaca, Messico, perché io ero malata e gli ho detto di non rinunciare alla gitarella che avevamo organizzato, e poi lui ha passato la giornata con un giapponese.  
Quindi ieri lo abbiamo portato in aeroporto, e poi siamo tornate qui, la Mater è uscita, e io sono rimasta in casa. Da sola. Col silenzio. Ho resistito circa un'ora e poi sono uscita anche io. 

Certo è questione di abitudine, all'inizio del viaggio era anche inusuale avercelo sempre intorno, M., quindi alla fine quello che sembra strano è quello che succede raramente, lo so. Però è disorientante, ecco. Ieri ero di un umore strano, non necessariamente buono, pensieroso.

Oggi va meglio. Sono uscita, ho visto il fratello del mio babbo e abbiamo mangiato sushi e abbiamo riso tanto, poi ho avuto da fare in centro, ho incontrato un'impiegata di Turkish Airlines così gentile che mi ha fatto pensare che quello che voglio fare cominci sotto buoni auspici, e poi sono tornata a casa. Al  mio ritorno, due amiche mi aspettavano. 

E. ed M., amiche dalle superiori, E. da quando avevamo 16 anni. Lei praticamente accasata ormai, con una casa di proprietà; M. ormai mamma: ci siamo abbracciate, e E. mi ha detto: non ci credo che non ci vediamo da agosto 2012! Mi sembra di averti salutato l'altro giorno! Io le ho detto che questo è il segno delle amicizie salde, di quelle che durano, e lo credo davvero.

Avere amiche come loro, come I. che ho visto quando ero ancora sconvolta dal jet-lag e dallo shock termico, avere amiche come loro è quello che mi conforta quando mi sento incerta, dubbiosa, o ansiosa, come ieri. Io sono via da quattro anni, eppure loro ci sono ancora. Meno male. 
Mi ricordo di un tizio spagnolo che incontrai a Vienna per vie traverse.
Questo era del sud della Spagna, il genere di posto dove quando fanno 18C dicono ossignorechefreddo e tirano fuori il cappotto. 
Quest'uomo veniva, o forse viene, non so, ogni anno a Vienna per imparare un po' di tedesco.
Diceva: mi piace che la sera non faccia abbastanza caldo da non avere un maglioncino sottile. Mi piace la pioggia, quando c'è. Mi piace il cielo grigio, uh, è tanto affascinante (e forse accendeva la sua vena poetica? Pensavo io, mentre tra me e me mi dicevo che a me stare senza maglioncino pure alle due di notte non fa affatto schifo, sinceramente.)

Il fatto è che quando vivi in un posto caldo, o anche solo relativamente caldo, e hai una certa disposizione d'animo, puoi essere oggettivamente affascinato, dal freddo, dal buio, dal bere il tè con una sciarpa di lana al collo, dal grigio acciaio del mare del Nord, da un paesaggio come questo:

(Foto: crazypaco) 

Io non percepisco il freddo da mesi, freddo serio, intendo, e quelle poche anteprime che ho avuto negli ultimi mesi (in collina in Vietnam, ad esempio) mi hanno fatto rimpiangere il caldo. Sarà che vengo comunque da vari anni viennesi. Sarà che anche a Milano vivevo aspettando aprile, che da ottobre in poi mi tramutavo in una pentola di fagioli lamentante, e burbugliosa, perché nella mia famiglia nessuno ha mai avuto i soldi o la voglia di andare a sciare, l'attività che pare renda sensato l'inverno in molto cervelli, sia a Milano che a Vienna.

L'ultima volta che ho davvero, davvero avuto freddo durante questo viaggio è stato nelle Ande peruviane, a Cuzco e dintorni, quindi... Marzo. Dopo, a parte alcune eccezioni, solo caldo più o meno potente, più o meno umido. Dal bel caldo secco e salutare in Messico, al caldo umido e soffocante di Cartagena o Taipei, al caldo umido ma non troppo della Malesia... In varie forme, ma sempre caldo.

Oggi leggevo il blog di Smila Blomma a Manchester, traumatizzata da un ritorno a Manchester dopo un mese in Kenya, e mi sono ricordata di quel tizio spagnolo.
Perché mentre lui decantava la poesia delle nuvole temporalesche su Vienna a fine agosto, la mia amica Effe ed io, dentro, rosicavamo un poco. Io pensavo che sarebbe stato figo vivere in un posto dove il grigio e le nuvole temporalesche diventano qualcosa di poetico, qualcosa che vedi raramente. Sono stata come lui, a un certo punto della mia vita, quando ero sbarbata e passavo interminabili estati al caldo a Milano... Ma non avevo il mare, lui sì! Non comprendo, proprio non comprendo.

Lo so che è sconclusionato, questo post, ma ho iniziato a pensare all'inverno. Dopotutto, domani andiamo in Sri Lanka, ci passiamo un mese, e a fine dicembre, arriviamo a Milano. Passeremo da un paese caldo, e buddhista, a un paese cattolico, in preparazione per il compleanno di Gesù, e freddo. Non freddo come Vienna, ma freddo, spero senza neve perché altrimenti mi viene un coccolone.

E il viaggio finirà. Finito. Finished. Terminado. Fertig. Fini.

Posso dire aiuto?
É un anno che sono partita.
Ce ne siamo accorti, l'Asburgico ed io, giusto qualche giorno fa, appunto perché quando sei in gita le date te le ricordi solo se c'è di mezzo un aereo, o un volo. 

Che dire: è volato, quest'anno.
Che dire: non è che abbia una voglia cocente di tornare ad avere una casa. Pensavo che l'avrei avuta, invece mi sono abituata a vivere con uno zaino di 50L come casa.
Che dire: pensavo che mi mancasse l'Europa, ma da quando sono in Asia mi manca meno, perché anche qui c'è varietà culturale e lingue che cambiano spesso, cosa che in Latinoamerica è monotona.

Pensavo che sarei morta di nostalgia degli amici, di alcuni, di una in particolare. Ma non è successo, perché gli italiani che ci tengono si fanno vivi, e gli stranieri so che si fanno vivi meno, ma che saranno pronti lì per me quando arrivo, e ogni tanto scrivono per rassicurarmi.
Perché sono meno chiacchiera e più distintivo, gli austriaci, e anche loro, che mi fanno sentire sempre come una specie di Pulcinella, sarò felice di rivederli. 
La mia unica amica italiana a Vienna, quella che è come una sorellina, quella la sento sempre. Per fortuna. Non come vorrebbe lei, su Skype, ma cerco di scrivere più che posso, e lei mi scrive, e chattiamo, e grazie internet che mi lasci essere vicina alla mia amica del cuore, che ha condiviso con me gioie e dolori e doloracci degli ultimi tre anni. Che io non lo so, com'è, avere una sorella, ma immagino che sia una cosa simile a quello che abbiamo Effe ed io. 
E gli italiani in Italia sono abituati a che vado e vengo: quelli che ci sono ancora, ci sono ancora perché ci tengono. 
Immagino che gli stimoli molteplici dell'essere in un nuovo posto ogni pochi giorni o ogni settimana aiutino a combattere la malinconia.

Il cibo italiano non mi manca. Mi piace, certo. Ho già l'acquolina in bocca, se penso al pranzo di Natale che mi aspetta, se penso all'amatriciana di mammà, o la pasta vellutata della nonna, con panna, funghi e vino rosso; ai panzerotti pugliesi di Luini in centro a Milano; ai salamini mignon che trova mio zio nelle sue scorribande in bici per le gastronomie di Milano; se penso al gorgonzola, al quartirolo ed al taleggio, al pecorino romano e a quello sardo, alla burrata che il lattaio fa arrivare fresca dalla Puglia solo una volta alla settimana; ai cioccolatini fondenti di Venci che mi compra zio per farmi piacere; alle lenticchie ed ai risotti di zia; alla pizza della Magolfa, che sono palestinesi e non italiani ma è bona e quindi a me piace assai; a una bruschetta fatta come dio comanda; al pane pugliese; al caffè macchiato piccolo e che costa poco (le brioche non mi mancano, perché i francesi le hanno lasciate in eredità a cambogiani e vietnamiti. E le fanno bbone.) Il gusto del vero cibo italiano, buoni ingredienti, pochi e di qualità, ovvio che mi piace.
Ma da che sono in Asia, sono così occupata a provare quello che i vari paesi mi piazzano sotto il naso, che non mi manca, davvero. Datemi un curry al giorno, che sia thai, khmer, o indiano, e io sono una donna felice. 

Sono abituata ad essere via da casa, dalla nonna, dalla mamma. Pensavo che non vederle ogni tre o quattro mesi mi avrebbe fatto stare molto male, ma per fortuna ci scriviamo tanto, e quindi sto bene. Mi piace, scrivere alla mamma e alla zia, magari continuerò a farlo in Europa, se avrò tempo ed energie. 

La nonna mi manca tanto, lei sì. Perché lei le mail non le legge, e fa fatica a parlare al telefono, con le linee del kadzo che ho qua, non mi sente bene neanche se strillo, e non ci viene bene la conversazione.
La nonna non vedo l'ora di rivederla e di spupazzarla, e lei sarà timida perché è una donna del nord, e quando la mia metà deRoma prende il sopravvento lei ride un po', timida, perché le sembra che esagero, e mi dice: sei tutta tuo padre. O tua nonna, l'altra, la nonna matta romana, se rompo troppo le scatole. È una donna quadrata, lei, quasi germanica, e il mio sbrodolare da mezza romana, a lei fa ridere. Anche perché negli ultimi cinque anni, con il vivere lontana, sono diventata una sbrodolona, quando infine la vedo. 
Se la me stessa di diciotto anni mi avesse visto ora, con la nonna, non ci avrebbe creduto (ma ci avrebbe sperato.)

Quindi, insomma: non torno, non ancora. Però torno presto. Ho comprato un biglietto, così non finisco senza soldi (idea dell'Asburgico, ovviamente, perché io non volevo avere una data e lui, che è un uomo concreto, mi ha detto, se vuoi essere a casa per Natale, compra presto. Perché se non troviamo un volo, o diventa caro, e ti lagni, io ti odierò molto. Quindi, ho un biglietto.)

Sono già affaticata e terrorizzata, all'idea di un ritorno in pieno inverno, da Colombo a Milano, e soprattutto all'idea quello che verrà dopo Milano, cioè la ricostruzione di una vita "normale" dopo il passaggio di Godzilla di un anno fa, dove ho detto a tutti: bella questa vita viennese! Ora la distruggo tutta per bene, e me ne vado. Ecco.

Ora mi godo il tempo che rimane, e al dopo Milano non ci penso. 
Però se mi fermo e ci penso un attimo, all'arrivare a Malpensa in un giorno probabilmente freddo di Dicembre, armata solo di una felpa perché i vestiti andini li ho spediti a casa, immagino la scena.

Immagino: atterrare. E aspettare che quei cialtroni degli omini dei bagagli di MXP si fumino una, due, venti sigarette, seduta per terra, finché non arriva lo zaino. Gli schermi nella sala dei bagagli con il volume alto, che in Italia gli schermi non sono mai silenziosi, o almeno a basso volume. Accendere il cellulare, e dire alla SG (Sacra Genitrice): siamo qui, aspettiamo i bagagli. Prendere lo zaino, uscire, sentire la botta di freddo, camminare fino all'uscita dove mi aspetta la SG che non parcheggia mai che è caro ed è lontano. Uscire, sentire ancora più freddo, vedere la macchina grigia che era del mio babbo, e come sempre, bussare al finestrino facendo le boccacce e dicendo: eccomi! E lei che mi abbraccia, e mi allunga un sacchetto con dentro la focaccia fatta dal fornaio egiziano del mio quartiere, che sa come mi piace.

Oh, lo so che sembra idiota, ma io in tutta la mia vita non sono mai stata lontana da casa per 12 mesi e passa senza mai tornare. Secondo me, avrò un freddo porco, ma nella macchina di mio padre, con la SG di fianco, l'Asburgico dietro, e un pezzo di focaccia gigante in mano, starò bene nonostante tutto. Nonostante la paura di quello che viene dopo.

Uff. Fatemi andare a leggere, vah, che altrimenti mi emoziono.
blogvacanza.com
Io sono milanda. Lo sapete, questo, no? Milanda, mezza romana si', ma cresciuta tutta la vita a Milano. Con tanti pezzettini di Britannia mischiati insieme all'accento deroma del mio babbo.
Pero', senza dubbio, quando mi chiedono di dove sei in Italia, dico Milano, perche' e' il posto dove ho passato piu' anni della mia vita. Piu' di meta'.
Bene.

Quando viaggio, io, di milanesi - o di italiani, a dire il vero -  non ne incontro mica tanti. Intendo dire, di gente che vive via. Ci sono molti ragazzi del sud che dicono beh, se devo andare allora vado un po' piu' lontano (come la mia amata amica Effe, a Vienna), ogni tanto incontri gente delle belle campagne del centro Italia, che decide di andare a farsi una gita. Milanesi, pochi. Ogni tanto mi chiedo dove siano, perche' non e' che ce ne siano pochi, di milanesi.

Montevideo ha deciso di contraddire tutte le mie esperienze passate: Montevideo e' a) pienotta di italiani, per un posto cosi' lontano e cosi' fuori dalle mappe di cio' che e' cool, b) questi italiani sono per la maggior parte del nord, almeno quelli che ho visto io e soprattutto c) una sorprendente percentuale di essi e' di Milano!

Tipo, da piazzale Corvetto alla piazza dell'Intendencia di Montevideo.

Il migliore pero' e' uno dei due ragazzi che hanno l'ostello dove sto ora, Andrea (l'altro ragazzo e' di Padova, uno organizzatissimo, mai andato in vacanza in ostello e ha un ostello splendido per intuizione.) 
Mica sono venuta per loro, sono venuta perche' il posto aveva buone recensioni e una buona posizione. 
Bene. 
Andrea, che e' mezzo uruguayo, e' cresciuto al Gallaratese, a Milano. 
Andrea ed io siamo cresciuti a una fermata di metropolitana di distanza l'uno dall'altra. Siamo anche andati nella stessa scuola, prima che lui, che ha un paio d'anni piu' di me, lasciasse l'Italia per l'Uruguay insieme al suo babbo.

Questo pianeta, ragazzi miei, e' un sassolino. Mi fanno troppo ridere queste coincidenze!
Consigli di vita a Piazza Fontana, Milano
ho deciso che avrei dovuto scrivere che a me Milano piace, dopo esserci stata per un paio di settimane. L'ho già fatto, certo, e sono cosciente del fatto che – come tutte le città – è piena di difetti. Quindi, un po' come per Roma, vi metto a parte delle mie elucubrazioni sul tema. 

Premetto che, vivendo da ècspàt, negli ultimi quasi 5 anni, per me, tornare in Italia in realtà ha significato tornare a Milano. Il che non è necessariamente una figata, dato che Milano non ha il mare, e per questo raramente ci sono tornata d'estate. 
C'è anche da dire che, nonostante la mancanza del mare, quando io torno a casa non mi annoio a morte come coloro che tornano a casa, che so, in qualche splendido paesino della provincia italiana: sono contenti i primi tre giorni, e quelli successivi spesso li passano annoiandosi, e aspettando di tornare dove abitano di solito. Non succede solo nella provincia italiana, ma anche in quella croata, turca e francese, da quel che sento. 
Io, invece, quando torno a casa, se volessi avrei un sacco di cose da fare. Poi non le faccio, perché ogni volta che esco a fare la giovane mi trovo a pensare ma quanto kadzo è cara, Milano? Che è uno dei suoi difetti principali. Che è il motivo che mi ha fatto sloggiare, perché col lavoro che faccio sarei condannata a una vita in miseria. Questo, Milano, è un problema che magari potresti tentare di risolvere, grazie. Ci riescono, in Tedeschia, ad avere stipendi alti e costo della vita abbordabile: perché tu no (come il resto del paese, d'altra parte?)

Però appunto, per esempio, per essere una città italiana, Milano ha un sistema di mezzi pubblici che funziona, rispetto al resto. Non è normale arrivare in ritardo di mezz'ora a un appuntamento perché non c'è un livello di traffico che lo giustifichi (milanesi che vi lamentate: fate un giro a Roma o a Napoli, da quel che mi ricordo, e vi ricrederete. Quello è troiaio, voi siete dilettanti.)

Un'altra cosa che mi piace è la varietà di tipi umani. Come ho detto molte volte, lo so, ne sono consapevole e ci sono cresciuta: Milano è piena di stronzetti, e di cagoni con il SUV che parcheggiano sulle piste ciclabili. 
Però: ci sono anche un sacco di persone che fanno volontariato, che può andare da Ciclobby al volontariato alle varie case di riposo ambrosiane, tipo la mitica Baggina. Ci sono soggetti come V., mitica volontaria di Amnesty con cui ho chiacchierato per un'ora la scorsa settimana, che per anni ha vissuto in una comune valdese (pur non essendo valdese), e per anni ha lavorato da volontaria coi ragazzi con problemi che andavano dalle famiglie di pazzi alla tossicomania. L'ufficio di Amnesty a Milano è sempre popolato da gente che mi mette in pace con la città. 

Ci sono un sacco di persone che girano che sembrano la brutta copia di Flavio Briatore: ma ci sono anche un sacco di gggiovani creativi. Magari poi a me i gggiovani creativi irritano da morire, però è bello che ci siano, è bello che possano andare in giro vestiti in una maniera che tra cinque anni rimpiangeranno, e la cosa più bella di tutte è che nessuno li guarda male, perché la gente ha altro da fare che stare a guardare come ti vesti tu, mentre cammina per strada. 

Quindi insomma, non mi dilungo, ma la cosa sorprendente dell'essere uscita da Milano, per una volta, è il fatto che farlo mi ha fatto rivalutare la città, almeno un po'. Mi ha fatto anche capire perché gli altri italiani la vedono come una roba a sé, che spesso non piace: è vero, è oggettivamente più grigia delle altre città. In centro, più che color pastello, è bianca, perché i palazzi sono in marmo, e qui si vede un sacco la mano austriaca, a mio avviso. La gente si fa più i cazzi suoi che a Roma, sta più sulle sue e corre di più: però, sinceramente, non è necessariamente un male. E' solo diverso. Mi ricordo che l'esser lasciata tranquilla è stata una cosa che ho apprezzato enormemente, dopo Turchia e Nepal, e anche la mia amica S., perugina doc, diceva che lei preferiva Milano a Roma, perché la gente è meno invadente.

Vabbè, insomma, avete capito, no?
Comunque questo credo sia l'ultimo della serie dei post a tema italiano. 

Ora vivo in una casa in smobilitazione, ho scatoloni ovunque, non abbiamo più sedie e presto non avremo più neanche i tavoli. Sono così in mezzo a un mare di scatolame e aspirapolveri e aiuto come diavolo porto questo scatolone da Violette senza macchina che sono un po' in quella fase in cui ti dimentichi perché stai distribuendo tutto a casa di altra gente: perché sarai felicemente senza casa, e tutto quello che avrai sarà in uno zainetto. Che è molto liberatorio, almeno lo era quattro anni fa. E con questo zainetto, farai una bella gita. 
Solo che adesso sono troppo occupata ad aggirarmi per casa con i guanti gialli e la sciarpa in faccia per evitare gli attacchi d'asma per la polvere.Ce la farò, comunque. L'organizzazione ex-asburgica della coppia (Vienna+Milano) l'avrà vinta anche sullo svuotamento casa senza mezzi motorizzati!
Chocolat, zona Cadorna. Ha cambiato nome. Mi piaceva di più quello di prima, cioè questo. Andateci. Il gelato è ancora buono.
Sono in Italia. Per questo non scrivo. Essere in Italia per me è anche essere generalmente piuttosto sconnessa, e me la sto godendo.

Anche perché mica mi devo preoccupare delle mail di lavoro e degli studenti.

Quando tornerò, avrò tipo ancora... Tre o quattro studenti? Gli ultimi, gli irriducibili.

Pensieri sparsi degli ultimi giorni:


  1. Anche se tutti sparano a zero su Margaret Mazzantini, io sto leggendo Venuto al Mondo, e mi sta prendendo tantissimo. E se questo fa di me una zotica, me ne frego. E' un bel libro. 
  2. A Milano non piove da due mesi. Sono allergica all'ambrosia. Ho l'asma. Sembra sempre che mia sia fatta una canna da quanto ho gli occhi lucidi, ogni respiro è una fatica e che palle. Quando vado in centro, e mi trovo circondata dal cemento, sono felice. I miei polmoni e il mio naso ringraziano. 
  3. L'altro giorno parlando di Vienna ho detto "a casa." Questa è la prova ultima della mia schizofrenia emotiva. Lo dirò a Effe la pugliese, quando tornerò, e lei non mi crederà.
  4. Quando sono qui, attorniata da gente che si spupazza e abbraccia e parla a voce alta e ride per le minchiate, mi sento di nuovo me stessa. Libera di essere cojona fino in fondo.
  5. La situazione in Italia continua ad essere sconfortante e continuo a pensare che non tornerò mai qui. O che se ci tornerò, ci smenerò, e siccome sono una donna pragmatica, non tornerò.
  6. Adoro il mio balcone. Leggere sul balcone è un'attività che fa bene al cuore.
  7. La pizza e il gelato non sono mai abbastanza. 
  8. Col sole, Milano è bella. Ovviamente non a S. Cristoforo, ma il centro, nonché altre zone come chessò, Brera, o Ticinese, o i Navigli, sono belli. Firenze e Roma sono più belle? Lo so. So anche che non sono state rase al suolo a suon di bombe, quindi smettetela di rompermi le palle. Grazie. Ne sarei grata. Le periferie sono brutte, ma lo sono anche in tutte le altre città italiane, perché gli architetti negli anni '60 e '70 si drogavano.
  9. Milano è anche veramente piena di gente ben vestita. Mi sento una barbona. 
  10. Che bello l'Anteo. E' un cinema. E' una delle mie case qui a Milano.
  11. Che bella la Feltrinelli di Duomo. Labirintica.
  12. Che bella la sede di Amnesty a Brera. E' un posto sempre popolato di gente che mi riscalda il cuore.
  13. Gli immigrati di Milano sono più caciaroni di quelli di Vienna.
  14. Si sente per strada tantissimo spagnolo. 
  15. Gli amici migliori sono quelli con i quali puoi sbracarti ed essere te stessa anche se li vedi solo pochi giorni l'anno, e ci si sente a proprio agio nella propria cojonaggine collettiva. 
  16. Gli italiani parlano sempre di cibo. Rasentano la bulimia collettiva. Sono ossessivi. Però buono, il cibo.
Ora, appunto perché pizza e gelato non sono mai abbastanza, vado a fare la pizza con la genitrice.

Ci risentiamo tra qualche giorno. Che nel frattempo vado nella mia altra città, quella di papà.. Sicuramente passerò in una delle vie dai nomi migliori del mondo, cioè questa. Ciao!
Ecco sì, piano piano a lato dei soliti romanzi sto leggendo questo libro, della figlia più piccola di Walter Tobagi, Benedetta. 

Mi sta piacendo molto, immagino che, come molti di questi libri, sia interessante soprattutto per coloro che non c'erano, come l'autrice, o come me. Mi sono trovata spesso a pensare, durante la lettura, come dev'essere stato per lei, emotivamente, scrivere questo libro. Immagino che sia stato al tempo stesso doloroso e bello. Doloroso, non serve spiegare perché. Bello, perché mettendomi nei suoi panni, per me sarebbe un viaggio fantastico, se avessi anche io a disposizione tutta questa documentazione e queste foto di mio padre. So che ce ne sono un po', a casa mia a Milano, so anche dove sono, queste foto, ma non ho ancora avuto il coraggio di andare a rovistare, in sei anni. E da quando abito fuori, sono lì così poco e sono sempre così pensierosa, quando ci vado, che non ho mai il coraggio di andare e vedere cosa trovo.

Come Walter Tobagi, anche mio padre si interessava di politica, aveva quattro anni meno di lui, e come lui era arrivato a Milano da piccolo, da un'altro luogo - anche se, venendo da Roma, di certo non avrà avuto lo shock culturale provato da Tobagi, in arrivo da un paesino umbro. Anche questa cosa, mi fa sorridere: la mia famiglia romana, in realtà, ha origini umbre, proprio dalla zona da cui proveniva Walter Tobagi, i dintorni di Spoleto. Penso spesso che mi piacerebbe andare a passare del tempo da quelle parti, e non sempre in Lontanistan. Ci andavo spesso da bambina, ma sono anni che non vado né lì né a Roma - dovrò rimediare. Ma mi sa che per farlo dovrò anche imparare a guidare. 

Comunque - questo libro mi piace molto, è una sorta di biografia e storia emotiva non solo di un uomo, ma di un periodo storico, e di una città. Per me leggere libri riguardanti quegli anni è un modo di immaginare come doveva essere la vita di mio padre quando aveva la mia età, cosa pensava, cosa sentiva, cosa faceva. Ne parlavamo tanto quando lui c'era ancora, ma come ho già scritto qui, purtroppo è morto proprio quando stavo diventando abbastanza grande da aver superato tutte quelle fasi in cui ti devi contrapporre a tuo padre per definire bene chi sei - specialmente se siete così simili, oltre che così differenti. 

Oh la la. Fatemi andare a colorare i capelli, subito! Magari il colore ferma il cervello :) 
era il titolo di questo libro di Simone De Beauvoir che lessi tanti, tanti anni fa, a scuola, quando ero troppo sbarbata per capire un sacco di cose, ma ero ambiziosa. Ci tentavo comunque, ed è così che mi lessi tutta la bibliografia della Simone, in francese, nonostante avessi avuto così pochi rapporti con il sesso opposto che beh, tante cose per me erano teoria. Come la fotosintesi clorofilliana. Figuriamoci la definizione della propria identità come moglie e madre in una famiglia borghese.

Comunque.
Il titolo mi è tornato in mente prima. Perché la copia che lessi a sedici anni è parcheggiata vicino alla mia testa, dove dormo durante il mio soggiorno milanese. E anche perché stasera - come ieri sera, quando è calata la sera e io sono stata a casa per tenere compagnia alla genitrice, nonché troppo pigra per uscire nel monsone - mi sento un po' spezzata pure io. 

Cioè: la mia mente e il mio cuore sono schizofrenici, da anni, ormai. Il cuore che dice uffacheppalle, domani mi separo dalla genitrice. E poi dice anche: però rivedo l'asburgico, che mi manca, tanto. Il cervello che dice: presto torni a farti il mazzo, uffa, e a vivere come un'adulta, uffa. E allo stesso tempo dice: però è il mazzo che ti sei scelta tu in un paese che non è delirante come il tuo, barbosello talvolta, forse, ma che funziona. Dove parli quattro lingue diverse ogni giorno, hai pochi amici ma buoni, e abiti in una parte della città che tu hai scelto, dove arrivi a piedi ovunque. Dove quasi oramai ti senti più a casa che qua, perché qua tu sei cresciuta e c'è tanta storia. Ma di scelte tue, pochine. Questa casa è legata alla mia infanzia e a tante scelte fatte, ma la più determinante di esse è stata quella di andare in Turchia. Se non fossi andata lì, non sarei a Vienna, e non sarei qui a riflettere su cosa e chi è casa per me. (O forse sì, sosteneva mio padre. Lui diceva che sarei finita a viaggiare, o con un compagno straniero, o entrambi, che lo volessi o no. Mi conosceva bene, lui, meglio di me.)

Ma è il cuore che pesa di più. Se sono con l'asburgico, non sono con la genitrice. Se sono con lei, non sono con lui. Cercare di metterli entrambi nello stesso posto non va, perché la genitrice non si schioda neanche per venire a trovarmi, e comunque mica si sposta lei che è arrivata prima sul pianeta. E io qui al momento proprio non mi ci vedo a tornare. Davvero. Troppe robe brutte, o difficili, o che comunque mi fanno passare la voglia. Troppe esperienze negative sentite che mi avvelenano le gite un pochino, ogni volta. Per quanto mi riguarda, ma quella sono io, anche troppa uniformità culturale. Non ci sono più abituata, e penso che mi annoierei un pochino.

Avrei dovuto uscire a farmi una birra coi miei amici. Il problema è che piove, mia madre abita in una zona periferica dove dopo l'una di notte (secondo me) o le nove di sera (secondo il resto del mondo) non è sano per una giovine girare da sola. E quindi, qua sono. Ho finito il libro di Fred Vargas e invece che leggere altro e tenere la mente occupata sto seduta lì a pensare come una diciassettenne. 

Lo dice sempre il mio amico N, quello di Londra, che è deleterio tornare. Vanno in sbattimento un po' tutti, per qualche motivo. 
In questi giorni sto, naturalmente, chiacchierando molto con i miei amici, oltre che con la mia famiglia. 

Una delle cose che si notano subito, è che a seconda dell'età dell'interlocutore, cambiano le cose che ti raccontano. Quelli della generazione dei miei genitori, almeno quelli che conosco io, sono o in pensione, o lì lì per esserlo, hanno lavorato una vita, e per loro fortuna hanno dei risparmi che gli fanno da cuscinetto. Sono amareggiati, stanchi, incazzati, ma direi che non c'è una reale paura per il futuro, perché sono protetti dai loro risparmi (che usano anche per aiutare la generazione di sfigati venuta dopo di loro, generosamente), oltre che da pensioni e contributi e insomma, una vita di lavoro fatta comediocomanda.

Poi ci sono i miei coetanei. Trentenni, o meno. Ecco, ho passato le ultime due serate con miocuggino e la sua adorabile sposa, e con due amiche del liceo, una delle quali incinta, e le loro amiche. 
Parlando con loro, quando viene fuori il tema lavoro, viene fuori il solito ginepraio del giovane italiano: contratti del cazzo, stipendi da fame, mutui da pagare che ti fanno abbozzare in situazioni dove normalmente non lo faresti, e un sacco di cose brutali. Le mie amiche sono donne, ieri ero fuori con cinque donne: alla fine della serata, ridacchiando, sembrava di essere in un gruppo di auto-aiuto per vittime di molestie sessuali sul lavoro e non. Tipo che io mi chiedevo: ma gli uomini italiani cos'hanno nella testa? Aspirano tutti al bunga bunga? Le ragazze con cui ero fuori avevano tutte una qualche esperienza che in altri paesi darebbe subito adito a una causa per molestie sessuali. Qui, un cazzo. Ridacchi, smadonni, prendi a male parole il coglione di turno, e via, ma nient'altro. Io parlo con le donne, soprattutto, e questo problema sembra esser presente nella vita di tutte, in misura minore o maggiore, anche in quella della mia amica col panciotto di sei mesi. 

Sono qui ancora per qualche giorno e continuerò ad ascoltare e prendere appunti, però mi sento proprio un po' straniera anche qua. Questa è un'altra storia - ma se mi sento straniera qui e pure a Vienna, mi verrà una crisi di identità? Lettrici e lettori espatriati, aiutatemi, che dite?

Comunque, come l'ultima volta che sono venuta a Natale, sono contenta di essere qui, ma sento tanta di quella rabbia e agitazione e paura del futuro, di fondo, che mi viene l'ansia. Tipo che fra un po' sognerò i mostri in forma di un capo tirannico o maiale, o tutte e due. Diciamo che a sto punto, tutta la vita i Diversamente Competenti delle mie mattine viennesi, che almeno non mi molestano, sono solo disorganizzati. 

E come sempre nell'ultimo anno, perché prima non mi sentivo così: il mio ritorno a casa si fa sempre più a) improbabile e b) lontano. 

Ora per consolarmi vado a fare la pasta fresca con la mia nonnina, che è una specie di sergente di Full Metal Jacket sopravvissuto a una guerra mondiale, una crisi petrolifera, tre infarti, un tumore, la morte di un marito e di un genero, e che barcolla ma non molla. Ottimo modello con cui fare la pasta fresca, di domenica. 
Sono a Milano. Che è il motivo per cui non sto scrivendo, perché sono in giro a guardare la mia città con gli occhi da turista.
E' una roba che confonde un po' - oggi è una di quelle splendide giornate di primavera bellissime e caldissime.
Adesso che vengo qui con gli occhi da turista noto che:

le case qui hanno i balconi, cosa che mi esalta.
i palazzi della città hanno sì meno colori pastello di Roma, ma molti di più di Vienna o di Londra.
il sole è caldo, caldo e battente. Sento la differenza di latitudine, anche se è poca.
la gente è vestita bene e io sembro una barbona.
la gente pensa che io non sia italiana, ancora più di prima.
la gente fa rumore. Tanto.
le persone sono più chiacchierone e il chiacchiericcio con gli sconosciuti mi manca non poco.
a Milano ci sono molti più viali alberati che a Vienna.
i mezzi sono più affollati, e la rete molto meno estesa.
il caffè costa pochissimo.
il gelato al pistacchio sa effettivamente di pistacchio tostato, è marroncino e non verde fosforescente.

per altre note ad minchiam vi rimando al prossimo post.

C'ho la flemma da ritorno all'ovile e questa permea anche lo scrivere. Sono pigrissima, e prima di partire ho insegnato sempre una trentina di ore a settimana. Quindi: ero pigrissima.

Riapparirò.