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Ordunque. 

Il fattaccio è successo da tipo dieci giorni. Il soggetto, però, ha sgombrato il campo solo da tre, perché non lo si poteva mica mandare sotto un ponte, dopo che ha così gentilmente acconsentito a lasciarmi l'amato appartamento di Melrose Place. E' a Vienna, e io non mi sto assolutamente chiedendo se stia bene. Per niente.

Il mio umore fluttua, a seconda dei giorni, a seconda dei momenti del giorno. La mattina, come ogni volta che ho avuto problemi o agitazioni grosse, è il momento peggiore. Poi va a migliorare, e la sera ho addosso una pace inspiegabile. Forse la pace che ti viene dal riposarti dopo una grande stanchezza, e una relazione importante, bellissima, che ti ha cambiato la vita, ma che a volte ti risucchiava le energie come un Dissennatore di Harry Potter. 

Insomma. Io volevo reagire con l'ascetismo, ma siccome a Bangkok, ripeto, sono molto meno sola di quanto credessi, invece sto reagendo aderendo al culto di Bacco. Colombiani, argentini, spagnoli, francesi e italiani, tutti i miei amici di provenienza più latina e terrona, mi hanno detto: non fare solo yoga. Esci pure con noi a bere anche se costa troppo e a mangiarti intere mattonelle di brie, camembert e roquefort puzzolente, e fare la siéma con persone intelligenti. 

Sta funzionando abbastanza bene, anche se uscire ogni sera per del vino o quantomeno per una serata in compagnia sta iniziando a provare il mio corpo, che di solito ha come peccato principale il cioccolato o la Nutella, ma di certo non l'alcool. Io sono quella che è capace di ordinarsi il latte freddo col cacao fondente mentre tutti si ordinano il cocktail del tramonto, voglio dire. Ma in questo momento, accendere un cero a Bacco sta funzionando piuttosto bene.

Domani sera potrebbe essere la prima sera che finisco con lo stare a casa. Un po' ho paura di essere a casa da sola un sabato sera e di sentirmi sola, piccola e nera, e abbandonata come una Calimera poco più di un mese prima del mio compleanno. Per fortuna la parte di me che sdrammatizza continua ad essere forte e tosta, e non mi dò troppo al dramma, se riesco. Uno dei miei amici del cuore, N., che abita di malavoglia a Londra, mi ha detto che sta arrivando alla conclusione che noi milanesi in realtà abbiamo pure noi un po' di antipaticissimo stiff upper lip. Keep calm and carry on, praticamente.
Un po' è vero. Una parte di me vorrebbe fare una scenata tipo Anna Magnani. Ma proprio non mi viene.

In tutto ciò, durante il giorno ho due appuntamenti domani, buffi per quanto sono diversi. La mattina, mi darò alle botte da orbi. Un amico della mia francoamica C. è istruttore di Krav Maga, e domani andrò a un suo workshop, molto probabilmente. Io. A imparare a dare botte da orbi a chi mi rompe le palle. Io, che mi compro le tazze e gli asciugamani di Doraemon e faccio la raccolta punti di Rilakkuma da 7-11. Vado a Krav Maga. Chiaramente finirò col prenderle, ma va bene lo stesso. 


E poi, se sarò ancora viva e gli orari si combinano, andrò alla mia ex scuola di yoga che domani organizza un workshop pomeridiano sulla teoria dei chakra. Così rientro nel mio mondo, e magari imparo anche qualcosa che mi torna utile. 


Insomma, mi godo quello che per me è il lato positivo della globalizzazione: vivere in una città dove trovi dalla krav maga al qi gong, spesso gratis, a volte troppo cari, ma sempre molto facilmente. Sono cose che mi devo ricordare, perché sto cercando di fare pace con la città, e questo implica il viversela in modi solo miei, che fanno bene a me, senza che nessuno mi dica che sono una fricchettona perché voglio imparare dei chakra. 

Figuratevi che una piccola parte di me, che sono praticamente la cugina di Margherita Hack e rifuggo sempre tutto ciò che mi sa di religione organizzata, quella parte che ha letto Felice Per Quello Che Sei di Rossana Campo, vuole pure farsi una gita da quelli della Soka Gakkai a Bangkok. Conosco un paio di persone che vi sono legate e sono tutte persone con una bella testa e un buon cuore, importanti per me. Hai visto mai che questi qui aiutano pure una slandrona di sughero come me. Ma mi sa che per quello aspetto un attimo, che potrebbe essere un input un po' forte. 

Detto ciò, è quasi mezzanotte di venerdì, e io sono sveglia dalle 5:30, sono arrivata a casa da poco perché sono pure uscita per caffè e cena diretta dal lavoro. E' ora di spegnere tutto, computer e cervello, almeno. 
Ad ogni modo, sono viva. Soffro come una cagna a tratti, e a tratti so che ce la posso farcela. 
Ieri sera siamo andati in un bar nella mia amata città vecchia. E' una zona della città dove c'è spesso musica live, e anche un sacco di soggetti strani, che trovi molto di più in questi posti piccoli, che sarebbero fumosi se i gestori lasciassero fumare, e dove la birra e i cocktail costano poco.

Mi piace andare nella città vecchia, anche se non lo faccio spesso, perché è diametralmente opposta alle altre zone dove vanno spesso gli espatriati stranieri. 

A Thong Lo, per esempio, che è una zona moderna e a) cara b) abitata perlopiù da stranieri e c) fighetta, di solito ci sono stranieri bellocci, in camicina ben stirata, con gnocche di vario tipo sottobraccio: thai o straniere, ma tutte vestite bene. Truccate come auto rubate se thai, truccate più leggere se straniere, ma tutte con il vestitino, e la borsettina, e i tacchettini perché tanto, vanno e vengono in taxi, che camminare è da pezzenti, o matti.

Ora: io è raro che vada da quelle parti. E' piuttosto snob. Ricordatevi che io sono quella che si è presentata a un matrimonio in DocMartens, da giovane. E anche alla discussione della tesi. Quindi, a Thong Lo ci vado se mi invitano, o se c'è un buon ristorante da provare, e lì ce ne sono molti, anche se costa tanto a volte lo faccio, o... Non ci vado, semplicemente. Per me è pure lontano, e i posti non hanno molta... Anima, ecco. 

Poi, abbiamo la città vecchia. Che è un mix molto più eclettico, di sicuro con più carattere, almeno secondo me. Quando esci nella città vecchia, incontri:
  1. espatriati che non amano la fighetteria in stile Thong Lo
  2. espatriati che amano la musica live
  3. artistoidi di tutto il mondo
  4. turisti con lo zainetto vestiti con quei tremendi pantaloni con gli elefanti e altri orrori simili
  5. turisti con lo zainetto messi malissimo: ubriachi, drogati, o entrambi all'unisono, o intrappolati a Bangkok perché hanno finito i soldi e devono fare volantinaggio e similia
  6. hippie giapponesi
  7. hipster thailandesi
  8. vecchi occidentali rovinati che vivono qui da trent'anni (ne parleremo dopo)
  9. thailandesi eccentrici di varie fasce d'età
  10. thailandesi più amichevoli della media thai, perché a forza di stare a spasso coi farang, gli occidentali, hanno capito che europei e americani non sono la stessa cosa, e che in Europa si parlano un sacco di lingue e che siamo molto diversi gli uni dagli altri. Questi thai sono i miei preferiti perché sono quelli che fanno un sacco di domande sensate.
Ma veniamo a noi, all'acquerello.



Interno, notte. 
Sono con M. e un gruppo di amici, per salutare uno di noi che se ne torna in Australia. Gruppetto di sei persone circa, bar minuscolo, bellissimo, vecchio, con le sedie spaiate al di fuori e decorazioni a dir poco eclettiche dentro -- si va dal poster del New Orleans Jazz fest 2003 alle foto del re, passando per foto delle starlet thai degli anni '60. 

C'è anche un gruppo che suona musica blues: musicisti thai, cantante occidentale, vecchio, stramiciatissimo e con anni di alcol addosso, ma con una voce fighissima. E una maglietta con una colomba che dice peace and love. 
Ecco la diapositiva:

Adhere13 Blues Bar, Samsen Rd.



Il barista, oberato dalla quantità di gente, non ce la fa. Quindi vado a prendere io le birre per me e M. Al bancone, uno dei suddetti thai curiosi attacca bottone mentre aspetto, ci facciamo due chiacchiere e mi regala una patatina di gamberi. Simpatico, paffuto, gli dico che torno al mio tavolo perché gli amici mi aspettano e lo scarico con grazia.

Una mezz'ora dopo, torno al bancone per una birra e un mojito, che ci vuole un attimo per prepararlo. Il mio amico thai paffuto è stato raggiunto da un suo amico occidentale. Età, sessant'anni o forse di più, secco, capelli bianchi e lunghi, spettinato, camicia nera a pois bianchi, occhi azzurrissimi. Segue la conversazione tra noi tre.

Thai Paffuto: Nat, questo è il mio amico. E' francese.
Amico Francese (alticcio, in inglese) ciao, mi chiamo Jean. E tu?
Io: Natalia, piacere.
AF: cosaaaaa?
Io: NATALIA!
AF: eeeeeeh?
TP: Natalia! Jean, ma sei proprio un vecchio, eh!
Io (in francese) Sono Natalia. Mi chiamo Natalia. Capito?
AF: AH! Sei francese?
Io: No, italiana.
AF: Ah, meno male. 

Mi stringe la mano, trasforma la stretta in un baciamano.
Mi tiene la mano. La gira. Mi annusa il polso. Mi guarda, e 

AF: profumi di vaniglia.
Io: eh già. 
AF: meraviglioso. 
Io: grazie! 
TP: Jean, eeeh come al solito eh..
AF, ignorando TP: I'll make love to youuuu (cantando)
Io: ...
AF: with the vibrations of music... 
Io: sollievo.
AF: Don't worry. Ballerai con me, dopo?
Io: mah, guarda, vediamo, dai. 
TP: ma dove sei seduta? Resta con noi!
Io: eeeeh, ma il mio amico torna in Australia, domani...
TP: oh, occhèi, allora ci vediamo dopo.
AF: a dopo, ma belle. 

Mi riprende la mano, la fissa, l'annusa, mi guarda con i suoi occhi azzurrissimi, tenendomi la mano, e mi dice: tes mains. Tes mains.

Mi sa che gli piacevano le mie mani. 

Io adoro incontrare questi soggetti. Ed è nella città vecchia, che li trovi, i soggettoni, mica nella fighetteria in vetro e acciaio di Thong Lo... 
Due settimane dopo l'ultima volta, sono di nuovo a letto messa maluccio. Stavolta è anche colpa mia, perché ho ignorato il mio corpo che chiedeva pietà ieri mattina, e sono andata a scuola. Pago lo scotto passando venerdì sera a letto, e già che ci sono, anche tutto sabato.

Fastidio incredibile. Ma cerco di prenderla con filosofia, anche se questa è forse la settimana più noiosa che abbia passato da che vivo qui. Quindi lasciate che mi lagni un po', ok? 

Non è tutto male. Questo lunedì, ad esempio, con la mia squadra al pub quiz, il team Queen Equizabeth, abbiamo vinto. Cosa difficilissima, dato che è un pub gestito da inglesi, e il quiz è sempre molto anglofono, con domande facili per americani, britannici e australiani, quindi generalmente difficili per noi. 
Questo lunedì eravamo un Asburgico (sapete quale), due australiani, una tedesca, ed io. Abbiamo vinto! Perché due dei round erano molto europei, uno di filosofia e uno di storia, con domande su Leopoldo II e il Congo, e sul Cardinale Richelieu. Abbiamo vinto 1000 baht, che utilizzeremo per mangiare e sbevucchiare la prossima volta. 

Poi, da martedì, tutto una sòla. Sono stata sorpresa dal monsone sulla via della scuola di yoga, e ho perso la lezione. Mercoledì mi sono resa conto che martedì forse sono uscita tardi per lo yoga non per pigrizia, ma perché mi stavo ammalando. Ho dormito tutto il pomeriggio e molta sera. Giovedì, ringalluzzita, sono andata a cena da un'amica. Venerdì mattina mi sono svegliata tossendo alle quattro e mezza, e da brava idiota sono andata al lavoro comunque, cosa che di solito non faccio mai, ma stavolta sì. Ora sono a letto da circa 26 ore, e non so quante sono state ore di sonno: tantissime. 

Avevo yoga, oggi. Saltato.
Dovevo andare a cena con una delle giappo e poi a ballare lo swing, stasera. Invece no.
Avevo una festa a casa di un colombiano con le arepas fatte fresche e fiumi di alcool, ieri. Invece... No.

Sono annoiata, e anche scazzata perché tutto ciò che ho fatto questa settimana è stato lavorare dagli MM (i Marmocchi Maledetti) che probabilmente sono la fonte del mio male, dato che uno a un certo punto mi ha tossito in un occhio. Io li amo, ma anche no, soprattutto quando mi passano il vibrione. 

Altro motivo del mio scazzo cosmico in questi giorni è che l'Asburgico è a Seoul. In vacanza. Lui in vacanza a Seoul, io qua a lavorare coma una sfigata, e ad ammalarmi pure. Sono invidiosa, e non mi piace esserlo. 
Aveva prenotato l'aereo quando c'era un'offertona di AirAsia e io ero ancora in fase non so dove come e quando lavorerò. Gli ho detto vaivai, che io sono donna moderna e mica donna patella. Non lo sono. 
Mi ero detta, se l'Asburgico non c'è, farò un sacco di yoga e uscirò con le mie amiche a cena e colazione e a ballare lo swing. E invece niente, quindi mi sento un bel po' irritata, perché avevo mille idee per gustarmi il mio tempo e la mia condizione di Femmina Non Patella, e invece sono a letto, ho già guardato mille episodi di tre o quattro serie TV diverse e non ho concentrazione per leggere. Non posso neanche andare su skype perché devo riposare le corde vocali. 

E' difficile essere debilitati in questa città. Sai che ci sono millemila cose fighe che potresti fare, e tu sei lì come un'idiota ad aspettare che ti passi il vibrione, guardando Dharma e Greg e Sex and The City, con episodi sporadici di nostalgia per la tua adolescenza, casa, la tua famiglia intera, la tua cameretta, e una voglia insaziabile di quel risottino in bianco con l'olietto d'oliva che ti facevi in Europa quando stavi male. Qua non puoi farlo, e non c'è neanche la mamma che può andare al supermercato per te. O l'Asburgico. Per fortuna la nostra signora delle pulizie ieri mi ha visto tornare che sembravo uscita da The Walking Dead e mossa a pietà mi ha comprato un po' di cibo per il fine settimana. Ma siccome è thailandese e crede nel potere della proteina, è tutta carne. Io faccio la brava e la mangio, pensando al risottino che mi manca. 

Io lo dico sempre che anche se fossi singola avrei un coinquilino... Se mi mettete a vivere da sola vado in paranoia nel giro di due giorni, se non mi tengo occupata con cose interessanti.
Urgh. Di solito sono brava a non annoiarmi... Ma questa settimana è veramente troppo, e le cose che faccio di solito (Skype con amici, libri, letture intelligenti) non le riesco a fare. Spero almeno di salvarmi la domenica... 

Il mio ritratto, praticamente.

Vi ricordate che a fine luglio ho avuto questa giornata dov'ero presa male? Perché mi mancava mio padre, perché boh, perché a volte le giornate così ci sono. E in quelle giornate, pure una cazzata come perdere un orecchino ti butta giù. Io, come vedete nel post, avevo perso uno dei miei orecchini turchi, comprati a Istanbul da un ragazzo turco che li faceva a mano, e li vendeva per strada a Çukurcuma. 

Quel giorno ero presa male perché avevo raccontato di mio padre al mio amico spagnolo che mi conosce da anni, ma che ancora non sapeva di quel che è successo, perché prima di Bangkok ci eravamo persi di vista. Presa male, e dopo essermene andata da casa sua, sono tornata a casa a piedi per calmarmi. Camminato per 40 minuti per riprendermi, ascoltando musica.
Camminando, ho perso uno degli orecchini dell’artigiano turco. Niente di prezioso, ma grande valore emotivo, come sempre. Ci sono rimasta male, poi mi sono detta che è solo un orecchino, e che ora ho come vicino un artigiano giapponese, a cui avrei potuto chiedere di fare una copia dell’orecchino rimasto, per poi avere un paio di orecchini turco-thai-giapponesi.

Però, colpo di scena: oggi ho ritrovato l’orecchino mancante! Incredibile. Credo che si sia impigliato nel cavo della cuffietta, sfilato, e caduto diretto nella tasca interna della borsa che portavo quel giorno. Ritrovato oggi, mentre mettevo via qualcosa nella taschina di una borsa che non uso molto spesso. 

Secondo salvataggio in corner di questi orecchini! Un’altra volta a Vienna, sempre coi cavi delle cuffiette, uno era caduto e si era impigliato nella trama del maglione. Sono orecchini fortunati, dunque… Ma la prossima volta che ascolto musica con quegli orecchini addosso, dovrò stare attenta!
Dopo tutto sto blaterare… A questo punto ve li mostro! Ho un anello che fa pendant. Quindi sono tra i miei orecchini preferiti, insieme a quelli che credevo di aver perso un paio di anni fa

Gli orecchini più paraculati del mondo. 
Mi sono svegliata alle cinque, stamattina.

Perché, dite? 

Chiedetelo al mio stupido cervello, che ha deciso in autonomia. Sono rimasta a letto fino alle 5:20 e poi ho detto vabbè, se non dormo tanto vale alzarsi e potersi muovere come i bradipi.

E così ho fatto.

E come un bradipo mistico, ho fatto yoga per la schiena, perché da che ho ricominciato a lavorare mi fa sempre male. Ho fatto yoga, al buio, alle 5:30, di mia sponte. Se me lo aveste detto un anno fa vi avrei detto, sèèèèè!

Ho lavorato, sono uscita quasi mezz'ora in ritardo, sono tornata, ho mollato zaino e tutto il resto, ho comprato la cena dalla signora Farida (chicken biryani thailandese, che è diverso da quello indiano), la papaya per la colazione e il caffè dalla sciura -- tutto per strada -- ho messo via la cena, fatto merenda parlando su Skype con la S.G., ho perso tempo su faccialibro, ho letto il mio libro sulla Mongolia, ho fatto lezione di thai e ora sono le nove di sera. 

E sono ancora sveglia.
Senza gli occhietti che si chiudono.
Senza la sabbietta agli occhi.
Senza vedere la madonna.
Che è come ero messa venerdì scorso, per esempio.

Praticamente fantascienza. Spero prometta bene per il resto dell'anno. Sto tentando di abituare il mio corpo a dormire meno e a non fare la pennica pomeridiana... E per ora è come diceva la mia collega: se non ti abitui, la pennica non serve, e alla fine sembra che guadagni tempo ed energia. Lei lo faceva andando direttamente ad aikido dopo la scuola, e io sto tentando lo stesso con lo yoga... Ce la posso fare!!

Mondi sconosciuti. Tipo, il mondo prima delle sei e mezza del mattino per me.

Che cominciano così.


Ieri è stato il compleanno dell'Asburgico, nonché il suo sesto mesiversario a Bangkok.

C'erano (quasi) tutti i giapponesi del post precedente, un paio degli austriaci, il mio italiano compagnetto dell'università... Ma soprattutto, c'era un sacco di gente che fino a sei mesi fa, non conoscevamo. E' stata una bella festa, bellissima!

E prima pensavo che se avessi tentato di organizzare una festa così dopo sei mesi a Vienna, non so se ce l'avrei mai fatta. Qua, davvero, conosciamo un sacco di simpatiche personcine. L'Asburgico più di me perché Bangkok tira fuori il suo lato di farfalla sociale e io sono più naif e voglio amiciveri invece che sfarfalleggiare... Ma insomma. Tra tutti e due ieri abbiamo messo insieme una bella quantità di persone, che si sono tutte divertite e che ieri hanno passato una bella serata grazie a noi.

Quindi... Evviva! Ora caffè e croissant - donna previdente, ieri sono andata dal panettiere francese e ne ho comprato uno per oggi - e poi mi sa che tornare a letto potrebbe essere la cosa migliore che faccio... 
Una delle cose divertenti, del vivere a Bangkok - come in molte metropoli degne di questo nome, credo - è che si finisce a vivere in un pastiche culturale gigantesco. Era lo stesso a Istanbul, a Vienna un po' meno, o meglio, lo era, ma soprattutto con europei, quindi aveva un impatto minore. A Istanbul, molti amici miei erano francesi, quindi come dico sempre, sono tornata dalla Turchia con un turco accettabile e un francese eccellente. 

Qui a Bankòk, come spesso accade, di amici thai ne ho, tipo, uno. Questo non è perché i thai sono malvagi, ma come dicevo a Vienna: loro vivono qua da una vita, parlano la lingua, hanno i cazzi loro e mica hanno tempo di stare a conoscere te, sprovveduto e nuovo arrivato. Quindi, quel che succede è che fai amicizia con altre mine vaganti come te, cioè gli altri espatriati. Istanbul è stata l'unica eccezione, sino ad ora. Coi turchi, o almeno con un certo tipo di turco, cioè quelli che fanno casino a Gezi Park da un anno a questa parte, mi sono proprio trovata.

Torniamo alla città attuale. I miei amici  qui (o conoscenti, più precisamente) sono di varie nazionalità, un pastone di europei misti, un paio di nordamericani, un paio di sudafricani, un paio di australiani. Ma la vera sorpresa, per me, qui a Bangkok, sono i giapponesi. Sono ovunque, sono tanti, e sono matti. Perché qui ci finiscono due tipi di giapponesi. 

Japantoday.com
Il primo tipo: il giapponese ricco. Il giapponese ricco è un espatriato di quelli veri, vive in una certa zona della città da cui non esce mai, ha bambini, parla pochissimo thai e anche pochissimo inglese, non esce mai perché lavora sempre. A meno che non si parli di uscire dopo il lavoro, ubriacandosi con il proprio capo, cosa che succede qui esattamente come in Giappone, dato che lavorano per aziende giappo. Ha una casa gigante, come il suo stipendio. Spesso ha una moglie, che non lavora, e che si prende cura dei bambini, annoiandosi il resto del tempo (o facendo cose creative, tipo le mamme giapponesi della mia classe, che cuciono e fanno collane e cose del genere.) Sono ben vestiti, ricchi, e non c'è alcuna possibilità che io li conosca, perché stanno sempre nel loro giappomondo bangkokiano, compreso tra due precise fermate della metropolitana. 

Il secondo tipo: il giapponese sciroccato. I giapponesi che conosco io, ovviamente, rientrano praticamente tutti in questa categoria, con diverse gradazioni di eccentricità. Io li amo tutti molto.

C'è Ichiro, l'artista nell'appartamento di fianco al mio. Fa gioielli d'argento e ha vissuto a Goa per anni quando era ggiovane. E' un tipo interessante, ma lo temo molto, perché è anche piuttosto irascibile. Ciononostante, ci sta dentro. Ha i dreadlocks e beve molta birra, a partire dalle ore 12. Lo so perché siamo vicini di balcone, e la birra la beve lì. 

C'è Tepei, il marito della mia amica turca, iper eccentrico, buffissimo, con dei capelli simili a quelli di Einstein, che rifiuta il concetto di colazione perché perché mangiare qualcosa di diverso solo perché ci si è appena svegliati? L'abbiamo introdotto al concetto delle egg benedict e l'abbiamo convinto che la colazione può essere un'idea valida, per la gioia della mia amica turca, che viene da una cultura dove la colazione, la kahvalti, è una cosa culturalmente importante. Lo convinceremo. 

Foodieah.com
C'è la mia amica Yuka, che viene a yoga con me e che quando si rilassa e mi racconta dei suoi fasti di supergiovane (ha qualche annetto più di me) se ne viene fuori con avventure in India che io mancopenniente, come dire. Tipo quando è finita su una barca con il barcaiolo che le diceva jikijiki? Jikijiki? E lei non capiva, e viene fuori che jikijiki lì è come dire voulez vous coucher avec moi?, per fortuna ne è uscita tutta intera, senza jikijiki. La cosa buffa è che, chiacchierando, è venuto fuori che Yuka è la ex di Ichiro, perché hanno fatto vita fricchettona insieme a Goa, tipo dieci anni fa. Della serie, questo mondo è un buco. Scopri che ha viaggiato da sola pure in Sudamerica, perché nessuno voleva andare con lei e lei mica ha tempo di stare ad aspettare questi uomini letargici.

C'è Kaori, che la vedi ed è sempre vestita bene, come le mie studentesse giapponesi a Milano, ben truccata con delle belle scarpine... E poi chiacchieri e ti racconta di come le piace andare a suonare il djembe  insieme ai ragazzi africani che organizzano il drum circle al parco. E tu, nella tua mente, pensi subito ad Elio e le Storie Tese, che cantano piantala con sti bonghi, non siamo mica in Africa! Troppo buffa.

C'è la mia amica Hiro, che abita due piani sopra di me ed ha viaggiato ovunque, viaggio duro senza paura, anche in Medio Oriente, e che ora aspetta un bimbo asburgico-nipponico. Carinissima pure lei, pensavo che fosse buffa ed eccentrica... Ma ora che ho conosciuto altri giapponesi, direi che lei è la più normale di tutti. 

C'è l'insegnante di piano che ha conosciuto l'Asburgico, che ha vissuto in Bhutan insegnando il piano, e che ora vive qui, con pochissimi soldi e un fidanzato bhutanese. Che ce ne ne sono dodici, di bhutanesi, e lei se n'è trovata uno.

Una delle cose che mi piacciono, dei miei giapponesi a Bangkok, è che sono tutti belle teste. Sono via dal Giappone perché lo criticano molto, criticano la (non-)cultura dell'iperlavoro, criticano il nazionalismo, criticano il razzismo, criticano i livelli assurdi di conformismo -- e pensate che io sono già presa male vivendo qua, loro dicono che in Giappone è peggio -- criticano il fatto che il Giappone ad esempio rivoglia un esercito... Sono spiriti liberi, ai quali il Giappone va stretto. Da loro imparo molto su quel paese, grazie a loro so già che non potrei abitarci, per quanto poi mi piacciano tante cose della loro cultura, dal cibo ai libri al cinema. 

Altra cosa che mi piace, dei miei giapponesi, sono le donne. 
Siccome sono, appunto, soggetti molto pensanti, queste donne giapponesi sono forti ed indipendenti, cosa che le pone fuori dalla società "normale" molto più che l'essere donna forte e indipendente per una donna americana, o di alcune parti dell'Europa. Sono toste, mi piacciono. Lo stiamo dicendo tipo battuta ma hai visto mai che Yuka ed io finiamo ad andare in Marocco insieme, l'anno prossimo... Dato che l'Asburgico non ci vuole andare, ed è il genere di posto dove è meglio andare in coppia o gruppo, se si è signorine?

Altra cosa buffa del Giappone, che è simile alla Thailandia, è il concetto di kawaii, cioè carino, in thai narak. Tutto può essere bellino, ciccioso, coccoloso e pucci pucci, quindi finisci come me che ho la signora delle risorse umane della scuola che mi manda i messaggi con le faccine e gli orsetti. Meraviglioso. Perché alla fine equivale a non uccidere la nostra parte più bambinesca con la seriosità adulta, no? Vi metto un video che esemplifica bene il concetto di kawaii, pubblicità dell'equivalente giapponese di Whatsapp, Line, che qui è molto molto più diffuso, perché ha gli sticker più belli. Io, quando sono triste, ormai mi guardo questo video. O anche senza essere triste, perché mòro ogni volta che lo guardo. Guardatelo pure voi!


Insomma, io avevo già una certa fascinazione imprecisa e immotivata per il Giappone prima di venire qui, ma ovviamente conoscendo più gente di quelle parti, e gente intelligente, in più, la cosa aumenta. D'altra parte, già quando avevo quindici anni e guardavo le partite della Roma col mio babbo, dentro di me pensavo che gente come quest'uomo avesse tanto, ma tanto un suo perché. 

Hidetoshi Nakata

Pubblicherò in differita. Tipo lunedì. Ora sono presa troppo male anche per quello. 

Passare un venerdì sera in isolamento, con il mal di pancia, dopo una giornata durante la quale avresti pensato di andare a yoga, cenare con i compagnetti di yoga, e poi andare a farti una birra con gli altri insegnanti, per conoscere un paio di persone nuove che paiono simpatiche, non ti può mettere di buonumore.

Foto: unknown. Si ustedes saben de donde es, me contacten porfa :) 

Come mio solito, quando non sto bene, ho detto all'Asburgico di andare a fare quel che aveva previsto di fare, che non sto bene, ma non ho ancora bisogno della balia, per fortuna. E poi ho anche l'umore grigio e non mi va di ammorbare gli altri. Ammorbo voi, invece, fortunati!

Insomma. Umor grigio perché. 

Perché più si avvicina l'inizio dell'anno scolastico con i nani urlanti, e più mi dico perché insisti a farti questo, donna? (Risposta: perché mi pagano bene ed è un sacrificio di qualche mese per mettere da parte soldi, e fare una nuova esperienza, perché mi danno un visto, che nella Thailandia del golpe è una cosa importante. Ciò non toglie che non ci ho voglia e che mi mancano i miei studenti adulti, che mi insegnano cose del paese dove vivo mentre io insegno a loro una lingua.)

Perché oggi parlando con il mio amico G., che conosco da che avevamo 16 anni... E' venuto fuori che del buco degli anni dove ci eravamo persi, durante i quali mio padre è morto... Non gli ho raccontato niente. E oggi è venuto fuori. E oggi ho dovuto spiegare. E oggi ho ricordato la schiena di mio padre nel letto d'ospedale, la pelle secca per il troppo stare a letto. Ho ricordato delle punture per prelevare il midollo che gli facevano male. Ed è stato come un pugno nello stomaco. Tipo che ho camminato verso casa per 45 minuti nel traffico di Bangkok per tentare di riprendermi. Perché ho raccontato questa cosa camminando, e mi è venuto da piegarmi impercettibilmente, mentre glielo dicevo. Perché mi sembra che mi abbiano accoltellato nella pancia con una katana gigante. Perché quest'anno sono otto anni e il dolore a volte arriva alle spalle, e ti fotte, in un pomeriggio con un amico che non voleva assolutamente farti stare male, che ti ha fatto solo una domanda innocente. 

Umore grigio perché oggi ho saputo che una persona che credevo stesse meglio, non sta meglio per niente. E questo mi rende triste. Perché che minchia di mondo di minchia, ecco. Lo dicevo quando stava male il mio babbo e lo dico anche adesso, pensando a questa persona, e ai genitori di tante altre che conosco, che sono malate, e che non stanno bene, e che mi fanno sempre pensare che ho ragione, a non cedere a tutte quelle baggianate sull'esistenza di dio (che se esiste, è anche un bel po' sadico, ecco. Grazie di niente.)

Stamane mi sono sentita un attimo così, per qualche ora. Che cazzo.
Umore grigio perché una ragazza italiana, qui a Bangkok, che ancora neanche conosco di persona, ha perso il padre da un giorno all'altro. E anche se io filosofeggio e filosofeggiavo quando era mancato il mio, di padre, quando mi dicevo che la morte è parte della vita, e che siamo fatti di stelle, e che mi ci sono fatta un tatuaggio, su questo filosofeggiare... Nonostante tutto ciò dico: minchia. Non sono ancora arrivata al calmo distacco che vorrei su questo tema, e credo che non ci arriverò mai. Alcuni giorni, si sta di merda. Punto.

Umore grigio perché a volte le città grandi, che dico sempre di amare, che in generale amo, mi stancano. Perché Bangkok mi stanca. Mi stanca il traffico, mi stanca dover contrattare con gli autisti del mototaxi. Mi stanca che non è piacevole camminare. Mi stanca che ci sono un sacco di maschi a caccia di figa facile. Mi stanca che ci sono un sacco di donne con la minigonna giropassera. Mi stancano i locali col dress code, di cui non mi frega un cazzo, dove non vado neanche, ma oggi mi stancano. Mi sfinisce l'attenzione alla forma di questa città, sembra di essere tornata a Milano. Mi stanca non parlare il thai.
Mi stanca non essere in Europa. Mi stanca vivere in un paese dove mettono la formaldeide sul cibo e nessuno si arrabbia, mi stanca che da che vivo qui mangio animali quasi ad ogni pasto perché è parte della loro cucina, e vabbuò, però che cavolo. Mi stanca tutto il latte che bevo perché in quello di soia mettono quantità poco sane di zucchero, e non ho i soldi per il latte di soia importato, e poi come fai a sapere che non è latte di soia ottenuto distruggendo le foreste brasiliane, e mi manca il latte di soia austriaco fatto di soia austriaca senza distruzioni di foreste pluviali in Sudamerica. Mi manca il controllo sul cibo che mangiavo che avevo in Europa. Mi stanca la ricerca costante della mia nicchia di calma in una città che calma non è.

Mi stanca poter parlare con I. e F. solo su skype, che una è a Trinidad e l'altra a Vienna. Mi stanca la mia mente che mi chiede come staresti ora, se vivessi a Montevideo o Barcellona? E io a risponderle, Di sicuro sarei più povera e mi dovrei ingegnare di più per fare soldi. Che è il motivo per cui abbiamo scelto Bangkok. Però potrei di nuovo parlare con tutti, dal presidente Mujica al muratore che si fa il mate in pausa sul mare. E non dovrei fare un lavoro che mi sta sulle palle perché mi dà un visto. Mi stanca non avere tutto il tempo che mi va con l'Asburgico. Mi stanca sapere che la prossima volta che potremo fare un viaggio insieme sarà in primavera prossima, perché a Natale devo tornare in Italia. Perché della mia famiglia, come al solito, non è che verrà a trovarmi qualcuno. 

Probabilmente sto così perché non sto bene, perché ho passato tre giorni a lottare con la burocrazia italiana e quella thai, perché oggi doveva essere una giornata piena e bellissima e divertente, e invece delle cose che volevo fare ne ho fatta solo una, purtroppo. Perché ho perso uno dei miei orecchini turchi, camminando verso casa, e lo so che è solo un cazzo di orecchino. Ma viene da Istanbul e a me piaceva. E ora chissà dov'è. 

Umore grigio perché ripenso ad alcuni posti del mio viaggio e penso che ci vorrei tornare, perché ci sono stata bene. Perché ho visto l'Asburgico in uno stato di calma in cui l'ho visto poche altre volte. I ricordi funzionano a cascata, e da un chattare su facebook con una ragazza conosciuta in Ecuador, si arriva in fretta a ricordarsi della finca dove io ho scavato trincee e brandito machete, e l'Asburgico, che odia le pulizie, ha fatto le pulizie per giorni quasi senza lamentarsi.

foto: Nat
Pensi a quello e pensi alle persone che vivevano lì, che erano gentili, al cane Cejas, al fiume che scorreva dietro la casa, alla stanzetta condivisa con l'Asburgico. Alla biblioteca con vista sulla giungla dove tutti si addormentavano dopo il lavoro. A quella ragazzina francese innamorata di un cinese, che ora vive in Cina, e sta pure per sposarselo, il cinese. Passava pomeriggi interi a imparare caratteri, paziente, in silenzio. Un'altra persona gentile e dolce che ho incontrato nel mio viaggio. Giovanissima, ma matura, ed intelligente.

foto: Nat. La vista dalla sala di lettura. 
Pensi a tutte quelle persone, luoghi e cose, e ti chiedi che cavolo ci fai in una metropoli di dodici milioni di persone, dove ti appresti a fare un lavoro che non ti piace, con una giunta militare al governo. 

Pensi alla ragazza con cui parlavi prima su facebook, dolce e interessante anima con sangue francese, basco e kabyle, che finito il suo dottorato è rimasta in Ecuador e ora vive in un paesino vicino a Quito. Ha aperto un caffè con negozietto, insieme a quell'artigiano catanese di cui si era appena innamorata, o si stava innamorando, quando l'hai incontrata tu. Anche lui dal cuore morbido, avevi comprato i suoi orecchini a forma di luna, fatti con materiali di riciclo, e quando ha visto il tuo amore per le spirali, ti ha fatto un anello di rame nel giro di due minuti, seduto sul sagrato di una chiesa nel sud dell'Ecuador, con le sue scarpe fatte a mano, fatte da lui. Uno degli incontri più piacevoli, stimolanti e che ti sono rimasti in quindici mesi di viaggio, questi due. 

Probabilmente starò meglio domani, se riesco a fare le cose che ho in mente di fare, se mi smettono i crampi e la nausea e la debolezza. Però... A volte me lo chiedo, che cavolo sto facendo. 

Già a vedere sta foto mi sto riprendendo. Anche le metropoli hanno fascino. Tanto. In effetti.
Domani vedrò una delle sole due donne in questa città che posso considerare una specie di amica, e ne sono contenta. Mi manca. Se c'è una cosa di cui mi sto rendendo conto, è che io, dei conoscenti, non me ne faccio proprio un cazzo. Sono allergica al chiacchiericcio, che non è da me, ma tant'è. Ho già detto che negli ultimi mesi sono in una fase piuttosto introversa, o quantomeno dove cerco calma e faccio yoga come non ne ho fatto mai prima. Accetto questa fase e spero che passi... Perché vivere a Bangkok senza darsi al chiacchiericcio è difficilissimo. 
Ora, molti di voi che non mi conoscono probabilmente pensano che io sia una tipa intrepida e coraggiosa, che va e viene senza paura. In realtà: no. Per niente. Me la faccio sotto.
Avrei sempre voluto viaggiare da sola, ma tra amici vicini che venivano con me, amici lontani da andare a trovare, e fidanzati zingari come o più di me, alla fine, da sola, ho viaggiato pochissimo. Giusto un poco quando vivevo in Turchia, e neanche tanto, perché non avevo molti soldi da spendere, all'epoca.

Quindi.
La mia settimana da sola a Bali è stata una delle prime volte che sono stata a spasso da sola molto lontano da casa, senza l'Asburgico. Ho passato il primo giorno a riprendermi da questo concetto, perché nonostante siamo insieme da sei anni e nonostante mi tiri fuori dagli stracci, talvolta, io l'Asburgico lo amo, e mi mancava, e mi sentivo perduta come la prima volta che i miei mi hanno abbandonata nella perfida, piovosa Albione, dicendomi: impara l'inglese, ciao. 
Almeno ho compiuto le mie elucubrazioni con questa vista dal mio ostello a 10 euri a notte:

La vista dall'ostello dei Fratelli Grugno, gli uomini meno sorridenti di tutta Lembongan.
Poi ho conosciuto le ragazzette brasiliane che dicevo qualche giorno fa, che mi hanno tenuto compagnia e che, avendo dieci anni in meno di me, e venendo da lontanissimo, mi hanno tempestato di domande sul viaggiare e sull'Asia e sulla vita, facendomi sentire a) vecchia ma b) anche una donna molto saggia e piena di esperienza delle cose. Una donna di mondo, ecco. 

Che cazzo, in effetti dopotutto sono stata in quasi trentacinque paesi diversi, però poi mi concentro sul fatto che faccio male le divisioni per calcolare le valute, e mi sento come una sbarbata che verrà fregata ad ogni passo, anche se poi non succede (ma questa insicurezza è il motivo per cui non sono ancora andata in India, sapevatelo.)

Insomma, dopo il primo giorno in cui le brasileñe ed io prendiamo un barchino per fare snorkelling, finiamo in un canale burrascoso che decoriamo del nostro vomito, per poi non vedere neanche quelle cazzo di mante giganti, decido che ora basta. Mi prendo una bicicletta, e vado almeno alla spiaggia vicina, senza benzina e senza finanziare il nemico (gli autisti balinesi.)

Inizio a pedalare, e prima finisco in un villaggio di simpatici pescatori e coltivatori di alghe, e poi in un bosco di mangrovie.

La gente del villaggio di pescatori e coltivatori d'alghe è la più carina dell'isola.
Esco da quello e finisco in una strada che attraversa le discariche dell'isola, per poi arrivare a una spiaggia bellissimissima ma senza ombra, praticamente dall'altro lato dell'isola, sentendomi Natalia Cipollini perché che cazzo, mi ci sono volute tre ore di bici con salite, per arrivare lì. La condizione delle strade, per darvi un'idea della situazione:

Discarica intorno e strade curatissime. L'interno di Lembongan.
Sulla scogliera, ho incontrato un americano che sosteneva che dovrei essere rinchiusa, perché mi rifiutavo di avere un motore sotto il culo. Mi sono sentita come una delle Spice Girls, cioè molto girl power. Tanto che quando l'americano mi ha detto, ti faccio una foto, ho preso subito la posa da girl power delle ragazze thai: sorriso siemo, e segno della vittoria. Segue una diapositiva, strappo alla regola che di foto mie qua non ce ne sono mai.

Impolverata, conciata, ma felice. Se ce la faccio io, ce la fate pure voi. 
Continuo e continuo, scendo dalla bici per salire a piedi sull'unica montagna di tutta l'isola, in cima alla quale incontro un signore indonesiano che ha aperto un baretto con del caffè divino per tutti quelli come me, e un graphic designer tedesco che ogni giorno lavora nel bar dell'indonesiano col suo computer. Dico al tedesco di andare in Birmania, la prossima volta che deve lasciare l'isola per il visto, e scendo. La sera, esausta, guardo il tramonto e mangio nel tendone di una signora che fa un sambal così piccante da farmi tossire abbastanza da intrattenere tutto il tendone, finché un signore di lì non si preoccupa, e inizia a percuotermi sulla schiena, per salvarmi la vita, dice.

Ecco a voi Azzurra. Il bolide senza freni. 
Il giorno dopo, giro all'inverso. Colazione con spremutona gigante di bacche e muesli al baretto del francese, e parto su per la montagna. La prima spiaggia a cui scendo, orrenda, rovinata. Arranco su per il crinale per tornare alla strada smadonnando, e incontro due danesi che, mossi a pietà dai loro motorini, mi regalano una salviettina umida, e mi dicono di una spiaggia un po' più in là che hanno trovato, di difficile accesso, ma bellissima. Seguo le loro indicazioni, e trovo la spiaggia giù da un crinale verticale. Scendo praticamente di culo, e mi ritrovo davanti a una spiaggia bianca, bellissima, con solo due (2) altre persone sopra, una coppia franco-inglese con cui chiacchiero per ore, condividendo disperazioni apocalittiche sul destino del pianeta invaso dal pattume, e consigli su come imbucarsi negli alberghi di lusso fingendosi ospiti (lui è un professionista di quest'arte.) La spiaggia, però, valeva la pena di quasi fracassarsi rovinosamente giù per il crinale: 



Lascio la spiaggia, e decido di tornare. Risalgo l'ormai famosa montagna per andare dal mio amico del baretto, dove divoro due toast, un brownie e un caffè, perché la spremutona col muesli non era molto grande, e incontro un graphic designer neozelandese, che pure lui lavora lì (il caffè Two Towers ha anche ottimo internet, per quello vanno tutti lì, questi che fanno il telelavoro.)

Inizio a scendere, e mi accorgo che non mi funzionano i freni. Molto bene. La discesa è ripidissima, quindi inizio a camminare. Sulla strada, incontro un gruppo misto italo-franco-austro-tedesco, che mosso a pietà, mi ripara almeno uno dei due freni, e mi dice, vieni a cena con noi, stasera? Ci sono andata e il giorno dopo ho girato tutto il giorno con loro in motorino, impolverata ma non sfiancata, ma quella è un'altra storia. 

Insomma, in due giorni e mezzo, io che sono francamente una persona fuori forma o comunque molto normale, ho fatto circa 9h in bicicletta, su sterrati, salite, e strade di qualità come quella che avete visto. Sono arrivata alla spiaggia dove non pensavo sarei arrivata, da sola, incontrando due serpenti, vari granchi giganti che vivono nel fango e attraversando discariche, tutto da sola. Quindi...




Ma il numero di pagine viste fino ad ora, con tutti quei tre? Sarà la botta di sonno di metà pomeriggio, ma a me sembra una figata pazzesca. 

Vado a lavorare. Ieri ha piovuto per dieci ore di fila, a catinelle. Ora è grigio e minaccia pioggia.

Una delle cose che ho fatto a Bali è stato trovare delle ballerine Crocs, che sono molto più belline di quanto immaginiate, molto popolari in SE asiatico perché anche se hai l'acqua alla caviglia non devi preoccuparti se ti si rompono, poi le lavi, e sei carina lo stesso.

Ne ho comprate tre paia di colori e modelli diversi... Mi sa che ora mi tocca inagurarle, e portare con me le scarpe phighe per la lezione.

Uff. La stagione delle piogge è l'inverno di queste parti... Quando uscire di casa diventa difficile e vuoi restare sul divano :)
Tanti auguri, blogghe!

Ancora qui, nonostante sia stato impolverato, ignorato e tutto il resto, il blogghe è comunque sopravvissuto a 15 mesi di viaggio, un trasloco intercontinentale, e varie menate, seghe mentali e deliri per già tre anni.

Mica me n'ero accorta, io, ve lo dico.

Tra l'altro non so neanche quale sia il compleanno esatto del mio blog, perché il mio ottimo template attuale non mostra le date. Utilissimo. 

In ogni caso, se volete dare un'occhiata a come e perché ho cominciato questo blog (era luglio a Vienna, e faceva un tempo di merda, banalmente) potete guardare qui

Quasi quasi quando torno da Bali me li leggo pure io sti post vecchi, così mi ricordo di perché sono partita. Perché nonostante le madonne, ora che vivo in un posto più conservatore anche dell'Italia, rimpiango il menefreghismo viennese in fatto di stile. E' vero, poi a volte vedi certe donne che sembra che invece che al lavoro stiano andando a scalare il K2, ma hai molta meno pressione di essere phiga a Vienna che a Bangkok. E' anche vero che però qui è molto più facile essere femminile, perché fa caldo e quindi non mi si congelano i piedi ogni volta che metto le ballerine. A Vienna neanche lo possedevo, un paio di ballerine.

Vabbè, ogni posto ha i suoi pregi e difetti. Suonerà come uno stereotipo, ma è la pura e semplice verità. Devero.
Torno a girellare. 
Bali bellissima eh. Poi vi dirò. 
Da Facebook: un amico ha apprezzato molto la mia reazione a questo commento letto oggi sulla Gazzetta nel meritato cazzeggio pomeridiano: 
L'Uruguay ha subito il nostro palleggio ma quando ripartivano lo facevano con una velocità impressionante. Il nostro calcio non produce questi giocatori e devi inventarti qualcosa di diverso. La riflessione sul calcio italiano è ampia.
La misurata, e apprezzata, reazione della vostra beneamata, che guarda da lontano e in fin dei conti ora tiene Uruguay comunque, seguito da Cile ed Argentina:
Bello essere apprezzate. 
Hai visto mai che torno a vivere in Italia. Calci nel culo, niente gnocca e una muta di pitbull, più qualche militare thailandese, saranno la mia ricetta. E ovviamente: 'taca la bala! Come diceva il mitico Helenio Herrera. Che tra l'altro sembra un personaggio uscito dai fumetti di Mafalda, con quella faccia. E che chiaramente sapeva quel che faceva, guardate quante coppe tiene in braccio, voglio dire. 


L'arbitro ha rovinato tutto? Ma se si è paracarri da sé, l'arbitro non serve.


Siore, siori... A grande richiesta, dopo settimane di encefalogramma piatto e svariati messaggi di reclamo tra cui uno molto pucci
Mi manchi!
di Valentina 
e uno meno pucci ma in fondo sempre molto affettuoso, 
Dove minchia sei finita?
dell'esimio futuro, o forse già, padre Manoel O. Dias, mi rifaccio viva. 

Alla fine, sono più di quattro mesi che vivo qui e non vi ho praticamente raccontato una sega. Vergogna! Infatti nessuno leggerà questo post, giustamente ;) 

Ma insomma, per coloro a cui interessa... 

Punto uno: trabagghiu. Saltatelo se volete, non mi offendo. Là ci sono foto, qua no :D 

Ho lavorato, con i nani. Questo lo sapete già. E' stata un'esperienza devastante ma anche interessante, e soprattutto, mi hanno offerto un lavoro per il prossimo anno accademico. A me. Che praticamente per il mio approccio da Rottenmeier sembro praticamente Crudelia DeMon, a un bambino thai - sarà che tra un momento Crudelia e l'altro, che poi non è Crudelia ma solo chiarezza tipo no, bambino, non è occhèi spintonare quell'altro cosetto perché hai il gioco che vuoi tu ora, e lascia anche che ti ricordi che anche se tua mamma ti dice il contrario non sei un genio, e non avrai amici se ti comporti da stronzetto già a tre anni, regredisco anche io ai tre anni a fine lezione, e a volte le mamme aprono la porta trovandomi ricoperta di bambini, strillando forza Ryu, su con le gambe, così sembri Superman! Yuhuuuuu!

Quindi: ho un lavoro, a partire da agosto. Un lavoro che mi dà un visto, un permesso di lavoro, probabilmente anche un esaurimento a fine anno e tre polmoniti, ma anche delle vacanze di Natale per andare a trovare la mamma e udite udite due mesi di ferie pagate. Lo so che per gli insegnanti normali è così che funziona, ma io quando me l'hanno detto stavo svenendo.

Cioè: io posso andare in Italia, posso andare a fare il giro della Turchia, un corso di yoga intensivo in Sri Lanka, e voi mi pagate? dico io.
E il signore dell'ufficio personale: sì.
Io: ...capisco. 
Lui: Ah, e naturalmente anche malattia e assicurazione medica. 
Io: ...capisco.

Riassunto: mi vendo, ragazzi. Per la prima volta, mi vendo ad un lavoro che non è quello che mi piace, ma che intorno a sé ha condizioni che per me hanno del fantascientifico. Ho anche un capo. Ma è la versione thai-cinese di Mary Poppins ed è dalla mia parte. Ho anche un capo malesiano, che è dalla mia parte. Poi ho anche un sacco di colleghe asiatiche che mi confondono (la loro fissazione per le variazioni di peso della gente che ci circonda è francamente preoccupante), ma sono bravissima ad ignorarle. Tanto, vivo con uno che non è mio marito, ho un buco al naso, tatuaggi, e mi rifiuto di svegliarmi prima del necessario per truccarmi. Quindi praticamente sono una bestia strana a prescindere, e in più non ho neanche una religione, quindi non sanno proprio cosa fare con me. Quindi mi dicono: teacher, sei dimagrita! E io gli dico, beh, capita quando gestisci i più piccoli di tutta la scuola e non hai tempo di mangiare. Meno calorie + corse e sollevamento pesi = dimagrimento garantito. 

Sto lavorando in una scuola di lingue per la pausa estiva, il lavoro è tanto più fico e tanto più quello che amo, ma pagano meno e hanno orari di lavoro del cazzo. Quindi per quest'anno resto dai bambini, e quando ho un po' riparato al cazzeggio finanziario del viaggio, rifletterò su come affrancarmi da sveglie alle sei, capi, e bambini di tre anni, per tornare al mio mondo di: adulti, niente capo, lavoro quando dico io (e naturalmente niente visto,  niente malattia e niente ferie pagate. Ahem.)

Quindi, fine del capitolo lavoro. 

Punto due, più interessante: la vita a Bangkok. 

E' intensa, la vita a Bangkok. Secondo voi, perché non ho scritto un cazzo? Perché ero in giro, signori miei. 

Arte di strada, nella mia strada.
A vedere mostre d'arte, di strada e non. 

Farfalle e neon incastrate in un banyan, alla Jam Factory (Thonburi, Bangkok.)

Thavibu Gallery (Silom, Bangkok)

Thavibu Gallery (Silom, Bangkok)

Thavibu Gallery (Silom, Bangkok)
W District, Phra Kanong, Bangkok

W District, Phra Kanong, Bangkok

W District, Phra Kanong, Bangkok
Ero impegnata a guardare i colori assurdi che prende il cielo di questa città dopo un temporale coi controcoglioni, di cui ce ne sono sempre più dato che sta arrivando il monsone. 

Dal mio balcone, sei e mezza di sera, niente filtro. 
Sono andata in Malesia per rinnovare il mio visto da turista. 

L'unico modo di sopravvivere a 24h di delirio.
 Sono andata a Chiang Mai perché se stai sempre a Bangkok ti dimentichi di essere in Thailandia.

Uno dei templi centrali di Chiang Mai. Non chiedetemi quale, su.
Sono andata per musei, perché anche lì ti ricordi meglio che sei in Thailandia.

The Bangkokian Museum (Silom, Bangkok)
Sto studiando il thailandese, con risultati discreti che sarebbero ottimi se la mia prima lingua veramente asiatica non mi confondesse con il suo ordine di parole, beh, assolutamente terribile per me.

Ho mangiato un sacco di cibo, thai e non. Soprattutto indiano e giapponese, perché qua non costa tanto. E io godo come una riccia, perché sono tra le mie cucine preferite del globo.

Sushi per un pranzo solitario e semi-economico.

Soba e tempura di gamberi, con wasabi e uovo di quaglia a latere.

Cibo giainista di fianco al tempio di Sri Mariamman (Silom, Bangkok.)
E poi ho fatto, e faccio, tanto yoga, perché in una città così grande è meglio avere qualcosa che ti calmi un attimo.

Non ho scritto, perché sto cercando di trovare una dimensione di amicizia che vada oltre le chiacchiere, cosa difficile in un porto di mare come questo, dove tutti passano per qualche mese, e poi se ne vanno. Ho incontrato tante ragazze carine allo yoga, ad esempio, ma due di loro se ne andranno presto. 

Però ho anche incontrato quelle che forse posso definire le mie prime due amiche, qui: Yuka, da Tokyo; Elif, da Izmir. Loro sono qui per restare, resistono alla Bangkok sbrilluccicante vestendosi di cotone e usando poco trucco, leggono tanti libri, amano passeggiare e mangiare, e quando sono con loro riesco ad aprirmi un po' di più che ai soliti livelli di stupido chiacchiericcio frivolo, da espatriati. Ho incontrato altre due o tre ragazze con cui penso che potrei intendermi... Che ne so, per me è importante. Per quello cerco di rivedere chi penso potrebbe essere mia amica, piuttosto che andare ad eventi in cui chiacchieri un sacco, ma non parli mai. 

Questo è quanto, ragazzi. Lavoro a parte -- perché fare l'insegnante qui ti espone a quanto di più retrogrado, tradizionalista e conservatore la Thailandia abbia da offrire, per fortuna compensano pagandoti bene perché se no prenderei a testate il muro -- mi piace, qui. 
E' interessante, è stimolante, ho una piscina in cortile che è il motivo per il quale sono permanentemente color biscotto. A Chiang Mai ho detto "ho freddo" perché c'erano solo 23 gradi. Non c'è l'inverno, e i colori delle cose sono saturi e brillanti.
E' in una delle regioni del mondo che preferisco, perché ogni volta che mi trovo a parlare dei paesi vicini mi esalto... E sto anche per andare in Indonesia, cosa che mi esalta assai.
La signora Mou, la signora delle pulizie, oramai è la mia mamma thai, tanto che a volte cucina per noi e mi mostra come fare i vari piatti, e manda i saluti alla mia, di mamma.
Grazie a lei ho iniziato a dipingere e a giocare con i colori, perché il suo lavoro libera molto del mio tempo - stessa ragione per cui M ha preso in mano una chitarra, e avremo un futuro come i Sonny and Cher dei nostri giorni.

La lontananza mi pesa un po', a volte, ma come dire... Dopo il vagabondaggio oramai sono abituata a questa saudade di fondo. Strano a dirsi, ma la maggior parte del tempo riesco a isolarmi dalla frenesia e dall'ossessione per il sesso di questa città (perché il sesso è tanto visibile, esageratamente) e a sentirmi in relativo equilibrio -- intendo dire, mi sento bene con quello che sono. Sono in una fase piuttosto introversa, non so perché, ma la accetto e mi godo la calma che mi porta. Forse è un modo di non farmi sommergere da questa città gigante dove mi trovo.