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Ciao. Sono Nat, e sono single. Da tipo tre giorni e qualcosa.
Sono sotto shock. 
Mi ritrovo dopo sette anni e passa con M, a Bangkok. Da sola. Con un lavoro che non volevo. In una città a 13h d'aereo da casa, per venire nella quale ho dovuto battagliare non poco con me stessa, perché lo sanno tutti che una cosa è farsi una gita da qualche parte, ma vivere altrove è proprio un'altra camminata. 

Tutto bene, eh. 

Mi tengo la fantastica casa di Melrose, per la quale dovrò trovare un coinquilino, perché io da sola sono troppo impoverita per tenerla, come al solito. Un coinquilino, cazzo. Dopo anni a vivere col mio uomo. Che non è più il mio uomo. Facciamo la coinquilina. Che se no finiamo come in Turchia, che ero così fantastica che il mio coinquilino F alla fine faceva il maschio turco che mi diceva dove vai, cosa fai? Ecco. Magari meglio la coinquilina.

Non sarebbe giusto o appropriato scrivere dettagli qui, e lui mi ammazzerebbe, quindi non lo farò. Le cose andavano in maniera piuttosto rock da qualche tempo, con alti e bassi. Gli alti molto alti, i bassi molto bassi... Abbiamo deciso di fare questa cosa prima di avere problemi e litigi e discussioni per abbastanza tempo da arrivare ad odiarci totalmente. Però è come bere una medicina amara. Perché io sono ancora innamorata di lui, e credo che lui lo sia di me. Ma non va lo stesso. E quindi siamo qua. Lui che cerca casa altrove e io nella casa dove avevo intenzione di vivere con lui per qualche anno. Sola come una poraccia. 

A prova del fatto che il posto dove vivo è terapeutico, la mia vicina argentina, che ha saputo della cosa perché ho dovuto dirla a tutti loro, dato che mi serve un coinquilino e lo vorrei trovare tramite conoscenze, tra poco mi trascinerà fuori a pranzo. Perché è successo pure a lei e sa quanto ci si senta persi, porca troia. Vorrei poter semplicemente andare a Milano e farmi coccolare dalla mamma, ecco. Ma la mamma non sa niente, perché è così empatica che so che starà molto male per me. E quindi non le ho detto nulla. E siccome non sono più a Vienna, a fare l'espatrio europeo all'acqua di rose, non posso neanche andare per un weekend. No. Devo aspettare fino a fine dicembre.

E' difficile per me, immaginare la mia vita da sola. Non mi va, a dire il vero. Per niente. Io ero così cretina da pensare che potessimo stare insieme per tanto tempo e diventare due vecchi sdentati, vita permettendo. E invece no. Quindi. Ora. Devo, prima di tutto, risolvere la questione coinquilino e darmi la calma economica. E poi dopo quello potrò iniziare a vedere che cosa voglio. Perché dopo tutti questi anni con qualcun altro, mica lo so, cosa voglio io, Natalia, per me. Perché ho sempre pensato a noi, prima che a me, ed eccomi qua. Bellammerda, se posso permettermi anche un cazzo di commento immaturo, ogni tanto.  

Sono sconvolta. 
Due settimane dopo l'ultima volta, sono di nuovo a letto messa maluccio. Stavolta è anche colpa mia, perché ho ignorato il mio corpo che chiedeva pietà ieri mattina, e sono andata a scuola. Pago lo scotto passando venerdì sera a letto, e già che ci sono, anche tutto sabato.

Fastidio incredibile. Ma cerco di prenderla con filosofia, anche se questa è forse la settimana più noiosa che abbia passato da che vivo qui. Quindi lasciate che mi lagni un po', ok? 

Non è tutto male. Questo lunedì, ad esempio, con la mia squadra al pub quiz, il team Queen Equizabeth, abbiamo vinto. Cosa difficilissima, dato che è un pub gestito da inglesi, e il quiz è sempre molto anglofono, con domande facili per americani, britannici e australiani, quindi generalmente difficili per noi. 
Questo lunedì eravamo un Asburgico (sapete quale), due australiani, una tedesca, ed io. Abbiamo vinto! Perché due dei round erano molto europei, uno di filosofia e uno di storia, con domande su Leopoldo II e il Congo, e sul Cardinale Richelieu. Abbiamo vinto 1000 baht, che utilizzeremo per mangiare e sbevucchiare la prossima volta. 

Poi, da martedì, tutto una sòla. Sono stata sorpresa dal monsone sulla via della scuola di yoga, e ho perso la lezione. Mercoledì mi sono resa conto che martedì forse sono uscita tardi per lo yoga non per pigrizia, ma perché mi stavo ammalando. Ho dormito tutto il pomeriggio e molta sera. Giovedì, ringalluzzita, sono andata a cena da un'amica. Venerdì mattina mi sono svegliata tossendo alle quattro e mezza, e da brava idiota sono andata al lavoro comunque, cosa che di solito non faccio mai, ma stavolta sì. Ora sono a letto da circa 26 ore, e non so quante sono state ore di sonno: tantissime. 

Avevo yoga, oggi. Saltato.
Dovevo andare a cena con una delle giappo e poi a ballare lo swing, stasera. Invece no.
Avevo una festa a casa di un colombiano con le arepas fatte fresche e fiumi di alcool, ieri. Invece... No.

Sono annoiata, e anche scazzata perché tutto ciò che ho fatto questa settimana è stato lavorare dagli MM (i Marmocchi Maledetti) che probabilmente sono la fonte del mio male, dato che uno a un certo punto mi ha tossito in un occhio. Io li amo, ma anche no, soprattutto quando mi passano il vibrione. 

Altro motivo del mio scazzo cosmico in questi giorni è che l'Asburgico è a Seoul. In vacanza. Lui in vacanza a Seoul, io qua a lavorare coma una sfigata, e ad ammalarmi pure. Sono invidiosa, e non mi piace esserlo. 
Aveva prenotato l'aereo quando c'era un'offertona di AirAsia e io ero ancora in fase non so dove come e quando lavorerò. Gli ho detto vaivai, che io sono donna moderna e mica donna patella. Non lo sono. 
Mi ero detta, se l'Asburgico non c'è, farò un sacco di yoga e uscirò con le mie amiche a cena e colazione e a ballare lo swing. E invece niente, quindi mi sento un bel po' irritata, perché avevo mille idee per gustarmi il mio tempo e la mia condizione di Femmina Non Patella, e invece sono a letto, ho già guardato mille episodi di tre o quattro serie TV diverse e non ho concentrazione per leggere. Non posso neanche andare su skype perché devo riposare le corde vocali. 

E' difficile essere debilitati in questa città. Sai che ci sono millemila cose fighe che potresti fare, e tu sei lì come un'idiota ad aspettare che ti passi il vibrione, guardando Dharma e Greg e Sex and The City, con episodi sporadici di nostalgia per la tua adolescenza, casa, la tua famiglia intera, la tua cameretta, e una voglia insaziabile di quel risottino in bianco con l'olietto d'oliva che ti facevi in Europa quando stavi male. Qua non puoi farlo, e non c'è neanche la mamma che può andare al supermercato per te. O l'Asburgico. Per fortuna la nostra signora delle pulizie ieri mi ha visto tornare che sembravo uscita da The Walking Dead e mossa a pietà mi ha comprato un po' di cibo per il fine settimana. Ma siccome è thailandese e crede nel potere della proteina, è tutta carne. Io faccio la brava e la mangio, pensando al risottino che mi manca. 

Io lo dico sempre che anche se fossi singola avrei un coinquilino... Se mi mettete a vivere da sola vado in paranoia nel giro di due giorni, se non mi tengo occupata con cose interessanti.
Urgh. Di solito sono brava a non annoiarmi... Ma questa settimana è veramente troppo, e le cose che faccio di solito (Skype con amici, libri, letture intelligenti) non le riesco a fare. Spero almeno di salvarmi la domenica... 

Il mio ritratto, praticamente.

Eccomi, dunque. Tornata in quel di Bangkok, mi rallegro della ritrovata varietà alimentare. Il cibo indonesiano è buono, certo, ma la varietà non è il loro forte, e venendo da una delle città più ossessionate dal cibo al mondo, alla quarta volta che mangi nasi goreng o satay, dici, vabbè, ora datemi altro, però. 

Adesso vado controcorrente, e vi racconto perché NON dovreste andare a Bali, e perché tutte le cose che vi dicono sul paradiso terrestre sono vere solo se vi chiudete in un resort (che quindi potrebbe pure essere a Diano Marina, visto che siete chiusi in un resort, e potete anche risparmiare i soldi del biglietto. A meno che non andiate in un resort dall'architettura molto balinese, nel qual caso, vi perdono, perché almeno ha un aspetto diverso. Siete anche giustificati se fate surf: allora andateci, prendetevi un motorino, spegnete il cervello e salite sulla tavola. A voi piacerà.)

Dunque, Bali. È bella, ma le isole intorno ad essa lo sono di più. Considerato l'entusiasmo di molti, quando dicevo che sarei andata a Bali, mi aspettavo di meglio. Mi spiego: Bali è l'esempio dello scempio che il turismo può compiere, almeno nel sud e nelle zone più vicine all'aeroporto, complice la vicinanza all'Australia che la rende praticamente la loro Ibiza (rabbrividiamo.)

Ubud, ad esempio, è trafficatissima, e infestata di autisti rompicoglioni, che una volta interpellati sul prezzo per tornare al paesello dove stai tu, sparano cifre ridicole per il sudest asiatico. Da quelle parti, dire: stai scherzando, vero? non porta al passo successivo, che è la contrattazione, come altrove. No. Perché sanno che arriverà un australiano pieno di soldi che pagherà senza chiedersi se lo stanno turlupinando o meno. La verità è che per questa parte del mondo, questi autisti praticano una cresta pazzesca, avvantaggiandosi del fatto che a Bali non c'è trasporto pubblico, e che se non sei un australiano cotto dal sole e con la birra in corpo a partire dalle ore 12, non avrai voglia di prendere un motorino su quelle strade schifose per andare da una città all'altra, senza casco e con i balinesi che guidano a 200km all'ora. Quindi: i trasporti sono il tasto dolente di quest'isola. Che infatti ha traffico come Bangkok alle sei del pomeriggio, perché c'è un motorino per abitante, e un'automobile ogni due turisti, più o meno. Bravissimi. Tutto molto sostenibile, tutti con lo sguardo al futuro del turismo sull'isola, vedo. (Perché come ha detto un inglese perplesso quanto me, se la continuano a sputtanare così, tra dieci anni verranno solo gli australiani tonti, e il resto del mondo andrà a Sulawesi.) Sgrunt.

Foto: Pinn
Cioè: il traffico è tale, in alcune zone, che addirittura un surfista portoricano mi ha detto: io, prima di attraversare la strada, mi faccio il segno della croce. E non è che Porto Rico sia la Svizzera, quanto a sicurezza stradale, quindi nonsosemispiego.

Molti, quando a Bali cominciavo il mio lamento di donna infastidita da questi problemi, mi dicevano: esci da Ubud, ci sono le risaie ed è calmo. 

Esco quindi da Ubud, a piedi con l'Asburgico. Entrambi già estremamente perplessi da Baliilparadisocheparadisoneanchetantodevodire. Passeggiamo, e vediamo risaie. Però: so' risaie. Coi terrazzi. Eh, e quindi? Ce le hanno anche in Vietnam. Ce le hanno anche nelle Filippine, che non ho visto ma lo so che le hanno anche loro. Sono risaie, perdiàna. Da qui la teoria dell'Asburgico: Bali è fighissima se non hai mai visto altre parti dell'Asia. Teoria confermata dai miei incontri successivi, ad esempio con una ragazza americana, viaggiatrice piuttosto esperta delle Americhe dal Canada alla Patagonia, ma alla sua prima volta in Asia: a lei, 'ste risaie fuori da Ubud, ovviamente sono piaciute un sacco.

foto: Nat. Una risaia. 
Non è snobismo, ma veramente, risaie e colline verdi sono paesaggi che potete trovare in tanti, tantissimi altri posti, e come ha detto un altro insegnante che ho incontrato sulla mia isolina dove sono fuggita dopo una settimana, lui che abita in Vietnam: le risaie balinesi non sono niente rispetto a quelle del nord del Vietnam. Eh. Quando ha detto così lo volevo abbracciare (sull'isolina ho poi incontrato un sacco di gente che la pensa come me riguardo a Bali come troiaio sopravvalutato, almeno parzialmente, il che è ottimo perché mi ha fatto sentire meno stronza snob.) 

I templi: sono belli, niente da dire. Ma tu, straniero, non ci puoi entrare. Il che è un bene perché evviva che proteggono la loro religione, però per gli amanti dell'architettura è un peccato, chiaramente. Almeno, hanno delle belle porte. 


foto: mia. Una porta, ad Ubud. Occhèi, è bella, sono d'accordo. Mica tutto male, lì, eh.

Le spiagge: sono zozze, perché i balinesi lasciano le offerte per gli spiriti, i quali, essendo spiriti, non è che si vanno a prendere il pacchetto di cracker. Quindi: gli uccelli rompono la plastica, mangiano il cracker, e le cartacce volano felici, o si arenano sulla spiaggia, o soffocano una tartaruga. Io lo dico sempre che dalla religione non viene niente di buono, e sono sicura che le tartarughe soffocate dal pattume delle offerte sarebbero d'accordo con me. 
Ah, e vi dico anche che sulla spiaggia vicino al nostro villaggio abbiamo, purtroppo, trovato il cadavere di un cucciolino di cane. Su questa spiaggia abbiamo passeggiato per tre giorni, e il cucciolino era sempre lì a decomporsi. Come dire. Mi mancava, il canino morto ignorato da tutti quelli che stanno lì a fare le donazioni al tempio. Gulp. 

Il discorso cambia sulle isoline al largo di Bali: è almeno un po' più tranquillo che a Bali, nel senso che giacché sei su un'isola, nessuno cerca di spillarti 20€ per andare alla città vicina. Manco fossero le limousine di Uber, no? 

Insomma, partito l'Asburgico, io spazientita dalla folla me ne sono andata a Lembongan, e ci sono stata benissimo. All'improvviso, gli altri viaggiatori hanno ricominciato ad essere soggetti con cui puoi attaccare bottone e poi andare a farti un giro, e non importa dunque se viaggi da sola o meno, invece che i turisti violacei che se gli parli ti guardano come a dire: cazzovuoi? Lì ho incontrato un sacco di altri prof d'inglese del sud-est asiatico in gita, un cuoco italiano emigrato da un sacco di anni, un cuoco québécois in libera uscita, un'insegnante di yoga tedesca e tre ragazzette brasiliane, tutti perplessi da Bali, tutti a dire: da qua non mi muovo, se non per andare a Lombok, l'isola vicina, a Flores, Sulawesi, o alle Gili, che sono pezzetti di terra piccini e tranquilli, a parte metà di una delle tre che è anche quella la Ibiza d'Australia, ma facilmente evitabile.

Anche su Lembongan il pattume regna sovrano, ma lo nascondono nella giungla. Io l'ho visto, perché non volendo motorizzarmi, ho preso una bicicletta, e mi sono detta: faccio un girellino intorno a casa, e poi sono tornata dopo sei ore, impolverata, zozza e felice: questo è successo per due giorni di fila, e alla fine conoscevo tutta l'isola, e anche la piccola Ceningan che è connessa a Lembongan da un traballante ponte sospeso. Alle mie avventure da Natalia ciclosofica magari dedico un altro post. 

Sono certa che avendo più tempo a Bali si possa scappare dal circuito degli autisti avidi e dei turisti alcolici... Ma purtroppo l'Asburgico aveva solo una settimana a disposizione, e con lui non ho potuto farlo. 
Concludendo: se state prendendo in considerazione una gita in Asia, se non è la vostra prima volta, Bali lasciatela perdere. Avrete molto déjà vu e un bel po' di delusioni. Basta aver visto un po' di Asia per trovarsi a dire: embè? Sfatiamo il mito, per favore. 

Una bella fetta di Bali è l'esemplificazione del male che il turismo può fare a un'economia agricola: riduce gli uomini ad autisti, le donne a bottegaie, il posto a un luogo che vive di turismo e basta: la gente non si pone limiti fino a sputtanare tutto completamente. E poi sapete cosa succede? Che se il posto si sputtana troppo, autisti e bottegaie si ritroveranno senza lavoro, perché in tanti cercheranno altri lidi meno rovinati. Fossi l'organizzatrice di un master in turismo, manderei gli studenti nella parte meridionale di Bali per fargli vedere cosa NON si deve fare. L'Asburgico, esasperato, ha più volte detto, forse i bhutanesi hanno capito tutto, tenendo noi fuori con una tassa da 200$ al giorno. Forse hanno ragione, è vero.

Sono certa che andando a nord e a ovest il panorama sia diverso, ma so che in molti non lo fanno e mi secca da morire la pubblicità che viene fatta a Bali come un paradiso in terra, anche grazie a Eat Pray Love e tutto il resto. 

Non è un paradiso, è un bazaar. Se volete il paradiso, siate pronti ad allontanarvi dall'aereoporto di almeno un'ora e mezza, pagando prezzi ridicoli. Allora, poi, una specie di paradiso forse lo troverete... Ma allora perché non andare in altre parti del sudest asiatico, dove si può fare la stessa cosa per meno soldi e con meno australiani panciuti e tatutati intorno?
wikimedia commons
la tastiera di questo computer mi manda in bestia, quindi scrivo solo che questa citta' e' splendida, affascinante, e che sono qui da piu' tempo del previsto. Lòvvo molto.

Cuzco ha echi di Granada, del barrio gotico a Barcellona, e' piena di enormi, maestose, splendide pietre inca, e persone dalla pelle bronzea, che chiacchierano tanto, e preparano cibo gustoso, piccante e a buon mercato, e dolci goduriosi. Mi sa che mi piace ben piu' della (secondo me un po' sopravvalutata) Bolivia. Peru', non deludermi. Gia' mi stai simpatico, anche solo per il fatto che i tuoi abitanti sono piu' ciarlieri. (Cuzco è anche piena di venditori fastidiosi, pero', dettagli. Almeno hanno la faccia da schiaffi, mentre tentano di venderti le cose, non il grugno.)

Ah, detto questo: il computer che avevamo, il nostro, e' semi-defunto. Tutto e' contro di me, per l'aggiornamento di questo blogghe... Prima la Bolivia senza internet serio, ora il Peru, con internet serio ma computer suicida. No, ma vi sembra normale?

Ah, ed e' pure morta la scheda con le foto, perdendo tutte le foto di Bolivia e nord ovest argentino!

Ma diobono.

Domani vado a Machu Picchu! E poi, Arequipa, e poi, infine, caldazza e sabbia in un luogo chiamato Huacachina, di cui non sapevamo niente fino a tre giorni fa. Ma considerato che e' l'unica oasi in tutto il Sudamerica, sarebbe uno spreco non andarci.

E poi, non vedo l'ora di avere caldo, dopo un mese a piu' di 3000m di altitudine. Tipo, Anto', fa caldo. Sara' un bel momento.
Dunque, mentre tu eri via, è esplosa una tubatura in cucina. Non c'era neanche M, che è tornato prima di te e ha pulito il grosso della polvere lasciata dall'idraulico, entrato con l'amministratore. Ma solo il grosso. Tu soffri di allergie. E asma. La mattina dopo il tuo arrivo, ti svegli coi bronchi che ti fanno male, e devi pulire tutto, che lui è al lavoro, tu no, e non vuoi stare in casa col broncospasmo. 
Cosa fai, dunque, per non morire di attacchi d'asma? 
Che domande. Ti avvolgi una sciarpa primaverile intorno alla faccia, e pulisci casa con l'aspetto di una specie di terrorista fricchettona armata di aspirapolvere. Logico, no?

Non è che avevo già cose da impacchettare e il resto. No, devo anche levare la terra lasciata da quel cazzo di idraulico. E la dovrò pulire di nuovo, quando tornerà per chiudere l'enorme cratere che abbiamo in cucina.

Che fastidio. Sono in quella fase da cui passano tutti quelli che stanno per partire: quella dove tiri giù madonne, con l'incentivo del buco nel muro. Presto il post su Roma che ho lasciato in bozza in Italia, ora dovevo condividere con voi il disappunto dei miei polmoni. Mi fanno male fisicamente. Ahi. 
Dunque, la vostra prode, più di un mese fa, si dice: ho voglia di mettermi un vestito. Uno vero, da femmina, bello, dove si vedono le tette, le forme, le cose. 

Vado sul sito di Promod, che non ho cazzi di andare nelle strade affollate e i vestiti sono più facili dei pantaloni, e ordino.

Commetto un errore madornale: metto come indirizzo di consegna casa mia, e non una delle scuole.

Errore. Erroraccio. Perché io sono spesso fuori. Ma mi dico: mi lasciano il foglietto, e io lo vado in posta a prendere il pacco, come sempre. Che vuoi che sia. 

Aspetto per settimane, che sono italiana e penso: e vabbè, ci mette un po', che vuoi che sia. 

Poi però mi preoccupo e dico, che minchia, dovrebbero già essere qua. Se aspetto ancora un po' finisce, l'estate, e io sti abiti neanche li ho ancora messi. Scrivo quindi al servizio clienti, che mi dice:

Natalia, sei crétina. La Ups li ha consegnati al signor Kepler, che li ha presi per te nel tuo micro-condominio.

Io dico: ma non c'è nessun cazzo di Kepler, qui. Loro mi dicono: controlla.

Io controllo.

Stampo la mail e la evidenzio e la metto carina con gli smiley che dice: signor Keplero, se per caso si è inculato i miei due abiti, me li potrebbe ridare, grazie?

Niente.

Ieri riscrivo al servizio clienti, che mi dice: eh, Natalia, sono venuti da te alle 17.10 e tu hai rifiutato la spedizione, come la mettiamo?

Io dico: ma io ero sul divano di casa mia, alle 17.10, a parlare con l'Asburgico, e non ha bussato nessuno, proprio. Come la mettete, voi?

Oggi ricevo una mail che dice: Natalia, la tua spedizione sta tornando al magazzino in Francia. Non possiamo più fare niente per te. Attaccati al kadzo.

Io comincio a scrivere una mail furiosa e poi dico: ma che scrivere, ora chiamo il servizio clienti perché non è possibile sta cosa.

Insomma, chiamo, mantengo la calma zen ma mi mostro comunque semi-indignata – che ve la dovete beccare, Natalia furiosa in tedesco è ridicola, veramente, ho pure guardato come si dice in tedesco ridicolo prima di chiamare per descrivere questa situazione – e dopo 15 minuti di chiamata viene fuori che:

  • non avrò mai quei due abiti, perché finiranno al cimitero degli abiti in promozione o che so io.
  • lei però signorina guardi se c'è qualcosa che le piace e glielo spediamo gratis (sì, certo, così non mi arriva, porcodyo)
  • le ridiamo i soldi.
Vabbè. Insomma, s'è capito che il destino di Natalia è andare in giro sempre vestita con gli straccetti come una fricchettona e con i pantaloni. Le gonne le ho in Italia perché mai ha fatto così caldo così a lungo, qui. Io voglio una gonna o un abito. Ma non ho tempo di andare a fare shopping, per questo spesso compro online (e senza problema alcuno, finora.)

Devo mandare un sms alla mia femminilità di resistere ancora un paio di settimane, che poi vado in Italia e posso tornare a vestirmi da femmina: ci saranno clima e abiti adatti allo stesso tempo.

Incredibile.

In tutto ciò: UPS, fate cagare. Non lavorate mai con UPS. Pessima esperienza con UPS. UPS incompetente. (Scusate, mi serve per i motori di ricerca.)

Ora esco, e speriamo almeno che non faccia un temporale monsonico, che devo andare a mangiare le cozze dagli spagnoli con l'amica salentina mia. Che siamo la faccia phiga dell'unità d'Italia, lei ed io. 
Il vecchio saccente è un tipo umano che ti capita spesso, in classe, quando insegni ai corsi come i miei della mattina. Il VS di solito ha più di 60 anni, non è ancora in pensione, non ha speranza di trovare perché ahimè il mercato del lavoro ti considera vecchio a 40 anni, figuriamoci a 60. Ma il VS spesso non trova anche lavoro perché ragazzi, diciamolo: è un rompicoglioni.

Ne ho uno in classe al momento: è pesante, è una palla al cazzo, saccente, fastidioso perché naturalmente mi considera una sbarbata che non sa una sega, e chiaramente appena può contraddirmi, lo fa. Naturalmente se rispondi prendendolo per il culo, bonariamente - è l'unica strategia per sopravvivere e non ucciderlo barbaramente - s'offende. Io dico, se rompi i coglioni, ti esponi al rischio dello sbeffeggio, specie se nessuno in classe ti regge e sei pesante come un'incudine sui maroni.
Stamattina sta dando del suo meglio, e mi insegue pure durante le pause per mostrare la sua Sapienza (al momento sono nascosta nell'ufficio di una collega che mi dà asilo politico e capisce. Pausa significa non rompetemi le palle e lasciatemi riposare la gola quindici minuti, kadzo) Sì, perché lui ha vissuto di qua e di là, e si considera un pozzo di scienza. Autoironia, zero - cosa che non mi piace mai. Senso della misura, zero. Voglia di indottrinare la gente: tantissima. Insopportabile.

Non so se avete notato che non parlo mai della classe della mattina in questo periodo: il motivo è che è piena di pesantoni, gente frustrata e sciroccati assortiti, o gente con problemi cognitivi. Che mi piacciono davvero ce ne saranno forse tre o quattro, in una classe di 14 è una pessima cosa, direi.
Ci sono gli antipatici, i pazzi, gli indisponenti e quelli che ti vien voglia di mandarli a lavorare, perché danno veramente l'impressione di non ammazzarsi a cercare un lavoro. Dopotutto, fa comodo ricevere un sussidio e lavorare in nero, no? In Italia non abbiamo abbastanza supporto, ma qui ce ne hanno così tanto che certe volte la gente se ne approffitta. Considerato che io di supporto non ne ho mai avuto, perché ho sempre lavorato come libera professionista - anche se la definizione mi fa schiantare dal ridere - la cosa mi scoccia di brutto. Cioè: uno stamane s'è lamentato perché che palle che devo essere sempre al corso così presto: io gli volevo dire, ciccio, ti pagano quanto me per andare a un corso di lingua e grattarti le palle il resto della giornata. Ma di che ti lamenti, diobòno?? Che fastidio.

Meno male che me me libero in meno di un mese. Stavolta la cena di classe sarà a inviti, e selezionata, solo con quelle due o tre persone che mi piacciono, perché ripeto: mica possono sempre starmi tutti simpatici, madonna.
Anche ritorno al passato, direi, magari a un pomeriggio di inizio marzo (direi fine febbraio, se fosse Milano.)
Di ritorno da Barcellona, ieri notte, arrivo io fresca fresca in infradito e pantaloni di cotone, con in testa un fedora color pesca, mica per fare la cretina dal volo dalla Spagna, più che altro per non spiaccicarlo senza pietà.
Vienna mi accoglie simpaticamente con 11 gradi, la notte tra il 4 e il 5 giugno. Con un vento che Trieste e la bora gli fanno una pippa. Stamattina sono uscita con la giaccia, la felpa, il basco viola di lana, degli stivaletti alla caviglia e una carogna appollaiata sullo zaino, perché non è possibile un tempo così ingrato a giugno, cristodiundiosanto.
Ho dormito dieci ore in tre giorni, oggi ne ho insegnate sei (ho un gruppo nuovo la mattina, adorabili, quando mi passa il momento omicida vi racconto tutto), ora ho un sonno della madonna e fatico a convincermi a uscire di nuovo per andare a yoga. Perché ho freddo, e sonno, e fame, e avrei voluto restare in piazza Tetuan col carlino, nella casa dai coinquilini fluttuanti (vi racconto anche questo.)
E invece no. Sono di nuovo nell'impietosa mitteleuropa, e ho freddo, kadzo. Ma tanto. 

Giuro che mi passa presto. 

E' il trauma del ritorno, e non per il lavoro - per il clima. Per il gelo maledetto. Il lavoro mi tiene su, oggi, nel pomeriggio mi sono per l'ennesima volta ritrovata a dirmi che phigo che mi pagano per questo. Vorrei solo che gli spagnoli avessero più soldi, così magari mi potrebbero pagare loro, al sole. No?
Quindi insomma, in una delle nostre tribune politiche a cena con l'Asburgico, mi racconta di una chiacchierata con amici che ha avuto mentre ero in Italia. Il tema era come anche l'Uomo della Strada, ormai, sia piuttosto incazzato e detesti le banche. Io confermo: anche tra i miei studenti austriaci, qui, gente normalissima e di mezza età, c'è un sacco di gente incazzata che fa discorsi che cinque anni fa avresti sentito fare soltanto tra i ggiovanideicentrisociali.

Ciò detto, io ho raccontato a M dell'ansia che m'attanaglia ogni qualvolta vado in Italia e parlo coi miei coetanei. Oltre il già citato gruppo di auto-aiuto davanti a una birra all'una di notte (per giovani donne vittime di molestie sul lavoro), ho anche sentito di: un'amica vittima di mobbing perché ha detto troppo veementemente al proprio capo che diceva cacate; una in malattia da sei mesi perché esaurita da un capo maiale che cercava di scoparsela contro il suo volere; una vessata dalla capa imbecille che sta cercando un altro lavoro; uno che deve lottare per essere pagato da tre mesi a questa parte, insomma, un festival di situazioni una peggio dell'altra. E questa, ahimè, non è una novità - è che sta peggiorando. Dal mio compleanno scorso, quindi dall'autunno, ogni volta che vado a casa e non sono con la mia famiglia, ma con gli amici, mi vengono le angosce. Mi viene l'ansia. Vedi e senti un sacco di gente incazzata, o più precisamente, frustrata. 

Ora, M, che è uomo germanico e quindi piuttosto lineare, mi ha detto ieri sera: ma, quindi, se è così, io non ho capito una cosa... Ma dove sono gli indignados italiani? Cioè: tu mi dici che sono tutti incazzati. Io, in effetti, glielo dico, perché ho proprio questa impressione. Incontro molta gente incazzata, col grugno, frustrata, no? Ma come mai questa carica di frustrazione non si spinge mai fuori da casa? Perché tutti si lamentano e nessuno protesta veementemente? Perché piazza Duomo o piazza del Popolo non sono piene di gente in tenda o in sit-in che dibatte, fa e disfa discorsi, insomma, si dà al dibattito pubblico, che questo sia utile o meno? Perché quelle poche volte che poi la gente scende in piazza, come ottobre scorso, si finisce a parlare di quattro pirla che danno fuoco alle macchine, e basta? E perché nessuno rimane in piazza e organizza tendopoli piene di dibattiti e discorsi? Lo so, che ormai sta storia è finita anche altrove. Quello che mi preoccupa e mi dà da pensare è che in Italia, non è mai cominciato. Ma niente. M si chiede se gli italiani ormai non siano rassegnati. Io non lo so, so che ogni volta che torno a casa lo sento come un paese sempre più assurdo e lontano e incomprensibile. Cioè: appena te ne vai, è finita, perché è un paese talmente non funzionale, che rientrarci è dura, perché praticamente devi abbandonare la logica. 

Al di là del fatto che sia utile o meno, metter su una tendopoli e parlare delle cose, è secondo me comunque un segno di vitalità della mente delle persone. Io conosco un sacco di gente che è vitale, ma come mai in Italia non succede una mazza? Cos'è che la rende così granitica? Perché in Italia non abbiamo visto praticamente mai scene come questa, 

http://noticias.terra.es/
ma solo scene come quest'altra? Una povera tendina solitaria nella notte, pare solo in occasione del 12 ottobre 2011?

http://www.romatoday.it/
Mi piacerebbe avere più lettori anche solo per sentire pareri. Mah. 

Si vede, che ho riposato il cervello?
Fatemi andare a fare altro, invece che la sociologa dei miei stivali. 
A quanto pare c'è questa possibilità. Io spero che gli omini del meteo, che qui sanno il fatto loro, si sbaglino.

Se no mi metto a piangere, davvero.

Che già il uichend scorso è venuto il cugino a trovarmi e ho fatto tre giorni in giro a congelarmi invece che prendere il sole come avevamo previsto.

Poi torna il sole sempre quando lavoro e non posso godermela (tipo martedì, secondo gli omini del meteo.)

Mi sa tanto di presa per il culo. Spero di non passare il uichend chiusa in casa con le tisane - possiedo dei rollerblade ora, perbacco, regalo del cortesissimo cugino di cui sopra. Amicoclima, me li lasci provare, perdinci? Mi lasci dare spettacolo con le mie inesistenti capacità di pattinatrice? Rallegrare gli autoctoni con le mie sceneggiate?

Auguratemi buona fortuna. Voi che leggete da lidi con un clima decente. Se marzo è pazzo, qui aprile è psicopatico. Passiamo costantemente da 22 gradi a 5 e ho mal di gola costante. Ovviamente.

Ora capite perché mi attira l'Andalusia, nonostante le fritture? Col cazzo che nevica sulla Semana Santa. Per dire eh.
No, infatti. Siamo oltre quello. Siamo alla furia fredda che rimane di fondo, mentre ti dici beh ma se io sono l'unica cojona che tenta di essere professionale allora lascio stare, perché da sola come faccio?

Dopo la vacanza andalusa ho iniziato a insegnare in un'altra sede della scuola per cui lavoro la mattina. Bene. Questa sede è infestata di coloro che il Lemure Combattente definisce diversamente competenti. Ecco, è piena. Settimana scorsa, mi hanno detto in un sms alle ore 22 di lunedì dove insegnavo martedì mattina, e non contenti, mi hanno pure spedito nell'aula sbagliata e non mi hanno dato nessuna informazione su livelli, quantità di studenti, su niente. 

Questa settimana, invece, lunedì e martedì mi hanno fatto svegliare alle ore 6.50, per poi non sapere dove mandarmi una volta che ero a scuola. Attenzione, non una, ma due (2) volte di fila. Dopo un'ora di attesa ogni volta, me ne sono tornata a casa dicendogli che se devo perdere il mio tempo così allora che si tengano i soldi che vado a schiacciare un pisolino sul divano e almeno non m'incazzo. 
Ora, il problema è che gli studenti furiosi non è che si arrabbiano con la schiera di pirla che infesta quello che loro chiamano il bèc òffis, è con noi poveri insegnanti sfigati che se mettono a strillare, e noi ne sappiamo quanto loro. 

Una situazione così demmerda non l'avevo mai vissuta prima. Né in Italia, né in Turchia, quindi alle ortiche le vaccate sul fatto che i germanici sono sempre efficienti. Sono, appunto, vaccate. 

Madonna del Carmelo, come dice il mio amico C. Dioc**e, come dice il mio amico G. E porcaminchia, come dico io. 

La fatica del vivere. Meno male che riesco a chiudere tutto in una scatola e dimenticarmene dopo le ore 13, e che non ho dato disponibilità per il venerdì. Meno. Male. 

In tutto ciò, domani sono sola a fare i test d'inglese con la celeberrima Giulietta. Ispirandomi a Javier Marias, che a sua volta si era ispirato a Shakespeare nel Riccardo III, chiudo, vado a lezione, ma dico a ognuno di voi: domani nella battaglia pensa a me. 
Chiamiamola così. Lei c'ha un altro nome, ma non mi va di usare una iniziale ogni volta. Quindi, chiamamola Giulietta. La Gì è una mia collega, ha l'età di mia madre circa, con un taglio di capelli discutibile, ma contenta lei. Insegna inglese, ma lo parla 'nzomma, secondo i colleghi madrelingua, il tedesco pure peggio. Non ci sarebbe niente di male in tutto ciò, se non fosse che quando parla inglese, invece che parlare come una persona normale, prende queste aree da cugina della regina e parla come un incrocio tra Elisabetta e Vittoria. Con gli errori di grammatica nel mezzo, e le parole desuete che neanche mia nonna, se mia nonna parlasse inglese. Non ci sarebbe nulla di male neanche in questo, se non fosse terribilmente arrogante.
Ho lo sventurato destino di doverla sopportare una volta o due al mese durante gli esami di inglese, esami durante i quali abbiamo 4,5 ore per testare tra le 30 e le 70 persone. Chiaro che quando ce ne sono 70, magari se ti dai una mossa a fare le interview orali io riesco a uscire in orario per la lezione dopo. 

Ma no.
No. 
Lei chiede vita morte e miracoli anche a coloro che chiaramente hanno problemi e li prosciuga. 
Tratta male quelli che hanno la colpa irreparabile di aver lasciato la scuola a quindici anni. Tratta chi non parla inglese come un sommo deficiente. 
E in tutto questo, è lenta.
E quando io le faccio notare le cose, siccome sono una bella gnocca bionda sotto i trent'anni, è chiaro che quello che dico non ha valore. Figurati: sono giovane, e pure bionda, che ti pare che adesso io possa avere idee sensate, no? E quindi cosa fa?

Mi risponde con aria saccente, concludendo le frasi con "young lady". Manco fossi la nipote presa con le dita nel barattolo di Nutella. Mentre io sto cercando di rendere tutto più rapido ed efficiente, e lei coi suoi tempi paleolitici non me lo lascia fare. E dato che altri due colleghi si sono trovati a smadonnare, sono certa di non essere io il problema. 

Diciamo che oggi il mio umore si esprime col titolo di questo libro

Ora: radunare libri per le lezioni del pomeriggio. Radunare vestiti per yoga. Darsi una calmata. Uscire e godersi le lezioni con gli adorabili studenti del pomeriggio. 

GGGGGGGGGGHHHHHHH. 
mi sa.
Un giorno mentre cammini in metro ti dici che non metti quegli orecchini indiani d'argento da un po', che ti piacciono assai e quindi stasera li metti per uscire.
Vai al tuo portagioie di legno che contiene l'unico tipo di gioielli che usi in modo creativo, perché possiedi un (1) anello solo e ce l'hai sempre addosso, e di ciondoli ne hai due (2) e non te li cambi tutti i giorni, anzi, la mano di Fatima ce l'hai addosso da tipo 4 mesi. Quindi l'unica cosa che cambi sono gli orecchini. 
Dicevo.
Vai al tuo portagioie regalato dalla genitrice, inizi a pescare alla ricerca degli orecchini che sono neri su un lato, e se si girano si mimetizzano spesso col fondo del portagioie. Peschi. Non li vedi. Svuoti tutto il portagioie sul letto.
Gli orecchini non ci sono più.
www.overstock.com

Ti dici: adesso non ci ho tempo, ma poi li cercherò qui, qui, qui e qui. Li avrò sicuramente tolti perché mi pizzicavano alle otto di sera quando sono tornata e mi sono sdraiata dieci minuti, ero rincojonita e non li ho più messi via.

La mattina dopo, cerchi nei posti dove pensavi potessero essere.
E non li trovi

Sono triste come una crétina. Perché abito lontano dalla mamma, la maggior parte degli orecchini che ho me li ha dati lei e sono un modo di sentirla vicina, perché anche se lei ha gusti diversi dai miei mi regala sempre queste cose troppo carine, tipo quelli che vedete nella foto, perché s'è rassegnata ad avere la figlia naif, come dice lei. 

Mi rimane la speranza di trovarli quando lasceremo l'appartamento e puliremo tutto da cima a fondo, il che succederà tra sei mesi circa. Sono sicura di non averli persi e di averli tolti qua, se no sarei stata presa dal panico molto molto prima...
Però, uffa. Uffissima. Non dovrei essere così attaccata a degli oggetti, ma lo sono. Grrr. 

Hai perso di nuovo tutti i blog che seguo. Ma che diavolo di reading list è se me la scancelli un giorno sì e l'altro pure, eh? EH?


Fine di questo post ad alto livello intellettuale. Della mia intellettualissima visita guidata con uno storico al museo ebraico di Währing scriverò un altro giorno. Pennica.

Come mi chiedevo qui, ogni tanto qui a Vienna mi assale la domanda: ma io tornerò mai dall'estero? 
Dopo il racconto di miocuggino dell'altro giorno, mi sa che anche no. 

La sua adorabile coniuge - trentenne, che quindi potrebbe osare anche rimanere incinta, nonsiamai - con 10 mesi di anticipo sulla scadenza del suo contratto a progetto, è stata assunta a tempo indeterminato in una delle tante PMI italiane. Bene. Subito dopo, hanno cominciato ad affibbiarle un sacco di lavoro in più, che quindi implicherebbe anche ulteriori spostamenti in giro per l'Italia. Lei, dato che queste cose in più in teoria non le competono, ha chiesto un chiarimento al riguardo. Non è che ha detto non voglio farlo, ha chiesto di avere maggiori informazioni sul tema. 
La risposta dell'adorabile, stronzo capo sessista è stata, testuali parole: "Se vuole può tornare a fare la casalinga." Ah, e anche che deve vivere solo per il lavoro e ringraziare di averlo per sua gentile concessione, mica perché è brava e capace. 
...
...
...
Vaffanculo. Ma come si permette? 

L'Italia non è un paese per giovani, e lo è ancora meno per le giovani donne, perché gira gente del genere, miope, imbecille e sessista, che ovviamente viene ricompensata da lavoratori scazzati. E' un paese dove ti licenziano se rimani incinta - sono al corrente di due casi certi - e dove ti fanno firmare le lettere di dimissioni in bianco, se hai la mia età. In caso tu abbia la pazza idea, per dirla con la Patty, di fare un figlio e pretendere cose antiquate come la maternità pagata, che su, è proprio antica. 

Più sento questo genere di cose, più vedo come vengono trattati il tema del lavoro e quello della mammitudine altrove, e più mi convinco che in questo momento e nei prossimi anni, tornare a casa è fuori questione. Non esiste. E mi dispiace, perché è casa mia, ma allo stesso tempo, lo è sempre meno, perché in tutto sono tre anni che sono via, e sto diventando adulta qui, e ho iniziato a diventarlo a Istanbul. Mi sto allontanando sempre di più dal mio paese per certi versi, la cosa rende la lontananza più facile. Però la rabbia in pancia aumenta, anche perché non ho molte persone con cui discuterne, qui. Quindi elaboro qua, che devo fare. 

Mia cognata - sì lo so che non è cognata, ma miocuggino è come un fratello e dunque è come se - sta già cercando un altro lavoro. Spero che lo trovi presto. Però checcazzo
Con un po' di ritardo, dato che non è proprio breve - quasi due ore - mi sono guardata una puntata di questo programma di Rai Tre chiamato Presa Diretta, nello specifico la puntata chiamata Generazione Sfruttata. Mi sono sentita chiamata in causa, dato che ho 28 anni, non ho mai avuto un contratto se non a progetto e ho fatto stage assortiti per i miei studi e anche dopo. 

Ragazzi, che depressione.

Un paese sull'orlo del disastro, mi sembra, visto da fuori, e me lo chiedo da tanto. Cioè: com'è che da noi non si sono visti disordini e bailamme come in Grecia? Dove sono gli indignati in stile madrileno? Dove cacchio sono i giovani italiani, perché non si arrabbiano? Mi si dirà, sono troppo presi a sopravvivere. Beh, mica tutti. In tanti sono troppo presi a farsi l'ape, con la generosa Mancetta Maledetta che li tiene nel sonno e nella bambagia. Non sono mai stata una spaccatrice di vetrine, né una manifestante appassionata, il massimo della mia azione politica è stato fare tavolini informativi per Amnesty Italia su cose come la Birmania o le esecuzioni in Cina e negli USA, sulla violenza sulle donne, cose del genere. Però ogni tanto mi chiedo: ma come mai da noi non c'è un'incazzatura su larga scala? Sono tornata in Italia poco tempo fa, e ho sentito un sacco di cose sconfortanti e incontrato tante persone preoccupate. 

Quelli della mia fascia d'età si preoccupano perché non gli rinnovano i contratti, perché li pagano una miseria o non li pagano, perché sono troppo giovani (a 30, 32 anni??? macheccazz'), perché.
Quelli dell'età dei miei genitori si preoccupano perché hanno paura di perdere il lavoro a tre anni dalla pensione e a 54 anni chi ti prende. 
Quelli più giovani di me in tanti casi vanno a farsi i corsi di lingua perché pare che il megatrend di prendere e andare fuori dai confini della terra dei cachi continui, e si moltiplichi. Tipo mio cugino futuro ing, che guarda caso ha pensato bene di mettersi a studiare il tedesco, che non si sa mai. 

Quindi io ogni volta che torno in Italia mi sento emotivamente a casa, ma per tante cose guardo la realtà con gli occhi stralunati di una che dice: "EH?!?" E il fatto è, come dice il ristoratore italiano a Barcellona intorno alla ora e zero-sette del video che ho linkato, è che più tempo passi via da casa, più sei fuori dal nètuòrk di conoscenze che ti garantisce la sopravvivenza, e più è difficile tornare. 
Io a volte me lo chiedo: ma se non ci fosse M, io dove sarei? E se ci penso molto, molto onestamente, cercando anche di non mentire a me stessa, mi dico che forse la risposta è: non in Italia. Comunque. Perché per quanto ami la mia cultura e la mia lingua, che infatti insegno, non ho la pazienza di vivere in un paradosso, perché ho vissuto altrove, dove magari è più sonnolento e meno vibrante, ma non riesco a pensare di tornare in un ginepraio.

Io sono
a) una donna
b) ho meno di 30 anni
c) sono bionda e piuttosto procace
d) sono anche piuttosto intelligente. Modestamente.  
A parte alcuni rari campi, come quello dove già ho lavorato (da precaria) dell'insegnamento ad adulti, cioè l'unico che mi abbia mai pagato qualcosa in Italia, penso che se finissi in una delle tante piccole medie industrie che animano la nostra italica economia, verrei trattata come una porastronza. Perché sono giovane - quindi imbecille a prescindere, che in Italia s'è ragazzi fino a 40 anni - sono femmina, e quindi cazzo ci faccio al lavoro senza sculettare e che non mi azzardi a fare un figlio, e sono pure una rompicojoni, quindi non penso che avrei vita semplice. 
E se mi lamentassi di tutto ciò sarei pure una puritana, che è peggio che dire zoccola nell'italia di oggi. Minuscola volontaria. Sarei considerata una specie di femminista frigida che non si depila la patata, perché mi lamenterei della costante presenza di tetteculi per strada e in TV, per vendere tutto, e pure sul posto di lavoro, per allietare i colleghi. Ahò. Non fa per me. 

Sì. Più ci penso, più sento le notizie da casa, più vedo documentari come questo, e più capisco che anche no. L'Italia non è un paese per giòvini, a mio avviso. Per molti versi neanche l'Austria lo è, ma almeno qui tra uno smadonno e l'altro perché è freddo e buio e c'è il ghiaccio e loro sono psicorigidi e servono i diplomi pure per pulire i cessi, metto da parte un po' di soldini a fine mese, diobòno, e mi mantengo senza chiedere niente alla mamma. 

Fatemi andate a leggere la Dominque Manotti, che è meglio. E voi smettetela di votare sto cazzo di PdL, che ha rotto i coglioni. Che io sono tornata dalla Turchia tre anni fa per fermarli a spese mie e voi li avete votati lo stesso. 

GGGGHH. Io detesto Nanni Moretti, che è un bravo regista ma un tipo saccente, ma da qualche anno, miei cari compatrioti, mi fate sentire così: