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E quindi, sono tornata in Italia. 

Voi mi avevate lasciata lì, a prendere il volo per Milano, quella Milano che mi era stata preclusa per anni e a cui ero ora libera di tornare, così, per vedere che aria tirava.

Milano che è cambiata così tanto, e il mio quartiere, che invece è sempre uguale, eccetto per il fatto che chi andava a scuola con te ha acceso mutui, fatto bambini, si è sposata. Tu, no. Tu invece non hai fatto niente di tutto ciò, hai fatto molto altro, eppure per molte persone in quel mondo, quello che hai visto tu, quella tua vita in un caleidoscopio, quasi non conta. Di Milano... Di Milano meglio che parliamo un'altra volta.
Tanto mi mancava casa quando stavo male, tanto quanto Milano sembra casa sempre meno, mano a mano che io mi sento sempre meglio. E' segno di forza, ma dà anche una sensazione di confusione. Lunga storia, quella dell'identità di un emigrato decennale. 

Nonostante tutto, intendo dire gli attacchi terroristici, e la tensione, a luglio avevo deciso di andare in Turchia, a Istanbul. Quella sì, che mi mancava ancora, perché anche se Asburgo ed io ci eravamo incontrati là, lui non aveva mai voluto tornarci con me.

Secondo alcuni, forse perché temeva che poi non avrei voluto venire via, e forse, avevano ragione.

Ad ogni modo, ero già passata da Istanbul, mentre tornavo a Milano. Prestissimo la mattina, sono atterrata alle cinque e qualcosa del mattino, controllo passaporti, sono arrivata in centro verso le sette, con il tram, a Eminönü. La città vecchia, quella che scopri quando sei turista. Sono arrivata lì, ho guardato il Bosforo verso nord, e una voce chiarissima, calma, ma piena, piena di felicità, ha accelerato i battiti a mille, ha detto sei a casa, Nat. Sei a casa tua! Questa è la tua città. La Città! La Città più bella del mondo. Più bella di Roma, di Parigi, di Città del Messico e tutto il resto. Istanbul la bella. 

Dal tetto del vapur

Era una giornata di sole. Non avevo dormito, ero stanca, ma stavo per vedere la mia famiglia turca -- la mia prima host di couchsurfing di dieci anni fa, e suo padre, e scoppiavo di felicità nonostante tutto. 

Quando meno te lo aspetti, spunta la parola casa. Anche, o forse soprattutto, spunta quando hai tantissimo sonno. 
Sono andata da lei, mi ha portato a casa. 
Mi ha detto, fatti una doccia, così ho fatto, fatti anche un pisolino, così ho fatto. Mentre cambiavo i vestiti, e mi addormentavo nella penombra della stanza dove avevo dormito i miei primi sonni turchi del 2008, ho sentito di nuovo i gabbiani. 
Uno dei suoni di Istanbul, una delle prime cose di cui mi sono innamorata.

Al mio risveglio, suo padre mi aveva preparato la kahvaltı, la loro colazione tipica. Formaggio, olive, pomodori freschi, cetrioli, pane. Mi abbraccia, mi chiede di mia madre, mi dice, te lo ricordi ancora il turco? Gli dico di no, lui parla lo stesso, mi rendo conto che capisco. E' sempre stato paziente e gentile, quando ero arrivata qui come una ragazzina messa malaccio, mi aveva fatto da papà, dopo che aveva saputo che io avevo perso il mio. Lui aveva perso la moglie, sua figlia la madre. Capiva molto bene. Posso parlare a malapena con lui, eppure gli voglio un bene dell'anima, a questo signore alto, con gli occhi azzurri, che ai tempi del golpe del 1980 era un musicista con una testa leonina di riccioli e un sorriso chiaro. 

E' da dieci anni che ogni volta che metto piede a Istanbul, io mi sento a casa mia.

Ho passato la giornata con Ö., a bere tè sul mare, a passeggiare, ad aggiornarci sulle nostre vite, sulla sua vita da quando ha deciso di vivere pubblicamente la sua omosessualità in un paese che sta diventando sempre più intollerante per queste cose. Siamo andate a trovare i sui amici che organizzavano il gay pride nella parte europea, che un paio di giorni dopo sarebbe stato gravemente contestato.
Nel pomeriggio ho visto un altro caro amico, e ho pensato,  è il momento giusto per tornare qui e vedere come va. Nonostante tutto, perché quello che leggi sui media e la realtà di una città sono sempre molto differenti. Sono ripartita.

Ho passato qualche giorno a Milano, sono andata a Roma con un amico a fare la turista, e poi sono andata di nuovo a Istanbul.

Anche a Istanbul, ho sentito il tempo che passava.
Parlando di quando sarei arrivata per restare più tempo di un cambio voli intercontinentale, come capita sempre, mi sono resa conto che crescere vuol dire semplicemente anche essere più occupati -- presi dal lavoro, dai partner, dai figli. Da tutti e tre.

Io invece non avevo nulla di cui occuparmi tranne che me stessa, allora sono andata nel sud, a Olympos, per aspettare il weekend e vedere il mio Mediterraneo.
Olympos è la mia piccola Atlantide, un posto dove mi succedono sempre cose importanti.
E infatti è stato così anche stavolta.

Le rovine vicino all'acqua

E naufragar mi è dolce in questo mare
Ho conosciuto una persona, lì. La cosa più vicina al colpo di fulmine che abbia provato in vita mia, una vertigine, e anche se non ha portato a niente di concreto, perché la vita è una cosa complicata, ha portato però due cose: la prima, una persona in più nel largo cast di persone che mi circondano nella vita, una persona che resterà sempre un po' speciale, perché anche se ci sono milioni di ragioni per cui non può funzionare, ci teniamo l'uno all'altra. Perché lui è stata la prima persona per cui ho sentito qualcosa di positivo dopo molto tempo. Perché io sono stata la prima persona che l'ha trattato per quello che era, senza pensare a da dove venisse.
La seconda cosa che ha portato è la consapevolezza che il mio cuore non è spento, anche se sembra esserlo la maggior parte del tempo, ancora adesso, soffocato dal peso di troppo lavoro, troppo poco sonno e dall'essere in una città piena di animali bizzarri.

Lo incontri con la tua compagna di dorm sudafricana dopo una giornata a cuocerti sui ciottoli, guardando le rovine, e il tuo mare, il Mediterraneo, il tuo mare. Il tuo cuore un po' più sereno, dopo una nottata passata a piangere inesorabilmente, piano, telefono in mano, linea diretta con Milano e Bangkok, attraversando una fetta polverosa di Anatolia, campi gialli, strade deserte.
Alla partenza da Istanbul, il tuo amico O. che avevi visto qualche ora prima ti ha scritto, buon viaggio, mi dispiace che sei stata così male quando eri così lontana. Sei scoppiata a piangere piano, guardando verso il finestrino mentre aspettavi di partire. Il ragazzo che ti ha venduto il biglietto ti ha guardato piangere, con aria interrogativa, senza smettere quando hai visto che lo avevi notato. Ti ha guardato, ha fatto spallucce come a dire, è una vita dura, che vuoi farci?

Passi una notte in cui tiri su col naso così spesso che in piena notte, altro momento di empatia inattesa, il turco col gel nei capelli e l'aria da bulletto, dall'altra parte del corridoio, attira la tua attenzione silenziosamente, per darti il suo pacchetto di fazzoletti, sorridendo, come a dire, dai, poi ti passa, che sarà mai...
Questa capacità di fare spallucce che avevo notato anche a Istanbul, la notte prima di trasferirmi a Bangkok, partendo ubriaca fradicia dopo essere stata fuori con due amiche turche, io a Bangkok non ci volevo andare. La signora velata due sedili più in là mi aveva guardato, pensavo mi giudicasse e invece mi aveva sorriso, dicendo, Ağlama, okay. Non piangere, va tutto bene.

Quando poi il giorno dopo sei al sole, a guardare il mare e mangiare cozze al limone con una ragazza carina,  che viene da un altro mondo e che ti invita ad aprirti sul motivo di quell'aria triste, sei ancora più grata di essere al mondo, libera di viaggiare e con i soldi per farlo.

E poi. A fine giornata, cotte di sole, la mia nuova amica ed io siamo tornate alla nostra guesthouse, per la cena in comune. La Turchia deserta di turisti per la campagna mediatica negativa in Europa, si fa una tavolata sola per tutti gli ospiti, un tavolo rotondo.

Mi faccio una doccia al volo perché sono andata direttamente dall'autobus al mare per cercare di stare meglio e ora sono piena di sale, torno, riempio il mio piatto di melanzane, pane, pomodori e yogurt e mi siedo.
Alzo gli occhi, e mi trovo davanti un ragazzo, che mi fissa come se mi volesse mangiare, senza dire niente, senza sorridere, anche. Sguardo magnetico, verde, sopracciglia scure, pelle chiara, bellezza che viene da un'altra parte, penso. Questo non è di qui, penso.
Brutta scena da romanzo rosa?
L'ho pensato anche io, e mi sono detta, sì vabbè, ma figurati. Uno con due occhi così? Mica è qua per me. Ho pensato. E durante la cena, l'ho trattato come tutti gli altri, come un potenziale compare di chiacchiere, bevute, risate, un compare molto bello, ma nient'altro, la mia solita versione viaggiante, chiacchierona, ridanciana e amichevole.

E invece è stata una sbandata, uno scapaccione che mi ha fatto traballare per mesi interi, dopo. E meno male che esistono ancora queste cose, meno male che il cuore ha ancora capacità di provarle, anche se il cervello striscia i piedi e dice no, dai, di nuovo? Anche no, ragazza, forza. Per favore.

Ovviamente, siccome si tratta di me, mica poteva succedere con un uomo in una situazione normale.
Che ne so, un europeo qualsiasi in vacanza.
Un turco che faceva un weekend lungo.
Un fricchettone di passaggio.
No. No, no. Io dovevo per forza prendermi la cotta per un profugo siriano, bello come il sole, a metà tra un modello e un attore, in attesa di asilo politico, con dei macigni nello stomaco che davano una profondità scura a quella bellezza di superficie.

Ma io mica lo sapevo, che era un profugo siriano. Non sapevo niente, quando l'ho visto, non lo sapevo che il suo quartiere non esiste più, che non può più tornare a casa, che i suoi genitori e i suoi fratelli minori sono scappati in Europa sui barconi, ma che per lui e l'altro suo fratello non c'erano soldi, che ha visto cose che noi umani non possiamo immaginare, come tanti siriani, purtroppo. Quello l'avrei saputo solo dopo, e avrebbe solo contribuito alla mia ammirazione per la sua capacità di provare ancora cose come felicità, amore, affetto, gioia e ottimismo, dopo tutto quello che gli è successo.
La resilienza vera.

Ho passato quei giorni nella mia personale Atlantide a palleggiarmi tra la sua compagnia, il mare, il sole, e le camminate nelle rovine, ad ascoltare grilli e cicale, rumori che a Bangkok non ci sono, e mi ha fatto bene al cuore, perché io mica me lo ricordavo, com'era avere a che fare con una persona gentile. Non me lo ricordavo proprio. Carattere caldo ed espansivo, affettuoso come lo sono io, nessun imbarazzo per i proprio sentimenti. Impossibile credere che venisse dallo stesso pianeta dell'Asburgico, sempre in guardia con gli altri.

E poi è arrivato il giorno in cui avevo deciso di tornare a Istanbul.
Lui che diceva, che ci torni a fare? Tanto sei in vacanza, resta qui, stiamo insieme ancora un po'.
Ma io volevo tornare alla Città, e dai miei amici, e quindi, sono andata.

Prendo un bus locale, guardo la macchia mediterranea fuori al tramonto, mentre saliamo su per la collina verso la strada principale.
Penso a quanto mi è mancato quel paesaggio di oleandri e pini marittimi, penso che io l'Asia la adoro e la amerò sempre, ma che casa mia è questa.
Casa mia è il Mediterraneo, sono i pini marittimi, i carrubi, gli ulivi, il cielo azzurro intenso, le melanzane, i pomodori,  le olive e le viti.

Arrivo alla stazione di Antalya, cena veloce con i soliti, amati snack turchi, poi vado al mio autobus. Autobus di lusso, ogni sedile con la TV, come in aereo.
Mi siedo, l'autobus in attesa di partire è silenzioso. Partiamo, mi rendo conto che non parla nessuno,  proprio nessuno, percepisco tensione, vedo che tutti guardano lo stesso canale mezzi impietriti.
Accendo anche io, e leggo di terrorismo ad Ankara.
Cazzo. Vabbè. Vabbè ma mica stiamo andando ad Ankara noi, no?
L'autobus parte, esce dalla stazione.
Mi chiama F., il ragazzo siriano: hai visto cosa sta succedendo? Non andarci, a Istanbul. E' pericoloso. 
Ti richiamo dopo, tesoro, grazie, però.
Riguardo lo schermo, scrivo a mia madre che è tutto sotto controllo e di ascoltare solo me e non guardare i telegiornali o chiedere agli amici che sanno dove guardare, mi chiama un'amica di Milano, abita a Istanbul ma è in visita da sua madre, mi dice, senti, sembra che ci siano i carrarmati fuori dal Parlamento e sopra Istanbul, gli aerei militari a bassa quota, occhio.

Colpo di stato. Golpe. Darbe.

Vabbè. Ma la capitale è Ankara, che può succedere, a Istanbul? Mica c'è un Parlamento da occupare.
Però c'è una popolazione da intimidire.
E poi vedi i carrarmati sul ponte sopra il tuo mare, a Istanbul, sopra il ponte di Ortaköy, vicino a casa del tuo amico O., dove hai passato così tante notti a dormire dopo le feste, perché eri troppo pigra per tornare giù verso casa tua.
Quella casa dove una volta O. ti ha sequestrato, un primo maggio, perché non voleva che finissi in mezzo ai lacrimogeni e ti ha fatto aspettare fino alle sei di sera per tornare, a piedi, giù fino a casa tua, vicino al vecchio arsenale.

L'autobus va, non dice niente nessuno, a un certo punto si ferma.

Richiama F., il panico nella voce di uno che ha visto cose brutte e se ne aspetta altre.
Senti, scusa, per favore. Mio fratello ha trovato una macchina, ce la dà la proprietaria dell'ostello, ti veniamo a recuperare noi e vedi cosa fare domani, non ci andare oggi, per favore.
Gli dico di no, che è meglio che vada invece, che se scoppia un casino vero sono più vicina al consolato e a un aeroporto internazionale. Gli dico che l'unica cosa che devo fare è arrivare da Taksim a casa del mio amico, che lui è lì da anni, che ci starà attento lui a me.
Insiste anche il fratello. Io dico niet, non scendo dall'autobus.

Nottata psichedelica. Non chiudo occhio, tra il feed di facebook impazzito con gli italiani in panico, F. che mi manda aggiornamenti, il mio amico italiano a Istanbul che mi dice vieni a stare da me e, con nonchalance, guarda che questo l'ha organizzato tutto quello, non succederà nulla, veramente.

Verso le tre del mattino il nostro autista, sui 60, ha un malore.
Io penso che si sia ricordato del golpe del 1980, e che avesse davvero molta paura. In piena notte, scendo con un capannello di uomini a fumare sigarette e bere tè in mezzo al niente delle montagne. Sono in maglietta, fa freddo. C'è una stellata della madonna, ancora più nitida di quella sul mare qualche notte prima, con F.
Dopo 40 minuti, arriva un'ambulanza. Ripartiamo con l'autista di riserva.

Il momento della resa dei golpisti. Visto in autobus, in TV, con gli occhi iniettati di sangue e il sonno nella testa, la mattina presto.

A ogni stop un ragazzo curdo che era sull'autobus mi offre un çay e una sigaretta, i collanti sociali del paese, chiacchieriamo usando google translate sul suo telefono.

Dopo 17 e passa ore di viaggio, blocchi di polizia, traffico, tensione, arrivo a Istanbul, a Taksim. Mai vista la piazza così vuota in dieci anni di frequentazioni. Scendo a piedi verso casa del mio amico. Anche Istiklal, la via principale dello shopping a Beyoglu, è vuota. Giro a destra, passo davanti all'Istituto Italiano di Cultura -- casa -- e scendo verso casa sua.

Mi aspetta con il suo sorriso da gatto e la sua solita aria ironica di sempre,  per niente scomposto,  in fondo a un vicolo acciottolato, davanti a casa sua.

Ci sono un pergolato, una massa di gattini randagi, che dormono sulla panchina di marmo di fianco alla porta, una vecchia porta di ferro battuto.
Dentro, lui e sua moglie hanno preparato la kahvaltı per noi tre, e il loro gattino, Fairuz, non vede l'ora di conoscermi.

Entro, e tiro il sospiro di sollievo più lungo della mia vita.
Casa loro è bellissima, il formaggio delizioso, lui è lo stesso di anni fa, e sua moglie è carinissima. Fairuz e io diventiamo amici.
E niente.
Ci sono luoghi e persone che anche nel mezzo di un golpe... Restano casa.

La cumba, il bovindo di casa del mio amico, dove avrei passato molto tempo nei giorni post-golpe, insieme al piccolo Fairuz. 

Ciao. Sono Nat, e sono single. Da tipo tre giorni e qualcosa.
Sono sotto shock. 
Mi ritrovo dopo sette anni e passa con M, a Bangkok. Da sola. Con un lavoro che non volevo. In una città a 13h d'aereo da casa, per venire nella quale ho dovuto battagliare non poco con me stessa, perché lo sanno tutti che una cosa è farsi una gita da qualche parte, ma vivere altrove è proprio un'altra camminata. 

Tutto bene, eh. 

Mi tengo la fantastica casa di Melrose, per la quale dovrò trovare un coinquilino, perché io da sola sono troppo impoverita per tenerla, come al solito. Un coinquilino, cazzo. Dopo anni a vivere col mio uomo. Che non è più il mio uomo. Facciamo la coinquilina. Che se no finiamo come in Turchia, che ero così fantastica che il mio coinquilino F alla fine faceva il maschio turco che mi diceva dove vai, cosa fai? Ecco. Magari meglio la coinquilina.

Non sarebbe giusto o appropriato scrivere dettagli qui, e lui mi ammazzerebbe, quindi non lo farò. Le cose andavano in maniera piuttosto rock da qualche tempo, con alti e bassi. Gli alti molto alti, i bassi molto bassi... Abbiamo deciso di fare questa cosa prima di avere problemi e litigi e discussioni per abbastanza tempo da arrivare ad odiarci totalmente. Però è come bere una medicina amara. Perché io sono ancora innamorata di lui, e credo che lui lo sia di me. Ma non va lo stesso. E quindi siamo qua. Lui che cerca casa altrove e io nella casa dove avevo intenzione di vivere con lui per qualche anno. Sola come una poraccia. 

A prova del fatto che il posto dove vivo è terapeutico, la mia vicina argentina, che ha saputo della cosa perché ho dovuto dirla a tutti loro, dato che mi serve un coinquilino e lo vorrei trovare tramite conoscenze, tra poco mi trascinerà fuori a pranzo. Perché è successo pure a lei e sa quanto ci si senta persi, porca troia. Vorrei poter semplicemente andare a Milano e farmi coccolare dalla mamma, ecco. Ma la mamma non sa niente, perché è così empatica che so che starà molto male per me. E quindi non le ho detto nulla. E siccome non sono più a Vienna, a fare l'espatrio europeo all'acqua di rose, non posso neanche andare per un weekend. No. Devo aspettare fino a fine dicembre.

E' difficile per me, immaginare la mia vita da sola. Non mi va, a dire il vero. Per niente. Io ero così cretina da pensare che potessimo stare insieme per tanto tempo e diventare due vecchi sdentati, vita permettendo. E invece no. Quindi. Ora. Devo, prima di tutto, risolvere la questione coinquilino e darmi la calma economica. E poi dopo quello potrò iniziare a vedere che cosa voglio. Perché dopo tutti questi anni con qualcun altro, mica lo so, cosa voglio io, Natalia, per me. Perché ho sempre pensato a noi, prima che a me, ed eccomi qua. Bellammerda, se posso permettermi anche un cazzo di commento immaturo, ogni tanto.  

Sono sconvolta. 
Rieccomi, forse.

Dall'ultima volta che ho scritto è passato un sacco di tempo, tra una cosa e l'altra è già un anno e mezzo che sono arrivata qui, e non mi sembra vero.

Un anno e mezzo in cui ho imparato da zero un lavoro nuovo, che non volevo imparare, ma che ho dovuto accettare per avere insieme un visto e abbastanza vacanze da rendere sopportabile la lontananza dalla famiglia. Ho imparato un lavoro nuovo, però, ce l'ho fatta, io che per anni nelle scuole di lingua ho sempre evitato i corsi per bambini, perché non mi interessava, perché insegnavo agli adulti perché sono soggetti con cui puoi ragionare, con una storia e cose da raccontare. 

Un anno e mezzo in cui sono tornata due volte in Italia, e in cui ha iniziato un poco a rodermi, di non aver mai abitato da grande, lì, di averci tentato solo in una condizione molto difficile, in un momento difficile. Due volte durante le quali ha iniziato a insinuarsi la domanda, e se...? Perché una cosa ve la posso dire: vivere in UE da stranieri è difficile, ma viverne al di fuori, ti fa sembrare quello acqua di rose, perché in fin dei conti, puoi vivere liberamente dove vuoi, all'interno della UE. Qui, no. Qui, devi trovare un lavoro che ti dia un visto, se non vuoi finire in situazioni cialtrone.

Un anno e mezzo durante il quale c'è stata la presa di potere da parte di un gruppo di persone, qui, che ha detto che sarebbero rimaste giusto il tempo di calmare le acque, e invece sono ancora qui, non si sa quando ci saranno le elezioni, e intanto ragazzini poco più che ventenni (o minorenni) vengono mandati al gabbio per aver detto, o scritto, una cosa che non andava bene. Ed è a causa del gruppo di persone qui sopra che tu accetti lavori che, magari, non ti convincono fino in fondo, e abbandoni per la prima volta la tua vita di povera ma bella (e libera) per una da un po' meno povera, ma non troppo, non libera, e naturalmente sempre bellissima. 

Un anno e mezzo durante i quali ho goduto le prime ferie e le prime malattie pagate della mia vita. 
Un anno e mezzo dove ho avuto la conferma che, nonostante al momento gli europei siano impegnati a scannarsi tra loro, l'Europa esiste. Sullo stesso tema, ho sempre più la conferma che anche se sono occidentali pure loro, i nordamericani potrebbero essere di un'altra specie.
Un anno e mezzo nel quale un sacco di persone, troppe, sono andate e venute nella tua vita bangkokiana, e la cosa comincia a farti male, perché tu sei una di quelle persone emotivamente inadatte al turbo-espatrio extraeuropeo.
Un anno e mezzo in cui ancora più di prima hai capito che se vivi in un posto dove la storia viene rasa al suolo per farci condomini e centri commerciali a ritmi incredibili, sarai sempre un po' malinconica. Un anno e mezzo durante il quale hai cominciato ad annoiarti degli spazi espositivi ed artistici indipendenti, che ti fanno mancare le grandi mostre europee.
Un anno e mezzo durante il quale hai visto tua madre solo due volte, certo per lungo tempo, ma solo due volte.

Ma anche: un anno e mezzo vissuto con la piscina, senza l'inverno, dove quando ci sono 18C pensi "che freddo", dove hai abbastanza spesso l'occasione di andare a prendere il sole nel tuo condominio e le linee del bikini non vanno mai via; durante il quale hai provato cibo di tutto il mondo, e hai deciso che l'Asia è il continente supremo per quanto riguarda il cibo, e che quello italiano è fuori concorso perché quando lo mangi è come la madeleine di Proust, a prescindere; durante il quale il problema principale è stato dove andare a fare colazione la domenica mattina, e non chiedersi se andare a fare questa colazione non fosse troppo costoso. 

Un anno e mezzo durante il quale hai visitato spiagge che altri attraversano il mondo per vedere durante un weekend; l'Indonesia, la Malesia e il Giappone, e ti sei innamorata patologicamente di quest'ultimo. 

Insomma, sono sparita perché stavo esplorando la città, tentando di stringere amicizie, e stavo imparando un nuovo lavoro da zero.
Il lavoro l'ho imparato. Le amicizie le ho strette, ma in questo porto di mare, spesso ripartono dopo pochi mesi. La città l'ho esplorata, in lungo e in largo, ma ora ho di nuovo voglia di leggere libri, e forse quest'anno sarò meno esausta dell'anno scorso nonostante dorma pochissimo. Forse quest'anno riuscirò di nuovo a scrivere... Speriamo. L'ultima volta, a Vienna, mi ha portato solo bene, e belle persone, scrivere. 
illustrationinfo.com
Amichetti lettori, rieccomi... E' cominciata la scuola, due settimane fa, e io sono pesantemente già rincoglionita. 

Di sicuro mi riabituerò alla sveglia ad orari assurdi, nonché al bordello indicibile che affligge le mie orecchie circa sei ore al giorno (le altre due e mezza, i bambini dormono o si preparano ad andare a casa.)

Quest'anno alla SdP (la Scuola dei Preti) mi hanno dato la prima classe di asilo. 
Età della ciurma: dai 3 ai 4 anni. 
Membri della ciurma: 14, dieci thai, un mezzo giappo-thai, un indiano sikh e due giapponesi (ovviamente adorabili già a tre anni), più Than la tata e Jyn, la mia assistente filippina. 

Abbiamo iniziato coi bambini settimana scorsa, e sono già mentalmente distrutta. Penso con malinconia ai miei studenti di medicina e ai miei rifugiati afghani a Vienna e mi dico: almeno mi pagano bene. 

Quando sono presa particolarmente male mi dico: mi pagano bene e mi danno anche due mesi di vacanze pagate in estate.

Quando sono presa malissimo, cioè più o meno ogni mattina verso le ore 6:15 quando mi rendo conto che devo uscire di casa a un'ora in cui normalmente non mi starei nemmeno per svegliare, mi dico

mi pagano benissimo, mi danno due mesi di ferie pagate e a Natale ho tre settimane di ferie

quest'ultimo dettaglio l'unico che riesce a pacificare il mio anticlericale cuore che è finito in una scuola cristiana, neanche cattolica, ma una di quelle strane sette americane. Ogni volta che pregano, io guardo i miei piedi e faccio silenziosamente esercizi di pranayama, pensando che alla fine Gesù mi sta pure simpatico, e che dato che faceva comunella con diseredati e puttane, di sicuro gli starei più simpatica io che sono una sbandata che non questi qui che si credono meglio degli altri con tutte ste croci e ste bibbie. 

Metodo di sopravvivenza nella SdP: ignorare tutti. Ma proprio tutti. Usare le mie sviluppatissime capacità da frilèns che rende felice tutti sorridendo molto, ascoltando, facendo di sì con la testa e pensando tra sé e sé: NO. E dicendolo, anche, tipo venerdì che hanno tentato di convincermi a lavorare la domenica perché per la loro setta la domenica non è nulla. Io ho detto NO. Quando mi hanno chiesto perché, ho detto che non è nel mio contratto, e poi sono cattolica, diàmine. 

Voi lo sapete che non sono per un cazzo cattolica. Ma se li fa smettere di appestarmi, per quanto ne sanno loro, vado in chiesa tutte le domeniche. Comment dire. 

Lo stesso per quanto concerne l'incoraggiamento a restare fino alle cinque ogni giorno quando il mio contratto dice che finisco alle tre e mezza. Mentalmente la mia mente parte a mille all'ora gridando mollatemi! Ma come cazzo state, siete deficienti? E la mia bocca, intanto, dice Non ho intenzione di rendere gli straordinari ordinari. Se questa scuola fa affidamento su quello per funzionare, avreste dovuto dirmelo prima, e io non avrei firmato il contratto. Essere così diretti, in questo paese, equivale a dare un pugno in faccia alla preside.

Secondo voi, quanto è un problema, per me, questo?

Ecco. Non lo è. 

Insomma, la situazione non è ottimale, ma questo è, nonostante altre scuole con cui ho parlato in estate, tuttora il lavoro  migliore che mi sia stato offerto, per paga, ferie, orari e permesso di lavoro. Quindi, per ora me lo tengo, mi rifaccio i soldi del viaggio, e intanto medito su come uscirne (ad esempio, su come fare ad aprire una mia attività, perché fino ad ora lavorare per gli altri mi ha parecchio sfrantumato già le palle. Non sono abituata ad avere un capo e chi mi dica cosa fare.)

Metodo di sopravvivenza mentale: 

1) cercare, per quanto possibile, di mantenere una vita al di fuori della scuola (al contrario del resto dei dipendenti di quel malaugurato luogo, per i quali la vita è peccaminosa sicché si lavora tantissimo e poi tutti a letto con le galline. 'natraggedia.)
2) comunicare con le altre insegnanti non della setta che smadonnano quanto me. Sono in tre, una polacca, un'olandese e una sudafricana, tutte perplesse. 
3) Considerare l'anno accademico in frammenti di vari mesi. Questo significa che ora penso solo ai quattro mesi che mi porteranno a Natale, quando avrò una pausa bella lunga e potrò riposarmi, e venire in Europa a gelarmi il culo e a scofanarmi di pasta fresca, pandoro e compagnia bella (anche torta Sacher qualora riesca a venire a Vienna.) Dopo Natale penserò al capodanno buddhista che mi dà una decina di giorni di pace, e dopo quello, un mese e mezzo e la scuola è finita. Molto meglio che pensare oddio non sopravviverò mai per dieci mesi circondata da questa gente. Non i bambini. Gli adulti. 
4) fare yoga, tanto, perché mi calma e salvaguarda la schiena messa a dura prova dai nani piangenti.
5) esercitare il mio senso dell'umorismo, sempre, ogni giorno, sennò muoio con il fegato marcio.
6) cercare un'organizzazione laica a cui fare una donazione per sentirmi meno idiota a essere finita a lavorare per una setta cristiana piuttosto bizzarra e a tratti inquietante. 
7) cercare di tenermi la stupenda studentessa di italiano che mi ha trovato in estate e che mi ricorda di perché, in un tempo lontano, mi piacesse fare l'insegnante per adulti. Corollario del punto 7 è che oltre che farmi piacere mi dà anche una bella cifretta da aggiungere ai soldi guadagnati soffrendo alla SdP, ma in scioltezza, come un tempo. 

Chiaramente questi non sanno come funziona un Milanese Imbruttito. Lavorare di domenica. TSE'!!! 
Che ne dite del mio piano in sette punti? Avete suggerimenti?

Auguratemi buona fortuna, voi, che siete lì in panciolle in spiaggia sul Mediterraneo... Me ne servirà! 
Pubblicherò in differita. Tipo lunedì. Ora sono presa troppo male anche per quello. 

Passare un venerdì sera in isolamento, con il mal di pancia, dopo una giornata durante la quale avresti pensato di andare a yoga, cenare con i compagnetti di yoga, e poi andare a farti una birra con gli altri insegnanti, per conoscere un paio di persone nuove che paiono simpatiche, non ti può mettere di buonumore.

Foto: unknown. Si ustedes saben de donde es, me contacten porfa :) 

Come mio solito, quando non sto bene, ho detto all'Asburgico di andare a fare quel che aveva previsto di fare, che non sto bene, ma non ho ancora bisogno della balia, per fortuna. E poi ho anche l'umore grigio e non mi va di ammorbare gli altri. Ammorbo voi, invece, fortunati!

Insomma. Umor grigio perché. 

Perché più si avvicina l'inizio dell'anno scolastico con i nani urlanti, e più mi dico perché insisti a farti questo, donna? (Risposta: perché mi pagano bene ed è un sacrificio di qualche mese per mettere da parte soldi, e fare una nuova esperienza, perché mi danno un visto, che nella Thailandia del golpe è una cosa importante. Ciò non toglie che non ci ho voglia e che mi mancano i miei studenti adulti, che mi insegnano cose del paese dove vivo mentre io insegno a loro una lingua.)

Perché oggi parlando con il mio amico G., che conosco da che avevamo 16 anni... E' venuto fuori che del buco degli anni dove ci eravamo persi, durante i quali mio padre è morto... Non gli ho raccontato niente. E oggi è venuto fuori. E oggi ho dovuto spiegare. E oggi ho ricordato la schiena di mio padre nel letto d'ospedale, la pelle secca per il troppo stare a letto. Ho ricordato delle punture per prelevare il midollo che gli facevano male. Ed è stato come un pugno nello stomaco. Tipo che ho camminato verso casa per 45 minuti nel traffico di Bangkok per tentare di riprendermi. Perché ho raccontato questa cosa camminando, e mi è venuto da piegarmi impercettibilmente, mentre glielo dicevo. Perché mi sembra che mi abbiano accoltellato nella pancia con una katana gigante. Perché quest'anno sono otto anni e il dolore a volte arriva alle spalle, e ti fotte, in un pomeriggio con un amico che non voleva assolutamente farti stare male, che ti ha fatto solo una domanda innocente. 

Umore grigio perché oggi ho saputo che una persona che credevo stesse meglio, non sta meglio per niente. E questo mi rende triste. Perché che minchia di mondo di minchia, ecco. Lo dicevo quando stava male il mio babbo e lo dico anche adesso, pensando a questa persona, e ai genitori di tante altre che conosco, che sono malate, e che non stanno bene, e che mi fanno sempre pensare che ho ragione, a non cedere a tutte quelle baggianate sull'esistenza di dio (che se esiste, è anche un bel po' sadico, ecco. Grazie di niente.)

Stamane mi sono sentita un attimo così, per qualche ora. Che cazzo.
Umore grigio perché una ragazza italiana, qui a Bangkok, che ancora neanche conosco di persona, ha perso il padre da un giorno all'altro. E anche se io filosofeggio e filosofeggiavo quando era mancato il mio, di padre, quando mi dicevo che la morte è parte della vita, e che siamo fatti di stelle, e che mi ci sono fatta un tatuaggio, su questo filosofeggiare... Nonostante tutto ciò dico: minchia. Non sono ancora arrivata al calmo distacco che vorrei su questo tema, e credo che non ci arriverò mai. Alcuni giorni, si sta di merda. Punto.

Umore grigio perché a volte le città grandi, che dico sempre di amare, che in generale amo, mi stancano. Perché Bangkok mi stanca. Mi stanca il traffico, mi stanca dover contrattare con gli autisti del mototaxi. Mi stanca che non è piacevole camminare. Mi stanca che ci sono un sacco di maschi a caccia di figa facile. Mi stanca che ci sono un sacco di donne con la minigonna giropassera. Mi stancano i locali col dress code, di cui non mi frega un cazzo, dove non vado neanche, ma oggi mi stancano. Mi sfinisce l'attenzione alla forma di questa città, sembra di essere tornata a Milano. Mi stanca non parlare il thai.
Mi stanca non essere in Europa. Mi stanca vivere in un paese dove mettono la formaldeide sul cibo e nessuno si arrabbia, mi stanca che da che vivo qui mangio animali quasi ad ogni pasto perché è parte della loro cucina, e vabbuò, però che cavolo. Mi stanca tutto il latte che bevo perché in quello di soia mettono quantità poco sane di zucchero, e non ho i soldi per il latte di soia importato, e poi come fai a sapere che non è latte di soia ottenuto distruggendo le foreste brasiliane, e mi manca il latte di soia austriaco fatto di soia austriaca senza distruzioni di foreste pluviali in Sudamerica. Mi manca il controllo sul cibo che mangiavo che avevo in Europa. Mi stanca la ricerca costante della mia nicchia di calma in una città che calma non è.

Mi stanca poter parlare con I. e F. solo su skype, che una è a Trinidad e l'altra a Vienna. Mi stanca la mia mente che mi chiede come staresti ora, se vivessi a Montevideo o Barcellona? E io a risponderle, Di sicuro sarei più povera e mi dovrei ingegnare di più per fare soldi. Che è il motivo per cui abbiamo scelto Bangkok. Però potrei di nuovo parlare con tutti, dal presidente Mujica al muratore che si fa il mate in pausa sul mare. E non dovrei fare un lavoro che mi sta sulle palle perché mi dà un visto. Mi stanca non avere tutto il tempo che mi va con l'Asburgico. Mi stanca sapere che la prossima volta che potremo fare un viaggio insieme sarà in primavera prossima, perché a Natale devo tornare in Italia. Perché della mia famiglia, come al solito, non è che verrà a trovarmi qualcuno. 

Probabilmente sto così perché non sto bene, perché ho passato tre giorni a lottare con la burocrazia italiana e quella thai, perché oggi doveva essere una giornata piena e bellissima e divertente, e invece delle cose che volevo fare ne ho fatta solo una, purtroppo. Perché ho perso uno dei miei orecchini turchi, camminando verso casa, e lo so che è solo un cazzo di orecchino. Ma viene da Istanbul e a me piaceva. E ora chissà dov'è. 

Umore grigio perché ripenso ad alcuni posti del mio viaggio e penso che ci vorrei tornare, perché ci sono stata bene. Perché ho visto l'Asburgico in uno stato di calma in cui l'ho visto poche altre volte. I ricordi funzionano a cascata, e da un chattare su facebook con una ragazza conosciuta in Ecuador, si arriva in fretta a ricordarsi della finca dove io ho scavato trincee e brandito machete, e l'Asburgico, che odia le pulizie, ha fatto le pulizie per giorni quasi senza lamentarsi.

foto: Nat
Pensi a quello e pensi alle persone che vivevano lì, che erano gentili, al cane Cejas, al fiume che scorreva dietro la casa, alla stanzetta condivisa con l'Asburgico. Alla biblioteca con vista sulla giungla dove tutti si addormentavano dopo il lavoro. A quella ragazzina francese innamorata di un cinese, che ora vive in Cina, e sta pure per sposarselo, il cinese. Passava pomeriggi interi a imparare caratteri, paziente, in silenzio. Un'altra persona gentile e dolce che ho incontrato nel mio viaggio. Giovanissima, ma matura, ed intelligente.

foto: Nat. La vista dalla sala di lettura. 
Pensi a tutte quelle persone, luoghi e cose, e ti chiedi che cavolo ci fai in una metropoli di dodici milioni di persone, dove ti appresti a fare un lavoro che non ti piace, con una giunta militare al governo. 

Pensi alla ragazza con cui parlavi prima su facebook, dolce e interessante anima con sangue francese, basco e kabyle, che finito il suo dottorato è rimasta in Ecuador e ora vive in un paesino vicino a Quito. Ha aperto un caffè con negozietto, insieme a quell'artigiano catanese di cui si era appena innamorata, o si stava innamorando, quando l'hai incontrata tu. Anche lui dal cuore morbido, avevi comprato i suoi orecchini a forma di luna, fatti con materiali di riciclo, e quando ha visto il tuo amore per le spirali, ti ha fatto un anello di rame nel giro di due minuti, seduto sul sagrato di una chiesa nel sud dell'Ecuador, con le sue scarpe fatte a mano, fatte da lui. Uno degli incontri più piacevoli, stimolanti e che ti sono rimasti in quindici mesi di viaggio, questi due. 

Probabilmente starò meglio domani, se riesco a fare le cose che ho in mente di fare, se mi smettono i crampi e la nausea e la debolezza. Però... A volte me lo chiedo, che cavolo sto facendo. 

Già a vedere sta foto mi sto riprendendo. Anche le metropoli hanno fascino. Tanto. In effetti.
Domani vedrò una delle sole due donne in questa città che posso considerare una specie di amica, e ne sono contenta. Mi manca. Se c'è una cosa di cui mi sto rendendo conto, è che io, dei conoscenti, non me ne faccio proprio un cazzo. Sono allergica al chiacchiericcio, che non è da me, ma tant'è. Ho già detto che negli ultimi mesi sono in una fase piuttosto introversa, o quantomeno dove cerco calma e faccio yoga come non ne ho fatto mai prima. Accetto questa fase e spero che passi... Perché vivere a Bangkok senza darsi al chiacchiericcio è difficilissimo. 
Eccomi, rieccomi. Lo so che non mi faccio viva decentemente da tempo immemore, ed è perché sono successe un paio di cosine dopo il viaggio. Semi-programmate, eh, ciononostante abbastanza sconvolgenti.
Voi siete rimasti al treno che mi portava a Vienna, no? Vi aggiorno.


Budapest è stata fantastica, come lo è sempre con quel matto di P. Siamo andati alle terme ottomane; abbiamo cenato da Koleves (famoso ristorantino da bobo nel cuore della parte cool di Budapest) e constatato che è peggiorato; abbiamo mangiato i salumi italiani con il suo uomo che mi ha informato sugli sviluppi (pessimi) dell'Ungheria mentre me n'ero andata. Abbiamo passeggiato, abbiamo parlato e fatto e disfatto il mondo e parlato di come è difficile crescere, soprattutto quando cresci insieme a qualcun altro. Ho passeggiato, fatto foto, mi sono gustata l'atmosfera dell'Europa mitt-orientale in cui ho vissuto, e che ora mi sembra quasi esotica. Ho bevuto molti caffè e camminato pensando a quello che mi aspettava, mentre P. lavorava. Sono andata a vedere Mephisto di Klaus Mann a teatro, in ungherese, e ho capito appieno che se gli attori sono bravi, l'Arte è una cosa potentissima anche se non capisci razionalmente quel che ti viene detto (davvero, è stato magnifico, come non avrei mai pensato.)
P. ha preso abbastanza con filosofia la notizia che, dopotutto, non sarei tornata a vivere a tre ore di treno da lui, ma a varie ore d'aereo, invece. Dobbiamo riabituarci a stare lontani, come quando lui era ancora a Istanbul. Mi manca, sapere che quando ho bisogno di staccare posso scappare da lui.


A Vienna, ci sono rimasta per poco più di dieci giorni. E' stato strano, e bello, tornarci. Non me lo aspettavo, ma mi sono sentita a casa, come a Milano, ma in maniera diversa.

A Milano, il sentirsi a casa è piì viscerale, dovuto al fatto che chi è rimasto, lì, per me, è gente che mi conosce da molti anni e che mi ha visto in varie versioni, attraversare altri momenti di transizione e cambiamento, ma anche cazzona ventenne e incosciente. Milano è la casa della panza.
Alla fine, come dice sempre una cara amica, una città è fatta delle persone che incontri, e io, in effetti, a Vienna, di gente buona e che mi è cara ne ho incontrata un po'. Non una folla sterminata... Ma quelli che ci sono contano, molto, e quando sono arrivata lì, dopo quasi un anno e mezzo che non mi vedevano, è stato come tornare a casa.
Che è una bella sensazione.
Che mi fa capire in maniera definitiva, chiara, e sicura, che se vivi come me non puoi limitare la tua idea di casa ad un solo luogo fisico, perché ti farà male farlo.

Casa vuol dire molte cose.


Anche Istanbul lo è, lo è stata di nuovo, sulla via di dove sono ora. Ci ho passato poche ore, con le mie prime due amiche istanbuliote, ed è stato come se non fossi mai partita, come se vivessi ancora a Beyoğlu e fossimo uscite insieme dopo il lavoro, a parlare di uomini, delle nostre cose e vite e libri e musica in una meyhane (osteria), chiacchiere di femmine annaffiate di vino e affiancate dalle meze, i loro splendidi antipastini ottomani, con la musica e la gente che parla forte e il cameriere gentile che porta montagne di pane e ci dice, datemi la macchinetta che vi faccio una foto, che siete tanto contente insieme.


A Vienna, mi sono sentita a casa perché capivo la lingua, perché sapevo dove trovare le cose che mi servivano e sapevo come farle, perché in fin dei conti, è a Vienna che ho avuto la mia vita quotidiana per tre anni, con tutto il bene e il male che ne vengono, la noia, lo stress, la stanchezza, ma anche quei caffè con le amiche che ti danno una botta di vita e che spazzano via tutta la negatività, perché sei con quella che è tanto diversa da te eppure è come la tua sorellina, perché sei con quell'amica che ha bambini e problemi così diversi dai tuoi, eppure ti ascolta e ti capisce e ti dice: è normale. Starai bene. O l'amica che ha i lucciconi ogni volta che pensa che vai via, ma cerca di non mostrartelo perché sa già che sei in sbattimento di tuo e non vuole aggiungere peso alla cosa, anche se sei stata la sua prima amica in città e le mancherai, e ti accoglie nella sua casetta per ridarti la moka di cui si è presa cura mentre eri via.
Ho visto com'è cambiata, Vienna (sta divenendo sempre più cara, purtroppo) e dove è rimasta uguale (è una città che funziona, non ci sono santi. Se vi piacciono le cose che funzionano, ma senza il rigore eccessivo che hanno più a nord, Vienna fa per voi. Datevi tempo, e anche voi noterete la cialtroneria sana di cui sto parlando.)

Quello che è stato meno bello a Vienna, è stato che molte persone le ho viste per dirgli ciao e arrivederci, allo stesso tempo. A molti non avevo neanche detto che non sarei rimasta... Perché anche io l'ho deciso veramente all'ultimo. Gli ultimi mesi sono stati abbastanza duri a livello emotivo, devo dire, mi sto riprendendo adesso che ho problemi concreti da risolvere, tipo trovare lavoro.
A Vienna ho passato dei (freddissimi) giorni con facce amiche e portando pesi di qua e di là, buttando cose che avevo conservato per quando sarei tornata, regalandone altre, lasciandone altre a casa delle facce amiche di cui sopra, che per fortuna sono anche Spazi Amici dove lasciare gli scatoli. E se vado avanti di questo passo, avrò scatole e scatoloni in ogni continente.


Poi, tornata a Milano (la foto qui non è mia! Devo rintracciare i credits perché è bellerrima) ho passato gli ultimi giorni seminascosta perché volevo stare con la mamma, vedendo solo quelli che si erano ricordati che sarei ripassata a febbraio, per distrarmi (grazie, M.) e per prepararmi psicologicamente all'ennesimo salto nel buio (grazie, I. ed F., vi pago appena trovo lavoro.) E' stato bello restare così a lungo, ho avuto il tempo di rivedere quasi tutte le persone a cui tenevo... Quasi. Tranne quelle che a Milano non ci vivono, né ci vengono spesso, purtroppo.

Lo ammetto... Non è che ne avessi molta voglia, di fare qualcosa di difficile, ora soprattutto a livello di lavoro, dopo 15 mesi a spasso con lo zainetto e meno soldi in tasca di un anno e mezzo fa. Quando ormai mi ero decisa, e a Vienna mi sono resa conto di quanto rapidamente avrei ricominciato a lavorare, ho pregato fortemente di non stare facendo una grande minchiata, perché a volte, quella di trasferirmi in un luogo dove non ho contatti professionali, quando ne avrei uno dove mi lanciano il lavoro addosso perché sanno che sono brava e voglio lavorare, ecco, diciamo che non sembra proprio una decisione responsabile.

Però, nessuno vive isolato, e se si sta con qualcuno, si deve cercare di lavorare in una direzione che renda felici entrambi. Non tornare a Vienna è stata la mia parte in questo lavoro, ecco. Il secondo motivo per cui ho acconsentito a non tornare a Vienna è che mi piace, ma non abbastanza da dire, in una discussione accesa, io voglio assolutissimamente tornare là, tipo voglio fortissimamente voglio. Lo volevo... Ma non abbastanza fortemente. Dato che non mi sento così, vale la pena allora tentare di fare altro, finché siamo giovani, scemi e irresponsabili, e soprattutto finché io avrò l'energia di farmi uno sbattimento del genere ogni pochi anni. 

Il terzo motivo, per cui non sono tornata a Vienna, è che mi sono resa conto che ci sarei tornata anche per paura, almeno in parte (l'altra parte era che volevo tanto riavere le mie amiche con me.) E ogni volta che ho vinto la paura (prima di Istanbul e prima del Nepal, ad esempio) mi sono successe grandi cose. Quindi, respiro profondo, calma e gesso, e andiamo. Armiamoci, e partiamo.


Ora, vi chiederete, voi tre gatti pazienti che siete rimasti a leggere questo blog che sto trascurando, perché sono troppo in sbattimento per scrivere la maggior parte del tempo: ma dov'è andata mai, a vivere, questa sciroccata?

E' molto più divertente se lo indovinate voi. (Lettori che già sanno, si astengano dal rispondere e rovinare il divertimento agli altri, eh!) Vi do qualche indizio.

1) E' lontano. Molto. Tipo che quando ci penso a quanto sono lontana dall'Europa e dalla famigghia e da P. a Budapest, mi viene un secondo di vertigine.

2) E' una città grande. Molto. Più di Vienna, meno di Istanbul.

3) E' una città che provoca pareri contrastanti.

4) Nella mia mente, è il paese dove ti accolgono i poliziotti in divisa stretch, che a me ha sempre fatto molto ridere, dato che appena appena hai un po' di panza, il tuo ruolo intimidatorio va un po' a farsi benedire.

5) E' una grossa destinazione turistica.

6) E' (insieme al resto del paese) famosa per il suo cibo: buono, sano, piccante.

7) E' in una zona del mondo che amo molto e che è il motivo per cui ho pensato di potercela fare anche se la famigghia sta a 12h d'aereo (calma...)

8) Posso andare in splendidi posti sia di mare che di montagna senza uscire dal paese.

9) E' sui giornali in questi giorni (tranquilli che io sto lontana dalla zona d'azione perché ho un bellissimo appartamento con balcone e tutto.)

10) Il tempo è molto, molto migliore che a Vienna. O che a Milano. O che a Istanbul.

11) Ci sono i gelsomini, gli oleandri e le bouganville, nel giardino del nostro condominio (che per chi è cresciuto negli anni 90 come me, ricorda tantissimo il trashissimo condominio di Melrose Place.) Fuori dalla finestra di camera mia, c'è una palma. Cioè: fa proprio un cazzo di caldo, ragazzi. Io sono felice come una pasqua, dal punto di vista termico. Finita l'epoca della tenuta da granatiera viennese!

Indovinate?  

Nei prossimi giorni un altro indizio, visuale, magari. 
Per coloro che se lo stessero chiedendo... Sono viva e vegeta, solo piena di cose barbose da fare, tipo trovare lavoro e ricostruirmi un network professionale (cosa che diventerà molto meno barbosa quando avrò effettivamente una rete di contatti.)

Non sono a Vienna. Non sono neanche a Milano. Non sono neanche a Budapest. 
Sono, come mi succede spesso quando sono stanziale e tutti intorno a me hanno da fare in orario d'ufficio, in un caffè con il wifi. Il rumore della macchinetta che macina i chicchi mi calma sempre, come anche il rumore di cucchiaini, piattini e tazzine. Sarà la memoria di quando lavoravo al caffè, quando ero sbarbata. 
In quale città sono e come ci sono arrivata, ve lo racconto meglio nell'altro post che ho appena scritto, ma che ancora non pubblicherò perché è senza foto, e se no poi tutti mi dite Natalia metti più foto! Solo che sto usando il computer dell'Asburgico, che io non ce l'ho, le mie foto sono tutte sulla tableta, e siccome non ho internet a casa, sono uscita senza tableta e ho il testo, ma non le foto. Siam messi bene. Lunedì dovrebbe arrivare l'omino di internet a casa. 

Sto abbastanza bene, più o meno meditabonda a seconda del giorno e del momento del giorno, ma come dice il saggio Terry Pratchett, "Time is like a drug, too much of it will kill you"; io aggiungo il corollario: se poi sei da sola e hai il mio carattere, auguri! Mica insegno solo per la missione pedagogica, io. Insegno anche perché sono nata nell'anno del Cane, e si vede, non so se mi spiego. Per quello non posso fare la traduttrice pura: prenderei a capate il muro.

Mantengo quindi la calma e il sangue freddo nella Ricostruzione, anche se talvolta faccio fatica e mi dico che se facessi una vita normale (esempi di cose normali: vivere sempre nella stessa città; sposarsi; avere un mutuo; un cane o un gatto, o magari un coniglio; fare bambini; assicurarsi che gli asciugamani siano coordinati cromaticamente; avere un lavoro da impiegata con le malattie pagate e le ferie pagate e dove basta trovare un lavoro per vivere e non ti servono dodici clienti e sei destinata a fare la fame periodicamente; non avere scatole di oggetti personali in tre paesi diversi presto quattro) la mia vita sarebbe tanto più semplice.

Mi consolo dicendomi che se così fosse, sarebbe anche più noiosa. Poi, che io sia una che si annoi molto difficilmente, nella vita, quello è un altro discorso :) 

Se non fosse che ormai è inflazionato, concluderei con il posterino rosso di Keep Calm and Carry On. Ma siccome inflazionato è, non lo farò. Andrò invece a rileggere i consigli a me stessa scritti prima del viaggio. In effetti, sono proprio una donna saggia. Di certo, presto qualcuno in questa città se ne renderà conto. 
É un anno che sono partita.
Ce ne siamo accorti, l'Asburgico ed io, giusto qualche giorno fa, appunto perché quando sei in gita le date te le ricordi solo se c'è di mezzo un aereo, o un volo. 

Che dire: è volato, quest'anno.
Che dire: non è che abbia una voglia cocente di tornare ad avere una casa. Pensavo che l'avrei avuta, invece mi sono abituata a vivere con uno zaino di 50L come casa.
Che dire: pensavo che mi mancasse l'Europa, ma da quando sono in Asia mi manca meno, perché anche qui c'è varietà culturale e lingue che cambiano spesso, cosa che in Latinoamerica è monotona.

Pensavo che sarei morta di nostalgia degli amici, di alcuni, di una in particolare. Ma non è successo, perché gli italiani che ci tengono si fanno vivi, e gli stranieri so che si fanno vivi meno, ma che saranno pronti lì per me quando arrivo, e ogni tanto scrivono per rassicurarmi.
Perché sono meno chiacchiera e più distintivo, gli austriaci, e anche loro, che mi fanno sentire sempre come una specie di Pulcinella, sarò felice di rivederli. 
La mia unica amica italiana a Vienna, quella che è come una sorellina, quella la sento sempre. Per fortuna. Non come vorrebbe lei, su Skype, ma cerco di scrivere più che posso, e lei mi scrive, e chattiamo, e grazie internet che mi lasci essere vicina alla mia amica del cuore, che ha condiviso con me gioie e dolori e doloracci degli ultimi tre anni. Che io non lo so, com'è, avere una sorella, ma immagino che sia una cosa simile a quello che abbiamo Effe ed io. 
E gli italiani in Italia sono abituati a che vado e vengo: quelli che ci sono ancora, ci sono ancora perché ci tengono. 
Immagino che gli stimoli molteplici dell'essere in un nuovo posto ogni pochi giorni o ogni settimana aiutino a combattere la malinconia.

Il cibo italiano non mi manca. Mi piace, certo. Ho già l'acquolina in bocca, se penso al pranzo di Natale che mi aspetta, se penso all'amatriciana di mammà, o la pasta vellutata della nonna, con panna, funghi e vino rosso; ai panzerotti pugliesi di Luini in centro a Milano; ai salamini mignon che trova mio zio nelle sue scorribande in bici per le gastronomie di Milano; se penso al gorgonzola, al quartirolo ed al taleggio, al pecorino romano e a quello sardo, alla burrata che il lattaio fa arrivare fresca dalla Puglia solo una volta alla settimana; ai cioccolatini fondenti di Venci che mi compra zio per farmi piacere; alle lenticchie ed ai risotti di zia; alla pizza della Magolfa, che sono palestinesi e non italiani ma è bona e quindi a me piace assai; a una bruschetta fatta come dio comanda; al pane pugliese; al caffè macchiato piccolo e che costa poco (le brioche non mi mancano, perché i francesi le hanno lasciate in eredità a cambogiani e vietnamiti. E le fanno bbone.) Il gusto del vero cibo italiano, buoni ingredienti, pochi e di qualità, ovvio che mi piace.
Ma da che sono in Asia, sono così occupata a provare quello che i vari paesi mi piazzano sotto il naso, che non mi manca, davvero. Datemi un curry al giorno, che sia thai, khmer, o indiano, e io sono una donna felice. 

Sono abituata ad essere via da casa, dalla nonna, dalla mamma. Pensavo che non vederle ogni tre o quattro mesi mi avrebbe fatto stare molto male, ma per fortuna ci scriviamo tanto, e quindi sto bene. Mi piace, scrivere alla mamma e alla zia, magari continuerò a farlo in Europa, se avrò tempo ed energie. 

La nonna mi manca tanto, lei sì. Perché lei le mail non le legge, e fa fatica a parlare al telefono, con le linee del kadzo che ho qua, non mi sente bene neanche se strillo, e non ci viene bene la conversazione.
La nonna non vedo l'ora di rivederla e di spupazzarla, e lei sarà timida perché è una donna del nord, e quando la mia metà deRoma prende il sopravvento lei ride un po', timida, perché le sembra che esagero, e mi dice: sei tutta tuo padre. O tua nonna, l'altra, la nonna matta romana, se rompo troppo le scatole. È una donna quadrata, lei, quasi germanica, e il mio sbrodolare da mezza romana, a lei fa ridere. Anche perché negli ultimi cinque anni, con il vivere lontana, sono diventata una sbrodolona, quando infine la vedo. 
Se la me stessa di diciotto anni mi avesse visto ora, con la nonna, non ci avrebbe creduto (ma ci avrebbe sperato.)

Quindi, insomma: non torno, non ancora. Però torno presto. Ho comprato un biglietto, così non finisco senza soldi (idea dell'Asburgico, ovviamente, perché io non volevo avere una data e lui, che è un uomo concreto, mi ha detto, se vuoi essere a casa per Natale, compra presto. Perché se non troviamo un volo, o diventa caro, e ti lagni, io ti odierò molto. Quindi, ho un biglietto.)

Sono già affaticata e terrorizzata, all'idea di un ritorno in pieno inverno, da Colombo a Milano, e soprattutto all'idea quello che verrà dopo Milano, cioè la ricostruzione di una vita "normale" dopo il passaggio di Godzilla di un anno fa, dove ho detto a tutti: bella questa vita viennese! Ora la distruggo tutta per bene, e me ne vado. Ecco.

Ora mi godo il tempo che rimane, e al dopo Milano non ci penso. 
Però se mi fermo e ci penso un attimo, all'arrivare a Malpensa in un giorno probabilmente freddo di Dicembre, armata solo di una felpa perché i vestiti andini li ho spediti a casa, immagino la scena.

Immagino: atterrare. E aspettare che quei cialtroni degli omini dei bagagli di MXP si fumino una, due, venti sigarette, seduta per terra, finché non arriva lo zaino. Gli schermi nella sala dei bagagli con il volume alto, che in Italia gli schermi non sono mai silenziosi, o almeno a basso volume. Accendere il cellulare, e dire alla SG (Sacra Genitrice): siamo qui, aspettiamo i bagagli. Prendere lo zaino, uscire, sentire la botta di freddo, camminare fino all'uscita dove mi aspetta la SG che non parcheggia mai che è caro ed è lontano. Uscire, sentire ancora più freddo, vedere la macchina grigia che era del mio babbo, e come sempre, bussare al finestrino facendo le boccacce e dicendo: eccomi! E lei che mi abbraccia, e mi allunga un sacchetto con dentro la focaccia fatta dal fornaio egiziano del mio quartiere, che sa come mi piace.

Oh, lo so che sembra idiota, ma io in tutta la mia vita non sono mai stata lontana da casa per 12 mesi e passa senza mai tornare. Secondo me, avrò un freddo porco, ma nella macchina di mio padre, con la SG di fianco, l'Asburgico dietro, e un pezzo di focaccia gigante in mano, starò bene nonostante tutto. Nonostante la paura di quello che viene dopo.

Uff. Fatemi andare a leggere, vah, che altrimenti mi emoziono.