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Siore, siori... A grande richiesta, dopo settimane di encefalogramma piatto e svariati messaggi di reclamo tra cui uno molto pucci
Mi manchi!
di Valentina 
e uno meno pucci ma in fondo sempre molto affettuoso, 
Dove minchia sei finita?
dell'esimio futuro, o forse già, padre Manoel O. Dias, mi rifaccio viva. 

Alla fine, sono più di quattro mesi che vivo qui e non vi ho praticamente raccontato una sega. Vergogna! Infatti nessuno leggerà questo post, giustamente ;) 

Ma insomma, per coloro a cui interessa... 

Punto uno: trabagghiu. Saltatelo se volete, non mi offendo. Là ci sono foto, qua no :D 

Ho lavorato, con i nani. Questo lo sapete già. E' stata un'esperienza devastante ma anche interessante, e soprattutto, mi hanno offerto un lavoro per il prossimo anno accademico. A me. Che praticamente per il mio approccio da Rottenmeier sembro praticamente Crudelia DeMon, a un bambino thai - sarà che tra un momento Crudelia e l'altro, che poi non è Crudelia ma solo chiarezza tipo no, bambino, non è occhèi spintonare quell'altro cosetto perché hai il gioco che vuoi tu ora, e lascia anche che ti ricordi che anche se tua mamma ti dice il contrario non sei un genio, e non avrai amici se ti comporti da stronzetto già a tre anni, regredisco anche io ai tre anni a fine lezione, e a volte le mamme aprono la porta trovandomi ricoperta di bambini, strillando forza Ryu, su con le gambe, così sembri Superman! Yuhuuuuu!

Quindi: ho un lavoro, a partire da agosto. Un lavoro che mi dà un visto, un permesso di lavoro, probabilmente anche un esaurimento a fine anno e tre polmoniti, ma anche delle vacanze di Natale per andare a trovare la mamma e udite udite due mesi di ferie pagate. Lo so che per gli insegnanti normali è così che funziona, ma io quando me l'hanno detto stavo svenendo.

Cioè: io posso andare in Italia, posso andare a fare il giro della Turchia, un corso di yoga intensivo in Sri Lanka, e voi mi pagate? dico io.
E il signore dell'ufficio personale: sì.
Io: ...capisco. 
Lui: Ah, e naturalmente anche malattia e assicurazione medica. 
Io: ...capisco.

Riassunto: mi vendo, ragazzi. Per la prima volta, mi vendo ad un lavoro che non è quello che mi piace, ma che intorno a sé ha condizioni che per me hanno del fantascientifico. Ho anche un capo. Ma è la versione thai-cinese di Mary Poppins ed è dalla mia parte. Ho anche un capo malesiano, che è dalla mia parte. Poi ho anche un sacco di colleghe asiatiche che mi confondono (la loro fissazione per le variazioni di peso della gente che ci circonda è francamente preoccupante), ma sono bravissima ad ignorarle. Tanto, vivo con uno che non è mio marito, ho un buco al naso, tatuaggi, e mi rifiuto di svegliarmi prima del necessario per truccarmi. Quindi praticamente sono una bestia strana a prescindere, e in più non ho neanche una religione, quindi non sanno proprio cosa fare con me. Quindi mi dicono: teacher, sei dimagrita! E io gli dico, beh, capita quando gestisci i più piccoli di tutta la scuola e non hai tempo di mangiare. Meno calorie + corse e sollevamento pesi = dimagrimento garantito. 

Sto lavorando in una scuola di lingue per la pausa estiva, il lavoro è tanto più fico e tanto più quello che amo, ma pagano meno e hanno orari di lavoro del cazzo. Quindi per quest'anno resto dai bambini, e quando ho un po' riparato al cazzeggio finanziario del viaggio, rifletterò su come affrancarmi da sveglie alle sei, capi, e bambini di tre anni, per tornare al mio mondo di: adulti, niente capo, lavoro quando dico io (e naturalmente niente visto,  niente malattia e niente ferie pagate. Ahem.)

Quindi, fine del capitolo lavoro. 

Punto due, più interessante: la vita a Bangkok. 

E' intensa, la vita a Bangkok. Secondo voi, perché non ho scritto un cazzo? Perché ero in giro, signori miei. 

Arte di strada, nella mia strada.
A vedere mostre d'arte, di strada e non. 

Farfalle e neon incastrate in un banyan, alla Jam Factory (Thonburi, Bangkok.)

Thavibu Gallery (Silom, Bangkok)

Thavibu Gallery (Silom, Bangkok)

Thavibu Gallery (Silom, Bangkok)
W District, Phra Kanong, Bangkok

W District, Phra Kanong, Bangkok

W District, Phra Kanong, Bangkok
Ero impegnata a guardare i colori assurdi che prende il cielo di questa città dopo un temporale coi controcoglioni, di cui ce ne sono sempre più dato che sta arrivando il monsone. 

Dal mio balcone, sei e mezza di sera, niente filtro. 
Sono andata in Malesia per rinnovare il mio visto da turista. 

L'unico modo di sopravvivere a 24h di delirio.
 Sono andata a Chiang Mai perché se stai sempre a Bangkok ti dimentichi di essere in Thailandia.

Uno dei templi centrali di Chiang Mai. Non chiedetemi quale, su.
Sono andata per musei, perché anche lì ti ricordi meglio che sei in Thailandia.

The Bangkokian Museum (Silom, Bangkok)
Sto studiando il thailandese, con risultati discreti che sarebbero ottimi se la mia prima lingua veramente asiatica non mi confondesse con il suo ordine di parole, beh, assolutamente terribile per me.

Ho mangiato un sacco di cibo, thai e non. Soprattutto indiano e giapponese, perché qua non costa tanto. E io godo come una riccia, perché sono tra le mie cucine preferite del globo.

Sushi per un pranzo solitario e semi-economico.

Soba e tempura di gamberi, con wasabi e uovo di quaglia a latere.

Cibo giainista di fianco al tempio di Sri Mariamman (Silom, Bangkok.)
E poi ho fatto, e faccio, tanto yoga, perché in una città così grande è meglio avere qualcosa che ti calmi un attimo.

Non ho scritto, perché sto cercando di trovare una dimensione di amicizia che vada oltre le chiacchiere, cosa difficile in un porto di mare come questo, dove tutti passano per qualche mese, e poi se ne vanno. Ho incontrato tante ragazze carine allo yoga, ad esempio, ma due di loro se ne andranno presto. 

Però ho anche incontrato quelle che forse posso definire le mie prime due amiche, qui: Yuka, da Tokyo; Elif, da Izmir. Loro sono qui per restare, resistono alla Bangkok sbrilluccicante vestendosi di cotone e usando poco trucco, leggono tanti libri, amano passeggiare e mangiare, e quando sono con loro riesco ad aprirmi un po' di più che ai soliti livelli di stupido chiacchiericcio frivolo, da espatriati. Ho incontrato altre due o tre ragazze con cui penso che potrei intendermi... Che ne so, per me è importante. Per quello cerco di rivedere chi penso potrebbe essere mia amica, piuttosto che andare ad eventi in cui chiacchieri un sacco, ma non parli mai. 

Questo è quanto, ragazzi. Lavoro a parte -- perché fare l'insegnante qui ti espone a quanto di più retrogrado, tradizionalista e conservatore la Thailandia abbia da offrire, per fortuna compensano pagandoti bene perché se no prenderei a testate il muro -- mi piace, qui. 
E' interessante, è stimolante, ho una piscina in cortile che è il motivo per il quale sono permanentemente color biscotto. A Chiang Mai ho detto "ho freddo" perché c'erano solo 23 gradi. Non c'è l'inverno, e i colori delle cose sono saturi e brillanti.
E' in una delle regioni del mondo che preferisco, perché ogni volta che mi trovo a parlare dei paesi vicini mi esalto... E sto anche per andare in Indonesia, cosa che mi esalta assai.
La signora Mou, la signora delle pulizie, oramai è la mia mamma thai, tanto che a volte cucina per noi e mi mostra come fare i vari piatti, e manda i saluti alla mia, di mamma.
Grazie a lei ho iniziato a dipingere e a giocare con i colori, perché il suo lavoro libera molto del mio tempo - stessa ragione per cui M ha preso in mano una chitarra, e avremo un futuro come i Sonny and Cher dei nostri giorni.

La lontananza mi pesa un po', a volte, ma come dire... Dopo il vagabondaggio oramai sono abituata a questa saudade di fondo. Strano a dirsi, ma la maggior parte del tempo riesco a isolarmi dalla frenesia e dall'ossessione per il sesso di questa città (perché il sesso è tanto visibile, esageratamente) e a sentirmi in relativo equilibrio -- intendo dire, mi sento bene con quello che sono. Sono in una fase piuttosto introversa, non so perché, ma la accetto e mi godo la calma che mi porta. Forse è un modo di non farmi sommergere da questa città gigante dove mi trovo.  
Sapete che mi chiedo sempre come mai gli italiani non viaggiano? Non lo sapete. Però io me lo chiedo. Ho incontrato alcuni italiani in questo viaggio, soprattutto in Argentina, Uruguay ed Ecuador, ma che vivono lì. Una coppia in Cile. Poi, il deserto.

Ma ho capito, ora. Ah, sì, che ho capito, dove stanno gli italiani che viaggiano e non vanno dalla nonna in Sicilia o a Punta Ala o a Riccione (anche a me l'Italia piace, eh, però mi sembra che la curiosità culturale non sia parte del patrimonio nazionale.)

Vanno tutti in Messico, gli italiani più originali! Alcuni pure senza pacchetto viaggio, e una marea a viverci. Strapieno! Ma solo io non ero al corrente dell'amore tra italiani e Messico (almeno del sud?)
blogvacanza.com
Io sono milanda. Lo sapete, questo, no? Milanda, mezza romana si', ma cresciuta tutta la vita a Milano. Con tanti pezzettini di Britannia mischiati insieme all'accento deroma del mio babbo.
Pero', senza dubbio, quando mi chiedono di dove sei in Italia, dico Milano, perche' e' il posto dove ho passato piu' anni della mia vita. Piu' di meta'.
Bene.

Quando viaggio, io, di milanesi - o di italiani, a dire il vero -  non ne incontro mica tanti. Intendo dire, di gente che vive via. Ci sono molti ragazzi del sud che dicono beh, se devo andare allora vado un po' piu' lontano (come la mia amata amica Effe, a Vienna), ogni tanto incontri gente delle belle campagne del centro Italia, che decide di andare a farsi una gita. Milanesi, pochi. Ogni tanto mi chiedo dove siano, perche' non e' che ce ne siano pochi, di milanesi.

Montevideo ha deciso di contraddire tutte le mie esperienze passate: Montevideo e' a) pienotta di italiani, per un posto cosi' lontano e cosi' fuori dalle mappe di cio' che e' cool, b) questi italiani sono per la maggior parte del nord, almeno quelli che ho visto io e soprattutto c) una sorprendente percentuale di essi e' di Milano!

Tipo, da piazzale Corvetto alla piazza dell'Intendencia di Montevideo.

Il migliore pero' e' uno dei due ragazzi che hanno l'ostello dove sto ora, Andrea (l'altro ragazzo e' di Padova, uno organizzatissimo, mai andato in vacanza in ostello e ha un ostello splendido per intuizione.) 
Mica sono venuta per loro, sono venuta perche' il posto aveva buone recensioni e una buona posizione. 
Bene. 
Andrea, che e' mezzo uruguayo, e' cresciuto al Gallaratese, a Milano. 
Andrea ed io siamo cresciuti a una fermata di metropolitana di distanza l'uno dall'altra. Siamo anche andati nella stessa scuola, prima che lui, che ha un paio d'anni piu' di me, lasciasse l'Italia per l'Uruguay insieme al suo babbo.

Questo pianeta, ragazzi miei, e' un sassolino. Mi fanno troppo ridere queste coincidenze!
Una cosa prima di tutte: il tedesco che imparerete qui non c'entra una sega, con quello che imparate dai libri.

Sappiatelo.

Per accento, fonetica, e grammatica, la storia e' un po' diversa da quella che sentirete sui libri di tedesco, il che rendera' l'apprendimento di un bel po' piu' difficile che in Germania, secondo me.

Fatta questa premessa, passiamo alle informazioni sui corsi di lingua, su dove imparare il tedesco a Vienna. Sì, è vero che tutti bene o male parlano inglese un pochino, diciamo fino ai sessantenni circa, però non fate come gli anglofoni che vivono qui parlando inglese e basta e non capiscono una cippa di quel che gli succede intorno.

Voi siate fighi, siate integrati, e preparatevi a imparare una lingua che è

* melodiosa solo in alcune bocche
* difficile
* e vi farà sentire particolarmente idioti. Più del turco, meno del cinese, ma comunque un po' idioti vi fara' sentire.

Sappiate anche che tutti si sentono stupidi, quando imparano il tedesco, i madrelingua sanno di parlare una lingua ostica e che crea crisi anche ai migliori, ai più portati per le lingue: quindi, sono almeno comprensivi, generalmente. Possono anche essere terribilmente fastidiosi: meno dei francesi che si irrigidiscono se pronunci male, più degli anglofoni, che sono abituati ai laghi di sangue e alla loro lingua fatta a pezzi da chi la usa per comunicare. I tedescofoni sono una via di mezzo.

Detto ciò, ovviamente tutto dipende dalle vostre disponibilità economiche. La scuola più economica a Vienna credo sia la Deutschakademie, dove la vostra prode (io) ha imparato il tedesco, o ci ha provato prima di diventare autodidatta, con due miseri corsi, tre anni fa. Lì siate consapevoli che voi pagate poco, e che gli insegnanti sono pagati poco. Questo implica che spesso gli insegnanti sono mediocri: quelli bravi se ne vanno appena possono. La mia insegnante, a esser buoni, faceva schifo al kadzo. Quindi, andateci se avete pochi soldi. Ma pochi pochi.

Ho sentito cose buone del centro linguistico dell'università di Vienna, invece. I corsi sono più costosi, ma dicono che siano di qualità migliore. Sempre all'università, ci sono anche i corsi della OEH, l'associazione studentesca di Vienna (solo la mattina, questi.) I corsi si svolgono tutti nel delizioso campus di lingue Altes AKH, uno dei posti dove è molto probabile che troviate me spalmata su una panchina, se è primavera-estate e non sono in un anno sabbatico.

Ci sono poi i corsi delle scuole civiche di Vienna, tipo i corsi del comune che si fanno a Milano. Hanno costo più contenuto, e qualità fluttuante a seconda dell'insegnante – anche se questo a mio avviso vale praticamente sempre.

Altre scuole di cui ho sentito parlare abbastanza bene sono il WIFI, l'Alpha Institut (che pero' pare sia abbastanza caro) e Actilingua. Queste sono le scuole che si specializzano nel tedesco - dunque non quelle dove lavoro io.

Un'altra cosa che vale la pena di sapere e' che il comune di Vienna organizza, dal 2011, un programma che aiuta nell'accoglienza degli stranieri in citta' e offre una sorta di counselling iniziale per quanto riguarda l'organizzare la propria vita in un nuovo paese e in una nuova citta'. Il programma si chiama Start Wien, qui il link alle informazioni in inglese. La cosa piu' importante, tra quelle offerte da Start Wien, e' il Bildungspass, cioe' un bonus offerto a tutti (inclusi noi migranti "ricchi" dell'UE) per pagare un corso di tedesco con gli enti convenzionati, la lista dei quali vi daranno sempre loro. Non so di quanto sia il bonus, quello che so e' che al mio ritorno qui spero di potermene avvalere io stessa, e andare a farmi un ripassino della lingua ostica di cui sopra. Perche' temo che mi servira' ahime'...
Sono i titoli di due video a tema italiano che ho visto negli ultimi mesi. Quello su Milano l'ho visto un sacco di tempo fa, e vedere il secondo, quello del Dubbio, mi ha fatto pensare al primo. 

Quello su Milano è questo: 


A me piace un sacco, è stato girato da Francesco Paciocco, quindi un italiano, direi. Incredibile, un italiano che fa qualcosa di positivo su Milano e non è milanese...? Comunque. Il video mi è piaciuto molto quando l'ho visto, mostra la città da un punto di vista insolito, molto onirico, è un bel video, devo dire. Mi piacerebbe sapere di più di quest'uomo che l'ha girato, intendo dire da dove viene e che storia ha, per capire meglio il suo sguardo sulla città. 


E invece quello del Dubbio è questo, più nuovo, è girato su blog e account tuìta di espatriati vari. Prima guardatelo, poi leggete il mio parere. Di più sul video qui.


Allora – io l'ho postato perché mi sembra in tema, dato che questo blòg parla di insegnamento e di esperienza di espatrio.
Io personalmente l'ho trovato un po' fastidioso. E' il solito Lamento del Giovane Italiano, che ormai a me ha un pochino scocciato, a dire il vero. Forse sarà perché io vengo da Milano, che è a) nel nord e b) una grande città: il mare sotto casa non l'ho mai avuto, come non ho avuto neanche il vino del contadino, o le campagne sterminate. Dove se arrivi in ritardo eccessivamente, più di 15 minuti, la gente se la sminchia, a ragione, se chiedete a me. Se cresci in una città, una qualsiasi, sai che le persone che condividono poche centinaia di metri quadri sono la norma in una città grande, perché sai che due coglioni dover salutare ogni passeggero di ogni vagone della metro? E questo per quanto riguarda ciò che il giovane dice, nel video.

Poi c'è il testo in sovrimpressione: ora, lo so che in Italia c'è una situazione di merda. Lo so che l'Italia è una gerontocrazia e lo so che i giovani non sono mai incoraggiati/facilitati a fare una sega... Però, su, dai: se davvero avessi avuto tutta questa voglia di restarci, in Italia, non saresti partito. Avresti fatto come i miei moltissimi amici che, invece, hanno deciso di restare e provare comunque a fare qualcosa che reputano buono, e produttivo, e ad uscire di casa, e a crescere, cosa magari più ardua in Italia, ma possibile. Solo che ti devi fare di più il mazzo. Io lo dico sempre: sono anche partita perché non avevo voglia di stare in un posto con condizioni così così, quando potevo fare lo stesso lavoro pagata meglio e spendendo meno per vivere. Sono pigra, io. E quindi pure pragmatica. 

Cioè, giovane italiano del video, non vieni mica da una zona di guerra in Congo, non vieni dalla Cecenia e neanche dalla povertà estrema chessò, delle campagne cinesi. Questo genere di atteggiamento mi dà veramente fastidio, io sono la prima che tra sé e sé pensa cazzarola, ma se un giorno vorrò tornare in Italia ci smenerò di certo! Perché è vero, so che è così: ma è la modalità di questo lamento che mi tira fuori dagli stracci, perché lascia pochissima speranza per il futuro e si lagna non poco pure del passato. Non so spiegarlo del tutto in modo razionale: anche se potrei trovarmi d'accordo con quest'uomo, ho anche una certa voglia di dargli una scrollata e ricordargli che comunque lui è fortunato, e che è vivere in una bolla il lamentarsi e basta: perché almeno, lui, ha potuto crescere con l'olio e i vini buoni, il mare, e questo, e quello, e ha potuto anche andare a scuola e avere computer con i quali imparare a fare lamentosi video da postare su internet, con la sua connessione superveloce. Del tipo: sono comunque problemi da primo mondo, figlio mio. 

Non so perché mi ha dato così fastidio, questo video. Forse perché ho visto altri italiani all'estero che conosco postarlo su FB autodefinendosi cervelli in fuga e piangendo per questa loro condizione. Neanche fossero dissidenti siriani fuoriusciti. Ma mi faccino il piacere. 
Allora, ora che adesso vado via da Vienna per un po', ho deciso di fare una serie di post di servizio per coloro che stessero valutando l'idea di venire a vivere qui, tipo vademecum pratico per l'italiano che non mastica ancora il tedesco ed è troppo timido per fare domande auf Englisch. Natalia è al vostro servizio. 

Dunque, una delle prime cose che dovrete fare sarà trovare casa, presumo.

Ecco qualche consiglio: se cercate una stanza, il sito più comune per la ricerca è Jobwohnen, ma anche WG Gesucht è utile. Piccola nota lessicale: WG significa Wohngemeinschaft, cioè comunità di persone che vivono insieme, cioè, la nostra condivisione. Quindi voi cercate "WG Zimmer", cioè stanza in una condivisione, o "Wohnung", cioè appartamento.

Gli affitti a Vienna sono molto più bassi che in Italia (o almeno che a Milano e Roma), che è il motivo per il quale tutti qui sono in affitto senza problemi. Il nero è fuori questione. Per i prezzi non chiedetemi, perché sono nella stessa casa da 3 anni e non sono aggiornata.

I quartieri: Vienna si divide tra distretti interni (Innere Bezirke) e distretti esterni (äußere Bezirke) che costano un po' meno, e sono un bel po' più verdi. Le case possono essere altbau (vecchie costruzioni con i soffitti alti, più affascinanti, ma anche di qualità più bassa, talvolta) o neubau (nuove costruzioni, meno belle fuori, magari, ma più nuove e confortevoli dentro.)

Io ritengo più importante il vivere in un luogo centrale e ben collegato che in un luogo verde, a causa del lavoro. Mi piace abitare in centro perché, almeno nel mio tempo libero, voglio poter uscire la sera per ristoranti e locali e farlo a piedi, e non dover possedere un'auto.

Se anche a voi piace fare queste cose, allora state nei distretti interni (dal primo al nono, in pratica Vienna è divisa come una chiocciola, come Parigi.) Sono più carini e più vivaci del resto.
Il mio spicchio di città preferito è quello che va dal sesto al nono distretto, quindi include i quartieri di Mariahilf, Neubau, dove vivo, Josefstadt e Alsergrund. In particolare, Neubau e Josefstadt hanno un'alta densità di ristoranti e locali dove uscire a divertirsi, e gli affitti sono infatti più alti.
Il secondo distretto va sempre più di moda al momento e gli affitti sono in aumento, in particolare nella zona intorno al Karmelitermarkt e Taborstraße, che in effetti sono molto carine. Il quarto e il quinto distretto, soprattutto nella zona che va da Karlsplatz e TU (politecnico) fino a circa Margaretenplatz o fino a Johann-Strauss-Gasse, è molto bellino. Li conosco poco, ma quando mi capita di andarci mi piacciono.
Il terzo distretto, Landstraße, è quello che conosco meno, pieno di famiglie e molto residenziale, da quel che ho visto in questi tre anni.

I distretti esterni li conosco molto meno, ma quelli che preferisco sono quelli tra il sedicesimo e il diciottesimo, quindi, di nuovo Vienna ovest. Sono ben collegati, sono carini, costano meno e sono anche più vicini al verde. L'unico motivo per cui non sono mai andata a viverci è che devo stare più vicina al centro per muovermi meglio col lavoro.
Vienna est? Al di là del Danubio? Per quanto mi riguarda, è campagna (i viennesi del centro li chiamano ridacchiando Transdanubia.) A me non piacciono affatto, sì, sono verdi, ma sono collegati male come mezzi, ti serve una macchina, e sono morti – ancor più del resto della città, che non è proprio Rio, comunque, se si viene da posti più vivaci.

Se avete domande, scrivete pure nei commenti! 
Sono appena tornata a casa per la pausa pranzo e il solito pit-stop di cambio libri.

C'era una coppia di italiani abbronzatissimi, in metro, più o meno miei coetanei, con gli occhiali da sole. Io ormai mi diverto a indovinare di dove sono i turisti, dato che Vienna al momento ne è piena. Con gli italiani di solito ci azzecco bene, gli unici che talvolta mi confondono un pochino sono gli spagnoli, e neanche tutti. 

Comunque, domanda: 

ma per quale motivo gli italiani, di ogni latitudine, tengono addosso gli occhiali da sole in metrò?

e la domanda che le fa da corollario nella mia mente, ogni estate, ad ogni Pasqua o a Natale:

per quale motivo, gli italiani, anche quando viaggiano per pochi giorni, portano sempre un trolley che potrebbe contenere un cadavere?  E per quale motivo anche i ggiovani viaggiano in trolley quando il resto del mondo ha lo zaino?

Illuminatemi, vi prego. Vado a mangiare qualcosa, e vi lascio con una diapositiva della persona che mi hanno ricordato i due abbronzatissimi di prima:


Giusto per farmi passare la malinconia di casa che avevo qualche giorno fa. 

Eh beh. Come antidoto penserò alla vetrina di Princi in via Moscova a Milano, che è una delle cose buone e belle della mia città. Sì, è caro, ma io ci vado tre volte all'anno, quindi chissene. Mi mette in pace col mondo. Ah, e l'individuo della foto pare abiti in zona. 
Dario, che gode di mia grande stima perché pubblica post con titoli come questo, tipo che non l'ho letto ma già mi piace, ha raccolto il mio appello agli altri italiani con zainetto perché condividano la loro esperienza come miei ospiti qua. Che mica solo i bloggher ammericani possono fare i guest post. Li possiamo fare anche noi, e li chiameremo ghest pòst. Dario è un uomo di scienza, mica uno sfigato umanista come me, e abita in Messico. Ora è pure mio collega, vedi un po'!

Dunque, non mi dilungo in boiate, anche se so che mi viene bene, e lascio la parola a lui: grazie Dario per la condivisione! Ora pubblico e vado a leggermi il tuo decalogo, che sono schiappa dentro, io. Cercherò anche io di morire un po' meno crétina di come sono nata. Buona idea, sai. 

Perché sono finito in Messico?

Prima del Messico, da laureato in scienze forestali e ambientali,svolgevo un lavoro, definiamolo, multi task.Ero stato assunto presso una piccola associazione di volontariato diVerona che si proponeva di valorizzare alcuni parchi pubblici conl'ausilio di squadre di volontari.
Ero l'unico stipendiato e quindi responsabile di tutto: dallacontabilità, alla gestione dei progetti, dall'organizzazione dellesquadre di volontari, alla manutenzione delle macchine.Quel lavoro mi piaceva molto; mi dava opportunità di conoscere personeinteressanti, lavorare all'aria aperta e fare progetti. Avrei voluto chel'associazione con il tempo crescesse e si professionalizzasse fino adessere un punto di riferimento nel suo settore (ambizioso, vero?) peròil volontariato veronese è una realtà più dilettantistica, cheprofessionale.
Ben presto scoprii che in quel contesto sarei stato più utile comeoperaio semplice che come tecnico forestale e organizzatore. Gli episodidi tensione con il direttivo si facevano sempre più numerosi ed intensi.
Quando mi comunicarono che la convenzione con il comune sarebbe statadimezzata e di  conseguenza anche il mio stipendio capii che si stavachiudendo un capitolo. Dove andare?
Rimanere in Italia era una delle ipotesi, solo che non avevo proprioidea di dove cominciare. Non conoscevo nessuno e, presentarsi adun'impresa per chiedere lavoro, sembrava un gesto quasi maleducato, comeauto invitarsi a pranzo a casa di uno sconosciuto.
La seconda ipotesi era quella di andarsene ma il mondo era grande e ilfatto di andare incontro all'ignoto mi dava un gran senso di angoscia.Pensai allora al Messico, paese povero e afflitto da una guerra dinarcotraffico ma allo stesso tempo dinamico e affascinante. Conoscevocirca una decina di ragazzi messicani che avrebbero potuto darmi unamano ad inserirmi nel loro Paese.
Di fronte alle grandi decisioni della vita, non sono mai statorazionale; non penso analiticamente ai pro e ai contro, prendo ladecisione d'istinto. D'istinto non vuol dire “a caso”, significameditarci un po' sopra, fare dell'altro e poi un giorno “senti” cosavorresti veramente fare.
Se escludi “te stesso” dalle tue scelte e ti basi solo su statistiche,previsioni, e consigli degli altri non stai facendo quello che vuoi,bensì ciò che la società si aspetta da te e, alla lunga, potrestisoffrirne.
Agli inizi del 2011, mi trasferii in Messico. Passai attraverso unaserie di esperienze brutte e belle, come c'era da aspettarsi.
I dettagli li potete leggere sul mio blog“www.dalleforestemessicane.com”. Adesso sono diventato un promettente
profe di biologia, di educazione ambientale e d'italiano. Non mi sentoarrivato ma sulla via giusta.

Nel mio ambizioso intento di morire un po' meno stupido di come sononato, in Messico sono riuscito ad imparare anche qualcosina. Banalità.

Per esempio:

La vita: la vita, non è precisamente un'autostrada asfaltata con segnalidi indicazione, autogrill e servizio di carro attrezzi come cipiacerebbe che fosse, o ce lo hanno voluto far credere. E' piuttostocome un'imponente e meravigliosa onda oceanica completamenteindifferente a noi.Se però la cavalchiamo con destrezza e coraggio ci può regalare grandiemozioni e ci fa fare anche tanta strada.

La realtà: ci hanno insegnato a murarci in una fortezza di preconcetti.La maggioranza di essi è inutile, tipo quello di aver paura del futuro.C'è una falsa credenza che dice che la nostra generazione èinaspettatamente in guai seri. E quelle prima? Chi farebbe cambio con lacatena di montaggio, la campagna di Russia, la trincea della primaguerra mondiale, la povertà contadina di inizio secolo e via via piùindietro? Quante sono le generazione a cui è andata veramente bene?Eppure, in ogni epoca, c'è chi è riuscito a realizzarsi. Come diavoloavrà fatto?

Insoddisfazione: quanto mi lamentavo ogni giorno? Decisamente troppo. Maora, quando guardo il cielo stellato e penso in anni luce, o raccolgo unsasso e mi chiedo di quanti millenni è vecchio l'angoscia esistenzialesi calma. Il nocciolo della questione pare essere oltre alla carrieralavorativa.

Buona fortuna a tutti!






O anche, quelle horreur, che in francese nella mia testa suona ancora più schifato, che è quello che sono ora, cioè, nei limiti dello schifo che una può sentire mentre è sbracata sul divano, nella vita non ha grossi problemi a parte il mal di gola costante e l'INPS infame che non paga la pensione dovuta alla genitrice che deo gratias per ora se la cava anche senza (ripeto: infami), ed è pure dotata di uno zito asburgico che oltre che essere uscito volontariamente per fare la spesa con i 34C che ci sono, ora sta anche preparando il pranzo di là.

Quindi, intuirete, forse non proprio schifata. Solo un po', da quanto è acida e invidiosa la gente. Di nuovo mi trovo a leggere questo blog del Corriere, quello sui ggiovani trentenni. Ho letto questo post di questa tizia cioè molto sàxèsful, anche lei italiana con zainetto, che riflette a voce alta sul blog dicendo, c'ho trent'anni, cosa faccio, cresco o no, torno in Italia o no, le varie domande che magari spesso mi faccio pure io, che ho la sua stessa età. Sono anche molto più cazzona e non lavoro nelle HR di niente, non me ne frega una cippa di fare carriera perché implicherebbe immischiarsi in gerarchie che mi stanno sulle palle a prescindere. Però trovo il suo post interessante, comunque.

I commenti, i commenti sono la cosa barbara. Ma avete visto? Io abito lontana. Come modo di mantenere il polso del paese ho il parlare con le persone che conosco quando ci vado, e leggere cosa dicono le persone nella "blogosfera", diciamo.

Ecco, l'ho già detto: sento solo cose negative. Gente incazzata, ingrugnita, e frustrata, spesso invidiosa, gente che le dice beh ma a 30 anni si smette di sognare, si comincia a camminare con i piedi per terra. A me sa tanto di tarpamento ali collettivo, quello che leggo. Cioè: è vero, in Italia la situazione è disastrosa, ma coloro che cercano di mostrare ottimismo o iniziativa spesso vengono vessati e fustigati, e questo non è un bene, perché se la gente ti fustiga quando ti metti a riflettere un po' e cerchi di pensare sul da farsi, finisce che nessuno poi fa una mazza (come infatti succede.) Di certo, nessuno aprirà in Italia il prossimo Google o Facebook, o anche solo lancerà il prossimo marchio globale come Armani o D&G.

C'è sempre questa sorta di atteggiamento del dire, ma ringrazia che hai un lavoro, cosa ti lamenti a fare?? Quando magari uno non è che si sta lamentando. Sta analizzando la situazione, perché vuole decidere qual è il prossimo passo da fare. Forse è questo il problema, in molti sentono di avere la possibilità chiusa al concetto di un "prossimo passo", si sentono invischiati, e se la prendono invece con chi riflette perché sente di voler cambiare qualcosa, e pensa addirittura di poterlo fare.

Non lo so. Come ho già detto altre volte, dell'Italia mi mancano alcune cose: il cinema (quello buono), la cultura, poter andare a sentire gli scrittori in libreria in piazza Piemonte, il mare, il poter andare in città splendide in poche ore di treno, oltre che le altre cose che sappiamo (famiglia e amici, almeno quelli rimasti.) 

Però: il mondo del lavoro, no. L'atteggiamento che si ha verso il lavoro, no. Forse sarà un risultato della perenne crisi economica italiana, anzi, ne sono abbastanza certa. Però che cazzo. Veramente, io mi deprimo quando sento parlare del binomio lavoro&Italia. Mi deprimo, e come sempre mi trovo a pensare: col cazzo che torno. Ma quando mai. Solo se diventa necessario, e per questo dovrebbero succedere brutte robe. 

Se anche mio cugino, tipo totalmente diverso da me, amante del suo paese e anche un poco nazional-campanilista, quando mi invita a cena mi dice, bella mia, stai dove sei e non tornare, e poi mi dice magari ce ne andiamo anche io e la coniuge, io mi sento male. 

Argh. Madre mia. 
Ho letto un post, qualche giorno fa, della Smila, che sta a Manchester e ha trovato lavoro in un ufficio, ora. Robe con la malattia pagata e quelle cose scic lì, mica cazzi! Insomma, la Smila, che è una donna di un certo livello, ha scritto questo post dopo aver visto in quanti arrivano al suo blog scrivendo "andare via dall'Italia." 
Da me arrivano scrivendo cose porno o cose emo tipo "ci vediamo in un'altra vita", da lei arrivano con la progettualità di cambiare la vita.
Vorrà dir qualcosa, orbene. 
Mi ha fatto pensare molto, e quindi le ho chiesto se potevo citarla e usarlo qui come mio primo ghestpost (o guest post, se siete avanti.) Lascio la parola a lei:

Questo post me l’avete praticamente strappato dalla penna. Tutti voi (tanti, cazz!) che ogni giorno iniziate la vostra emigrazione cercando su google “andare via dall’Italia”. E arrivate qua e incominciate a farvi un’idea di quello che possa voler dire farla veramente, quella cosa che vi viene in mente a ogni visione di TG, a ogni curriculum senza risposta, a ogni nuova tassa sulle mutande a pois, a ogni De Gennaro nominato sottosegretario.

Questo post ve lo scrivo in una giornata qualunque fuori dall’Italia e fuori dall’Euro, durante una tipica pioggia battente tra i raggi del sole. Durante una pioggia forte e duratura che non è un acquazzone estivo, non anticipa nessuna bella giornata e non porterà nemmeno l’arcobaleno. Alzerà vagamente le temperature, portandole a mala pena sopra la soglia del numero a due cifre.

Scrivo oggi – in una pessima giornata grigia e senza aprire i giornali italiani online – nel tentativo di essere razionale. Ché se per puro caso oggi qua ci fosse il sole o stessi leggendo uno di quei titoli dei nostri giornali mainstream (schifosi in forma e contenuti), questo post reciterebbe più o meno così: “sì, dobbiamo andarcene tutti dall’Italia”.

Quando sono partita per Manchester la sensazione era di aver preso una decisione molto importante in un tempo molto piccolo. Pensavo di aver fatto le valigie in quattro e quattr’otto senza essere stata a rifletterci troppo. Pensavo che la mia partenza fosse stata una diretta derivazione di pochi fattori che si erano sistemati in modo da tracciare una via irrinunciabile: perdita del lavoro, trasloco inevitabile, S. direzionato verso Manchester.

E invece non era così. Quelli sono stati solo gli episodi scatenanti. Latente, da molti anni oramai, c’era la consapevolezza di non stare bene, di aver bisogno di cambiare aria e soprattutto di smettere di vivere l’umiliazione quotidiana di lavorare in Italia, con una paga che non era uno stipendio, senza ferie, senza permessi, senza malattia, senza orari stabiliti, senza poter mettere da parte un soldo. La mia non-carriera italiana, fatta di lavori che mi piacevano molto e non pagavano e lavori che non mi piacevano e pagavano poco, fatta di giorni liberi dal primo lavoro per andare a fare il secondo, serate passate a lavorare da casa a cose interessanti e giornate passate in ufficio con gente meschina e approfittatrice, mi aveva stancato. Era chiaro che “fare gavetta” era una frase vuota. Perché quando esperienza, responsabilità e competenze aumentano mentre lo stipendio e i diritti diminuiscono, quello non si chiama gavetta, ma sopraffazione.
Allora mi sono trovata all’improvviso in un’altra nazione. Con l’entusiasmo e la paura delle cose nuove, quelle grandi, che cambiano la storia della tua vita.
Vivere fuori dall’Italia vuol dire accorgersi, con imbarazzo, di provare stupore per cose che dovrebbero essere la norma ma da noi non esistono: il tuo capo che ti dice grazie, un lavoro a tempo intedeterminato, il tuo stipendio che cresce ogni 3 o 6 mesi, assieme alla tua esperienza. E poi la possibilità di affittare una casa vera, intera, solo per te, anche se fai un lavoro umile, l’autobus che passa all’ora stabilita, le visite mediche con l’interprete nel caso tu non sia ancora pratico con la lingua. I figli di ragazze giovani, nati perché essere incinta non vuol dire anche essere licenziata. Le serate che iniziano alle 6.30 perché 8 ore di lavoro sono abbastanza e nessuno viene insultato per essere uscito dall’ufficio all’orario stabilito dal suo contratto. Essere considerato adulto e non ragazzo a 30 anni, con tutte le responsabilità del caso.
Vivere fuori dall’Italia è vedere una televisione che oltre alle scemenze presenta anche programmi interessanti, é vedere i film nella loro lingua originale. E’ ascoltare la gente comune fare domande a politici che rispondono per davvero. E’ ritrovare una dignità di persona e lavoratore che da noi non esiste più.
Vivere fuori dall’Italia vuol dire anche essere lo straniero: immergersi in una cultura nuova e sconosciuta, non capire le battute nazionalpopolari e non conoscere i personaggi famosi, sperimentare la guerra tra un cervello che pensa con la sua cultura e una bocca che parla una nuova lingua. Vuol dire sentirsi rispondere “è per questo che l’Italia è fallita” ogni volta che commenti il prezzo esagerato dell’insalata, vuol dire comprare i pomodorini a decine anziché a chili, rinunciare al pane vero.
Vivere fuori dall’Italia vuol dire essersene andato e cioè stare lontano: da quegli amici cui non devi raccontare il passato perché l’hanno vissuto con te, dalla famiglia, dal tuo locale preferito, dal profumo della peperonata al giovedì e della pasta col sugo avanzato il giorno dopo. Vuol dire dover rendere tua un’altra casa, senza i mobili di sempre e lo specchio nel quale ti vedi più magra. Vuol dire litigare col tuo fidanzato e non poter sbattergli la porta in faccia per andare a parlar male di lui con la tua amica. Vuol dire non esserci quando succedono le cose importanti a quelli che conosci e aspettare di essere tutti connessi a skype per dirsi le novità. Dover andare al matrimonio con un vestito inglese, cercando quello che sembri meno inglese possibile. Tenere sotto controllo quotidiano le offerte delle compagnie aeree.
Vuol dire provare frustrazione al ventesimo giorno di pioggia, a maggio, quando il tuo corpo è pronto alle maniche corte ma fuori ci sono 11°. Vuol dire cominciare nuove relazioni, conoscere nuovi locali e nuovi indirizzi, con tutta l’eccitazione dei primi mesi e la stanchezza dei mesi successivi. Vuol dire nostalgia costante, più o meno intensa, ma presente, come compagnia fissa.
Vivere fuori dall’Italia vuol dire sapere cosa succede in patria dai giornali e dagli amici, senza vivere in prima persona lo spirito del tempo e senza contribuire in nessun modo. Vuol dire vedere il tuo paese che continua la sua caduta e sentirti vigliacco ed egoista per non aver provato a metterci del tuo.
E poi vuol dire molte altre cose: divertenti, estenuanti, piacevoli o insopportabili. Vuol dire diventare più ricchi di esperienze e più poveri di relazioni, più forti per alcuni versi e più deboli per altri. E mille altri contrasti e sensazioni difficili o facili da vivere a seconda del tuo umore o del clima o dell’avvicinarsi del tuo prossimo rientro in patria.

Insomma non è facile. Ma nemmeno così difficile. Si fa, lo possono fare tutti. Secondo me quello che ci vuole più di tutto è non programmare troppo in là, procedere un po’ per giorno. E vedere come va.

Ecco. A me è piaciuto molto, questo post della Smila, che è un po' più "indietro" di me a livello di tempo, nel suo essere parte di quel fantomatico mondo che è quello degli italiani all'estero, che è una realtà che include di tutto. 


Sono d'accordo con lei su un sacco di cose, escludendo il pane, che in Asburgica è buonissimo, e le esperienze passate, che naturalmente sono diverse. Io in Italia ho lavorato pochissimo - sono partita per la Turchia due settimane dopo la laurea, e da che non sono più studente in Italia ci ho passato solo sette mesi circa, da lavoratrice, e comunque in un settore che non fa testo, quello dell'insegnamento a stranieri (la mia esperienza era relativamente positiva, il problema era il costo della vita a Milano e l'Asburgico che era incredulo davanti alla realtà lavorativa terrificante dell'Italia. Giustamente.) All'estero ci sto abbastanza bene - altrimenti direi che sarei già tornata. Anche se l'ammore per l'Asburgico, effettivamente, mi lega le mani: lui, dice, in quel paese di sciroccati ci vuole andare solo in vacanza ogni tanto. E come dargli torto, gli stranieri che vivono in Italia devono avere forte motivazione. Non ce l'ho io, al momento, figuriamoci lui. 

Poi magari elaboro meglio e scrivo un post come quello di Smila, però ho deciso che chiederò ad alcuni bloggher (o anche non bloggher. Anche chi non ha un blog, perché no) che conosco di scrivere un ghéstpost come questo per me, perché mi piace che ci sia uno scambio di opinioni qui che dia più spazio di un commento.

Lettori abituali con zainetto, sapete chi siete (Niki, Manoel, Cecilia, Mariantonietta, Vale VK?) e vi va di raccontarmi un po'? O anche lettori che non conosco o che non commentano: mi raccontate?