'sti giorni sto così. E' calato l'inverno. Le massime sono a tre vertiginosi gradi. Alle quattro e mezza fa buio, e la mattina quando mi sveglio non ci ho voglia di andare in ufficio. Questa è la stagione in cui mi rendo conto che io adoro insegnare, e che stare al computer mi fa sminchiare da morire, che non ci ho voglia di avere giornate lunghe 12 ore perché non dormo e i miei ritmi sono sballatissimi. Ugh. Scazzo cosmico. 
E poi sono andata a Londra a passare il uichènd con uno dei miei migliori amici e c'ho le stesse malinconie che mi vengono dopo che saluto mia nonna - ora che ci penso, glielo dovrei dire, sono certa che lui si rallegrerebbe di essere importante per me quanto mia nonna. Comunque. A Londra c'erano a) 10C più che qui, b) persone che mi parlavano a caso nella metro e in aereo c) meno gente col grugno. Mi sa che è l'inverno viennese che ti cala addosso come un coperchio di ghisa. Altro che Milano. Però sempre meglio di Novosibirsk, o anche solo di Berlino. Consoliamoci così, che altro fare?
per molti. Per me no. Quando per settimane ogni notte vai a dormire non prima di mezzanotte, fiducioso che puoi dormire fino alle 7.30, e poi ti svegli alle 3.30 o alle 4 per non dormire più e stare lì in compagnia del tuo cervello che non fa altro che pensare invece checazzodormire, dopo un po' cominci a non aver voglia di fare molto. Ti trascini al lavoro, che sei frilèns e se non lo fai sono cazzi per il tuo portafoglio, e poi non pensi ad altro che al momento dolcissimo in cui tu dormirai. Momento che dura sempre meno di quanto dovrebbe, diocaro. Hai una faccia di merda al lavoro, fatichi a concentrarti e i colleghi si dividono tra quelli empatici, carini, che ti dicono oh ma dai ma non riesci a trovare una relazione tra i cicli di insonnia e la tua vita per lavorarci sopra? e cercano di confortarti, e quelli che no. Che ti guardano come se fossi un cojone, quando ti aggiri mezzo rincoglionito senza neanche essere stato a un festone la notte prima. Ecco, quelli lì mi fanno incazzare, perché ti guardano sempre come se dicessi una cazzata, quando gli spieghi che sei un po' out of sorts perché non hai dormito. Che venga a loro questo problema, poi vediamo che faccia fanno. Ma in un paese di mattinieri incalliti mi sento generalmente poco capita.

Sono a casa alle ore 10.30 del mattino. Ho tentato di lavorare e siccome sono una persona onesta, non ho voglia di farmi pagare mentre lavoro a mezzo ritmo e non capisco una bega di quel che faccio. Quindi ho detto alla "capa", che di capi veri non ne ho, che me ne andavo. Lei fa parte della cat.2, mi sa. Che epidermico fastidio. Se dormo mi passa, forse, però chemminchia. Quindi lavoro perso, pranzo con amica annullato, la lezione di oggi pomeriggio però la faccio, giurin giurella. E se dormo vado anche a yoga invece di tornare a casa sperando in una pennica prima della cenadifamigghiasburgica che oggi eviterei volentieri. Che sono ardue pure quando sono sveglia.

Vi lascio con una diapositiva della sottoscritta con l'aspetto odierno. 
Ugh.
Buonanotte. 

Hai perso di nuovo tutti i blog che seguo. Ma che diavolo di reading list è se me la scancelli un giorno sì e l'altro pure, eh? EH?


Fine di questo post ad alto livello intellettuale. Della mia intellettualissima visita guidata con uno storico al museo ebraico di Währing scriverò un altro giorno. Pennica.

Made in Iceland è un video di Klara Harden, giovane donna di cui non so nulla, a parte che è autoctona di dove abito io. Cioè austriaca. E che è tosta. Con M abbiamo visto questo video qualche giorno fa e mi è piaciuto un sacco. 
Mi sono piaciuti moltissimo i paesaggi islandesi, naturalmente, il montaggio, le musiche. Ma soprattutto, mi è piaciuta lei. Mi piace un sacco la Klara, che con la sua giacca rossa, lo zaino e ventisette telecamere, prende e va in giro a piedi per l'Islanda completamente da sola per 25 giorni. Brava, perbacco. Io non reggerei per più di un giorno, credo. Uno, per la fatica fisica. Due, se passassi tutto quel tempo da sola darei fuori di matto, garantito. Però lei si è fatta questa mega passeggiata, e ne ha fatto un video bellerrimo. Brava donnola intraprendente. Guardatevelo, non ve ne pentirete. 

Oggi il mio ipino ha messo questa, e mi sono ricordata di quella volta che in porta Genova ho incontrato Bunna degli Africa Unite, nasone e cannadotato. Bei momenti d'adolescenza.
La maggior parte degli italiani che mi vengono in mente in questo momento, quando gli nomini il concetto di "francesi", storcono il naso e iniziano a snocciolare commenti su quanto essi siano fastidiosi, spocchiosi, antipatici, arroganti, sciovinisti, nazionalisti e poco gentili. Mezza Europa, che dire, le parti del globo dove sanno dov'è la Francia e dove hanno avuto a che fare coi francesi, a dire il vero, pare sia d'accordo. Ah, e la loro cucina è sopravvalutata - punto su cui, sinceramente, mi trovo piuttosto d'accordo, ma de gustibus. 

Però, anche no. Non per la cucina: per il resto. Sarà perché i periodi passati all'estero li ho passati sempre in posti di cui sapevo relativamente poco, il mondo turco prima, e ora quello germanofono, dove c'entro come i cavoli a merenda. (Parentesi: io nasco come italica quasi da subito anglofona, con una sbandata francofila a partire dai quindici anni circa. Germanofila, forse per cinque minuti undici anni fa, poi la fonetica ha vinto e mi è passata.) 

Insomma, il concetto è: quando ci hai intorno cose e culture dove davvero non c'entri una cippa, finisce che cominci a notare le cose che ai francesi, agli spagnoli, e in genere agli altri latini, ti accomunano, invece che quelle che ti separano. Il vino contro la birra, l'olio contro il burro, la favella debordante e a volume piuttosto elevato, queste robe qua. Ti rendi conto che in realtà il mondo delle lingue romanze è tutto una grande cousinade, e dopo decenni di disinteresse completo, sfinita dal tentativo di imparare il tedesco comediocomanda, decidi di imparare lo spagnolo almeno un pochino, e ti esalti perché dopo pochi mesi già te leggi un romanzino di Eduardo Mendoza, se ti impegni. 

Per quanto riguarda i francesi, forse io la vedo così perché le conoscenze francesi che ho sono tutte di francesi all'estero, molti di loro sono del sud, e sono anche francesi piuttosto atipici perché non si rinchiudono nel loro mondo di consolati e istituti di cultura, ma si mischiano con noi terroni di più giù, divertendosi un mondo. I francesi che conosco io, di solito, ti raccontano della fauna da liceo francese con l'aria poco convinta, e spesso te lo raccontano pure in italiano. Boh. A me l'idea della cuginitudine tra latini diverte molto. Parlo dei francesi, qui, semplicemente perché di spagnoli ne conosco pochini, anche se quelli che ho incontrato mi ricordano gli italiani molto più di quelli d'oltralpe. Mi fan pensare a degli italiani all'ennesima potenza, quanto a decibel, per esempio. 

Vabbè. Smetto di dire cacate e vado a stendermi che non dormo decentemente da giorni. Vi lascio con una diapositiva della cuginitudine, suggellata da due esponenti delle due nazioni prevalentemente citate qui, esponenti che si distinguono per affabilità e simpatia. Carlà, Nicolà e Giulià, grazie di aver suggellato la cuginitudine e aver fatto incazzare Marine Le Pen dando un nome italiano alla figlia del presidente francese. Per questo, mi state un filino meno sulle palle di prima. 
Questo è quel che succede, quando in meno di una settimana vengono a trovarti a casa prima un francese e poi un'italiana. Si cucina. Si beve. Si dà sfogo alla logorrea e alla sociosoap di analisi sociale di noi ggiovani all'estero, si dice aah ma gli italiani che fastidio con ste menate del saper vivere quando vengono qui e aaaah i francesi che noia con questa loro spocchia della grandeur e che stan sempre tra francesi e anche aaaah però quanto siamo cugini noi delle alpi su ad ovest, molto più di questi su di qua; e aaaah però poi tra Milano e Puglia sono due mondi diversi per tante cose e però per tante siamo tanto simili. E ammore ammore ammore, insomma. E vinello. 

Poi il giorno dopo si va in giro pallidi con la collega che ti rimpinza di mandarini perché hai l'aria di doverti riprendere, e gli studenti che ti chiedono se vuoi far la lezione di mezz'ora più breve... 

Eh, vabbè. Però mentre magni e ciacoli, è geniale. Mi servono più bevitori di rosso tra i miei amici. Hanno rotto la birra e il bianchino che mi dà il mal di pancia. 
Ciao, Papi? (e Forza Panino, anche.)
Hai visto mai che Silvio va a casa? E hai visto mai che stavolta ci resta pure? Ragazzi, per me trattasi di cambiamento epocale. Mi cambia il paradigma di riferimento alla politica. Quest'uomo - astuto come una volpe, pericolosamente intelligente e per niente cojone come la gente ama ritrarlo, secondo me - è entrato in Parlamento la prima volta che c'avevo dodici anni. Dodici. Tipo che ancora mi stavano crescendo le tette e andavo alle medie e facevo i primi tentativi di avere un mio proprio stile assillando la mia povera genitrice perché mi comprasse le gazzelle adidàs, quando da brava dodicenne babbdiminghia ho dato il mio primo bacio giocando al gioco della bottiglia, come tradizione da Elio e le Storie Tese detta.

Vabbè. 
Insomma, se questo se ne va a casa e ci resta, sarà la prima volta che rifletterò di politica italiota senza lui tra le balle praticamente da sempre, almeno da quando presto attenzione a cosa succede in Parlamento. 
La mia vita politica, anche solo passivamente ascoltando il notiziario annoiatissima mentre in casa mia si discuteva a dir poco animatamente, è sempre stata dominata da Silvio, eh. E prima ancora, quando ero proprio una mocciosa col moccolo al naso alle elementari, la scena era dominata da quell'altro, da Giulio. Mi sono resa conto adesso che Silvio è stato al potere più di Giulio, tra l'altro. Sarà perché stando via da un cicinin non ci avevo pensato. Comunque, dai, Silvio, vai a fare il pensionato che da privato cittadino, per quanto mi riguarda, puoi essere uno zozzo bavoso quanto ti pare. Se poi dopo non parli di patriaefamiglia, chi sono io per impedirtelo? Vai. Pensionati, perdìo, Papi, suvvia! Che posso pure votare da qua senza prendere aerei, stavolta, che ci ho le carte AIRE in regola! 
E lo so che non esiste, 'sta parola. Ma descrive bene come mi sento oggi. Dopo essere stata svegliata da fattori esterni altri alle 5.20 venerdì, dai vicini techno-hop sabato mattina e aver dormito decisamente troppo poco ieri, stamattina è scattato uno dei miei momenti di insonnia mattutina. Mi sveglio alle 5 e non dormo più. Il problema è che prima di mezzanotte e mezzo io non dormo. Quindi ormai sono sveglia e dinamica come nella diapositiva che vedete qui di fianco. Moro. Ed è solo lunedì. Bramo già venerdì pomeriggio. Che dopo l'ultima lezione, verrò a casa, e andrò a dormire ad un'ora decadente tipo le 16.30. E mi sveglierò decadente alle 19 per godermi il resto della serata. Aridateme l'insonnia di prima, quella dove non mi addormentavo! Questa versione 2.0 fa proprio schifo. 
A Vienna c'è una roba chiamata Offener Bücherschrank, che significa scaffale aperto. Ce ne sono tre, per esser precisi. Una sta nel bobostan* nei pressi dei quale abito io, cioè nel settimo distretto, in Westbahnstrasse, all'angolo con Zieglergasse. Dei tre scaffali, è il più fornito e quello coi libri di qualità migliore, nonché in più lingue. Perché appunto, intorno a questa libreria libera, come la chiamo io, abita tutta gentaglia come me, pieno di stranieri che il tedesco lo capiscono con enorme sforzo intellettuale, e giustamente nel tempo libero leggono in altre lingue. Quindi troverete spessissimo libri in inglese e francese, meno spesso in spagnolo, ma anche in italiano, che qua lo studiano in tanti. Gli abitanti del settimo, detto anche Neubau, sono anche di tendenza piuttosto barbona e si trasferiscono in continuazione. Ergo, la nostra libreria libera è sempre in movimento - anche se meno, negli ultimi mesi. Ci sono molte anticaglie, purtroppo. Lettori che volete fare una gita a Vienna, venite qua e datevi al bookcrossing, che non è più trèndi ora che non è nuovo ma è idea phiga ugualmente. 
Le altre due librerie le trovate nel quartiere turco, al centro del Brunnenmarkt, e in una piazza nel nono, non lontano dalla stazione Währingerstrasse, per chi vuole farci un giro. Ma non sono mica phighe come la mia. 
La cosa bella è che nessuno ha mai vandalizzato o tentato di rovinare queste librerie libere, sono proprio carini qui, certe volte. Come quando la mia amica V ha dimenticato trecento euro in un libro della biblioteca - sìsì, lo so, che gente frequenti, Natalia, gente stordita come me, dico io. Beh insomma, accortasi del fattaccio, una settimana dopo si è recata in biblioteca senza alcuna speranza, e i bibliotecari avevano una bustina coi suoi soldi nel cassetto della direttrice, e le hanno anche detto, era ora, Frau V., pensavamo si fosse dimenticata. Glieli han tenuti, i soldini. Lei, che è francese, mi ha detto, in Francia, li avrebbero usati per uscire a cena. In Italia, le ho detto io, pure secondo me, sai. 
Comunque.
Parlando di libri, sono in fase di blocco da lettrice. Il mio giallo islandese si impegna a chiamarmi, ma proprio non gliela faccio, non ho voglia di leggere. Leggo blog altrui e gioco sempre a Glitch. Sarà che nelle ultime settimane ho già letto tanto, e anche che negli ultimi due uichènd ho avuto ospiti italici e franco-ungheresi da oltre confine, e se sono sempre in giro non leggo. Uffa. Sta settimana leggerò di più il mio amico Arnalduro Indriðasono. 
Vai a lavorare, Natalia. Vai a lavorare, a tradurre il tuo avvincente manuale sul progiect manadgment, invece che sistemarti i blog che leggi dentro google reader e stare in panciolle. 

Ora lo faccio, mangiando al computer mentre aspetto la mia studentessa che arriva alle ore 14. Lo giuro. Poi quando lei se ne andrà, andrò in biblioteca e lavorerò lì, stimolata dall'esser circondata da gente che studia e impara roba e fa cose produttive. Ieri di fianco a me c'era un tizio barbuto che leggeva An Introduction to German Philosophy e aveva appunti interessantissimi in tedesco e in inglese, quindi leggibili, ahimè. Quindi, oggi devo tentare di sedermi di fianco a uno dei tanti nutriti gruppetti di arabi o turchi che studiano lì. Così non butto l'occhio.

Questi giorni a casa noncelapossofare! Mi cala l'abbiocco, è troppo buio! C'hossonno :( 

Però prima scrivo una mail a M., che non l'ho ancora sentito, oggi. 
Carina la nuova veste grafica. Però mi hai appena cancellato tutti i blog che avevo nella reading list.

FUUUUUUUUUUUUU.

E ho pure lavorato 9,5h. E ora non posso leggere senza dover cliccare di qua e di là e pensare! Quindi non leggo. Vado a guardar roba. Hmph.

Vienna, 11 settembre. 29C. Se ci fossero un'estate o una primavera perenni, sulla città, io sarei più felice. Giuro che mi abituerò presto al cambio d'ora e al buio alle cinque, sìsì.  (foto © Elisa Barrotta)
Stasera, uno dei piatti preferiti. Ormai siamo arrivati, siamo arrivati all'orrido momento dell'anno dove alle ore 17 è buio pesto. Almeno non fa freddo. Dunque, tanto vale consolarsi con le cibarie. 

Questa ricetta, la zuppa di lenticchie rosse - detta anche kirmizi mercimek çorbasi - è stata una delle mie illuminazioni alimentari istanbuliote. L'epifania, in questo caso, includeva i seguenti concetti:

a) il cibo in stato liquido ti riempie un sacco.
b) il cibo in stato liquido non si mangia solo se si è malati.
c) il cibo in stato liquido può essere una roba libidinosamente buona.
d) le lenticchie sono diventate uno dei miei cibi preferiti, in tutti i loro colori e declinazioni e tipi. 

In Turchia, soprattutto all'inizio, quando Istanbul era buia e gelida, nevicava e conoscevo giusto due o tre persone, coinquilino e collega simpatica inclusa, le zuppe sono state un conforto emotivo. Lo sono tuttora. 
Nello specifico, oggi ho da consolarmi perché a causa della visita del presidente cinese Hu Jintao, non mi hanno fatto entrare alla Hofburg a vedere la mostra Kultur der Kulturrevolution. E' meraviglioso, in un certo senso, che non abbia visto la mostra sulla Rivoluzione Culturale perché c'era il presidente cinese. Però ho perso un sacco di tempo, perché ci sono andata a piedi, madonna. 

Grazie, Hu. 
...nei giorni intorno alle suddette feste nazionali, se lavori come me, lavori come un cane. La media delle ore di lavoro giornaliere questa settimana è stata di 9,5. Madre mia. Sono morta e ho cancellato l'ultima lezione della settimana perché c'era il serio pericolo che attaccassi la mia studentessa in caso di coniugazione errata di verbi regolari in -are.

Comunque. Insomma, questo mercoledì, il 26 ottobre, era il Nationalfeiertag, cioè la festa nazionale austriaca, il loro 2 giugno. Chiaramente è molto più sfigato come giorno, dato che il 26 ottobre è raro che si possa usarlo per andare al mare, come invece ho sempre fatto, quando possibile, per il 2 giugno. Perché c'è un tempo di merda. E infatti, la notte prima del 26 ha nevischiato, e quando mi sono svegliata ho visto un po' di neve sul dondolo dei (maledetti) vicini di fronte nel cortile, che sono dotati di terrazzo enorme con piante e dondolo. Tra l'altro, quei vicini, chissà che lavoro fanno. Nelle notti di insonnia li vedo svegli con la luce accesa. I pomeriggi di estate, li passano a leggere roba sul loro enorme terrazzo, peraltro senza mai invitarmi, che è cosa piuttosto sconsiderata. Lui ha una criniera leonina alla Riccardo Muti, mi sono quindi fatta l'idea che lavorino nel teatro o come musicisti, di cui questa città pullula come Milano di modelle anoressiche.

Comunque. Lunedì sera, ho attraversato Heldenplatz piena di carri armati, elicotteri, e poveri sventurati militari (qui tra l'altro hanno ancora la leva obbligatoria, che mi sembra un'idea alquanto primitiva) che sorvegliavano il tutto. Considerato che il baffetto di queste parti ha dichiarato l'Anschluss proprio lì, io cambierei posto, però loro no, hanno deciso che si continua a far là - contenti loro... Io ho passato la festa nazionale a riprendermi dal giorno prima, a prepararmi per quello dopo, e sono andata in palestra. Ho vogato per due chilometri e sono riuscita a usare quegli affari dove sembra che fai sci di fondo senza schiantarmi a terra. Mica male. 
Aloo Ghobi Tart
La base per le cibarie di stasera: Aloo Ghobi. Che però poi piazzo in una pasta sfoglia, e in forno. Cioè faccio una torta salata di Aloo Ghobi. Minghia quanto sono glocal. 

Il fatto è che M è vegetariano con tendenze vegane, e io onnivora con tendenze vegetariane. Cioè, non mangio quasi mai carne, ogni tanto sacrifico dei pesci quando ho voglia di sushi, però per il resto la carne a casa l'ho sempre mangiata quando la cucinavano la mamma o la nonna - entrambe fissate con la fettina almeno una volta alla settimana.

Quindi nel momento in cui sono uscita di casa e sono andata a vivere in Turchia, il mio consumo di carne è crollato. Lì ci sono talmente tante zuppe di legumi e piatti a base di melanzane, zucchine, spinaci e formaggi e verdure varie, che se la carne non ti fa impazzire hai innumerevoli alternative. 

Insomma quindi a livello alimentare ho avuto un'era quasi totalmente vegetariana, senza neanche pensarci molto, dalla Turchia all'arrivo in Austria. Da quando vivo qui, chiaramente evitare le piogge di salsicce è piuttosto difficile: io ci sono riuscita bene, M invece per niente. In Austria la saggezza popolare sostiene che senza carne non è un pasto.

Ciononostante, meno male che c'è internet, con siti come questo, altrimenti sarei una donna finita, proprio. Non sono una di quelle persone che improvvisano bene, mi servono un obiettivo preciso e degli ingredienti. Invidio tantissimo quelli che buttano l'occhio in frigo e in dispensa e se ne escono con robe buonissime, come M. Beati loro!

Un'altra cosa da dire è: non è che a diventare vegetariani si dimagrisce automaticamente, come suggerisce la vignetta qui sopra. Anzi, in tanti si ingozzano di formaggi per compensare, e di aspetto somigliano di più a quelli a destra nella vignetta. Giusto per precisare, eh. Non tutti, ma alcuni anche sì - anche se io quando ero vegetariana pura, ero più magra di adesso. Secca, mai. Figuriamoci. L'ultima volta che sono stata magra magra è stato a dieci anni. Poi mi sono cresciute le tette e il naso, e poi tutto il resto. Ma questa è un'altra storia. 
A me Gheddafi è sempre stato sulle palle. Come amnistiana, so quello che ha fatto, in Libia, e non solo ai libici. So anche come trattava i migranti provenienti da altri paesi africani, quelli che doveva fermare dal lasciare la Libia, grazie agli accordi stretti con uno dei suoi amici del cuore, Silvio. Mi ricordo di aspre discussioni con mio padre, dove io sostenevo che scendere a compromessi con un losco individuo del genere non è degno di una democrazia, e lui replicava, boh, cazzo si ricorda di con cosa se ne usciva per giustificare una posizione di sostegno per un figuro come Gheddafi, solo perché il figuro ci aiutava a tenere lontane le Marate Di Clandestini Che Se No Venivano a Rubarci Il Lavoro/Le Donne/O A Far Chissà Cos'Altro, non importa se con metodi umani o meno, tanto quelli sono forse non tanto umani quanto noi, presumo. Il fatto che mio padre sia morto e mi manchi non significa che talvolta non mi facesse incazzare con atteggiamenti a mio avviso indifendibili. 

Comunque.
A me, Gheddafi non è mai piaciuto. Non mi piaceva neanche Saddam Hussein. Però... Però. Io c'ho sempre un però, che credete. Il fatto è che quando fanno vedere queste immagini, amatoriali o meno, appena precedenti la morte del tiranno, io non è che mi senta tanto bene. Ho appena visto le foto tratte da questi video dove il losco figuro viene assalito dalla folla e linciato, e nonostante lui sia un dittatore che ne ha fatte di cotte, crude e anche di surgelate, a me mi sale l'ansia. Perché è comunque uno contro millemila e mi fa pensare a come chiunque, straconvinto di essere nel giusto, possa cadere nel torto in qualsiasi momento, in preda alla rabbia, alla voglia di vendetta, alla voglia di sfogare la frustrazione e la furia, dopo anni e anni di vessazioni, magari anche di torture, e di difficoltà. Tutti possiamo diventare mostri, assassini, tutti potremmo finire a linciare il tiranno, presi dall'entusiasmo, me inclusa. Io però poi mi chiederei cosa cazzo sono diventata. 

Non mi è piaciuto, quando hanno mostrato al mondo le immagini del controllo dentistico di Saddam Hussein dopo averlo catturato. A cosa serve? Non riesco a non sentirmi non del tutto occhei guardando un tizio che sta per essere fatto a pezzi dalla folla. Non ho mai trovato particolarmente geniale l'idea di appendere Mussolini&co. per poter più comodamente sputare sul cadavere. Non ho esultato quando hanno ucciso Bin Laden, perché resta un'esecuzione extragiudiziale da parte di un paese sul territorio di un altro paese. Lì è un altro capitolo, quello su cosa cazzo pensano gli americani del diritto internazionale - probabilmente che sia una confezione di cartadaculo - da aprire in un altro momento. 

Forse è perché non ho mai provato abbastanza odio, che non posso capire. Probabilmente è perché sono fortunata e sono cresciuta in una vita piena di amore e in un periodo di pace, che non posso capire come si sentono o si sono sentite le persone che procedono ai vari sventramenti, impiccagioni e devastazioni del corpo del tiranno. Però so che, per come sono e con la mia storia, penso che non fare queste cose sarebbe quello che ci eleva davvero, rispetto al tiranno. Quello che eleva davvero è assicurarsi che il tiranno non abbia vie d'uscita, e poi processarlo, e lasciarlo marcire in prigione a vita, assicurandosi che non se ne vada mai. Oppure fare come hanno fatto in Sudafrica, dove però mancava una figura che catalizzasse i sentimenti di odio popolare come in Iraq o in Libia. 

Se sono contro la pena di morte, mi riesce difficile fare un'eccezione, addirittura in questi casi. E se proprio lo volete ammazzare, che abbia diritto a un giusto processo, che si dimostri che adesso si vive in un paese davvero democratico, come dire. Prendetelo vivo, e poi processatelo. 
Non lo so. Ho un grosso problema coi linciaggi, soprattutto. Magari questo fa di me una debole o un'imbecille, o entrambi perché no, però io nell'articolo 5 della Dichiarazione sui Diritti Umani del 1948,  "Nessun individuo potrà essere sottoposto a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti", includo pure i tiranni. Per ragioni che non riesco a spiegare, badate. Perché forse è tendere verso questo ideale, che ci rende migliori di un tiranno. Non lo so. Sono perplessa. 
No, perché in effetti finisce invariabilmente nel cestino, credo, qualche ora dopo che lo dai al destinatario. Ciononostante, è importante, sembra che avere un biglietto da visita dia una buona impressione. Questo post è per coloro che vogliono avere un'aria professionale, anche se sono dei cazzari, dentro, e non vogliono mica spender troppo.
I miei biglietti da visita, nelle parole del mio amico P., sont magnifiques. Sono di forma diversa dal solito, perché sono delle mini cards, e sono grandi circa la metà di un biglietto da visita normale. Quelle che ho scelto io le vedete qui a fianco. Sono eleganti, carine e costano pochissimo. Vengono dal fantastico sito Moo Cards, e danno un'aria professionale, nonché avanti, anche alla gente cojona come me. Perché tu a un incontro di lavoro, o a una fiera, arrivi, sfoderi la tua mini card, e ascolti i commenti. Quanto sono colorate. Quanto sono carine. Quanto sono particolari. Ma dove le hai fatte? E intanto ti senti un po' meno come se stessi fingendo di essere un libero professionista, e più veramente come tale. Ecco. O anche no.
Come mi chiedevo qui, ogni tanto qui a Vienna mi assale la domanda: ma io tornerò mai dall'estero? 
Dopo il racconto di miocuggino dell'altro giorno, mi sa che anche no. 

La sua adorabile coniuge - trentenne, che quindi potrebbe osare anche rimanere incinta, nonsiamai - con 10 mesi di anticipo sulla scadenza del suo contratto a progetto, è stata assunta a tempo indeterminato in una delle tante PMI italiane. Bene. Subito dopo, hanno cominciato ad affibbiarle un sacco di lavoro in più, che quindi implicherebbe anche ulteriori spostamenti in giro per l'Italia. Lei, dato che queste cose in più in teoria non le competono, ha chiesto un chiarimento al riguardo. Non è che ha detto non voglio farlo, ha chiesto di avere maggiori informazioni sul tema. 
La risposta dell'adorabile, stronzo capo sessista è stata, testuali parole: "Se vuole può tornare a fare la casalinga." Ah, e anche che deve vivere solo per il lavoro e ringraziare di averlo per sua gentile concessione, mica perché è brava e capace. 
...
...
...
Vaffanculo. Ma come si permette? 

L'Italia non è un paese per giovani, e lo è ancora meno per le giovani donne, perché gira gente del genere, miope, imbecille e sessista, che ovviamente viene ricompensata da lavoratori scazzati. E' un paese dove ti licenziano se rimani incinta - sono al corrente di due casi certi - e dove ti fanno firmare le lettere di dimissioni in bianco, se hai la mia età. In caso tu abbia la pazza idea, per dirla con la Patty, di fare un figlio e pretendere cose antiquate come la maternità pagata, che su, è proprio antica. 

Più sento questo genere di cose, più vedo come vengono trattati il tema del lavoro e quello della mammitudine altrove, e più mi convinco che in questo momento e nei prossimi anni, tornare a casa è fuori questione. Non esiste. E mi dispiace, perché è casa mia, ma allo stesso tempo, lo è sempre meno, perché in tutto sono tre anni che sono via, e sto diventando adulta qui, e ho iniziato a diventarlo a Istanbul. Mi sto allontanando sempre di più dal mio paese per certi versi, la cosa rende la lontananza più facile. Però la rabbia in pancia aumenta, anche perché non ho molte persone con cui discuterne, qui. Quindi elaboro qua, che devo fare. 

Mia cognata - sì lo so che non è cognata, ma miocuggino è come un fratello e dunque è come se - sta già cercando un altro lavoro. Spero che lo trovi presto. Però checcazzo. 

Mi sono ricordata di questa canzone qualche giorno fa. Il modo di cantare di Vasco Brondi mi lascia perplessa, però questa mi piace. Tra l'altro mi chiedo anche se e quando tornerò mai dall'estero. Al momento la vedo grigia, ad essere sincera. Mi dispiace sentirmi la strada sbarrata. Facciamo che rielaboro poi.