Sono ancora viva!
Nonostante, negli ultimi dieci giorni:

*mi siano saltate le immersioni che attendevo con ansia da un po' per un raffreddore;
*il mar della Cina mi abbia smutandato con un'onda potente (nessun testimone, per fortuna);
*nello stesso mar della Cina, sia stata attaccata da una medusa che mi ha lasciato tre segni rossi e giganti sullo stinco destro;
*sia caduta da un banco di sabbia;
*sia scivolata dalle scale perché le mie infradito sono troppo lisce e bagnate sono letali;
*abbiamo trovato un tifone sulla nostra strada (e con i due a Taiwan fanno tre in due mesi. Mo 'bbasta!!)

Pericolosi, il mar della Cina e i suoi dintorni, eh? 

Ah, e l'Asburgico è caduto in una siepe. Davvero!

E il mio iPod è rimasto spiaccicato nella porta di una cassaforte. Davvero, anche questo. Ora on ho musica. E viaggiare senza musica è orribile, perché devi ascoltare il pop vietnamita, o altri viaggiatori e le boiate che dicono. (Sono solo misantropica perché uffa, come si fa a schiacciare un ipod dentro una casaaforte? E come mai il mio iPod si muove??)

Ora sono a Saigon e domani abbiamo un volo per la Malesia: Cambogia rimandata a quando non piove che dio la manda. Della serie, fuga dal tifone. Mi sento un poco idiota, a poche ore dal confine cambogiano, a prendere un aereo: ma devo fuggire i tifoni. E le piccole sfighe, anche. Magari la sfiga è piú lenta di un aereo ma piú rapida di un autobus?

Riassumendo al volo: il Vietnam, che è lungo lungo, come l'Italia, è iper-cinese a nord, e sempre piú sud est asiatico man mano che si arriva a sud. Lo si vede anche nell'aspetto della gente, pelle piú scura, visi meno cinesi. 
Il cibo del nord mi piace piú di quello del sud.
Ho mangiato per strada per un mese di fila e non sono mai stata male. Lo stesso a Taiwan. Dunque, p il mio stomaco ormai è foderato di amianto, o le bancarelle sono più pulite di quelle in Nepal cinque anni fa.
Le donne vietnamite spesso sembrano pronte a rapinare una banca: cappello conico, maschera che copre il viso, occhiali da sole, guanti e calzini con spazio per le infradito. E tutto per restar chiare di pelle... Io suggerirei la crema solare, come altrove, ma no. Meglio sembrare la cugina di Butch Cassidy.
A Saigon alcune donne sono vestite davvero da scostumate, per i canoni asiatici, ma Saigon è famosa per essere la città del vizio. Durante la guerra, l'ultima, alla vittoria del Nord i francesi commentarono dicendo "Hanoi, la prude, a gagné sur Saigon, la pute." Direi che non serve traduzione, no?
A detta di M, e io sono d'accordo, le vietnamite sono le gnocche del sud-est asiatico. Gli uomini magari no, ma di certo migliorano andando verso sud.
Anche in Vietnam, va di moda girar per strada in pigiama. L'ultima, una signora di mezza età oggi, sul bus, curiosa che costantemente ci fissava, regalmente vestita in un pigiamino di finto raso con orsetti e scritte che dicevano dormi bene e sogni d'oro. La mia teoria è che molte donne usano completi pantalone e casacca molto morbidi e pieni di fantasie, adatti al caldo, che somigliano ai nostri pigiami estivi. Quindi, in Vietnam, pigiama o completino è lo stesso.
I vietnamiti sono gentili, specie quelli che non lavorano con gli stranieri per vivere.
I bambini sono letalmente patatoni, come a Taiwan, Messico e Perú (i paesi dove più spesso mi soo trovata a pensare oddiogucigucigúúú, con aria idiota.)

Il Vietnam è anche pieno di italiani. La mia teoria è che è agosto, e scommetto una pannocchia che spariranno tutti nella prossima settimana. Quella dell'Asburgico è che ci sia stata un'offerta all'Esselunga. Lo dico perché tra Nepal, Malesia, Thailandia, Laos e Singapore (tra il 2008 e il 2011) e poi in nove mesi di Latinoamerica tra 2012 e 2013 (Messico escluso), di italiani in gita ne ho incontrati pochi. Così pochi che me li ricordo: due ragazzi a Kathmandu, una famiglia allo zoo di Chiang Mai, una coppia in Cile. Gli altri, tutti italiani emigrati come me. Quindi oramai avevo deciso che gli italiani non viaggiano... Il Vietnam è il primo posto dove ne ho sentiti una marea, anche di mezza età. Molto strano. Molto strano è anche come, se capita che ci devo parlare, gli parlo in inglese, con M che mi guarda come se fossi crétina, giustamente. Gli italiani in questione non se ne accorgono, perché oramai di italiano ho poco di riconoscibile, dato che non ho accento e mi vesto con gli straccetti indiani. Non sono mai stata di quelli che i connazionali li evitano, a meno che non siano orrendi. Ma sto sviluppando uno strano blocco. Sarà perché non lo parlo mai, l'italiano? Mistero.

Una cosa che non c'entra nulla col Vietnam, ma che sembra essere diventata una costante,  è che ci scambiano tutti per francesi, con M che fa sgrunt perché gli stanno vagamente sulle balle. Questa è una novità di questo viaggio, cioè da quando ho smesso di essere bionda. Prima indovinavano tedesca o olandese (malamente, perché sono bassa e ci ho il nasone, non corrispondo allo stereotipo!) Ora francese. Mistero. Sarà il naso(ne)?

Ora vado a leggere. Sto leggendo Un Altro Giro di Giostra di Terzani, da anni lo volevo leggere, ma dato il tema in tanti mi avevano detto di evitarlo. Ora è un buon momento, lo leggo alternando la lettura con altro. È difficile, mi fa pensare molto a mio padre, e a come farei tante cose diversamente, ora che non sono una sbarbata impaurita. Magari ora sarei solo impaurita, ma più coraggiosa. Uff. È che queste cose non si possono cambiare, ma leggere la testimonianza di un malato di cancro mi fa pensare, e mi fa pensare anche di essere stata immatura, inadeguata e pessima. Mi dico anche che avevo poco più di vent'anni e che ero convinta che mio padre ce l'avrebbe fatta, perché non avevo mai perso nessuno, prima... Però a volte non mi piace, non mi piace come sono stata, avrei voluto essere più forte, e ora non posso far niente per cambiare questo.

Non volevo essere pesante, eh, solo che è il mio blog e se ho voglia di scrivere un paragrafo peso mimetizzato nelle minchiate è giusto farlo. Aiuta a levarsi un peso, magari.

Vado a leggere, appunto. A presto!
Sono in Vietnam, sto bene, sono pigra, il cibo è buono, il caffè tra i più buoni che abbia mia bevuto, la gente gentile, quando si esce dalle zone turistiche (altrimenti il sorriso non è proprio la loro specialità, e se arrivi da Taiwan ne risenti.)

Amo l'Asia. La amo proprio. Il mondo cinese intravisto nell'ultimo mese e mezzo mi ha affascinato, e il Vietnam sembra essere l'elemento che lega quello al sud-est asiatico di Thailandia, Laos e compagnia bella. C'è un bel mix culturale, è molto affascinante, un po' sembra la Cina, dice M., e un po' è una cosa a sé. Non lo sapevo, ma il Vietnam è stato cinese per mille anni, e ce ne sono tracce nei visi delle persone, negli abiti cerimoniali, e nell'uso pervasivo della calligrafia come decorazione di qualsiasi cosa, calligrafia di caratteri cinesi, intendo.

Oggi ho visitato due pagode, vari templi buddhisti, e mi sono persa nei vicoli di Hué, Vietnam centrale, con i bambini che giocano, i polli a piede libero, i vecchi in pigiama che ti sorridono, altri vecchi che giocano a scacchi cinesi, i monaci con la tonaca azzurra che passeggiano, i cani che dormono, i caratteri cinesi qua e là, usati come ornamento sulle entrate delle porte delle case, e una quantità incredibile di piccoli caffè, sparsi ovunque. 
Il tipico caffè vietnamita ha seggioline o sgabelli di plastica bassi, tavolini bassi, di plastica pure loro, e serve un caffè ghiacciato che risveglia i morti. Anni fa mi piacque il caffè in Laos, e questo è pure migliore. Lo bevono con un piccolo strato di latte condensato sul fondo, che tu devi rimestare col cucchiaino finché non si mischia al resto, e un sacco di ghiaccio. Buonissimo! Cercherò di comprarmi un filtro per farlo così, prima di partire.

Ieri ho visitato la ex cittadella imperiale, bellissima. Qui i tetti delle pagode li decorano con piccole piastrelle di ceramica, che ricordano gli azulejos portoghesi o spagnoli, ma che vanno a formare un dragone.
(Onthegotours.com)
Hué è davvero bellina e pacifica, dopo il casino di Hanoi è un toccasana: e non devi lavarti i capelli ogni 24 ore. Ad Hanoi l'aria era orribile, ero sempre coperta da una cropa di fumo cittadino e sudore. Bleah.

Ormai sono arrivata alla conclusione che possono piacerti sia l'America Latina che l'Asia, per ragioni diverse. Ho amato la Turchia per il suo essere un'insalata culturale. Andassi in Medioriente o Nordafrica, o in Africa da qualche parte, mi sa che troverei qualcosa da amare pure lì. 

Il mio cuore musicale resta abbastanza non asiatico, invece, e ho fissa in mente questa canzone di Ana Moura, la fadista portoghese. Voglia forte di andare in Portogallo, appena torno in Europa. Ormai siamo allo stadio cronico di wanderlust: pensare a dove vuoi andare quando il viaggio gigante che stai facendo sarà finito. È una dipendenza grave!

È buffo attraversare il Vietnam e le sue risaie e le sue colline e grandi fiumi con musica come questa nelle orecchie! Ma ho sempre pensato che questo fosse il lato buono della globalizzazione: il dare accesso alla varietà del mondo (sperando che questa, però, non venga distrutta nel frattempo, dal lato negativo della globalizzazione stessa.)



Sono ad Hong Kong, sto in un palazzone di 15 piani e 5 edifici orrendi, così orrendo da essere su Wikipedia. Orrendo, ma interessante. Dopo vi spiego. Quello è il Chungking Mansions di cuo parlo nel titolo. 

Hong Kong è una città di contrasti, lo avrete di certo sentito. Ci sono grattacieli illuminati tutta la notte, colline verdi, traghetti da usare come mezzo di trasporto. Nello stesso giorno puoi fare camminate nella natura e poi camminare in una strada trafficatissima. 

Mi piace, Hong Kong, anche se il cibo era più divertente a Taipei: qui si sono completamente sbarazzati delle bancarelle. Ottimo, voler essere igienici... Ma si sono concentrati così tanto solo sulla carne, che un sacco di buone cose diverse da un dumpling di maiale sono spariti. Quello che mangi è buono, gustoso, ma raramente eccezionale, cosa che venendo da Taiwan ti sprofonda in un abisso di tristezza.

(Perché a Taiwan tanta roba è eccezionale. Ci hanno i mercati serali, a Taiwan, dove trovi di tutto, dagli spiedini di fegatini di animali ignoti, ai cuori, agli spaghetti cinesi freddi con salsa di noccioline, zucchine e carote, come i soba giapponesi, per quelli di voi che sono aiutati da una descrizione del genere. Ma di Taiwan devo scrivere bene, e altrove. Sono stata bene assai, a Taiwan, io.)

Hong Kong mi è piaciuta, ma non mi ha stregato o esaltato come altre città viste in questo viaggio, o altre città asiatiche. È un poco stressante, trovo, la gente meno gentile che altrove. E non è perché è grande, perché lo sono anche LA e Buenos Aires, o Città del Messico: è che sono cantonesi (sono celebri per essere i rozzi del mondo cinese, a quanto ne ho capito), e sono tutti di corsa. Non hanno tempo per sorridere o dire grazie prego. E io arrivavo da Taiwan, dove la gente era davvero tanto cortese e sorridente. 
Devo ammettere che Messico e Taiwan mi hanno viziato, quanto a gentilezza degli estranei. Del Vietnam ho sentito peste e corna, vediamo come va, ma avevo sentito orrori vari del Perù, e io lì ci sono stata bene, ecco. 

Altra cosa che mi è piaciuta e non piaciuta insieme: il centro mi sembrava familiare. E non capivo perché, no? Perché è così diverso dall'Europa. Poi mi sono resa conto di cos'era: c'erano stilisti ovunque. Sembrava il centro di Milano degenerato degli ultimi 15 anni, Armani ha un centro commerciale gigante, ovunque ci sono negozi del lusso italiano, e non solo: Prada, Valentino, Ferragamo, Bulgari, Dolce&Gabbana, Vuitton, Yves Saint Laurent, Vivienne Westwood e Marc Jacobs; tutti, c'erano tutti. Io sono schizofrenica, con la moda: amo la creatività degli stilisti, detesto come l'industria abbia fagocitato la mia città, rendendo Milano una città a una dimensione. Ma non andiamo fuori tema. (Dicono però che lo stesso sia successo anche a Hong Kong, che di vocazione era una città portuale, come Amburgo o Rotterdam, ed è cambiata negli ultimi venti, venticinque anni circa.)

Il palazzone dove sto scrivendo, in una stanza poco più grande del mio letto, dove devo ballare la lambada con l'Asburgico per fare alcunché, si chiama Chungking Mansions, appunto.
Ve lo dico perché merita na ricerca google, per vedere quanto è brutto, zozzo e caotico. Direte: e perché sei andata a stare in un posto del genere? Risposta: perché è l'unico posto abbordabile e centrale in tutta HK. Però, oltre che zozzo e con le macchie di sangue nella tromba delle scale (giuro. Mi sono autoconvinta che fosse vernice secca, ma quanta vernice si può versare? Ora posso ammettere con me stessa che era sangue, dato che sto per andarmene) è anche ultrainteressante

Entrare a Chungking Mansions è cambiare dimensione spaziale: fuori, sei nel mondo cinese. Ci sono i caratteri e non l'alfabeto latino, folla sulle strade, ma tutto sommato, nessuno ti molesta, nessuno ti rompe le scatole, gli uomini non ti fissano, tutti sembrano indaffarati. Entri nel palazzone, e sei in un posto dove vedi: 

*africani che dall'aspetto sembrano somali, nigeriani, nessuno con i boubou, ma decisamente non asiatici, in gruppi agli angoli dei corridoi.
*gente del subcontinente indiano: sikh del Punjab, col turbante colorato, la barba 
lunga e l'aria da uomo con le mani in pasta, cellulare all'orecchio e passo svelto; pakistani con carrelli di scatoloni di merce e il sorriso sornione quando siete in ascensore insieme; bengalesi di bianco vestiti, ma con le crocs ai piedi; giainisti barbuti dall'aria ascetica (qui una foto dal blog di Mijjinnan).



*cinesi con la sigaretta in bocca, canotta bianca, pantaloncini e ciabatte di gomma, che vendono telefoni, tablet e di tutto di più.
*ristoranti indiani normali, indiani vegani (giainisti), pakistani halal
*venditori di orologi falsi da tutta l'Asia
*gente del subcontinente che pubblicizza sarti. A me. Che sono in giro con gli straccetti, e all'Asburgico, che non ha gli straccetti ma credo di averlo visto in camicia penso tre volte in cinque anni. Ottimo pubblico, a cui proporre sarti.

E questo posto brulica. Madonna, se brulica. Un accademico, Gordon Mathews, ha calcolato che da questo complesso di palazzoni passano ogni anno 120 nazionalità diverse, ci vivono circa 4000 persone, e secondo Time Magazine intorno a 10000 persne al giorno arrivano lì per sta negli ostelli. Vi rendete conto di che posto assurdo è? Non sono esagerazioni, questi numeri. È semplicemente Hong Kong. Il mo ostello faceva schifo, ma è valsa la pena stare lì per vedere che isola assurda all'interno della città rappresenti Chungking Mansions.
Vi copio qui un link a un fotosaggio di uno studente di giornalismo di Hong Kong, che rende bene l'idea del luogo dove ho dormito per gli ultimi quattro giorni:


Buona visione. Posti come questo per me sono un caleidoscopio sul mondo.


È il numero di chilometri percorsi via terra, aria e mare da Ottobre 2012 ad oggi. Il numero esatto è merito di M che ha in mano la strumentazione di bordo, non merito mio, di certo.
Non c'è da stupirsi che una volta al mese il mio corpo vada in sciopero e mi obblighi a passare una giornata a letto a riposare e leggere libri!

Ho anche incontrato un sacco di gente, durante questa gita, che mi ha detto, sono stato in x numero di paesi. Io non sapevo mai cosa rispondere, perché non ho l'animo da collezionista, o da ragioniera. in generale non ho quasi mai i numeri precisi delle cose che faccio, so quanti libri leggo all'anno solo da quando ho strumenti digitali per tenere il conto.

Quindi, con l'aiuto di un sito fornito da M, che altrimenti io mi mettevo lì con carta e penna, ho contato in quanti paesi sono stata finora nella vita: 43. E questa è la mappa, con l'Asia destinata a crescere nei prossimi mesi. Raggiornerò l'immagine a fine viaggio, magari :)


(Mi scuso per i font sballati in questo post, ma fare tutto da una tabletta è un incubo. Fa schifo pure a me, ma guardate alla sostanza, che dirvi...)


Una cosa che posso già dire, pochi giorni dopo aver lasciato il mondo latinoamericano, è che ancor più della letteratura, quel che è rimasto con me è la musica, soprattutto quella argentina e uruguaya, alcune cose cilene, e alcune afro-peruviane (la musica brasiliana la conoscevo e apprezzavo già prima di partire.)

Mi piacciono la musica del Río de la Plata* come anche alcune cose cilene, perché non parlano solo di festa, rum e sesso, ma hanno anche un velo di malinconia, a volte di tristezza, che mi attira molto di più di una salsa, che mi sembra molto unidimensionale, anche se magari divertente. 
Quando sento il suono del bandoneón e un voce con l'accento rioplatense mi si smuove qualcosa dentro, che ci posso fare. (Qui sotto la voce di Julio Cortazar, lo scrittore, Buenas Noches, Che Bandoneon, con un bandoneon di sfondo, appunto. Che voce, chissà se c'è un suo libro intero registrato da lui stesso!)



Non è che non mi piaccia la musica allegra, ma mi sembra che la musica come il tango o il candombe, o la bossa nova, o le canzoni di Victor Jara o Violeta Parra (Cile) racchiudano in sé più accuratamente l'esperienza umana, che non è tutta rose e fiori, e riescano a parlare in maniera poetica anche delle cose brutte.

Scrivo tutto ciò perché detesto lo stereotipo per cui Latinoamerica significhi solo casino, rum, festa e belle fighe. Il Sudamerica è molto, ma molto di più di questo, specialmente nella sua parte australe, quella che amo di più, come ho già detto varie volte. Leggetevi Luis Sepúlveda, Patagonia Express o Il Mondo alla Fine del Mondo, per esempio, o qualcosa di Mario Benedetti (Uruguay) così mi capirete. Per me ha significato molto altro che la festa, l'alcol e la gnocca, il Sudamerica.

Di sicuro ai sudamericani piace far festa, ma quel che mi è piaciuto dei paesi del Cono Sur è che tra una festa e l'altra riflettono sulle cose, ivi inclusi i problemi dei loro paesi, con sentimento critico, cosa vista pochino tra Bolivia e Colombia. 
I messicani, almeno nella capitale, ad Oaxaca e in Chiapas, sono più riflessivi, e come uruguayani, argentini e cileni parlano anche delle cose negative dei loro paesi, invece che idolatrare i loro presidenti, sventolare bandiere tutto il giorno, e scrivere graffiti pro-governativi. Fine della divagazione sociologica, torno alla musica.

Sono una donna da saudade, insomma. Anche in turco hanno una parola simile a saudade, e infatti mi piace anche la loro, di musica.
Vi lascio con Una Iguana y Tres Monedas di La Chicana Tango, e Tango Negro di Juan Carlos Caceres, di Buenos Aires e Montevideo (credo), che sono esempi di musica rioplatense scoperta in queste due città. Una più malinconica, l'altra che vi fa ballare un poco. Vediamo che ne dite :)





*l'estuario su cui sorgono Buenos Aires, Montevideo e Colonia, tra i posti che meglio mi hanno fatto stare in nove mesi di Latinoamerica.
Or dunque, sono in Asia da meno di una settimana, in una parte di Asia nuova, quella culturalmente cinese, ma alcune cose mi hanno già fatto ricordare perché adoro venire da queste parti, nonostante qui, in particolare, io sia analfabeta e incapace di comunicare come lo ero in Sudamerica.

Il cibo è buonissimo, è scandalosamente gustoso. I cinesi amano la frittura, e ciononostante appesantisce solo relativamente, perché si tende a mangiare in piccole porzioni varie volte al giorno, almeno qui a Taiwan. 

Si può mangiare per strada, per pochi centesimi, e provare tante cose diverse, guardando la gente che passa, i gatti che saltano sui tetti, i motorini che passano rapidissimi , insomma, tutto un universo di cose che accadono per strada. La vita di strada è molto, molto animata. Nessuno ha una pistola, il che è un bel valore aggiunto.

Le persone sono miti, e sorridono. Tanto. A Taipei, se ti perdi, la cosa migliore da fare è fermarsi a un angolo, con l'aria da straniero sperduto e un po' idiota (cosa che a noi riesce benissimo, specie a me che non so neanche leggere): prima o poi, una persona del posto vi soccorrerà. 

Amo i templi. Non mi annoiano, potrei vederne a mille. Non mi stancano, perché al contrario di molte grandi (magnifiche) cattedrali europee, sono pieni di vita, i templi, di persone devote che pregano, e che posso osservare da un angolino. Un'altra cosa che mi piace, dei templi, è come le persone ci vadano in ciabatte o pantaloncini, informali, pregando qualche minuto, per poi continuare la propria giornata. È come se quei cinque minuti fossero i loro minuti di raccoglimento quotidiano, per calmare la mente, e rallentare il battito del cuore.

Un'altra cosa che mi piace, nei templi buddisti in particolare, sono le offerte floreali, combinazioni di boccioli squisite, profumate e colorate, che fanno profumare il tempio intero. Il buddismo che vedo qui, non che io sappia molto di buddismo, mi ricorda quello che ho visto nel sud-est asiatico, più rilassato e aperto, e meno severo del primo buddismo visto "da grande", cioè quello tibetano. In ogni caso, sarebbe bello capirne di più, di quello che vedo. Dovrei comprarmi Buddhism for Dummies, se esiste. 

La prima volta che ho visto un tempio buddista, era il 1994. Avevo dodici anni, non avevo mai visto qualcosa che non fosse una chiesa, e mi ricordo che mi ha sconvolto la psiche, in bene. Con la mia famiglia, avevamo un guida, che all'epoca ci spiegò varie cose sul tema. Da allora, ho un debole per i templi buddisti. Non sono credente, ma mi sento bene appena entro in un tempio. Questione di panza, totalmente irrazionale. Sarà che non c'è un prete e ognuno prega per i fatti suoi, con un'aria di pace addosso che mi piace molto. 

Taiwan ha un'aria tranquilla e rilassata, sto benissimo, qui. Tutto è facile, pulito, organizzato, in metrò si fa la fila per salire, non si spinge e si aspetta che la gente scenda... Una pacchia. In questo momento sono in treno, e devo constatare con commozione che nonostante sia pieno, questo treno è silenzioso. No, dico, silenzioso, con almeno 80 persone in questo vagone! Incredibile. Dopo la Latinoamerica e quei cazzo di telefoni con il reggaeton a manetta, vi commuovereste pure voi. 

E poi, dopo il parziale abbassamento della guardia in Messico, qui mi sono rilassata del tutto. Possiamo camminare a caso, senza nessuno che ci dica state attenti in questa parte della mappa, perché lì vi derubano o vi accoltellano o rapiscono o che so io. Qui, niente. Al massimo, la gente ti fissa con curiosità e ti chiede da dove vieni e come ti chiami, le uniche cose che sanno dire in inglese, e poi vanno avanti coi fatti loro. 

Riassumendo, il post sulla Latinoamerica vale ancora, perché sono contenta di esserci andata e di avere imparato quel milione di cose di cui ho parlato... Ma dopo meno di una settimana qui, mi sono già ricordata di perché M ed io siamo venuti in questo continente così tante volte. 
È lontano dalla mia cultura, e non capisco tante cose, eppure la mia pelle, ogni volta, quando vede una pagoda, un incenso acceso, una risaia verde su una collina, una piantagione di tè, un vecchietto che cucina su un carretto per strada - che sia un samosa in Nepal, un dumpling a Taiwan, o un'insalata di papaya in Laos - la mia  pellaccia sente come una specie di ritorno a casa. Totalmente irrazionale, come ho già detto.

Mio padre mi diceva che gli piaceva andare in Marocco perché aveva la stessa sensazione, quella di tornare in un posto al quale in qualche modo apparteneva, nonostante non fosse un fan dell'Islam, nonostante non parlasse arabo. 
Mi diceva che quando vedeva la medina, o il souk di Marrakech, o quando è andato ad Erfoud e ha visto le dune, come un mare di sabbia infuocato, lui si sentiva a casa, ed era una cosa che lo confondeva un po'. Scherzando, diceva che magari nella sua vita precedente aveva vissuto da quelle parti, e io all'epoca mi chiedevo se mi sarei mai sentita così  e se sì, dove. Per ora potrei dire Asia, anche se dire Asia non significa nulla, ma è la definizione che posso dare per ora. In nove mesi di Caraibi e Sudamerica, non ho mai avuto questa sensazione di "casa". Forse a Buenos Aires, forse sull'oceano, ma diversamente.

Penso tanto, a mio padre, in questa gita. Quest'anno saranno otto anni che è mancato, e anche se la cosa si fa più gestibile con gli anni, mi continua a mancare. Non so se penserebbe che sono una cialtrona a fare quello che sto facendo, invece che stare in Europa e lavorare.
Mi piace pensare che l'avrebbe vista come opera sua, dato che come ho già detto in questo blog, mi ha sempre incoraggiato a fare ciò che volevo, a patto che non fosse distruttivo, e non quello che gli altri si aspettavano da me. Boh. Penso molto a lui, penso che mi piacerebbe averla con lui, una conversazione sulla storia del Marocco per lui e dell'Asia per me. Ma non è possibile, quindi ne prendo nota qui. Meglio che avere il pensiero a fluttuarmi in testa costantemente, no?

Di solito non lo faccio, ma ho una domanda per i miei augusti lettori: avete un posto dove, inspiegabilmente, vi sentite come a casa? Senza alcuna connessione con esso, che sia connessione familiare, culturale o di alcun genere?
Pubblico questo post a Taipei, Taiwan. Sono stata sveglia 24 ore di fila per superare il jet-lag, uscita dall'aeroporto a Shanghai, dopo essere stata una delle sole quattro persone a mangiare vegetariano in un aereo gigante, tentativo di detox post-Sudamerica: gli altri tre erano M, e due monaci buddisti, la cui vista al check-in mi ha entusiasmato in modo idiota. Comunque, a Shanghai ho:


*visto un vecchietto camminare all'indietro, e M mi ha spiegato che è un esercizio di qi gong per sconfiggere l'avanzare dell'età
*visto 4 persone camminare in pigiama per strada
*mangiato una zuppa gigante di alghe
*fatto colazione con i cracker alle alghe
*visto cibi preparati nel wok in strada che mi hanno fatto rimpiangere di dover correre all'aeroporto. 

Ma di Asia parlerò un bel po', nei prossimi mesi, quindi ecco un resoconto dei buffi giorni americani. 

Come sapete, nelle ultime settimane sono andata due volte negli USA, prevalentemente per cambiare voli, ma dato che ero già lì, ho deciso di restare qualche giorno. Primo soggiorno a Boca Raton, Florida, secondo nel cuore di Los Angeles, California. 

Al controllo passaporti di Fort Lauderdale, Florida. Arrivo, e finisco al bancone occupato da un agente di colore, bello in carne, con i baffi. Mi saluta dicendomi, 

Buongiorno signorina, come sta oggi?
Io gli rispondo, bene, grazie, e lei?
Risposta dell'agente: bene, grazie. Io sto sempre bene, 
mi dice con faccia sorniona e voce rilassata.

Ovviamente, siccome siamo in viaggio da nove mesi e i nostri zaini sono stati sul fondo di autobus, camion, barche, traghetti e automobili, alle narici di un cane, puzzano. Quindi, appena passiamo oltre il bancone, il simpatico labrador-poliziotto ci annusa subito, e finiamo alla fila in dogana, dove un agente bassetto, latino, ci fa aprire gli zaini, sempre molto gentile, e si esalta quando scopre che capiamo lo spagnolo, per poi lasciarci andare piuttosto rapidamene, augurandoci una buona giornata. 
Fuori dall'aeroporto più rapidamente che a Malpensa, non che ci voglia molto. 

All'aeroporto di Los Angeles, famoso per i suoi controlli di sicurezza piuttoto draconiani, in fila aspettiamo, e guardiamo gli agenti muoversi e fare il loro lavoro. Al bancone a sinistra, un nero piuttosto giovane, rapido e gentile. Al bancone in mezzo, un bianco, grande e grosso, capelli sale e pepe e fare piuttosto intimidatorio, da ex-militare, abbastanza brusco. Al bancone a sinistra, un asiatico, che si scopre che è cinese nel momento in cui arriva un collega, e i due iniziano a chiaccherare in mandarino. 
Noi finiamo da quello che sembra un ex-soldato, e vediamo che ha una targhetta con un nome russo. Quando inizia a parlare, scopriamo anche che ha un forte accento russo, sembra il doppiaggio di Arnold Schwarznegger in Danko, per farvi capire il genere. 
Ci prende le impronte digitali, e intanto discute di strategie di borsa col collega cinese. Riporto la conversazione, e per favore, nella vostra mente leggetela con accento russo, altrimenti non funziona. 

Agente russo: se vuoi diventare ricco, caro mio, devi ascoltare me!
M: anche io voglio diventare ricco. Consigli?
Agente russo: no, ti devi trasferire qua, zio. Devi vivere in America, altrimenti niente. (Anche lui col sorriso sornione. Se non sono gigioni, non li assumono, o forse noi tiriamo fuori il lato gigione della gente?)

Insomma, tra tutto, Florida e California, abbiamo passato una settimana negli USA. Erano anni che non ci venivo, l'ultima volta ero stata a New York, poco tempo prima dell'11/9. 
Prima di quello, prima di Bush, prima delle guerre, prima di Not in My Name, prima di Guantanamo, prima delle torture, delle occupazioni illegali, prima delle leggi paranoiche, prima di tutto questo, negli USA c'ero stata varie volte, con i miei genitori, poi per un amore, e poi da sola, forse nel mio unico viaggio fatto completamente da sola. 

È un paese imperfetto, è un paese pieno di gente ignorante, superficiale, che non esce mai da lì (ma pensateci bene: quelli hanno un continente intero, a disposizione, da esplorare prima di andare a vederne altri), però a me diverte. Mi diverto sempre, quando vengo qui, mi divertono la leggerezza e la gentilezza delle persone, nei contatti umani di tutti i giorni. Mi diverte che tutti queste persone, di colori, religioni e provenienze diverse, si considerino americani.  Ovviamente mi inquieta sapere che molti di loro portano armi in borsa o in tasca, ciononostante riesce ad essere un posto incredibilmente piacevole per un visitatore occasionale, ammesso che si abbia un'auto, o come nel mio caso, si scelga di stare in un posto dove si può camminare e muoversi a piedi, cosa non sempre facile.

A Boca Raton ho visto l'America suburbana, pingue e benestante, durante il Memorial Weekend, ho guardato come passano una festa nazionale gli statunitensi (facendo grigliate, passeggiando nei centri commerciali all'aperto, mangiando un sacco e nella piscina del loro albergo, riassumendo.) 

A L.A. ci ha ospitato un'amica sino-americana di M, ed è stato interessante vivere la città con lei, che è disegnatrice di moda e artista, che vive lì da sedici anni e che nonostante ciò ha ancora l'accento cinese, e vive nel suo mondo, riuscendo a perdersi irrimediabilmente ogni volta che esce in auto, anche se la città è una griglia regolare. Abbiamo scoperto un sacco di punti in comune tra la mamma italiana e quella cinese (e una passione comune per le cose spiraliformi. Ora ho due nuove collane, fatte a mano da Bibi.) Adorabile donna!

La città è migliorata molto rispetto alla mia prima visita, io me la ricordavo come un inferno di smog, lamiere e caluria, e invece ora è un po' più vivibile, piacevole, perché in fin dei conti più che una metropoli, L.A. è un agglomerato di cittadine dal carattere differente, dalle spiagge chic, un poco yuppie, di Santa Monica, al centro, con i suoi palazzi art déco, miracolosamente sopravvissuti alla foga rinnovatrice di urbanisti e palazzinari losangelini, al circo permanente di Hollywood Boulevard, a dieci minuti a piedi da casa della nostra amica.

Il posto più buffo, in assoluto, è Venice Beach: gente mezza matta e seminuda tutt'intorno, negozi che vendono la "marijuana medica" da tutte le parti, ma soprattutto, arte di strada diffusa, che a me piace sempre. Molti artigiani vendevano spazzatura, ma molti di loro facevano cose carine, colorate. Un'artista afroamericana, con una splendida testa di dreadlock e l'ombretto verde, mi ha regalato un anello di rame come protezione per i miei  viaggi senza che io chiedessi nulla, solo per l'entusiasmo mostrato nei confronti delle sue creazioni. A Venice Beach c'è addirittura il parrucchiere senza prezzi fissi, karma-friendly, come dice lui: paghi quanto vuoi, e quanto puoi. Loro si fidano. 

Che dire, quando non sono impegnati in brutture oltre confine, come origliare i cazzi altrui tutto il giorno, e tutte le cose negative che già conosciamo e che non elencherò, perché di polemiche antiamericane su internet ce ne sono già abbastanza, a me questo paese diverte e mi piace, come turista. 
Se M ed io fossimo meno fricchettoni e patentemuniti,  mi piacerebbe passare una vacanza in giro per i deserti dell'ovest, che ho visto da bambina con i miei, ma dove tornerei volentieri; o esplorare quelle distese di nulla, ricoperte di mais (e probabilmente infestate di gente spaventosa, ma dettagli) di cui parla Bill Bryson nel suo libro America Perduta. L'ho letto in Ecuador e mi ha incuriosito moltissimo. È che mi piacciono i paesaggi vuoti, e cogli orizzonti grandi, che siano mare o deserto.
Anzi, se avessero più di dieci giorni di vacanza all'anno, ci penserei pure, a viverci per un annetto o poco più. Ma non è così, quindi niene.

Smetto qui, con le elucubrazioni americane. Sono su un volo China Eastern, circondata da cinesi che dormono, dal primo minuto di volo, come molti asiatici (e come molti sudamericani, ora lo so!) Le assistenti di volo hanno spento tutto, e io ora cercherò di farmi venire sonno, così magari avrò l'energia per uscire dall'aeroporto per quelle 18 ore, e vedere Shanghai. 


Scrivo queste parole in aereo, offline, mentre ascolto un podcast sul chamamé, musica della "Mesopotamia" argentina, insieme al Paraguay e all'Uruguay il mio primo contatto con il Sudamerica. Questa parte del viaggio si è conclusa qualche ora fa, partendo da Città del Messico per Los Angeles, dove pubblicherò questo post.

Sono andata in Sudamerica sapendone poco, che è poi il modo migliore di avvicinarsi ad un nuovo paese, o a una nuova parte del mondo. Questi chamamé che sto ascoltando mi hanno fatto pensare alla prima parte del viaggio, nel Cono Sur, che è tuttora la parte del continente che mi è più rimasta nel  cuore - insieme al Messico.

Quindi, insomma, io e il mondo latino siamo amici, ora. Nel senso che ci conosciamo meglio, perché ho imparato un milione di cose, in questi mesi. 

Ho conosciuto nuove musiche, come appunto il chamamé o il candombe, che mi piacciono, musiche che mi piacciono meno, come il reggaeton o la salsa, e musiche che non mi piacevano, ma che alla fine ho apprezzato, come le cumbie vecchio stile, o addirittura alcune cose di rumba, pensate voi. Ho conosciuto nuovi strumenti e mi sono innamorata del loro suono, come il bandoneón, nel tango e nel candombe, o il charango, il mandolino delle Ande, ad esempio. E poi le canzoni della costa ecuadoriana, o quelle colombiane, che magari non sono il mio genere, ma che di certo hanno proprietà antidepressive, che andrebbero ascoltate nell'inverno europeo, per superarlo.

Ho imparato nuovi nomi, quelli delle popolazioni indigene, diseredate e fregate dai vari stati nazionali che ho visitato, ma in certi casi sorprendentemente vitali.
A cominciare dal mondo Guaraní, diviso tra Argentina e Paraguay, i guaraní, che dobbiamo ringraziare per il mate e il tereré, con la loro lingua affascinante e piena di vocali, nelle umide e bollenti selve nel "dito" nord-est dell'Argentina. Per continuare con i Mapuche, i ribelli di Cile ed Argentina, con i loro gioielli d'argento di fattura fine e modernissima, e le loro lotte per l'autonomia, in corso tuttora. E poi gli indigeni delle Ande boliviane, che vivono in una miseria gelida, quasi sempre sopra i 3000m, e che ti scrutano silenziosi quando passi nei loro villaggi, perché sei uno straniero bianco, quindi qualcuno di cui non fidarsi. 
E poi le tribù amazzoniche, che inizi a vedere in Perú, e che ti accompagnano da lì in Ecuador, e poi in Colombia, con le loro maschere variopinte, le tradizioni di ayahuasca e allucinogeni assortiti, lo sciamanesimo, ed i loro copricapi di piume dai colori saturi, forti. E, anche se native non sono, le culture africane in Uruguay, Colombia, Perù ed Ecuador, che hanno prodotto alcuni dei tipi di musica che preferisco.

Ho incontrato un catalogo umano straordinario di persone, che venivano da paesi e mondi diversi, tutti accomunati dalla lingua, che non mi ha mai fatto impazzire, ma che nella sua declinazione del Sudamerica, a seconda delle zone, ha iniziato a piacermi, e molto. Tanto che ora, quando parlo spagnolo, mi sento a casa, come quando parlo francese (la sensazione di cousinade tra latini si fa sempre più forte, e non vedo l'ora di imparare il portoghese.)

Il Messico merita un discorso a parte, perché Sudamerica non è, ma Latinoamerica sì. Mi ha incantato, il Messico, mi piace per gli stessi motivi del Perù (l'archeologia, la storia, la cultura, la varietà di paesaggi), con la differenza che lì il clima è molto migliore, fa caldo, le coste sono due (Caraibi e Pacifico), e che rispetto al Perù, viaggiare in Messico è una passeggiata, dato che in genere non devi preoccuparti che il tassista non ti rapini, o che il tuo autobus cada in un crepaccio, entrambe cose tristemente possibili e probabili in Perù, anche se ci stanno lavorando sopra alla grande. L'arte visuale messicana è quella che mi ha affascinato di più, e l'artigianato tessile è tra quelli di migliore fattura visti in questi nove mesi. 

Ho visto paesaggi di ogni tipo o quasi, la selva verde e la terra rossa del nordest argentino-Paraguay, il gelido altipiano della Bolivia, dove in estate fa 10C, le montagne lunari, rosse e verdi del nord argentino o del Messico, le coste scoscese, verdi e magnifiche del Cile, e quelle dolci e sabbiose dell'Uruguay, i deserti rocciosi al confine tra Cile ed Argentina, a 4000m, quello sabbioso in Perù, che appare come una splendida bolla di caldo poco dopo la fine delle Ande, la selva dell'Ecuador, dove ho passato del tempo in una fattoria di Hare Krishna, il mare cristallino, caldo ed accogliente,  della costa caraibica in Colombia, e quello limpido e gelido del Cile, il polveroso, nebbioso e roccioso nord del Perù, che sembra una provincia della Luna. Mi sono sentita alla fine del mondo, sulla costa a sud di Santiago, Cile, sola con M ed un elefante marino, su una spiaggia lunga chilometri e chilometri, senza case, solo con l'ostello-casupola di Nico, il surfista acrobata cileno.

Ho imparato a bere il mate e il tereré, le mie due scoperte principali del viaggio, quanto a bevande. Ho bevuto espressi praticamente italiani in Argentina, caffè filtrato che resuscita i morti in Colombia (farsi un espresso con quel caffè potrebbe essere mortale, credo), in Messico ho bevuto ottimo caffè, dalla consistenza vellutata, e bevuto la cioccolata calda migliore della mia vita. In Ecuador e Messico, ho mangiato cioccolato amaro tra i migliori che abbia mai provato.

Sono arrivata perplessa e preoccupata di essere derubata o ferita nel tentativo di derubarmi, o che so io, per tutto quello che si sente di America Latina come continente violento (e lo è, nel 2012 è stato di nuovo il continente con più omicidi ed assalti violenti in rapporto alla popolazione, secondo El País.) 
Ora parto, nove mesi dopo, con un bagaglio di nuovi stimoli (musicali, alimentari, letterari, cioè quelli che contano), una lingua nuova in tasca, e pezzetti di cuore sparsi tra Argentina, Cile, Uruguay, Perù e Messico, e tanta voglia di tornare quasi in ogni paese che ho visitato, con l'eccezione ella Bolivia, forse. 

In tutto ciò, ci tengo a dirlo visto quel che si sente del viaggiare da queste parti, ad M e me non è successo niente. Niente di niente, anche perché stiamo attenti, forse, e sempre all'erta (e non mi mancherà sentire di doverlo fare, questo no), ma siamo partiti con un computer, due kindle, tre carte di credito, tre di debito, e per ora abbiamo ancora tutto. Non mi hanno scippata, non mi hanno aperto la borsa con un coltello, non mi  hanno minacciata in nessun modo, i tassisti mi hanno fregato solo raramente. 

Questo continente mi ha arricchito enormemente, umanamente, per il semplice fatto di poter parlare con la gente, starla a sentire, che sia la signora che fa i succhi in spiaggia in Cile, lo studente universitario e il meccanico in Perú, il grafico in Colombia, l'artigiano in Argentina, l'informatico in Uruguay, il monaco ecuadoriano, o il sindacalista cileno. Grazie a tutti loro, anche se non leggeranno mai questo post. Grazie di cuore. Sono ufficialmente innamorata delle vostre contrade.

Dopo questi pochi giorni a Los Angeles, andremo a Taipei via Shanghai, da lì poi in Vietnam, via Hong Kong. Visiterò quindi, finalmente, il mondo cinese di cui sono così curiosa da che sto con M e conosco i suoi amici, tutti impregnati di Cina, dato che quella lingua e cultura hanno studiato per anni. Sono curiosissima e felice di essere fuori dall'Occidente, finalmente... Ma so che la barriera linguistica, completamente abbattuta nel mondo ispanico, a suon di mate, chiacchiere, birre e caffè condivisi, un poco mi peserà. Tornerò a poter parlare solo con le persone più colte, quelle che hanno potuto imparare l'inglese. 

Questo video è di un gruppo hip hop di Puerto Rico, Calle 13, insieme a Susana Baca (Perù), María Rita (Brasile, credo) e Totó La Momposia (Colombia). L'ho scoperta relativamente tardi e non è tra le mie preferite, ma il video è magnifico per come mostra tutte le facce della Latinoamerica, quelle che ho conosciuto, e quelle che devo ancora conoscere. Ritornerò.

Sono in Messico, e sto passando un sacco di tempo su internet perché sono malaticcia, ma anche perché mi stanno distruggendo Istanbul, e la Turchia tutta, quella che io amo, quella dove ho vissuto. Quindi, sono sì a Oaxaca, ma la mia testa è ossessivamente con loro. 

Avrei tante belle cose da raccontarvi del Messico, ma sono due settimane che ogni volta che vado su internet finisco a leggere dei turchi. Che adesso, sulla schiena, ho anche un nuovo tatuaggio, che include anche la loro stella e mezzaluna, nascoste tra altre cose perché non sembri islamico, perché io religiosa non sono. Fatto credo il giorno prima che iniziasse tutto questo casino, il nuovo tatuaggio, ironicamente.

Mi ricordo delle discussioni avute con T., accese, strillate, dove io da europea dicevo che la libertà di religione è comunque importante, che il secolarismo in Turchia l'hanno spinto troppo in là e questo gli tornerà indietro come un boomerang, se non si ammorbidiscono un attimo, e lui che gridava e mi diceva che no, l'AKP vuole prendere la Turchia, e farne l'Iran, solo molto lentamente, e io che gli dicevo, no, sei paranoico, cazzo. E invece avevamo entrambi ragione. Perché il CHP ha spinto troppo per troppi anni, e adesso gli altri si stanno prendendo la rivincita.

A parte questo piccolo malore fisico, sono in Messico e sto bene, ma sono angosciata. Sono lontana chilometri e chilometri da lì, e quei pochi rimasti a Istanbul della gente che conosco, i turchi, non so perché ma ho la sensazione che potrebbero proprio essere in mezzo al carnaio. Una confermata su Twitter, gli altri, non lo so.

Non sono neanche tanto sorpresa, di quello che sta succedendo. L'aveva detto, qualche giorno fa, Erdoğan, che avrebbe rimosso i terroristi, come li chiama lui. Quindi, non sono sorpresa. Sono solo presa malissimo, perché tutto questo conferma la sensazione che ho avuto a Istanbul l'ultima volta, poco meno di un anno fa. Cioè che Tayyip e compagnia bella stanno cambiando la faccia della città, in una direzione che non mi piace affatto, io l'avevo notato a Beyoğlu, ma evidentemente non è solo una cosa di politica locale. 

E poi, un sacco di giornalisti stranieri hanno detto, all'inizio, oh, tutte queste storie per un parchetto rachitico in fondo alla Istiklal... E' perché non ci hanno vissuto. Quel parco è un'oasi di pace nel casino di Taksim, dove puoi sederti all'ombra di un platano, ordinare un tè per poche lire e goderti una vista spettacolare, perché è in cima alla collina. Quindi, fosse stato anche solo per il parco, credo che per tutti gli abitanti di Beyoğlu, e non solo, valga la pena combattere per proteggerlo. Ma ormai, siamo oltre il parco Gezi.

E' che sinceramente non mi viene, di copiare troppe cose sulla mia pagina fb, o su twitter. Mi sento una cogliona clicktivista. Non so cosa fare, se non leggere, e cercare di restare informata e cosciente di quella che stanno facendo a una delle città che è casa, perché l'avevo scelta, e per questo rimarrà nel mio cuore per sempre. Mi sento un nodo in gola, il cuore pesante, e pure un po' idiota, perché non ha senso sentirsi così, dato che non ci posso fare una sega, da Oaxaca, Messico. 

http://t24.com.tr


Sapete che mi chiedo sempre come mai gli italiani non viaggiano? Non lo sapete. Però io me lo chiedo. Ho incontrato alcuni italiani in questo viaggio, soprattutto in Argentina, Uruguay ed Ecuador, ma che vivono lì. Una coppia in Cile. Poi, il deserto.

Ma ho capito, ora. Ah, sì, che ho capito, dove stanno gli italiani che viaggiano e non vanno dalla nonna in Sicilia o a Punta Ala o a Riccione (anche a me l'Italia piace, eh, però mi sembra che la curiosità culturale non sia parte del patrimonio nazionale.)

Vanno tutti in Messico, gli italiani più originali! Alcuni pure senza pacchetto viaggio, e una marea a viverci. Strapieno! Ma solo io non ero al corrente dell'amore tra italiani e Messico (almeno del sud?)
Al momento sono nella penisola Yucatan, Messico. Sono arrivata qualche giorno fa, e dopo pochi giorni ho già deciso che il paese mi piace. Mi piace da matti il cibo, semplice e a buon mercato, mi piacciono le persone, che almeno qui al sud sono amichevoli ed aperte, mi piacciono i costumi tradizionali che hanno addosso le signore di qui, l'architettura, che è antica e abbastanza ben conservata. Sono bendisposta, nei confronti del Messico, per ora. È anche abbastanza rilassante, dopo quasi 8 mesi di Sudamerica, essere in un posto abbastanza turistico, così turistico che non hai la sensazione di doverti in continuazione guardare le spalle.

Pr certi versi mi è venuta una specie di testa sudamericana, dalla Bolivia in poi ho vissuto sempre con la guardia alzata, in giro per le strade, quindi ora non mi sembra vero di potermi rilassare un attimo. Non dico che il Messico sia perfetto, ma sino ad ora ho passato il mio tempo qui in posti piccoli, e molto rilassanti. Un bel cambio, non doversi preoccupare se il tassista ha intenzione di derubarti o meno, se quel quartiere è tranquillo e sicuro o meno, è bello sentire di non dover nascondere i soldi nel reggiseno quando vai a prelevare, e che puoi prelevare anche di sera, e che non devi forzare il tuo  compagno a farti da cane da guardia ogni volta. Bello.

Campeche, Wikimedia
Tra Colombia e Messico, ho anche passato tre divertentissimi giorni in Florida. È stato, innanzitutto, un cambio pazzesco passare dal mondo ispanico a quello anglofono in poche ore d'aereo, però una sensazione divertente. Negli USA ci avevo passato un po' di tempo quando avevo 19 anni, l'ultima volta che ci ero andata era stato nell'agosto del 2001. Bush era presidente, l'11/9 non era ancora successo, e io ero una sbarbata curiosa.
È stato divertente tornare in quel paese, che in tanti demonizzano senza conoscerlo. Di certo ti istupidisce a suon di consumismo - entrare in un supermercato nordamericano dopo mesi di Latinoamerica è stato uno shock culturale bizzarro. Avevo voglia di comprare tutto, ecco. Io, che non è che di solito sia una comprona. Magari scrivo un post anche su quei pochi giorni americani, ne verranno altri tre sulla via di Taiwan, quindi magari unifico tutto.

Boca Raton, Wikimedia

Una cosa che ho fatto, in Florida, è stato comprarmi un cosetto per scrivere. Il nostro computer del pleistocene dopo mesi di altitudine a più di 3000m di quota, e mesi di super lavoro, stava cedendo. Quindi, ora, ho un cosetto tutto mio e spero che non dover andare per internet cafè mi aiuti ad aggiornare il blog in maniera più costante. 

Ora vado a letto e riposo le stanche membra. A presto, su questi schermi.