Non ho per niente reso giustizia, al Messico, quando ci sono stata. Ci ho passato tutto giugno, e non ne ho quasi mai scritto per il semplice fatto che, la maggior parte del tempo, ero a spasso a godermi il Messico. 




Quando non ero in giro a godermi quella figata di paese che è il Messico, era perché ero ammalata. Ciò è successo ad Oaxaca, e ad Oaxaca ci sono stata proprio mentre a Istanbul Erdogan e compagnia bella hanno iniziato a menare la gente per le strade: ho passato due giorni a guardare video e a leggere reportage, inorridendo alquanto, e quindi estraniandomi da quel che avevo attorno (cioè la stanza di albergo di Oaxaca. Io, a Oaxaca, è come se non ci fossi stata, ho avuto due giorni di febbre su due giorni e mezzo lì!)

Insomma, dopo aver letto un libercolo (Antes, se vi interessa, testo in spagnolo) di un'autrice messicana, Carmen Boullosa, sto ripensando alle mie settimane messicane. 

Il Messico è uno di quei paesi che i miei genitori hanno visitato quando ero nana, lasciandomi a casa, e tornando pieni di storie e fotografie e suggestioni che mi incuriosirono, all'epoca. Poi, crescendo, è iniziata quella che io chiamo la scimmia asiatica, alimentata dal mio mitico prof di geografia che mi ha dato un libro di Terzani quando ero sbarbatissima, e del Messico mi sono proprio dimenticata. 

Questo fino a quando ho letto La Polvere Del Messico, del bravo e preparato Pino Cacucci: letto a Vienna, in un'estate inusualmente torrida passata a lavorare a una traduzione in biblioteca, circondata da adolescenti ceceni che facevano i compiti. Libro bellissimo, ve lo consiglio: se vi piace la letteratura di viaggio, è magnifico, davvero. Ha decisamente riacceso la mia curiosità.

Il Messico non era neanche parte del piano della nostra gita: ma siccome è un ponte che unisce le due Americhe, e noi dovevamo andare in Nordamerica per andare in Cina, ci siamo detti, vabbè, se ci fanno comunque prendere più voli del necessario, tanto vale fermarsi per un po', o no?

E meno male che l'abbiamo fatto! Mi sono piaciute un sacco di cose, del Messico. Cerco di fare una lista schematica. Le ragioni non sono in ordine di importanza, ma solo in ordine di come le partorisce la mia mente. Scusate se mi dilungo. Se non avete tempo, leggete la lista e non le motivazioni!

  1. Il ciboTortillas, fajitas, pico de gallo, quesadillas, funghi huitlacoche, chorizo, e un milione di altri piatti di cui ho dimenticato il nome. Tutto bono, bono, bono!! E anche salutare, perché nonostante abbia mangiato come una fogna, in Messico sono dimagrita. Oh yes. E considerato il mio metabolismo-lumaca, non è roba da poco. 
  2. La storia. Come il Perù, se vi piacciono le rovine, le cose che cadono a pezzi, le cose che vi fanno sentire il peso della storia sulle spalle, il Messico fa per voi. Ci sono rovine sparse per tutto il paese, almeno a sud di Città del Messico. Quelle più celebri e antiche sono quelle maya, ma ci sono ovviamente tracce di altre civiltà, quella azteca, più recente, o zapotec. Nei miei primi dieci giorni di Messico, ho visitato qualcosa come sette siti archeologici. Il mio consiglio personale sono le rovine di Coba: non sono molto famose, né strapiene di venditori. C'è molta giungla intorno, è tranquillo, ti permette di sederti e immaginare queste persone, la cui civiltà è stata distrutta dagli spagnoli. Delle rovine famose, la mia favorita è Uxmal: quando ci sono andata io, era abbastanza tranquilla, e la nostra guida era preparata, e parlava la lingua maya. Non lo sapevo, ma in Messico la varietà linguistica è ancora vivace.
  3. Città del Messico. Ormai avrete intuito che sono una donna di città. Mi affascinano le metropoli, e quindi ero curiosa di vedere CdM. Non mi ha deluso: è molto meno conservatrice di quanto credessi, tanto per cominciare. Le coppie gay si coccolano e si abbracciano per strada abbastanza liberamente, nelle zone centrali, ad esempio. Il metrò è affollato, ma utile. La figata di CdM, come di Istanbul o Buenos Aires, di tutte queste città giganti, è che ogni quartiere ha un'identità sua, e che ci sono due quartieri (Coyoacán e San Angél, soprattutto quest'ultimo) dove potrebbe sembrarti di essere finito per errore in un'altra epoca. Splendida architettura coloniale spagnola,  antica, e conservata da dio. C'è buon cibo in ogni fascia di prezzo, ci sono posti per fare festa se lo vuoi, una quantità di musei paralizzante, quando arrivi, cultura, cultura, tanta cultura e tanta subcultura. I chilangos sono fieri della produzione culturale della loro città, e se ne prendono cura.
  4. Il Chiapas, e gli zapatisti. Non sono certo una di quei ragazzetti che vanno alle feste dell'Unità con le magliette dell'EZLN (il fronte per la liberazione zapatista), anzi, quei ragazzetti in media mi stavano abbastanza sulle palle, quando abitavo in Italia. Però: il Chiapas è davvero un posto interessante, e gli zapatisti sono un movimento di guerriglia diverso da tanti altri, tra gli altri motivi appunto perché hanno ufficialmente abbandonato la lotta armata. Al contrario di tanti altri, si preoccupano di avere anche donne tra le loro fila, e uno dei loro obiettivi è l'incoraggiare la parità tra i sessi. San Cristóbal de las Casas, la capitale del Chiapas, è un'intrigante cittadina di montagna, non alta per fortuna. L'architettura è ben conservata, e la città richiama fricchettoni assortiti, che da una parte spiegano la densità di scuole di yoga, e dall'altra nutrono una vita culturale molto vivace, per un posto così piccolo.
    San Cristóbal ho incontrato Marco, un romano che ci vive da dieci anni, e che la ama molto, e non credo se ne andrà presto. Da quel che ho visto, ci sono molte persone comuni che supportano l'EZLN, e in generale il movimento dei campesinos messicani, per l'autonomia. A Oaxaca si ha una sensazione simile, ma a San Cristóbal è molto piú forte.
  5. L'artigianato e i prodotti tessili. Io purtroppo in questo viaggio non posso comprare molto, ma ancora più che il Perú o la Bolivia, il Messico produce cose molto, molto carine, e al contrario che quelle peruviane o boliviane, sono cose che si possono indossare anche in Europa, senza sembrare fricchettoni completi. Cotone leggero, e borse ricamate con fantasie floreali deliziose. Ho fatto molta fatica a non comprare nulla, devo ammetterlo.
  6. Il mare e la spiaggia di Tulum. La cittadina non è granché, ma il mare e la spiaggia sono magnifici. Specie se riuscite ad andarci col bel tempo, cosa che a me è capitata solo una volta, ahimè!
  7. La cultura messicana. Con questo termine ombrellone, indico varie cose. La cultura visuale, coloratissima, ad esempio, con i teschi felici della festa dei morti che sono ovunque, Santa Muerte; la pittura dei muralisti; l'onnipresente Frida Kahlo; gli scrittori come Carlos Fuentes, o Octavio Paz; l'architettura coloniale spagnola, che è vecchia vecchia, e bella assai; i libri che vedi in libreria, dove i messicani si fanno domande su se stessi, sul loro essere messicani, su come questo si definisca giocoforza anche per i contrasti con il loro vicino gigante a nord; la malinconia messicana, che è lí di sottofondo durante la festa, come in Argentina o Turchia, e che conquista il mio cuore più delle feste parrandere in Colombia o Venezuela (da quel che mi raccontano.)
  8. musei, che meritano di essere un punto a parte, soprattutto quelli di CdM: sono enormi, ben finanziati, e ben 'spiegati' anche per i profani. Spesso sono anche a buon mercato. I messicani sono fieri della loro storia e della loro cultura, ma al contrario di altri paesi che ho visitato, raramente cadono nel nazionalismo sbandieratore. Cioè, di certo ci cadranno ogni tanto, come tutti, ma non anche per venderti una penna, come in Colombia o Ecuador. Dimostrano il loro amore proteggendo la loro cultura, ma hanno anche uno sguardo disincantato sul loro paese. Questo mi piace.
  9. Le piazze. Stare in una piazza messicana, seduti a far niente, è come andare al cinema. Questo è vero in molta America Latina (Cile, Argentina, Perù), ma i palazzi che ti attorniano, in Messico, sono antichi, colorati, a volte un po' cadenti, ma belli. Le piazze messicane sono tra le più belle viste in nove mesi di Latinoamerica, e i messicani adorano uscire a prendere il fresco la sera, e a fare lo struscio. Io sembravo una barbona, con tutte quelle bambine vestite come bambole, e tutte quelle donne eleganti, o vamp, ma ho passato ore sulle panchine, a guardare le famiglie a spasso, e i cani randagi, amichevoli pure loro.
  10. messicani. Purtroppo, con loro ho interagito meno che con argentini, cileni, uruguayani, paraguayani o peruviani, ma: sono gentili, nel quotidiano, intendo. Sono cortesi. Rispetto ad altri, ti lasciano tranquillo, sono meno invadenti e rumorosi dei peruviani, meno sboroni e cazzari degli argentini, meno alcolici dei cileni. Mi piacciono. Non avevo preconcetti, sui messicani, ma devo dire che mi sono piaciuti. Avrei voluto conoscerne di più e meglio, ma non mi andava di forzare le cose. Sono piuttosto certa che tornerò in Messico, magari la prossima volta avrò più fortuna.
  11. Il cacao e tutti i suoi derivati. Se amate il cacao, il cioccolato, la cioccolata calda, la cioccolata da bere col ghiaccio, se amate il cioccolato in genere, il Messico fa per voi. Ho fatto un cioccolato amaro 100% in uno degli workshop più interssanti della mia vita. Nel sud, almeno, quella del cacao è una vera cultura, di cui vanno fieri tutti. 
  12. colori. So che sembra una banalità, ma i colori delle vecchie case coloniali in Messico sono stupendi, una cromoterapia automatica. Per quanto mi riguarda, si dovrebbe prendere un gruppo di imbianchini messicani, e sguinzagliarli in un territorio che va piú o meno dalla Germania orientale a Vladivostok. Si risolverebbero molto in fretta i problemi di alcolismo che affliggono l'Europa orientale, ve lo dico io. 
Le mie osservazioni casuali si basano su un viaggio di un mese, che ha toccato Tulum, Valladolid, Campeche, Palenque, San Cristobal de las Casas, Oaxaca e Città del Messico: purtroppo non ho avuto tempo per andare a nord della capitale, niente Guadalajara, ad esempio. Mi è dispiaciuto molto: se non avessi avuto il volo per la Cina, magari mi ci sarei fermata per più tempo. Quel che è certo è che ci tornerò! 



Oramai è quasi un anno che sono via da Nonna Europa (perché quando vai in Sudamerica ed Asia, credo pure in Africa, ti rendi conto che l'Europa è un continente di vecchi, pieno di bellissima architettura vetusta, e varie rovine, fascinose e cadenti), e per la prima volta ho una televisione, in camera.

Questa televisione ha due canali interessanti: TV5monde, francese, e Deutsche Welle, tedesca. Entrambe producono informazione di qualità e bei documentari, quindi quando vengo in camera per mettermi al riparo dalle piogge del monsone cambogiano, o dalla caldazza di mezzogiorno pre-monsone, a volte guardo la tele. E così, mi sono resa conto che è un po' che sono via, e che l'Europa ci ha quasi un fascino esotico, che sa di vecchiume di bell'aspetto, ma fa anche paura per i livelli di ansia per il futuro mostruosi. Ovunque. Anche, che ne so, in Svezia, tutti che parlano della crisi e dei soldi che non ci sono e di quanto fa tutto caghèr rispetto a prima.

Quindi, mi sono trovata a chiedermi, cioè a chiedere a chi di voi passa da queste parti: che aria tira, in Europa, dove siete voi? Quanto devo preoccuparmi? Perché per quanto abbia voglia di tornare, per vedere la mamma e la famigghia e gli amici, non è che stia proprio morendo dalla voglia di rimanerci. Inizio a meditare di comprarmi un volo per l'India e stare via fino ad aprile, almeno tornerei a fare la disoccupata in primavera, che kadzo.



Non perché non mi piaccia l'Europa, attenzione: io sono una grande fan dell'Europa, della diversità culturale, della lingua che cambia ogni poche ore, del fatto che le cose, in misura diversa da un paese o l'altro, bene o male funzionino, che l'autobus non deve essere pieno per partire, che non si fermi ogni settecento metri perché per questo abbiamo le fermate, santamadonna, e tante altre cose che non sto ad elencare. Ogni volta che l'Asburgico avanza l'ipotesi di vivere in un altro continente, a seconda di dove propone, io lo guardo con aria dubbiosa, e dico non so

Sarà perché sto invecchiando, ma l'idea di poter lavorare legalmente mi alletta abbastanza, ad esempio; il fatto che non devi evitare gli ospedali perché ti fanno stare peggio invece che curarti (come in Cambogia) mi sembra un'ottima cosa. Chiaro che non è lo stesso ovunque, però boh. Qua ti rimettono insieme un polso rotto facendoti pagare una fortuna, e poi vai in Thailandia e ti dicono, ossignore torna in Europa, che ti conviene. Per esempio.

Comunque, insomma, il tema "futuro" ovviamente si fa strada nella mia mente, perché la fine è vicina! Grazie al mio essere pessima a deludere la mamma, andrò a casa per Natale (ma appena prima, eh) e poi dovrò riadattarmi ad una vita normale. Fortuna che mi piaceva la mia vita prima di partire.
Il problema principale sarà riabituarsi alla sveglia a orari che dovrebbero essere proibiti da un organismo internazionale. E anche riottenere progetti. E anche riottenere quei pochi amici che ci ho. 
Oddio.
Aiuto.
Sarà terribile?
Forse.
Om. Om. Om.

E poi, ho un'altra domanda vagamente correlata, o meglio, un ragionamento da sottoporvi:

Ma se in Spagna ci hanno il millemila percento di disoccupazione
Se i giovani sono senza futuro senza soldi senza una sega
Se tutti vivono con la mamma fino a 37 anni perché non hanno soldi per uscire di casa

Allora, mi chiedo e mi domando: 
Come strakadzo è possibile che dal Vietnam in poi, dopo gli onnipresenti francesi, tedeschi e olandesi in diverse misure, il gruppo più grande di vacanzieri siano gli spagnoli? 

Gli italiani di cui parlai in Vietnam, dopo agosto, sono tutti spariti, come è tradizione (le masse di italiani in Messico erano tutte persone che vivevano in Messico, come nel Cono Sur.)

Non capisco. Sono tutti come me, che vivono via dalla Spagna da mo' e per questo motivo hanno i soldi per viaggiare? Perché a parte due cilene, visto come parlano, quelli lì so' tutti spagnoli. Che hanno, la mamma che gli paga le vacanze per averli fuori dai maroni almeno per due settimane?

So che alcuni di voi vivono, o hanno vissuto, in Spagna. Ci illuminate? Perché M ed io non ci spieghiamo sta cosa. Se poi leggi El País, ha qualcosa di sovrannaturale. Fa quasi pensare che allora vado davvero a stare a Barcellona, che tanto sarò squattrinata sia lì che a Vienna, e allora viva l'essere squattrinati al caldo.

Si nota che inizio ad essere in sbattimento?
Sono in Thailandia, ora, su un'isola. Un'isola bella, con le palme e i thailandesi gentili, almeno con me. Si sentono un sacco di cose negative sui thai nel sud, ma io mi ci trovo bene quasi come nel nord. Tranne che per il cibo, che sull'isola non è quella figata che è in altre parti della Thailandia.

Non è del tutto colpa dell'isola, se sono delusa dal cibo. È che dopo Melaka, in Malesia, sono andata George Town, isola di Penang (Malesia) dove ogni pasto, inclusa la colazione, è una festa per gli occhi e per le papille, davvero. La mia amica P. mi aveva avvisato, mi aveva detto che George Town è fantastica, che lei non se ne voleva più andare... E aveva ragione. Io me ne sono andata solo perché volevo essere certa di avere abbastanza tempo per la Cambogia, dopo l'isola. 



Di George Town, mi sono innamorata abbastanza immediatamente, e tanto, come non mi capitava da un po'. Sono innamorata di questa città come lo sono di Colonia in Uruguay, o di San Cristobal de las Casas, in Chiapas. Sono queste città non troppo grandi, piene di architettura un po' decrepita, cittadine dal carattere forte, scenografiche. Anche Cuzco (Perú) ha questo tipo di bellezza. Ma fa troppo freddo per i miei gusti, hehehe...

George Town, comunque, batte tutte quelle citate qui sopra, che mi piacciono assai, per due motivi: il meticciato culturale, e il cibo che ne risulta. Yeoh, il proprietario della nostra pensione a George Town, ci ha raccontato che la composizione della popolazione lì è diversa che nel resto della Malesia: il 60% della popolazione è cinese, e ci sono anche molti indiani, oltre che i malesiani. In città c'è un grande tempio induista, come anche varie moschee e templi agli antenati di varie regioni cinesi. 


La moschea principale della città è aperta a tutti, e offre visite guidate con un imam, al quale puoi chiedere tutto quello che hai sempre voluto sapere sull'Islam, e non hai mai osato chiedere. Hanno anche un poster che illustra le somiglianze tra Ebraismo, Cristianesimo e Islam, per quanto concerne profeti e storia antica delle tre religioni, insomma, per me è stata una visita interessante. Ah, a proposito di musulmani, la popolazione indiana di religione musulmana ha aperto un sacco di ristoranti detti nasi kandar, dove tu entri, ti fai un giro davanti a un buffet, e ti fai un piattone con quello che vuoi tu, aiutato dal ristoratore. Costa un po' di più di altri tipi di pasto, ma vale la differenza.


(Foto di OsakaJoan) A volte i nasi kandar hanno anche cose vegetariane, altre no, e quindi è così che ho mangiato un ottimo stufato di capra. Non so quanti anni erano che non mangiavo una capra.
Comunque.

Yeoh ci ha anche detto che, viste le politiche del governo malaysiano, forse la situazione di George Town cambierà con gli anni: le famiglie cinesi e quelle indiane, infatti, non hanno diritto all'istruzione gratuita, per i propri figli, al contrario delle famiglie malaysiane. Per questo, le famiglie cinesi e indiane, generalmente, hanno un solo figlio, e la loro popolazione si riduce. È una politica approvata di recente, perché il governo malaysiano non è contento di come, in fin dei conti, le persone di etnia malay sono spesso anche quelle che svolgono i lavori più umili, e col livello d istruzione più basso. 
Non ne so abbastanza per pronunciarmi in merito, però se questo cambiasse la Malesia che conosco, quella che mi piace così tanto che con la Thailandia è l'unico posto in Asia visitato due volte, a me dispiacerebbe assai. Perché questo pastone culturale è proprio la cosa che differenzia la Malesia dai suoi vicini. 

Tornando a George Town: se capitate in Malesia, mi raccomando, andateci. Ci sono artisti che dipingono graffiti, eccentrici assortiti, cibo di strada delizioso (nella foto, curry mee), architettura cinese, un quartiere indiano, un forte inglese, un parco nazionale a un'ora di autobus, una spiaggia a un'ora e mezza, tutto raggiungibile con l'autobus. No, dico, su misura per me, quest'isola di Penang. 



Sono le 19.20, e ho la fortuna di sedere da sola su una terrazza, su un tetto, a Melaka. Sento i grilli, un gatto che piange, e i gabbiani; c'è luce di crepuscolo, di fronte a me c'è una vecchia casa coloniale, restaurata: architettura portoghese, color indaco, e con caratteri cinesi in rosso brillante, sulla facciata.

È appena cominciata la chiamata alla preghiera nelle moschee della città: una è vicinissima, vedo il minareto bianco e il tetto verde, che da lontano sembra quello di una pagoda di un tempio cinese. Da lontano, si sente la 'risposta' delle altre moschee. 
È una religione che crea molte controversie, questa, però alcune cose le apprezzo, come l'architettura, la cultura decorativa (fin da bambina mi piacciono le foto degli arabeschi), sono curiosa del sufismo, e da quando ho abitato a Istanbul, mi è rimasta una strana relazione con la chiamata alla preghiera. Anche lì si mischiava al rumore dei gabbiani.
All'inizio, vivendo ad Istanbul, la prima chiamata mi teneva sveglia, o mi svegliava, a seconda di se ero uscita a far festa, e non mi piaceva, mi infastidiva. Poi mi sono abituata, e da allora, ogni volta che la sento, mi piace fermarmi, sedermi e starla a sentire. Sarà che mi riporta ai tempi istanbulioti, e alla città che, come dico sempre, mi ha prima rimesso in sesto, e poi rivoltato la vita come un calzino, portando sulla mia strada tante persone che amo. Soprattutto una.

Melaka è magnifica, turistica, certo, ma bella. Bella architettura, e cibo gustosissimo, ricco di spezie, come in molte parti della Malesia, del resto. Malesiani gentilissimi, amichevoli, chi lavora nel turismo e chi no, tutti: dopo il Vietnam è un toccasana, per certi versi, anche se ovviamente mi mancano il caffè e le baguette in stile francese! Volevo venire a Melaka da tanti anni, precisamente da quando ho letto il libro di Terzani, Un Indovino Mi Disse, nel quale viene a Melaka, famosa per essere una città 'stregata'. Alla mia prima puntata malese non avevo avuto tempo di venire, ora sono qui e sapete una cosa? Non sono affatto delusa. È turistica, ma ci sono ancora un po' di stradine dove gocano i bambini e dove i nonni prendono aria nel cortile, tenendoli d'occhio. Basta cercarle.

Qui una foto da Richard-seaman.com, che esemplifica bene la ragione del mio innamoramento istantaneo per questa sonnolenta cittadina turistica assai:



Ormai sono in pieno trip cinese. L'Asburgico ride sotto i baffi perché lui ci è passato dieci anni fa circa, io in questa città famosa per l'architettura coloniale impazzisco con i templi buddhisti e le case della zona cinese, come quella che vedete sopra. Se ci sono i caratteri e le lanterne, io sono contenta come una cretina. A Melaka ci sono sia il tempio buddhista cinese più vecchio del sud est asiatico, sia la chiesa cattolica più vecchia della regione. Ma la vedete questa casa qui sopra? È un'insalata di architettura coloniale e cinese. Io sono innamorata ormai! E destinata alla delusione, se mai andrò in Cina, perché lì le cose vecchie le abbattono, mi dice l'Asburgico. 
Comunque.

Oggi ho aiutato tre studentesse che dovevano intervistare dei turisti per i compiti di inglese: ragazzine  di tredici anni o quattordici, due malay, viso da luna piena incorniciato da un velo colorato, e la loro amica, indiana, in jeans e maglietta, in brodo di giuggiole quando le ho detto che da quando sono qui mangio indiano almeno una volta al giorno, e che in Vietnam abbiamo mangiato indiano ogni volta che abbiamo trovato un ristorante. È piacevole aiutare gli studenti dato che non sto lavorando, l'ho fatto anche in Vietnam e a Taiwan: qui però il livello di inglese è molto piú alto, e quindi interessante per fare domande alle ragazze. Anche a Saigon erano più bravi che nel nord del Vietnam.

Mi ero dimenticata di quanto mi piaccia la Malesia. Un posto che era un sultanato, che poi è stato portoghese, olandese ed infine britannico, per poi diventare indipendente. A causa della sua storia, oltre ai malesiani, musulmani, ci sono anche moltissimi cinesi, buddhisti -- credo il 40% della popolazione -- e molti indiani del sud dell'India, che a detta di M sono generalmente più gentili di quelli del nord. 
Il risultato è una nazione multiculturale, dove tre grandi religioni convivono, dove molta popolazione è bilingue o trilingue. 
In Malesia, puoi svegliarti e fare colazione cinese con tofu e yo tiao (frittura malsana e deliziosa), pranzo malesiano con una laksa, zuppa a base di latte di cocco, piccante e buonissima, e cena indiana, vegetariana o vegana, o con carne, come ti va. A KL abbiamo pranzato in un ristorante di indiani del sud, per un piattone vegetariano (thali) e due tè masala abbiamo pagato poco più di tre euro, in due.

Ma come si fa a non adorare un posto del genere? A me dà speranza, un paese dove incontro gruppi di ragazzine come quelle di oggi, che sono amiche nonostante le religioni diverse, e che vanno a scuola, e che sono libere di uscire e intervistare i turisti per i loro compiti.

Mi piace il Laos, mi piace il Vietnam che ha paesaggi stupendi, mi piace moltissimo la Thailandia, a nord, e che è stata il mio primo approccio all'Asia, tanti anni fa. Ma la Malesia, io adoro la Malesia! 
Se state pensando di andare in Asia, ma non sapete dove cominciare, venite qui: è sicura, è organizzata, e in un solo viaggio potrete conoscere tre tradizioni religiose, culturali e culinarie differenti. In questo, alla Thailandia bagna proprio il naso, la Malesia. Giuro che non mi paga l'ente turistico malese, è proprio che io la Malesia la amo! La amo proprio. La Malesia, e i malesiani.

Domani siamo ancora a Melaka (Malacca, in italiano) e poi via a George Town, nel nord, da cui aspetto grandi cose. Spero non mi deluda, è che la mia amica P la ama tanto, e mi sembra di capire che abbiamo gusti simili. Vediamo, dai.
A chi serve la ice mocha di Starbucks, costosa e multinazionale, quando puoi avere il cà phê sữa đá, (pronuncia, tipo cafè sudá) il caffè freddo con latte, per strada, per 30 centesimi a bicchiere? Ecco una diapositiva del caffeo in questione, dal blog whiteonricecouple.com, scattata a Da Nang. Io ho sviluppato una certa dipendenza. Quello che lo rende speciale è il latte dolce che ci mettono, che lo rende cremoso e gustoso. Lo preferisco ghiacciato, caldo rende solo se si usa ottimo caffè. Dove fanno questo caffè, spesso, nel nord almeno, preparano anche un ottima cioccolata con ghiaccio. La migliore l'ho bevuta in un caffè di Hanoi dove andava anche la Catherine Deneuve, quando era ad Hnoi a girare il film Indochine. Ecco la foto del caffè.


Le pedine che vedete di fianco al bicchiere sono quelle degli scacchi cinesi, un'istituzione a Taiwan, e Vietnam. Si gioca per strada, si gioca al caffè (in Vietnam) e si gioca rapidissimi. Si gioca anche al tempio, come nel tempio di Ngoc Son, ad Hanoi (foto di 33avenue.com, le mie sono ancora da scaricare :) )


I vietnamiti sono molto fieri della loro cucina, come anche del loro caffè. Quindi, nei loro negozi, vendono un sacco di magliette in tema, come quella che ho comprato io, disegnata dai ragazzi del Papaya shop, dove ogni giovane che ama il design dovrebbe recarsi, in caso si trovi ad Hanoi, Hoi An o Saigon. Non vedo l'ora di sfoggiarla in Europa!




Sono ancora viva!
Nonostante, negli ultimi dieci giorni:

*mi siano saltate le immersioni che attendevo con ansia da un po' per un raffreddore;
*il mar della Cina mi abbia smutandato con un'onda potente (nessun testimone, per fortuna);
*nello stesso mar della Cina, sia stata attaccata da una medusa che mi ha lasciato tre segni rossi e giganti sullo stinco destro;
*sia caduta da un banco di sabbia;
*sia scivolata dalle scale perché le mie infradito sono troppo lisce e bagnate sono letali;
*abbiamo trovato un tifone sulla nostra strada (e con i due a Taiwan fanno tre in due mesi. Mo 'bbasta!!)

Pericolosi, il mar della Cina e i suoi dintorni, eh? 

Ah, e l'Asburgico è caduto in una siepe. Davvero!

E il mio iPod è rimasto spiaccicato nella porta di una cassaforte. Davvero, anche questo. Ora on ho musica. E viaggiare senza musica è orribile, perché devi ascoltare il pop vietnamita, o altri viaggiatori e le boiate che dicono. (Sono solo misantropica perché uffa, come si fa a schiacciare un ipod dentro una casaaforte? E come mai il mio iPod si muove??)

Ora sono a Saigon e domani abbiamo un volo per la Malesia: Cambogia rimandata a quando non piove che dio la manda. Della serie, fuga dal tifone. Mi sento un poco idiota, a poche ore dal confine cambogiano, a prendere un aereo: ma devo fuggire i tifoni. E le piccole sfighe, anche. Magari la sfiga è piú lenta di un aereo ma piú rapida di un autobus?

Riassumendo al volo: il Vietnam, che è lungo lungo, come l'Italia, è iper-cinese a nord, e sempre piú sud est asiatico man mano che si arriva a sud. Lo si vede anche nell'aspetto della gente, pelle piú scura, visi meno cinesi. 
Il cibo del nord mi piace piú di quello del sud.
Ho mangiato per strada per un mese di fila e non sono mai stata male. Lo stesso a Taiwan. Dunque, p il mio stomaco ormai è foderato di amianto, o le bancarelle sono più pulite di quelle in Nepal cinque anni fa.
Le donne vietnamite spesso sembrano pronte a rapinare una banca: cappello conico, maschera che copre il viso, occhiali da sole, guanti e calzini con spazio per le infradito. E tutto per restar chiare di pelle... Io suggerirei la crema solare, come altrove, ma no. Meglio sembrare la cugina di Butch Cassidy.
A Saigon alcune donne sono vestite davvero da scostumate, per i canoni asiatici, ma Saigon è famosa per essere la città del vizio. Durante la guerra, l'ultima, alla vittoria del Nord i francesi commentarono dicendo "Hanoi, la prude, a gagné sur Saigon, la pute." Direi che non serve traduzione, no?
A detta di M, e io sono d'accordo, le vietnamite sono le gnocche del sud-est asiatico. Gli uomini magari no, ma di certo migliorano andando verso sud.
Anche in Vietnam, va di moda girar per strada in pigiama. L'ultima, una signora di mezza età oggi, sul bus, curiosa che costantemente ci fissava, regalmente vestita in un pigiamino di finto raso con orsetti e scritte che dicevano dormi bene e sogni d'oro. La mia teoria è che molte donne usano completi pantalone e casacca molto morbidi e pieni di fantasie, adatti al caldo, che somigliano ai nostri pigiami estivi. Quindi, in Vietnam, pigiama o completino è lo stesso.
I vietnamiti sono gentili, specie quelli che non lavorano con gli stranieri per vivere.
I bambini sono letalmente patatoni, come a Taiwan, Messico e Perú (i paesi dove più spesso mi soo trovata a pensare oddiogucigucigúúú, con aria idiota.)

Il Vietnam è anche pieno di italiani. La mia teoria è che è agosto, e scommetto una pannocchia che spariranno tutti nella prossima settimana. Quella dell'Asburgico è che ci sia stata un'offerta all'Esselunga. Lo dico perché tra Nepal, Malesia, Thailandia, Laos e Singapore (tra il 2008 e il 2011) e poi in nove mesi di Latinoamerica tra 2012 e 2013 (Messico escluso), di italiani in gita ne ho incontrati pochi. Così pochi che me li ricordo: due ragazzi a Kathmandu, una famiglia allo zoo di Chiang Mai, una coppia in Cile. Gli altri, tutti italiani emigrati come me. Quindi oramai avevo deciso che gli italiani non viaggiano... Il Vietnam è il primo posto dove ne ho sentiti una marea, anche di mezza età. Molto strano. Molto strano è anche come, se capita che ci devo parlare, gli parlo in inglese, con M che mi guarda come se fossi crétina, giustamente. Gli italiani in questione non se ne accorgono, perché oramai di italiano ho poco di riconoscibile, dato che non ho accento e mi vesto con gli straccetti indiani. Non sono mai stata di quelli che i connazionali li evitano, a meno che non siano orrendi. Ma sto sviluppando uno strano blocco. Sarà perché non lo parlo mai, l'italiano? Mistero.

Una cosa che non c'entra nulla col Vietnam, ma che sembra essere diventata una costante,  è che ci scambiano tutti per francesi, con M che fa sgrunt perché gli stanno vagamente sulle balle. Questa è una novità di questo viaggio, cioè da quando ho smesso di essere bionda. Prima indovinavano tedesca o olandese (malamente, perché sono bassa e ci ho il nasone, non corrispondo allo stereotipo!) Ora francese. Mistero. Sarà il naso(ne)?

Ora vado a leggere. Sto leggendo Un Altro Giro di Giostra di Terzani, da anni lo volevo leggere, ma dato il tema in tanti mi avevano detto di evitarlo. Ora è un buon momento, lo leggo alternando la lettura con altro. È difficile, mi fa pensare molto a mio padre, e a come farei tante cose diversamente, ora che non sono una sbarbata impaurita. Magari ora sarei solo impaurita, ma più coraggiosa. Uff. È che queste cose non si possono cambiare, ma leggere la testimonianza di un malato di cancro mi fa pensare, e mi fa pensare anche di essere stata immatura, inadeguata e pessima. Mi dico anche che avevo poco più di vent'anni e che ero convinta che mio padre ce l'avrebbe fatta, perché non avevo mai perso nessuno, prima... Però a volte non mi piace, non mi piace come sono stata, avrei voluto essere più forte, e ora non posso far niente per cambiare questo.

Non volevo essere pesante, eh, solo che è il mio blog e se ho voglia di scrivere un paragrafo peso mimetizzato nelle minchiate è giusto farlo. Aiuta a levarsi un peso, magari.

Vado a leggere, appunto. A presto!
Sono in Vietnam, sto bene, sono pigra, il cibo è buono, il caffè tra i più buoni che abbia mia bevuto, la gente gentile, quando si esce dalle zone turistiche (altrimenti il sorriso non è proprio la loro specialità, e se arrivi da Taiwan ne risenti.)

Amo l'Asia. La amo proprio. Il mondo cinese intravisto nell'ultimo mese e mezzo mi ha affascinato, e il Vietnam sembra essere l'elemento che lega quello al sud-est asiatico di Thailandia, Laos e compagnia bella. C'è un bel mix culturale, è molto affascinante, un po' sembra la Cina, dice M., e un po' è una cosa a sé. Non lo sapevo, ma il Vietnam è stato cinese per mille anni, e ce ne sono tracce nei visi delle persone, negli abiti cerimoniali, e nell'uso pervasivo della calligrafia come decorazione di qualsiasi cosa, calligrafia di caratteri cinesi, intendo.

Oggi ho visitato due pagode, vari templi buddhisti, e mi sono persa nei vicoli di Hué, Vietnam centrale, con i bambini che giocano, i polli a piede libero, i vecchi in pigiama che ti sorridono, altri vecchi che giocano a scacchi cinesi, i monaci con la tonaca azzurra che passeggiano, i cani che dormono, i caratteri cinesi qua e là, usati come ornamento sulle entrate delle porte delle case, e una quantità incredibile di piccoli caffè, sparsi ovunque. 
Il tipico caffè vietnamita ha seggioline o sgabelli di plastica bassi, tavolini bassi, di plastica pure loro, e serve un caffè ghiacciato che risveglia i morti. Anni fa mi piacque il caffè in Laos, e questo è pure migliore. Lo bevono con un piccolo strato di latte condensato sul fondo, che tu devi rimestare col cucchiaino finché non si mischia al resto, e un sacco di ghiaccio. Buonissimo! Cercherò di comprarmi un filtro per farlo così, prima di partire.

Ieri ho visitato la ex cittadella imperiale, bellissima. Qui i tetti delle pagode li decorano con piccole piastrelle di ceramica, che ricordano gli azulejos portoghesi o spagnoli, ma che vanno a formare un dragone.
(Onthegotours.com)
Hué è davvero bellina e pacifica, dopo il casino di Hanoi è un toccasana: e non devi lavarti i capelli ogni 24 ore. Ad Hanoi l'aria era orribile, ero sempre coperta da una cropa di fumo cittadino e sudore. Bleah.

Ormai sono arrivata alla conclusione che possono piacerti sia l'America Latina che l'Asia, per ragioni diverse. Ho amato la Turchia per il suo essere un'insalata culturale. Andassi in Medioriente o Nordafrica, o in Africa da qualche parte, mi sa che troverei qualcosa da amare pure lì. 

Il mio cuore musicale resta abbastanza non asiatico, invece, e ho fissa in mente questa canzone di Ana Moura, la fadista portoghese. Voglia forte di andare in Portogallo, appena torno in Europa. Ormai siamo allo stadio cronico di wanderlust: pensare a dove vuoi andare quando il viaggio gigante che stai facendo sarà finito. È una dipendenza grave!

È buffo attraversare il Vietnam e le sue risaie e le sue colline e grandi fiumi con musica come questa nelle orecchie! Ma ho sempre pensato che questo fosse il lato buono della globalizzazione: il dare accesso alla varietà del mondo (sperando che questa, però, non venga distrutta nel frattempo, dal lato negativo della globalizzazione stessa.)



Sono ad Hong Kong, sto in un palazzone di 15 piani e 5 edifici orrendi, così orrendo da essere su Wikipedia. Orrendo, ma interessante. Dopo vi spiego. Quello è il Chungking Mansions di cuo parlo nel titolo. 

Hong Kong è una città di contrasti, lo avrete di certo sentito. Ci sono grattacieli illuminati tutta la notte, colline verdi, traghetti da usare come mezzo di trasporto. Nello stesso giorno puoi fare camminate nella natura e poi camminare in una strada trafficatissima. 

Mi piace, Hong Kong, anche se il cibo era più divertente a Taipei: qui si sono completamente sbarazzati delle bancarelle. Ottimo, voler essere igienici... Ma si sono concentrati così tanto solo sulla carne, che un sacco di buone cose diverse da un dumpling di maiale sono spariti. Quello che mangi è buono, gustoso, ma raramente eccezionale, cosa che venendo da Taiwan ti sprofonda in un abisso di tristezza.

(Perché a Taiwan tanta roba è eccezionale. Ci hanno i mercati serali, a Taiwan, dove trovi di tutto, dagli spiedini di fegatini di animali ignoti, ai cuori, agli spaghetti cinesi freddi con salsa di noccioline, zucchine e carote, come i soba giapponesi, per quelli di voi che sono aiutati da una descrizione del genere. Ma di Taiwan devo scrivere bene, e altrove. Sono stata bene assai, a Taiwan, io.)

Hong Kong mi è piaciuta, ma non mi ha stregato o esaltato come altre città viste in questo viaggio, o altre città asiatiche. È un poco stressante, trovo, la gente meno gentile che altrove. E non è perché è grande, perché lo sono anche LA e Buenos Aires, o Città del Messico: è che sono cantonesi (sono celebri per essere i rozzi del mondo cinese, a quanto ne ho capito), e sono tutti di corsa. Non hanno tempo per sorridere o dire grazie prego. E io arrivavo da Taiwan, dove la gente era davvero tanto cortese e sorridente. 
Devo ammettere che Messico e Taiwan mi hanno viziato, quanto a gentilezza degli estranei. Del Vietnam ho sentito peste e corna, vediamo come va, ma avevo sentito orrori vari del Perù, e io lì ci sono stata bene, ecco. 

Altra cosa che mi è piaciuta e non piaciuta insieme: il centro mi sembrava familiare. E non capivo perché, no? Perché è così diverso dall'Europa. Poi mi sono resa conto di cos'era: c'erano stilisti ovunque. Sembrava il centro di Milano degenerato degli ultimi 15 anni, Armani ha un centro commerciale gigante, ovunque ci sono negozi del lusso italiano, e non solo: Prada, Valentino, Ferragamo, Bulgari, Dolce&Gabbana, Vuitton, Yves Saint Laurent, Vivienne Westwood e Marc Jacobs; tutti, c'erano tutti. Io sono schizofrenica, con la moda: amo la creatività degli stilisti, detesto come l'industria abbia fagocitato la mia città, rendendo Milano una città a una dimensione. Ma non andiamo fuori tema. (Dicono però che lo stesso sia successo anche a Hong Kong, che di vocazione era una città portuale, come Amburgo o Rotterdam, ed è cambiata negli ultimi venti, venticinque anni circa.)

Il palazzone dove sto scrivendo, in una stanza poco più grande del mio letto, dove devo ballare la lambada con l'Asburgico per fare alcunché, si chiama Chungking Mansions, appunto.
Ve lo dico perché merita na ricerca google, per vedere quanto è brutto, zozzo e caotico. Direte: e perché sei andata a stare in un posto del genere? Risposta: perché è l'unico posto abbordabile e centrale in tutta HK. Però, oltre che zozzo e con le macchie di sangue nella tromba delle scale (giuro. Mi sono autoconvinta che fosse vernice secca, ma quanta vernice si può versare? Ora posso ammettere con me stessa che era sangue, dato che sto per andarmene) è anche ultrainteressante

Entrare a Chungking Mansions è cambiare dimensione spaziale: fuori, sei nel mondo cinese. Ci sono i caratteri e non l'alfabeto latino, folla sulle strade, ma tutto sommato, nessuno ti molesta, nessuno ti rompe le scatole, gli uomini non ti fissano, tutti sembrano indaffarati. Entri nel palazzone, e sei in un posto dove vedi: 

*africani che dall'aspetto sembrano somali, nigeriani, nessuno con i boubou, ma decisamente non asiatici, in gruppi agli angoli dei corridoi.
*gente del subcontinente indiano: sikh del Punjab, col turbante colorato, la barba 
lunga e l'aria da uomo con le mani in pasta, cellulare all'orecchio e passo svelto; pakistani con carrelli di scatoloni di merce e il sorriso sornione quando siete in ascensore insieme; bengalesi di bianco vestiti, ma con le crocs ai piedi; giainisti barbuti dall'aria ascetica (qui una foto dal blog di Mijjinnan).



*cinesi con la sigaretta in bocca, canotta bianca, pantaloncini e ciabatte di gomma, che vendono telefoni, tablet e di tutto di più.
*ristoranti indiani normali, indiani vegani (giainisti), pakistani halal
*venditori di orologi falsi da tutta l'Asia
*gente del subcontinente che pubblicizza sarti. A me. Che sono in giro con gli straccetti, e all'Asburgico, che non ha gli straccetti ma credo di averlo visto in camicia penso tre volte in cinque anni. Ottimo pubblico, a cui proporre sarti.

E questo posto brulica. Madonna, se brulica. Un accademico, Gordon Mathews, ha calcolato che da questo complesso di palazzoni passano ogni anno 120 nazionalità diverse, ci vivono circa 4000 persone, e secondo Time Magazine intorno a 10000 persne al giorno arrivano lì per sta negli ostelli. Vi rendete conto di che posto assurdo è? Non sono esagerazioni, questi numeri. È semplicemente Hong Kong. Il mo ostello faceva schifo, ma è valsa la pena stare lì per vedere che isola assurda all'interno della città rappresenti Chungking Mansions.
Vi copio qui un link a un fotosaggio di uno studente di giornalismo di Hong Kong, che rende bene l'idea del luogo dove ho dormito per gli ultimi quattro giorni:


Buona visione. Posti come questo per me sono un caleidoscopio sul mondo.


È il numero di chilometri percorsi via terra, aria e mare da Ottobre 2012 ad oggi. Il numero esatto è merito di M che ha in mano la strumentazione di bordo, non merito mio, di certo.
Non c'è da stupirsi che una volta al mese il mio corpo vada in sciopero e mi obblighi a passare una giornata a letto a riposare e leggere libri!

Ho anche incontrato un sacco di gente, durante questa gita, che mi ha detto, sono stato in x numero di paesi. Io non sapevo mai cosa rispondere, perché non ho l'animo da collezionista, o da ragioniera. in generale non ho quasi mai i numeri precisi delle cose che faccio, so quanti libri leggo all'anno solo da quando ho strumenti digitali per tenere il conto.

Quindi, con l'aiuto di un sito fornito da M, che altrimenti io mi mettevo lì con carta e penna, ho contato in quanti paesi sono stata finora nella vita: 43. E questa è la mappa, con l'Asia destinata a crescere nei prossimi mesi. Raggiornerò l'immagine a fine viaggio, magari :)


(Mi scuso per i font sballati in questo post, ma fare tutto da una tabletta è un incubo. Fa schifo pure a me, ma guardate alla sostanza, che dirvi...)


Una cosa che posso già dire, pochi giorni dopo aver lasciato il mondo latinoamericano, è che ancor più della letteratura, quel che è rimasto con me è la musica, soprattutto quella argentina e uruguaya, alcune cose cilene, e alcune afro-peruviane (la musica brasiliana la conoscevo e apprezzavo già prima di partire.)

Mi piacciono la musica del Río de la Plata* come anche alcune cose cilene, perché non parlano solo di festa, rum e sesso, ma hanno anche un velo di malinconia, a volte di tristezza, che mi attira molto di più di una salsa, che mi sembra molto unidimensionale, anche se magari divertente. 
Quando sento il suono del bandoneón e un voce con l'accento rioplatense mi si smuove qualcosa dentro, che ci posso fare. (Qui sotto la voce di Julio Cortazar, lo scrittore, Buenas Noches, Che Bandoneon, con un bandoneon di sfondo, appunto. Che voce, chissà se c'è un suo libro intero registrato da lui stesso!)



Non è che non mi piaccia la musica allegra, ma mi sembra che la musica come il tango o il candombe, o la bossa nova, o le canzoni di Victor Jara o Violeta Parra (Cile) racchiudano in sé più accuratamente l'esperienza umana, che non è tutta rose e fiori, e riescano a parlare in maniera poetica anche delle cose brutte.

Scrivo tutto ciò perché detesto lo stereotipo per cui Latinoamerica significhi solo casino, rum, festa e belle fighe. Il Sudamerica è molto, ma molto di più di questo, specialmente nella sua parte australe, quella che amo di più, come ho già detto varie volte. Leggetevi Luis Sepúlveda, Patagonia Express o Il Mondo alla Fine del Mondo, per esempio, o qualcosa di Mario Benedetti (Uruguay) così mi capirete. Per me ha significato molto altro che la festa, l'alcol e la gnocca, il Sudamerica.

Di sicuro ai sudamericani piace far festa, ma quel che mi è piaciuto dei paesi del Cono Sur è che tra una festa e l'altra riflettono sulle cose, ivi inclusi i problemi dei loro paesi, con sentimento critico, cosa vista pochino tra Bolivia e Colombia. 
I messicani, almeno nella capitale, ad Oaxaca e in Chiapas, sono più riflessivi, e come uruguayani, argentini e cileni parlano anche delle cose negative dei loro paesi, invece che idolatrare i loro presidenti, sventolare bandiere tutto il giorno, e scrivere graffiti pro-governativi. Fine della divagazione sociologica, torno alla musica.

Sono una donna da saudade, insomma. Anche in turco hanno una parola simile a saudade, e infatti mi piace anche la loro, di musica.
Vi lascio con Una Iguana y Tres Monedas di La Chicana Tango, e Tango Negro di Juan Carlos Caceres, di Buenos Aires e Montevideo (credo), che sono esempi di musica rioplatense scoperta in queste due città. Una più malinconica, l'altra che vi fa ballare un poco. Vediamo che ne dite :)





*l'estuario su cui sorgono Buenos Aires, Montevideo e Colonia, tra i posti che meglio mi hanno fatto stare in nove mesi di Latinoamerica.
Or dunque, sono in Asia da meno di una settimana, in una parte di Asia nuova, quella culturalmente cinese, ma alcune cose mi hanno già fatto ricordare perché adoro venire da queste parti, nonostante qui, in particolare, io sia analfabeta e incapace di comunicare come lo ero in Sudamerica.

Il cibo è buonissimo, è scandalosamente gustoso. I cinesi amano la frittura, e ciononostante appesantisce solo relativamente, perché si tende a mangiare in piccole porzioni varie volte al giorno, almeno qui a Taiwan. 

Si può mangiare per strada, per pochi centesimi, e provare tante cose diverse, guardando la gente che passa, i gatti che saltano sui tetti, i motorini che passano rapidissimi , insomma, tutto un universo di cose che accadono per strada. La vita di strada è molto, molto animata. Nessuno ha una pistola, il che è un bel valore aggiunto.

Le persone sono miti, e sorridono. Tanto. A Taipei, se ti perdi, la cosa migliore da fare è fermarsi a un angolo, con l'aria da straniero sperduto e un po' idiota (cosa che a noi riesce benissimo, specie a me che non so neanche leggere): prima o poi, una persona del posto vi soccorrerà. 

Amo i templi. Non mi annoiano, potrei vederne a mille. Non mi stancano, perché al contrario di molte grandi (magnifiche) cattedrali europee, sono pieni di vita, i templi, di persone devote che pregano, e che posso osservare da un angolino. Un'altra cosa che mi piace, dei templi, è come le persone ci vadano in ciabatte o pantaloncini, informali, pregando qualche minuto, per poi continuare la propria giornata. È come se quei cinque minuti fossero i loro minuti di raccoglimento quotidiano, per calmare la mente, e rallentare il battito del cuore.

Un'altra cosa che mi piace, nei templi buddisti in particolare, sono le offerte floreali, combinazioni di boccioli squisite, profumate e colorate, che fanno profumare il tempio intero. Il buddismo che vedo qui, non che io sappia molto di buddismo, mi ricorda quello che ho visto nel sud-est asiatico, più rilassato e aperto, e meno severo del primo buddismo visto "da grande", cioè quello tibetano. In ogni caso, sarebbe bello capirne di più, di quello che vedo. Dovrei comprarmi Buddhism for Dummies, se esiste. 

La prima volta che ho visto un tempio buddista, era il 1994. Avevo dodici anni, non avevo mai visto qualcosa che non fosse una chiesa, e mi ricordo che mi ha sconvolto la psiche, in bene. Con la mia famiglia, avevamo un guida, che all'epoca ci spiegò varie cose sul tema. Da allora, ho un debole per i templi buddisti. Non sono credente, ma mi sento bene appena entro in un tempio. Questione di panza, totalmente irrazionale. Sarà che non c'è un prete e ognuno prega per i fatti suoi, con un'aria di pace addosso che mi piace molto. 

Taiwan ha un'aria tranquilla e rilassata, sto benissimo, qui. Tutto è facile, pulito, organizzato, in metrò si fa la fila per salire, non si spinge e si aspetta che la gente scenda... Una pacchia. In questo momento sono in treno, e devo constatare con commozione che nonostante sia pieno, questo treno è silenzioso. No, dico, silenzioso, con almeno 80 persone in questo vagone! Incredibile. Dopo la Latinoamerica e quei cazzo di telefoni con il reggaeton a manetta, vi commuovereste pure voi. 

E poi, dopo il parziale abbassamento della guardia in Messico, qui mi sono rilassata del tutto. Possiamo camminare a caso, senza nessuno che ci dica state attenti in questa parte della mappa, perché lì vi derubano o vi accoltellano o rapiscono o che so io. Qui, niente. Al massimo, la gente ti fissa con curiosità e ti chiede da dove vieni e come ti chiami, le uniche cose che sanno dire in inglese, e poi vanno avanti coi fatti loro. 

Riassumendo, il post sulla Latinoamerica vale ancora, perché sono contenta di esserci andata e di avere imparato quel milione di cose di cui ho parlato... Ma dopo meno di una settimana qui, mi sono già ricordata di perché M ed io siamo venuti in questo continente così tante volte. 
È lontano dalla mia cultura, e non capisco tante cose, eppure la mia pelle, ogni volta, quando vede una pagoda, un incenso acceso, una risaia verde su una collina, una piantagione di tè, un vecchietto che cucina su un carretto per strada - che sia un samosa in Nepal, un dumpling a Taiwan, o un'insalata di papaya in Laos - la mia  pellaccia sente come una specie di ritorno a casa. Totalmente irrazionale, come ho già detto.

Mio padre mi diceva che gli piaceva andare in Marocco perché aveva la stessa sensazione, quella di tornare in un posto al quale in qualche modo apparteneva, nonostante non fosse un fan dell'Islam, nonostante non parlasse arabo. 
Mi diceva che quando vedeva la medina, o il souk di Marrakech, o quando è andato ad Erfoud e ha visto le dune, come un mare di sabbia infuocato, lui si sentiva a casa, ed era una cosa che lo confondeva un po'. Scherzando, diceva che magari nella sua vita precedente aveva vissuto da quelle parti, e io all'epoca mi chiedevo se mi sarei mai sentita così  e se sì, dove. Per ora potrei dire Asia, anche se dire Asia non significa nulla, ma è la definizione che posso dare per ora. In nove mesi di Caraibi e Sudamerica, non ho mai avuto questa sensazione di "casa". Forse a Buenos Aires, forse sull'oceano, ma diversamente.

Penso tanto, a mio padre, in questa gita. Quest'anno saranno otto anni che è mancato, e anche se la cosa si fa più gestibile con gli anni, mi continua a mancare. Non so se penserebbe che sono una cialtrona a fare quello che sto facendo, invece che stare in Europa e lavorare.
Mi piace pensare che l'avrebbe vista come opera sua, dato che come ho già detto in questo blog, mi ha sempre incoraggiato a fare ciò che volevo, a patto che non fosse distruttivo, e non quello che gli altri si aspettavano da me. Boh. Penso molto a lui, penso che mi piacerebbe averla con lui, una conversazione sulla storia del Marocco per lui e dell'Asia per me. Ma non è possibile, quindi ne prendo nota qui. Meglio che avere il pensiero a fluttuarmi in testa costantemente, no?

Di solito non lo faccio, ma ho una domanda per i miei augusti lettori: avete un posto dove, inspiegabilmente, vi sentite come a casa? Senza alcuna connessione con esso, che sia connessione familiare, culturale o di alcun genere?
Pubblico questo post a Taipei, Taiwan. Sono stata sveglia 24 ore di fila per superare il jet-lag, uscita dall'aeroporto a Shanghai, dopo essere stata una delle sole quattro persone a mangiare vegetariano in un aereo gigante, tentativo di detox post-Sudamerica: gli altri tre erano M, e due monaci buddisti, la cui vista al check-in mi ha entusiasmato in modo idiota. Comunque, a Shanghai ho:


*visto un vecchietto camminare all'indietro, e M mi ha spiegato che è un esercizio di qi gong per sconfiggere l'avanzare dell'età
*visto 4 persone camminare in pigiama per strada
*mangiato una zuppa gigante di alghe
*fatto colazione con i cracker alle alghe
*visto cibi preparati nel wok in strada che mi hanno fatto rimpiangere di dover correre all'aeroporto. 

Ma di Asia parlerò un bel po', nei prossimi mesi, quindi ecco un resoconto dei buffi giorni americani. 

Come sapete, nelle ultime settimane sono andata due volte negli USA, prevalentemente per cambiare voli, ma dato che ero già lì, ho deciso di restare qualche giorno. Primo soggiorno a Boca Raton, Florida, secondo nel cuore di Los Angeles, California. 

Al controllo passaporti di Fort Lauderdale, Florida. Arrivo, e finisco al bancone occupato da un agente di colore, bello in carne, con i baffi. Mi saluta dicendomi, 

Buongiorno signorina, come sta oggi?
Io gli rispondo, bene, grazie, e lei?
Risposta dell'agente: bene, grazie. Io sto sempre bene, 
mi dice con faccia sorniona e voce rilassata.

Ovviamente, siccome siamo in viaggio da nove mesi e i nostri zaini sono stati sul fondo di autobus, camion, barche, traghetti e automobili, alle narici di un cane, puzzano. Quindi, appena passiamo oltre il bancone, il simpatico labrador-poliziotto ci annusa subito, e finiamo alla fila in dogana, dove un agente bassetto, latino, ci fa aprire gli zaini, sempre molto gentile, e si esalta quando scopre che capiamo lo spagnolo, per poi lasciarci andare piuttosto rapidamene, augurandoci una buona giornata. 
Fuori dall'aeroporto più rapidamente che a Malpensa, non che ci voglia molto. 

All'aeroporto di Los Angeles, famoso per i suoi controlli di sicurezza piuttoto draconiani, in fila aspettiamo, e guardiamo gli agenti muoversi e fare il loro lavoro. Al bancone a sinistra, un nero piuttosto giovane, rapido e gentile. Al bancone in mezzo, un bianco, grande e grosso, capelli sale e pepe e fare piuttosto intimidatorio, da ex-militare, abbastanza brusco. Al bancone a sinistra, un asiatico, che si scopre che è cinese nel momento in cui arriva un collega, e i due iniziano a chiaccherare in mandarino. 
Noi finiamo da quello che sembra un ex-soldato, e vediamo che ha una targhetta con un nome russo. Quando inizia a parlare, scopriamo anche che ha un forte accento russo, sembra il doppiaggio di Arnold Schwarznegger in Danko, per farvi capire il genere. 
Ci prende le impronte digitali, e intanto discute di strategie di borsa col collega cinese. Riporto la conversazione, e per favore, nella vostra mente leggetela con accento russo, altrimenti non funziona. 

Agente russo: se vuoi diventare ricco, caro mio, devi ascoltare me!
M: anche io voglio diventare ricco. Consigli?
Agente russo: no, ti devi trasferire qua, zio. Devi vivere in America, altrimenti niente. (Anche lui col sorriso sornione. Se non sono gigioni, non li assumono, o forse noi tiriamo fuori il lato gigione della gente?)

Insomma, tra tutto, Florida e California, abbiamo passato una settimana negli USA. Erano anni che non ci venivo, l'ultima volta ero stata a New York, poco tempo prima dell'11/9. 
Prima di quello, prima di Bush, prima delle guerre, prima di Not in My Name, prima di Guantanamo, prima delle torture, delle occupazioni illegali, prima delle leggi paranoiche, prima di tutto questo, negli USA c'ero stata varie volte, con i miei genitori, poi per un amore, e poi da sola, forse nel mio unico viaggio fatto completamente da sola. 

È un paese imperfetto, è un paese pieno di gente ignorante, superficiale, che non esce mai da lì (ma pensateci bene: quelli hanno un continente intero, a disposizione, da esplorare prima di andare a vederne altri), però a me diverte. Mi diverto sempre, quando vengo qui, mi divertono la leggerezza e la gentilezza delle persone, nei contatti umani di tutti i giorni. Mi diverte che tutti queste persone, di colori, religioni e provenienze diverse, si considerino americani.  Ovviamente mi inquieta sapere che molti di loro portano armi in borsa o in tasca, ciononostante riesce ad essere un posto incredibilmente piacevole per un visitatore occasionale, ammesso che si abbia un'auto, o come nel mio caso, si scelga di stare in un posto dove si può camminare e muoversi a piedi, cosa non sempre facile.

A Boca Raton ho visto l'America suburbana, pingue e benestante, durante il Memorial Weekend, ho guardato come passano una festa nazionale gli statunitensi (facendo grigliate, passeggiando nei centri commerciali all'aperto, mangiando un sacco e nella piscina del loro albergo, riassumendo.) 

A L.A. ci ha ospitato un'amica sino-americana di M, ed è stato interessante vivere la città con lei, che è disegnatrice di moda e artista, che vive lì da sedici anni e che nonostante ciò ha ancora l'accento cinese, e vive nel suo mondo, riuscendo a perdersi irrimediabilmente ogni volta che esce in auto, anche se la città è una griglia regolare. Abbiamo scoperto un sacco di punti in comune tra la mamma italiana e quella cinese (e una passione comune per le cose spiraliformi. Ora ho due nuove collane, fatte a mano da Bibi.) Adorabile donna!

La città è migliorata molto rispetto alla mia prima visita, io me la ricordavo come un inferno di smog, lamiere e caluria, e invece ora è un po' più vivibile, piacevole, perché in fin dei conti più che una metropoli, L.A. è un agglomerato di cittadine dal carattere differente, dalle spiagge chic, un poco yuppie, di Santa Monica, al centro, con i suoi palazzi art déco, miracolosamente sopravvissuti alla foga rinnovatrice di urbanisti e palazzinari losangelini, al circo permanente di Hollywood Boulevard, a dieci minuti a piedi da casa della nostra amica.

Il posto più buffo, in assoluto, è Venice Beach: gente mezza matta e seminuda tutt'intorno, negozi che vendono la "marijuana medica" da tutte le parti, ma soprattutto, arte di strada diffusa, che a me piace sempre. Molti artigiani vendevano spazzatura, ma molti di loro facevano cose carine, colorate. Un'artista afroamericana, con una splendida testa di dreadlock e l'ombretto verde, mi ha regalato un anello di rame come protezione per i miei  viaggi senza che io chiedessi nulla, solo per l'entusiasmo mostrato nei confronti delle sue creazioni. A Venice Beach c'è addirittura il parrucchiere senza prezzi fissi, karma-friendly, come dice lui: paghi quanto vuoi, e quanto puoi. Loro si fidano. 

Che dire, quando non sono impegnati in brutture oltre confine, come origliare i cazzi altrui tutto il giorno, e tutte le cose negative che già conosciamo e che non elencherò, perché di polemiche antiamericane su internet ce ne sono già abbastanza, a me questo paese diverte e mi piace, come turista. 
Se M ed io fossimo meno fricchettoni e patentemuniti,  mi piacerebbe passare una vacanza in giro per i deserti dell'ovest, che ho visto da bambina con i miei, ma dove tornerei volentieri; o esplorare quelle distese di nulla, ricoperte di mais (e probabilmente infestate di gente spaventosa, ma dettagli) di cui parla Bill Bryson nel suo libro America Perduta. L'ho letto in Ecuador e mi ha incuriosito moltissimo. È che mi piacciono i paesaggi vuoti, e cogli orizzonti grandi, che siano mare o deserto.
Anzi, se avessero più di dieci giorni di vacanza all'anno, ci penserei pure, a viverci per un annetto o poco più. Ma non è così, quindi niene.

Smetto qui, con le elucubrazioni americane. Sono su un volo China Eastern, circondata da cinesi che dormono, dal primo minuto di volo, come molti asiatici (e come molti sudamericani, ora lo so!) Le assistenti di volo hanno spento tutto, e io ora cercherò di farmi venire sonno, così magari avrò l'energia per uscire dall'aeroporto per quelle 18 ore, e vedere Shanghai.