A grande richiesta, ecco la storia di me e Valerio. Facciamoci due risate.
Cominciamo con l'ambientazione: anno domini 2005, la vostra prode si aggira sola per Palermo ad agosto, in visita a una compagna d'università che abitava molto molto molto in periferia, e che invece che andare in giro a vedere chiese e orti botanici, giustamente, durante il giorno se ne andava al mare a Mondello. Io, invece, dovevo fare come sempre la donnadecultura, e poi al mare ci avevo già passato un sacco di tempo col mio ragazzo di allora, uomo siculo dell'altra parte dell'isola. E Vendicari, a Mondello, gli fa il culo, con tutto il rispetto. 
Ecco una diapositiva dell'ambientazione, così potete immaginarvi la scena: 

http://www.palermomania.it/

Bello, no? Io amo molto la Sicilia e non ci torno da un sacco. Palermo la rivedrei volentieri (Valerio, no.)
Se C., il fratello del ragazzo di cui sopra, che sento ancora e a cui vojobbèneassai, legge che amo la Sicilia, me mena, dato che mi dice Tornaquikadzo da circa cinque anni, e io non ci vado perché è difficile arrivarci dall'estero, non so guidare un'auto e ho bauli di bagaglio emotivo. 

Comunque, torniamo a noi, e a Valerio. 
All'epoca stavo leggendo La Polvere dei Sogni, di André Brink, bellissimo romanzo ambientato in Sudafrica (è importante per la storia), tradotto benissimo da Raul Montanari - leggetelo, se vi capita.

Allora io sono lì a prendere fresco perché è agosto, a Palermo, a mezzogiorno. Fa un caldo porco, e giustamente i locali, che sono più intelligenti di me, sono tutti a prendere il fresco. Io leggo sotto un albero con un arancino. Giardino vuoto.

A un certo punto, spunta un tizio e si siede sulla panchina di fronte. Basso, cicciotto, bruttarello, insomma, e mi fissa. Io lo noto ma faccio finta di niente. Passano 5 minuti e lui continua a fissarmi e io dico occazzo, e se questo mi fa robe strane che non c'è nessuno, qua dentro? E in quel momento, lui s'avvicina e si siede sulla mia panchina. Io, che sono affascinata dai disadattati, lo guardo con aria interrogativa. Segue la solita trascrizione.

Lui: Ciao.
Io: hmm, ciao.
Come ti chiami?
Eh, Luisa, dico io.
Aaaah. Io Valerio (non te l'ho chiesto ma va bene.) Ciao Luisa. Cosa leggi?
Hmm, un libro sul Sudafrica.
(primo momento di genialità di quest'uomo) con aria incerta, guarda il libro, guarda me, con le dita fa il gesto di una V e mi dice con aria perplessa: Sudàààfrica? Chedavvèèèro?
Io: eh già. Pensa che scrivono pure libri, 'sti sudafricani. E mi rimetto a leggere.
Luisa, senti. Che ti sto disturbando?
Hmm, noo solo un po', è che sai, è bello il libro, volevo leggere.
Ahm vabbène. No perché se ti sto disturbando, tu me lo dici, e io me ne vado.
(io lo fissso, pensando: mi stai disturbando.)
(lui fissa me, e non capisce una mazza, ovviamente.)
(lui ripete "se ti sto disturbando, tu me lo dici, e io me ne vado", io lo ri-fisso e lui non coglie di nuovo)
Mi rimetto a leggere eh, scusa.
Ah, vabbè, io ti guardo.
O_O (orrore)
Ma sei sicura che non ti sto disturbando? Perché sennò io me ne vado, eh.

Dopo due minuti così, capitemi, io me ne volevo andare. Vado e gli dico, eeeh devo andare, ciao.
Dove? No, perché ti porto in motorino.
Io: umm no grazie, amo camminare.
Eh, fa caldo però. (in effetti)
Mi avvio verso l'uscita del parco.


Valerio mi segue. Chiaro, no?


Sì, Valè guarda, te l'ho detto che non mi serve un passaggio, dai!
Eh ma no ti faccio compagnia!
In quel momento in strada passa un autobus che va in una direzione a me ignota.
Ah Valerio ma guarda un po', è proprio l'autobus che mi serve! Ciao, vado eh... salto su con aria di chi sa il fatto suo.

Mi ha seguito in motorino, per quattro fermate. Poi l'ho seminato per stanchezza.


Madre mia. Lo so che un comportamento del genere non è normale, eh, ma tra questo e i fatti turchi (seguita a casa così tante volte che neanche ricordo più quante), Vienna è sì triste a volte, però è decisamente riposante!

Come dice la Azzurrapillin qui, nel pomeriggio ha nevischiato,  e anche io mi sono chiesta tra uno smadonno e l'altro se è Pasqua o Natale. Che orrore. 

E mi sto ammalando. La cosa non mi stupisce, dato che in dieci giorni ha fatto sbalzi di temperatura di circa 15C ogni volta, prima raffreddandosi, poi scaldandosi, poi raffreddandosi di nuovo. Martedì, chiaramente, previsti 15C. 

Io moro, qua. Mi faccio male dalla testa ai piedi e ho il grugno - meno male che sto leggendo un sanguinolento giallo giapponese che mi intrattiene sul divano mentre ingurgito tisane alle erbe!
(Sì, sì, buona Pasqua, se la cosa conta per voi. Per me no. Penso ai ravioli della nonna che si sta scofanando la mia famiglia 1000km più giù, e presa da tristezza io non ci penso, alla Pasqua. Ecco.)
Comunque.
Ricevo ogni giorno queste mail che pubblicizzano cose interessanti da fare a prezzo ridotto - so che ne esistono anche in Italia, con nomi differenti.

Pare che le accademie per imparare a flirtare esistano anche da tempo in altre città, ma è la prima volta che vedo il sito di una di queste. La mia reazione: interesse misto a un vago orrore. 

Insomma sì, tu vai da questi due tizi, vestiti secondo l'idea locale del fighetto, e ti fai imparare a non aver paura di parlare alle donne - che a quanto pare qui sono non poco intimidatorie, secondo i racconti dei maschi austriaci a cui ho parlato (Giovane uomo approccia giovane donna in un locale. Tipica reazione femminile secondo i maschi autoctoni interpellati - pochi, ma mica i cugini di Woody Allen, come aspetto, ecco - è squadrarti dall'alto in basso, sventolare la mano, e girarsi dall'altra parte. Amichevoli, eh?)

Ora. Io capisco, il femminismo. Io capisco, che gli uomini dicono beh queste si sono fatte il mazzo per essere rispettate e quindi noi le rispettiamo e quindi non flirtiamo perché potremmo forse essere molesti e dunque tanto vale non rischiare e lasciare che facciano loro il primo passo, perché se lo faccio io mi schifano. Capisco, eh, il procedimento mentale. Però secondo me è un eccesso. E' uno di quegli eccessi del cavolo, che sanno di veterofemminista perennemente incazzata con l'ascella pelosa per principio. Io mi ritengo femminista, mi incazzo come una biscia quando sento puzza di sessismo, però questo tipo di femminismo qui, germanico di quassù, militante, incazzato e incazzoso, a me non piace molto.
Sono poi le stesse femministe che al festival del cinema femminista non lasciano parlare gli uomini perché sono uomini, come ho visto una volta a Istanbul, altro posto dove le femministe sono delle furie - lì, immagino, per reazione. E falli parlare, sti uomini, che sono venuti a sorbirsi un popò di documentario sul movimento femminista azero, checcazzo, no? Già che sono qui vuol dire che si interessano, magari vogliamo dargli la possibilità di esprimersi, perdinci? O devono stare zitti perché sono uomini e quindi vendetta, tremenda vendetta? Non mi piace.
Io ascolto sempre tutti, ci tento, almeno. Sarà per questo, infatti, che pazzi, venditori assillanti e mendicanti, giustamente, vengono sempre da me. Sempre, eh.

Se è davvero il femminismo militante, che ha praticamente ammutolito gli uomini locali, io me ne dolgo assai. Il giusto sta nel mezzo - come non sopporto il tamarro soffocante mediterraneo, che anche quando evidentemente gli dici no guarda, preferisco stare sola col libro grazieee sparisci non se ne va, mi fa pure tristezza l'idea dell'uomo di qui che vorrebbe attaccar bottone ma non lo fa perché ha paura che ti metti a strillare in mezzo al locale.

A proposito di approcci improbabili, una volta vi racconterò la storia di Valerio. Siccome mi è stato addosso, pubblico il suo nome senza iniziale - tanto figurati se capita proprio qua. E se ci capita, imparerà a non assillare le donne sole fino a dover farsi seminare, trasformando me in una depistatrice professionista.

modern24seven.blogspot.com
Stamane al lavoro c'eravamo solo noi: quegli sfigati degli insegnanti, e quegli sfigati dei loro studenti, perché il resto della popolazione, se poteva, il venerdì santo se l'è preso di ferie. 

Queste due settimane alla scuola dei D.C. sto insegnando miracolosamente sempre nello stesso gruppo, senza sorprese, senza cambi all'ultimo momento - vabbè, uno, mercoledì, ma ormai sono così zen che non mi incazzo neanche più. Tre studenti soltanto, motivati, adorabili. 

Ciò non toglie che ogni tanto, nei corridoi, incontro ancora i miei sbarbati afghani, quando io me ne sto andando (vedi: correndo come Carl Lewis verso la metro) e loro tornano dalla pausa pranzo per le ultime due ore di lezione. 

Segue la trascrizione del dialogo di oggi tra me e N., amico di O., di cui avevo scritto. N. ha diciannove anni, una faccia da pashtun e due occhi verdi da urlo, grandi, luminosi. Tipo che verrebbe voglia di presentargli la mia studentessa ventenne I. e vedere che cosa succede, no? Comunque. Ecco cosa ci siamo detti oggi.

Io: ooooh ciao ragazzi, come state, tutto bene? 
N.: ciao Natalia, aaaah adesso bene! (occhiolino.)
Io: aggrotto la fronte e sghignazzo (e penso ma che sei la cugina di Mrs. Robinson?)
N.: vuoi un po' di cioccolato? (ridacchiando, e mi offre un pezzo di coniglio pasquale di cioccolato.
Io: aah, ehm, no grazie, N. che altrimenti mi espando.
N.: mi squadra e mi dice: ma che ti espandi... qui le donne sono troppo magre. dovrebbero essere di più come te. 
Io: ...
N. e O.: ridacchiano e se ne vanno salutando con la mano.
Io.: vado via, arrossita come una dodicenne.

Ma pure un po' compiaciuta, perdinci. 
Son soddisfazioni, signore mie, soddisfazioni! O forse sono solo accecati dal capello biondo. Boh. 
Sta di fatto che il fatto che un diciannovenne abbia dieci anni meno di me ancora mi scuote. Non mi rassegno a questa cosa che sto crescendo. Per niente!
A quanto pare c'è questa possibilità. Io spero che gli omini del meteo, che qui sanno il fatto loro, si sbaglino.

Se no mi metto a piangere, davvero.

Che già il uichend scorso è venuto il cugino a trovarmi e ho fatto tre giorni in giro a congelarmi invece che prendere il sole come avevamo previsto.

Poi torna il sole sempre quando lavoro e non posso godermela (tipo martedì, secondo gli omini del meteo.)

Mi sa tanto di presa per il culo. Spero di non passare il uichend chiusa in casa con le tisane - possiedo dei rollerblade ora, perbacco, regalo del cortesissimo cugino di cui sopra. Amicoclima, me li lasci provare, perdinci? Mi lasci dare spettacolo con le mie inesistenti capacità di pattinatrice? Rallegrare gli autoctoni con le mie sceneggiate?

Auguratemi buona fortuna. Voi che leggete da lidi con un clima decente. Se marzo è pazzo, qui aprile è psicopatico. Passiamo costantemente da 22 gradi a 5 e ho mal di gola costante. Ovviamente.

Ora capite perché mi attira l'Andalusia, nonostante le fritture? Col cazzo che nevica sulla Semana Santa. Per dire eh.
http://www.firstpost.com/
Congratulazioni, evviva, gioia, giubilo! 

Avevo sedici anni quando ho sentito parlare di lei per la prima volta, quando non sapevo neanche dov'era la Birmania. E' venuto un volontario di Amnesty, chiamato dal mio amato prof di geografia delle superiori, e ci ha parlato di quel che era successo in Birmania, e di questa donna forte, fortissima e allo stesso tempo quieta. Mi sono incuriosita, e quell'anno sono diventata "amnistiana" per la prima volta. La prima campagna a cui ho partecipato è stata per lui, Thet Win Aung, di cui ricordo ancora benissimo il viso, e la storia, e tutte le lettere che ho stampato e imbucato verso la Birmania. Purtroppo lui non ce l'ha fatta, è morto in sciopero della fame a Mandalay, sei anni fa, ormai. Spero che, se qualcosa di lui rimane da qualche parte, veda quel che sta accadendo, e gioisca. 
So che secondo molti sono elezioni soprattutto simboliche - ma i simboli sono una cosa importante, anche loro, sono un punto d'inizio. Mica lo dico solo io, che sono crétina, lo dicono anche filosofi credibili. 
Comunque. Sono contenta, mi si scalda il cuore a sapere che non solo questa donna sia libera, ma che abbia vinto, e che alla fine ce l'abbia avuta vinta lei, con tutto quel che ha perso per le sue idee. Sono felice!
Se non ne sapete molto di lei, ecco un video di Euronews che riassume il tutto in pochi minuti, per quanto possibile: http://it.euronews.com/2012/04/01/aung-san-suu-kyi-una-vita-nel-segno-del-padre/

Allora, comincio subito dicendo: questo post è basato sui sentito dire, perché sono arrivata a Vienna già zitomunita. Anzi, sono arrivata a Vienna in quanto munita di zito asburgico necessitante una pausa dal girovagare. Questo post è anche, certamente, il risultato dell'aver guardato Sex and the City in maniera assidua durante tutta la mia adolescenza, talvolta in compagnia del padre citato qualche giorno fa, che di fronte alla TV mi spiegava quali erano, secondo lui, i madornali errori di valutazione delle quattro protagoniste. Anche lui adorava Sex and the City, è uno dei motivi per cui era cool. Quello, e lo sfogliare impunemente Donna Moderna perché voleva sapere cosa c'era in un giornale femminile, e se davvero ci interessano così tanto le tecniche di depilazione. Quindi io rifletto sulle tecniche di seduzione e ora scrivo davanti alla finestra col Mac. Che sfigata. 

Ma torniamo a noi.

Oggi i Diversamente Competenti mi hanno liberato inaspettatamente la mattinata, motivo per cui ho deciso di incontrare la mia amica C., italiana trapiantata qui da anni, mamma di due figli e una decina di anni più di me, anzi pure meno, credo. Bene. Allora, chiacchieravamo di com'è cercare un compagno qui, e lei ha riassunto tutto con una faccia che diceva: arduo. Misciòn Impòssibòl. E in effetti, in effetti io dico: a me qui non mi approccia mai nessuno. 
Non che la cosa mi manchi, ad esempio in Turchia mi approcciavano così costantemente che lasciata Istanbul odiavo il genere maschile in toto, ero arrivata a una sorta di sciopero della relazione di qualsiasi genere, perché spesso, donna singola straniera, finivo con l'essere il giocattolo sessuale pre-matrimoniale del turco di turno. Che anche no. E no, non sto esagerando: le altre mie amiche straniere avevano lo stesso problema.

Qui, però, siamo all'altro estremo: non ti guarda nessuno. Nessuno! E se ti guardano, sono stranieri di latitudini più basse, o più a est. Il concetto del Gioco di Sguardi anche così per farlo, anche se sei in metro e chi ti rivede ma sei belloccio dunque va bene, qua ciccia. A Istanbul non era il caso perché veniva frainteso, qui passi per una psicopatica che fissa la gente. Non è mai facile conoscere qualcuno dopo gli anni dell'università, anzi più lavori e più diventa difficile, ne sono certa - ma qua mi sa che è estremamente difficile. In effetti, se penso alle coppie autoctone che si sono formate tra gente che conosco, era tutta gente che si conosceva da tanto. La prossima volta che vedo la mia amica austriaca A., che è simpatica e autoironica, le sottoporrò la questione. Stay tuned, vi aggiornerò sulla mia indagine: che fare, se sei singola a Vienna e vuoi conoscere un uomo senza l'aiuto di internèt? 

Adesso fatemi lavorare, però, invece che scrivere vaccate. 


C'è una domanda che mi si è annidata nella testa tornando da una lezione. Casa mia è nei pressi del gürtel,  che in italiano significa cintura, un vialone a sei corsie più spartitraffico e fossa della metro (o metro sopraelevata, dipende da dove sei) che è praticamente la circonvallazione della 90, per coloro tra voi che conoscono Milano. Per gli altri, che so, tipo i viali di Bologna, ma non grande come il GRA di Roma. Un posto piuttosto offensivo per gli occhi, ecco. Ed è un posto che solo i turisti da ostello vedono veramente, quelli che stanno negli hotel sono tutti dentro al gürtel e non ne escono mai. I turisti qui è già dire tanto se escono dal ring, sinceramente.

Quindi, come Lucarelli fa i misteri d'Italia, io vi parlo dei misteri di Vienna. 

Ecco che aspetto ha questo luogo non-luogo, dal tetto della mia adorata biblioteca centrale:
photo by Silja Tillner
In alcune parti del gürtel, ci sono dei giardinetti che hanno lo scopo di isolare il pedone dalle macchine, e lungo questi giardinetti ci sono delle panchine. La fauna naturale di queste panchine, solitamente, è prevedibilmente composta di persone tipo: 

  • lavoratori illegali che non hanno trovato lavoro
  • lavoratori illegali dell'est Europa che non hanno trovato lavoro e sono ubriachi fradici alle ore 12
  • gente con i cani che almeno lì se fanno la cacca è così brutto che non importa
  • famigliole anatoliche con i bambini
  • adolescenti tamarri con le creste il gel e gli occhiali da sole pure a dicembre col buio
Insomma, una delizia, no, la crème della crème, e lo so che sono stronzetta, però se anche voi doveste camminare su questo vialone tot volte a settimana la pensereste come me - salvo solo i bambinetti turchi che non ci vanno per scelta, praticamente ;) Infatti io prendo la parallela, così non divento acida.

Però di queste categorie ne capisco solo una: cioè i lavoratori ubriachi. Nel loro caso, sono ubriachi, e quindi che gli frega se sono in luogo orrido. Ma... Gli altri? 
Cioè, se sei una mamma, non ti viene in mente che portare il figlio ai giardinetti in circonvalla magari non è sanissimo?
Se sei un tamarro, perché non vai a un parchetto con meno casino dove senti meglio la musica tamarra che senti col tuo cellulare senza cuffiette?
Se hai il cane, perché non portarlo dove né tu né lui rischiate un cancro ai polmoni se lo fai per tutti i dodici anni di vita del povero quadrupede?
Se sei lavoratore illegale e in crisi perché nessuno ti ha portato in cantiere, e non hai intenzione di bere per dimenticare, perché almeno non fai una passeggiata e almeno vai dove puoi guardare i pedoni, che le macchine sono veloci e non puoi neanche analizzare la cilindrata?

Non capisco. E mi rendo conto che son domande diffiicili, queste. Io il gürtel lo evito come la peste, allungo pure la strada pur di risparmiarmelo, lo faccio solo quando sono di fretta. 
Mah.

*post steso alle ore 11 di mattina circa. Perché i Diversamente Competenti ieri sera alle 22 hanno cancellato i miei esami d'inglese. Va menzionato, giusto per farvi capire che anche voi ve la prendereste, suvvìa.
No, infatti. Siamo oltre quello. Siamo alla furia fredda che rimane di fondo, mentre ti dici beh ma se io sono l'unica cojona che tenta di essere professionale allora lascio stare, perché da sola come faccio?

Dopo la vacanza andalusa ho iniziato a insegnare in un'altra sede della scuola per cui lavoro la mattina. Bene. Questa sede è infestata di coloro che il Lemure Combattente definisce diversamente competenti. Ecco, è piena. Settimana scorsa, mi hanno detto in un sms alle ore 22 di lunedì dove insegnavo martedì mattina, e non contenti, mi hanno pure spedito nell'aula sbagliata e non mi hanno dato nessuna informazione su livelli, quantità di studenti, su niente. 

Questa settimana, invece, lunedì e martedì mi hanno fatto svegliare alle ore 6.50, per poi non sapere dove mandarmi una volta che ero a scuola. Attenzione, non una, ma due (2) volte di fila. Dopo un'ora di attesa ogni volta, me ne sono tornata a casa dicendogli che se devo perdere il mio tempo così allora che si tengano i soldi che vado a schiacciare un pisolino sul divano e almeno non m'incazzo. 
Ora, il problema è che gli studenti furiosi non è che si arrabbiano con la schiera di pirla che infesta quello che loro chiamano il bèc òffis, è con noi poveri insegnanti sfigati che se mettono a strillare, e noi ne sappiamo quanto loro. 

Una situazione così demmerda non l'avevo mai vissuta prima. Né in Italia, né in Turchia, quindi alle ortiche le vaccate sul fatto che i germanici sono sempre efficienti. Sono, appunto, vaccate. 

Madonna del Carmelo, come dice il mio amico C. Dioc**e, come dice il mio amico G. E porcaminchia, come dico io. 

La fatica del vivere. Meno male che riesco a chiudere tutto in una scatola e dimenticarmene dopo le ore 13, e che non ho dato disponibilità per il venerdì. Meno. Male. 

In tutto ciò, domani sono sola a fare i test d'inglese con la celeberrima Giulietta. Ispirandomi a Javier Marias, che a sua volta si era ispirato a Shakespeare nel Riccardo III, chiudo, vado a lezione, ma dico a ognuno di voi: domani nella battaglia pensa a me. 
mi piacerebbe comunque, forse, a occhio, a pelle, nonostante la cucina, nonostante gli appartamenti gelidi, abitare a Siviglia un giorno? 



Questo è il cielo che hanno a febbraio.
E le case sono colorate, le persone hanno abiti colorati, il Nordafrica è lì dietro, ovunque era colore, movimento, chiacchiera, cani, argini di fiume affollato - e questo è il loro inverno. 


E io invece da quasi tre anni abito in un posto che molto, molto spesso ha questo cielo,



per almeno tre-quattro mesi l'anno, e no, prima che me lo chiediate, l'esser cresciuti a Milano non aiuta, perché almeno là si rimane intorno allo zero, di norma, qui fa freddo, e viene buio prima. La neve quest'inverno ci ha lasciati tranquilli, ma il primo inverno che ero qui me la sono beccata da novembre a marzo. E io, la neve, la odio. Non so sciare e odio i vestiti pesanti. 

Vienna ha tanti, tanti pregi. Ma una delle cose che detesto è che, appena si esce dal centro, e lo nota chiunque viene a trovarmi, è una tavolozza di grigi. Palazzi grigi, architettura socialista anni sessanta, gli intonaci colorati anche no, uniformità architettonica, o è Biedermeier e allora è colorato, o è grigio, grigio, grigio, le strade grigie, il cielo grigio, le persone col grugno, infreddolite.

Per fortuna che quando arriva la primavera invece è bellissima, e la lòvvo molto. E diventa così: 


Quello che vedete è il Votivpark, intitolato a Sigmund Freud. Se ci andate tra maggio e settembre, tra l'una e le due e mezza, può essere che troviate Natalia che mangia il sushi e legge un libro nella sua pausa pranzo silenziosa, sulla sedia a sdraio del comune (che nessuno ruba.)
Mi è sempre piaciuto il titolo di questo film. Non l'ho neanche mai visto, so solo che è ispirato alla Coscienza di Zeno, e che c'è Chiara Mastroianni. Ma mi fa sempre pensare a mio padre, che di parole ne partoriva un sacco. Era un chiacchierone, come me. 

Comunque.

Ieri era il compleanno di mio padre, che si chiamava Stefano. Possiamo dirlo, tanto a lui non fa male di certo. Era un tipo alto, scuro di pelle, scuro di occhi, scuro di capelli. Lo divertiva dire che quando andava in Marocco nessuno pensava che fosse straniero, perché con quella faccia lì, chi avrebbe dovuto? Chiaramente quando si portava in giro me, quando ero piccola, la gente ci guardava e diceva: ma questi due? Perché io ero biondissima, con gli occhi azzurri, la pelle chiara, tutta mia madre, insomma. Di lui, diceva, avevo il carattere, la romanità genetica e i decibel quando parlavo. Di mia madre, i colori, e il piacere dello stare sola a disegnare o a leggere. 

Romano. Ha lasciato Roma a 16 anni ma non ha mai perso il suo accento, anche se la parte romana della tribù poi gli diceva parli come un milanese! Era una persona allegra, amava ridere e far ridere, avrebbe voluto fare l'attore di teatro, se non avesse dovuto preoccuparsi di mantenere mamma e fratello, diceva. Aveva 16 anni nel 1968, ed era un uomo di destra. Diceva che a 16 anni più che per politica era entrato nell'MSI perché tutti gli altri non lo facevano. Quel che posso dire è che, di destra o meno, mi ha lasciato sempre libera di esprimere le mie idee, di fare ciò che volevo, di prendere 'sta direzione da fricchettona, diceva ridacchiando. Per un sacco di cose, a dire il vero, era molto più aperto di molti dei genitori di sinistra che ho incontrato - quel che contava, per lui, era il dibattito, anche acceso, anche quando sfociava nelle risse verbali, con mia madre, poveretta, a fare da arbitro involontario e esasperato. Avete mai letto questo libro? Il personaggio di Accio mi ricorda tantissimo mio padre, è stato un po' doloroso leggerlo, per questo. Mio padre ha sempre difeso la mia libertà di fare ciò che voglio, anche quando per alcuni nella famiglia era strano: soprattutto quando era strano. Per lui se qualcosa era fuori dagli schemi, una delle sue espressioni predilette, allora andava bene, e andava incoraggiato. Come farmi imparare l'inglese fin dall'infanzia, nell'Italia degli anni 80 che delle lingue se ne fregava. 

Naturalmente non era perfetto - era incazzoso, poteva essere attaccabrighe, era polemico, poteva essere pesante e ossessivo per quanto riguardava la politica. Come tutti, aveva lati negativi. Però, oh, era mio padre, e io gli volevo bene, anche quando ci scannavamo. 

Ho dovuto guardarlo spegnersi lentamente per una leucemia, per più di un anno, che per me è stato difficilissimo, dato che all'epoca il mio ragazzo di allora con tempismo geniale ha avuto grossi problemi psicologici proprio in quel momento. Ma non è di lui che voglio parlare. 

Mio padre è morto che avevo compiuto ventiquattro anni da un mese e due giorni. Il giorno del mio ultimo compleanno con lui non ho potuto abbracciarlo, perché io avevo il raffreddore, lui il sistema immunitario a zero, ed era troppo pericoloso. Mi si fa un nodo alla pancia solo a scriverlo.
Io questa cosa, ragazzi, mica l'ho ancora superata del tutto. Mi vengono i lucciconi e il mal di pancia dal niente, in questi giorni, non dormo, e sono passati quasi sei anni. Boh.

Il fatto è che se n'è andato proprio quando stavo diventando grande davvero. Mi sarebbe piaciuto poter avere con lui il rapporto che ho con mia madre, e cioè un rapporto tra pari, certo, sarò sempre la figlia di mia madre, ma da quando sono uscita da casa è cambiato molto, è come se fossi diventata grande, come se mi prenda più sul serio. Ecco, non lo avrò mai, questo con lui. L'ho guardato spegnersi piano, un uomo alto e grosso, energico, che amava uscire, ballare, bere, gridare e ridere e perché no, prendersi una sbronza tra amici qua e là, costretto in un ospedale, coi tubicini e la morfina e le maschere per ossigeno. Alla fine mi sembrava una conchiglia vuota. Per questo gli ultimi giorni non mi sembrava ci fosse già più. L'ultima cosa che mi ha detto è stata "mi dispiace." Mi ha guardato con questi occhi neri, enormi, nella sua faccia smagrita, e ha detto, lui a me, mi dispiace, che era stanco. E io gli ho detto che lo capivo, capivo come uno vitale come lui ne aveva le palle piene di stare lì dentro. 

Quello è il motivo principale per cui sono scappata a Istanbul, che mi ha curato. Milano era piena di ricordi, perché io con lui ho sempre fatto mille cose. In Galleria mi ci portava perché amava farsi l'aperitivo la domenica mattina. Lui col Corriere, e io coi fumetti della Pimpa su cui mi insegnò a leggere che avevo tre anni. Il cameriere mi portava sempre l'acqua con l'ombrellino rosa colorato, di quelli che si usano per i cocktail, perché era in tinta con la mia giacca e ci conoscevano. Ai giardinetti mi portava a giocare a calcio, che mica non puoi giocare a calcio solo perché sei una bambina, se ti piace. Tutti i cinema di Milano, quelli che resistono - abbiamo visto millemila film d'essai insieme. 

Mi manca. Mi piacerebbe sapere che ne penserebbe lui di me ora, della vita che faccio, di M., che è diverso da lui e per tante cose è anche terribilmente simile. Lo so che non mi riprenderò mai - però in giorni come ieri è più difficile che in altri.

Che palle. Posso tornare a essere la cojona solita che scrive osservazioni da sociologa nel cassetto sul paese dove vive? Che fatica. Uffa. 
Uffa. E' da questo che vedo che siamo intorno a robe relative a mio padre. Leggo cose legate l'una all'altra, e non dormo. Dovevo essere a un workshop ora, ma ho scritto un sms all'insegnante alle 5 del mattino, sveglia già da più di un'ora. Non avrei capito niente, è in tedesco, figurati. Il compleanno di mio padre che incombe e il lavoro che mi fa smadonnare tutte le mattine sono una pessima combinazione. 

M è fuori a fare altro, E. non ha tempo per me, P. è a sciare, O. non risponde e D. è preso con la bimba sua. V l'ho vista ieri e ha un sacco da fare. E' uno di quei giorni sfigati dove non si riesce a improvvisare nulla. Ergo, cerchiamo di essere positivi e come al solito, attività fisica per farsi del bene. Vado in palestra. Musica di qualità per non sentire l'Orrida Dance della palestra: c'è. Vestiti: ci sono. Sole per passeggiata dopo la palestra: c'è. 

Sono pronta. Vado. Uff. Che stanchezza, ma muovermi mi farà bene, lo so. 

Oddìo. Che bellezza. Mi sa che per diventare come lei ho a) molta strada da fare b) troppo poco tempo per farla e ad essere onesti c) i geni sbagliati, proprio ;) 

Una studentessa che ama anche lei lo yoga mi ha fatto vedere questo video ieri, e dato che ho fatto la pesantona tra una riflessione e l'altra ho pensato di condividerlo qui. Mi incanta vedere cosa le persone sono capaci di fare col loro corpo. Ora esco, però, eh. Che la mia amica V m'aspetta. 
Ieri sera sono arrivata a casa tardissimo, tipo dopo le dieci. E' stata una di quelle che io chiamo le giornate del campione, dove esco di casa alle sette e mezza, se sono fortunata passo a casa minuti 30 per a) mangiare e b) prendere i libri per le lezioni del pomeriggio, così non devo girare tutto il giorno con uno zaino che, fossi stata ancora all'università, avrebbe fatto esclamare al mio amico L.: Natalia, ma che parti per l'Erasmus oggi? Eh sì. Ho sempre avuto la tendenza ad avere zaini enormi, in quel periodo perché stavo con uno che abitava dall'altra parte di Milano e dormivo da lui 3-4 notti a settimana, ma mi ostinavo a non lasciare assolutamente vestiti e cose varie da lui (e facevo bene.) 

Ecco quindi insomma, ieri sono tornata a casa alle dieci, dopo otto ore di aula, due ore circa sui mezzi e un'ora e mezza di yoga, che ci sta perché mi fa sentire che almeno mi prendo un po' cura di me. Ho ordinato del sushi - così per rimanere in tema asiatico e non mangiare rumenta totale - e mentre aspettavo non avevo testa per leggere un libro. Insomma, naviga qui, naviga là, sono finita sul blog di Annika, giornalista svedese mia coetanea. Una volta il suo era un fashion blog, e ora è il diario di come una ragazza di ventotto anni stia cercando di riprendersi dal cancro, cancro che le è venuto dopo un anno e passa di depressione causata anche dal fatto che lei stessa aveva appena perso la sua migliore amica per la stessa malattia. 

Stica. Però ho continuato a leggere, e ovviamente mi ha dato tanto da pensare, anche perché come potete vedere dal riquadro qui a destra, l'ultimo libro che ho finito è Negative Space di Zoe Strachan, un'autrice scozzese, che è stato una faticaccia da leggere e mi è piaciuto mediamente. Ma il tema è come la protagonista cerca di riprendersi dall'improvvisa morte del fratello ventiquattrenne. 

Insomma, continuano a ricorrere queste cose relative al lutto, all'elaborare un lutto, a come riprendersi. Aggiungeteci che il 19 marzo è la festa del papà. Aggiungeteci anche che il 25 marzo, questo 25 marzo, mio padre avrebbe compiuto 60 anni, perché mi aveva avuto quando aveva l'età che ho io ora, che avrò a ottobre, cioè i fatidici 30. Il risultato di tutte queste addizioni, chiaramente, è che il mio cervello sta lavorando, e tanto.

Oggi è un venerdì dove per una serie di triangolazioni cosmiche non ho i due corsi che ho di solito, il che significa che sono libera! Quindi per ora esco, almeno vado a pensare al sole. E' che le cose scritte da Annika, insieme al libro, ecco, mi stanno dando molto su cui riflettere. Magari elaboro qua, se non vi scoccia che faccio la pesante, ma scrivere mi ha sempre aiutato a pensare, prima lo facevo sul diario di carta, e ora qui.  
Cari visitatori d'oltreoceano e asiatici, che siate arrivati qui per caso o che siate arrivati perché cercavate informazioni su Budapest o l'Andalusia - che potrebbe benissimo essere - benvenuti. Welcome

Mi esalto come una mocciosa a vedere il planisfero tutto colorato.
Hehe. 
Chiamiamola così. Lei c'ha un altro nome, ma non mi va di usare una iniziale ogni volta. Quindi, chiamamola Giulietta. La Gì è una mia collega, ha l'età di mia madre circa, con un taglio di capelli discutibile, ma contenta lei. Insegna inglese, ma lo parla 'nzomma, secondo i colleghi madrelingua, il tedesco pure peggio. Non ci sarebbe niente di male in tutto ciò, se non fosse che quando parla inglese, invece che parlare come una persona normale, prende queste aree da cugina della regina e parla come un incrocio tra Elisabetta e Vittoria. Con gli errori di grammatica nel mezzo, e le parole desuete che neanche mia nonna, se mia nonna parlasse inglese. Non ci sarebbe nulla di male neanche in questo, se non fosse terribilmente arrogante.
Ho lo sventurato destino di doverla sopportare una volta o due al mese durante gli esami di inglese, esami durante i quali abbiamo 4,5 ore per testare tra le 30 e le 70 persone. Chiaro che quando ce ne sono 70, magari se ti dai una mossa a fare le interview orali io riesco a uscire in orario per la lezione dopo. 

Ma no.
No. 
Lei chiede vita morte e miracoli anche a coloro che chiaramente hanno problemi e li prosciuga. 
Tratta male quelli che hanno la colpa irreparabile di aver lasciato la scuola a quindici anni. Tratta chi non parla inglese come un sommo deficiente. 
E in tutto questo, è lenta.
E quando io le faccio notare le cose, siccome sono una bella gnocca bionda sotto i trent'anni, è chiaro che quello che dico non ha valore. Figurati: sono giovane, e pure bionda, che ti pare che adesso io possa avere idee sensate, no? E quindi cosa fa?

Mi risponde con aria saccente, concludendo le frasi con "young lady". Manco fossi la nipote presa con le dita nel barattolo di Nutella. Mentre io sto cercando di rendere tutto più rapido ed efficiente, e lei coi suoi tempi paleolitici non me lo lascia fare. E dato che altri due colleghi si sono trovati a smadonnare, sono certa di non essere io il problema. 

Diciamo che oggi il mio umore si esprime col titolo di questo libro

Ora: radunare libri per le lezioni del pomeriggio. Radunare vestiti per yoga. Darsi una calmata. Uscire e godersi le lezioni con gli adorabili studenti del pomeriggio. 

GGGGGGGGGGHHHHHHH. 
Allora, Malaga. Mi è abbastanza piaciuta, Malaga, carina, minuscola, e con la pressione sanguigna molto bassa. Non so se ci vivrei, perché è così piccolina, ma mi ha dato l'idea di un luogo piuttosto vivibile, ci sono stata bene e sono andata in delirio a rivedere il Mediterraneo dopo non so quanto tempo. Seduta sul frangiflutti ho avuto un flashback istanbuliota. La cosa che mi ha entusiasmato di Malaga è stata proprio la presenza del mare, ma la pressione è così bassa che so che non potrei abitarci, anche se i ritmi lenti mi sono piaciuti. 
Va bene che rompo sempre perché dico oddìo oddìo quanto corro nella vita, ma la realtà è che un pochino a me correre piace. E se corri Malaga la attraversi in troppo poco tempo, e quindi, no, non ci potrei abitare. E dei posti che abbiamo visitato è stato quello col cibo meno vario di tutti. 

Granada, invece, l'ho trovata più affascinante, con l'università era piena di studenti e di cultura, e col fatto che abbiamo scelto di stare su in collina, nell'Albayzin, con relativa scarpinata in salita ogni volta per tornare a casa, penso di avere avuto una bella esperienza, lì. Questa cosa di abitare in un quartiere senz'auto e raggiungere tutto in venti minuti a piedi mi ha affascinato molto, e lì era molto forte anche l'impronta araba - nell'architettura, ma anche nella popolazione, c'erano molti arabi. Per certi versi Granada mi ha ricordato alcune parti di Istanbul, con le strade strette e questo palazzo che incombe su tutto il resto. Anche lì, non ci abiterei, ma molto, molto affascinante, con le montagne innevate alle spalle... Bella e tenebrosa, direi. Molto fascinosa.

foto di Natalia Pi
Cordoba, poveretta, è stata la cenerentola della mia gita. Povera Cordoba - c'è pochino, da vedere. Ci sono andata perché per ogni (anche minimo) amante dell'architettura non vedere la mezquita sarebbe stata una mossa piuttosto scema, e l'architetta brasiliana che ci ospitava a Siviglia ci ha detto massì dai, andateci in giornata, che vale la pena. Allora: sulla cattedrale-moschea siamo pienamente d'accordo. Ho avuto una crisi, lì dentro, era bellissima, ho fatto più o meno un centinaio di foto nel giro di un'ora, e non volevo più uscire. La parte più prettamente di chiesa cristiana c'entrava come i cavoli a merenda col resto, e come al solito io sono rimasta a fissare per ore gli elementi decorativi della parte islamica. Non so cos'è, ma a me l'architettura islamica di moschee e hammam piace tantissimo, forse perché dovendo evitare l'uso di figure umane finiscono col creare questi arabeschi meravigliosi, astratti, che sembrano merletti e che giocano con la luce in maniere squisite.  Tipo come si vede nella foto.
Però poi, una volta che si esce dalla mezquita, a Cordoba, beh, c'è pochino, ecco. Forse perché ci siamo andati in bassa stagione, ma mi ha anche dato l'impressione di essere una città più povera delle altre che ho visitato, le persone erano un po' più stramiciate, come avrebbe detto mio padre, i locali erano semivuoti, al contrario che altrove.
Sono stata contenta di tornare a Siviglia, a fine giornata. Ma di Siviglia parlo un'altra volta. 
http://www.allposters.com/
Oggi con M siamo andati a farci una passeggiata con pic-nic in collina, a Leopoldsberg. 
Scendendo, abbiamo incontrato la signora Helena, 75 anni circa, con cui abbiamo camminato per quaranta minuti buoni, scendendo verso il Danubio.
Ci si è affiancata e, bella bella, ha cominciato a raccontarci di come è cresciuta in quei boschi, da bambina e da ragazza. Aveva quattro fratelli, con i quali scorrazzava in giro nonostante la mamma glielo avesse proibito, perché lei era una ragazza. Andava anche in bicicletta e nuotava nel Danubio, anche questo a insaputa della mamma - e lì mi ha guardato, e mi ha detto: mica devono sapere tutto, le mamme. Se lo sapessero, si preoccuperebbero troppo. Devi fare le tue cose. E insomma, via, alè, ha chiacchierato un sacco. Ci ha parlato del suo amore per gli animali, del fatto che sì, i bambini le piacciono e lei stessa ha avuto due figli, ma i bambini fanno troppo casino, e per questo lei preferisce i cani; ci ha detto di come lei va spesso in giro per i sentieri in collina anche durante la settimana, ma che ha la sensazione che stia diventando un po' pericoloso farlo; ci ha raccontato dell'occupazione sovietica nella provincia intorno a Vienna e di quella volta che si è svegliata da un sonnellino circondata di soldati, ed è scappata via, anche se loro non sembrava volessero farle del male; ci ha raccontato di come la mamma li metteva a letto da piccoli e lasciava scegliere a loro che fiaba sentire quella sera. Ha anche parlato di come, secondo lei, i nuovi stranieri che arrivano (turchi, serbocroati) siano più difficili da conoscere di quelli che venivano prima (cioè ungheresi, polacchi e cecoslovacchi), ma che comunque secondo lei alla fine se c'è volontà di capirsi, la cosa funziona comunque, ma la volontà dev'esserci assolutamente, e poi ci ha parlato di un incontro, simile al nostro oggi, che ha avuto con un gruppetto di ragazzini turchi con cui si è trovata a bere spumante in un museo. Insomma, ci ha raccontato un sacco di cose.
A me piace un sacco stare a sentire gli anziani, quando raccontano i fatti loro, e infatti mi spiace che la mia nonnina sia così taciturna. Comunque tra quello, e il fatto che una signora di qua si sia aperta così rapidamente e così nel profondo, io sono felicissima! Non succede spesso, da queste parti. Quindi, evviva!
a una settimana dal ritorno a Vienna - e che presumibilmente mi mancheranno un giorno, se me ne andrò a vivere altrove.

Non potevo mica usarla come titolo questa frase, sarebbe stata degna di Lina Wertmüller no? Ma io mica lei sono. Sono Natalia e non ho gli occhiali fighi come quelli della Wertmüller.

Comunque, oggi pensavo a questo, perché ci sono effettivamente alcune cose che mi piacciono di qui e che non ci sono da dove vengo, e neanche in altri posti che ho visitato. Per una volta che sono totalmente presa bene da questa città, che c'è pure il sole, dichiariamolo, perdinci.
Come ad esempio:

  1. il pane integrale: scuro, scuretto, nero, fatto di cereali di cui non conosco il nome neanche in italiano, e quindi li so in tedesco ma non so bene che aspetto abbia la pianta effettivamente.
  2. il reparto di Robe Organiche nei supermercati, dove vendono robe come la quinoa mai mangiata prima di vivere qui, e un sacco di cereali, come sopra, dove uno si chiede: e che ci faccio? come li mangio? Non li so mica cucinare. Però mi piace sapere che ci sono, se un giorno vorrò variare la mia alimentazione. 
  3. il reparto di Robe dal Mondo sia come frutta e verdura, sia come conserve e quant'altro. Anche il supermercato Prosi, di proprietà di una famiglia indiana, enorme, variopinto e fornitissimo: hanno tutto. Anche la Marmite e le paste di peperoncino messicano assassino. La crème fraiche che costa 0,89 al barattolo e non 2 euro come a Milano, cosa che non mi sono mai spiegata.
  4. la cultura delle infusioni. Sarà che sono in un paese alpino, ma qui ci sono un sacco di infusioni buonissime, per tutti i gusti e tutti i bisogni. Aromatiche, con i fiori, con le erbe di montagna, con tutti e due, con lo zenzero, se hai la tosse, la bronchite, se non riesci a dormire, hai mal di pancia, hai mal di testa, qualsiasi cosa tu abbia, vai in un'erboristeria e illuminati davanti alla quantità e alla qualità delle infusioni che producono da queste parti. I miei spacciatori preferiti sono il signor Willi Dungl e la cricca di Sonnentor. Quando vado nei bar italiani, chiedo il tè, e mi portano un misero cestello di ceramica con quattro Twinings buttati dentro a caso, a me viene la tristezza. Ma è chiaro, dopo averi vissuto in Turchia e qui. In Italia da questo punto di vista siam messi male, forse perché la maggior parte della popolazione pensa: Un caffettino, e via. E delle infusioni, come dire, se ne frega assai. 
  5. Gente che quando gli parli di pesto e basilico, sanno quel che dici, e magari sanno pure come usarli. Supermercati che sono forniti sia di pesto (che vabbè, mica dev'esserci ovunque, ma se c'è, meglio) e soprattutto di basilico (in Spagna non c'era il basilico, al supermercato. In un paese mediterraneo, questo dettaglio mi lascia molto perplessa.)
  6. le Kaffeehaus dove stai seduto per tre ore comprando un caffè e una torta, e nessuno ti caccia via o ti chiede se vuoi altro. 
  7. i mezzi che funzionano e sono rapidi e attraversi la città in massimo 50 minuti ma proprio solo se devi andare, ad esempio, a Sucate. 
  8. la varietà di ristoranti a prezzo moderato e con qualità più che decente: vuoi il sushi, vuoi andare a mangiare l'ingera, vuoi una pizza accettabile, vuoi mangiarti una schnitzelona, vuoi mangiare le tortillas? C'è: c'è, in città, e non sarai derubato al momento di pagare. 
Mi fermo qua, che per questa settimana ho finito di lavorare, sto per uscire con un'amica a farmi un caffè al sole, e prima di farlo farò anche la trasgressiva cosa dove mi faccio una pennichella pomeridiana. Tiè. E poi vado a godermi questa città dotata di basilico anche se sta a nord delle Alpi. 

E lo so che praticamente tutto in questo post è relativo al cibo. Ma dev'essere perché il cibo spagnolo mi ha traumatizzato malamente, quanto a frittura, quanto a mancanza di alternative quando proprio non hai voglia di mangiare carne o pesce, cosa che a me succede spesso. Le tapas saranno anche un modo divertente di mangiare, ma sono sopravvalutate, malsane e sempre le stesse, in fin dei conti. Il cibo per me è una cosa troppo importante, e se non mi piace il cibo che ho intorno mi intristisco. Il cibo è uno dei motivi per cui amavo la Turchia.
Quindi, da questo punto di vista, sono contenta contentissima di essere tornata a Vienna!
Al volo in pausa ho dato un'occhiata alle traffic sources del blog, perché ero certa che facendolo mi sarei fatta anche quattro risate.
E come volevasi dimostrare: dopo l'intellettuale citato l'altro giorno, oggi un altro (presumo sia un uomo, ma magari sbaglio) è arrivato scrivendo questo: "video italiano come una donna si depila la patata"

Son cose che ti illuminano la giornata, no? Come usare Internet per edificarsi, proprio :D