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E quindi, sono tornata in Italia. 

Voi mi avevate lasciata lì, a prendere il volo per Milano, quella Milano che mi era stata preclusa per anni e a cui ero ora libera di tornare, così, per vedere che aria tirava.

Milano che è cambiata così tanto, e il mio quartiere, che invece è sempre uguale, eccetto per il fatto che chi andava a scuola con te ha acceso mutui, fatto bambini, si è sposata. Tu, no. Tu invece non hai fatto niente di tutto ciò, hai fatto molto altro, eppure per molte persone in quel mondo, quello che hai visto tu, quella tua vita in un caleidoscopio, quasi non conta. Di Milano... Di Milano meglio che parliamo un'altra volta.
Tanto mi mancava casa quando stavo male, tanto quanto Milano sembra casa sempre meno, mano a mano che io mi sento sempre meglio. E' segno di forza, ma dà anche una sensazione di confusione. Lunga storia, quella dell'identità di un emigrato decennale. 

Nonostante tutto, intendo dire gli attacchi terroristici, e la tensione, a luglio avevo deciso di andare in Turchia, a Istanbul. Quella sì, che mi mancava ancora, perché anche se Asburgo ed io ci eravamo incontrati là, lui non aveva mai voluto tornarci con me.

Secondo alcuni, forse perché temeva che poi non avrei voluto venire via, e forse, avevano ragione.

Ad ogni modo, ero già passata da Istanbul, mentre tornavo a Milano. Prestissimo la mattina, sono atterrata alle cinque e qualcosa del mattino, controllo passaporti, sono arrivata in centro verso le sette, con il tram, a Eminönü. La città vecchia, quella che scopri quando sei turista. Sono arrivata lì, ho guardato il Bosforo verso nord, e una voce chiarissima, calma, ma piena, piena di felicità, ha accelerato i battiti a mille, ha detto sei a casa, Nat. Sei a casa tua! Questa è la tua città. La Città! La Città più bella del mondo. Più bella di Roma, di Parigi, di Città del Messico e tutto il resto. Istanbul la bella. 

Dal tetto del vapur

Era una giornata di sole. Non avevo dormito, ero stanca, ma stavo per vedere la mia famiglia turca -- la mia prima host di couchsurfing di dieci anni fa, e suo padre, e scoppiavo di felicità nonostante tutto. 

Quando meno te lo aspetti, spunta la parola casa. Anche, o forse soprattutto, spunta quando hai tantissimo sonno. 
Sono andata da lei, mi ha portato a casa. 
Mi ha detto, fatti una doccia, così ho fatto, fatti anche un pisolino, così ho fatto. Mentre cambiavo i vestiti, e mi addormentavo nella penombra della stanza dove avevo dormito i miei primi sonni turchi del 2008, ho sentito di nuovo i gabbiani. 
Uno dei suoni di Istanbul, una delle prime cose di cui mi sono innamorata.

Al mio risveglio, suo padre mi aveva preparato la kahvaltı, la loro colazione tipica. Formaggio, olive, pomodori freschi, cetrioli, pane. Mi abbraccia, mi chiede di mia madre, mi dice, te lo ricordi ancora il turco? Gli dico di no, lui parla lo stesso, mi rendo conto che capisco. E' sempre stato paziente e gentile, quando ero arrivata qui come una ragazzina messa malaccio, mi aveva fatto da papà, dopo che aveva saputo che io avevo perso il mio. Lui aveva perso la moglie, sua figlia la madre. Capiva molto bene. Posso parlare a malapena con lui, eppure gli voglio un bene dell'anima, a questo signore alto, con gli occhi azzurri, che ai tempi del golpe del 1980 era un musicista con una testa leonina di riccioli e un sorriso chiaro. 

E' da dieci anni che ogni volta che metto piede a Istanbul, io mi sento a casa mia.

Ho passato la giornata con Ö., a bere tè sul mare, a passeggiare, ad aggiornarci sulle nostre vite, sulla sua vita da quando ha deciso di vivere pubblicamente la sua omosessualità in un paese che sta diventando sempre più intollerante per queste cose. Siamo andate a trovare i sui amici che organizzavano il gay pride nella parte europea, che un paio di giorni dopo sarebbe stato gravemente contestato.
Nel pomeriggio ho visto un altro caro amico, e ho pensato,  è il momento giusto per tornare qui e vedere come va. Nonostante tutto, perché quello che leggi sui media e la realtà di una città sono sempre molto differenti. Sono ripartita.

Ho passato qualche giorno a Milano, sono andata a Roma con un amico a fare la turista, e poi sono andata di nuovo a Istanbul.

Anche a Istanbul, ho sentito il tempo che passava.
Parlando di quando sarei arrivata per restare più tempo di un cambio voli intercontinentale, come capita sempre, mi sono resa conto che crescere vuol dire semplicemente anche essere più occupati -- presi dal lavoro, dai partner, dai figli. Da tutti e tre.

Io invece non avevo nulla di cui occuparmi tranne che me stessa, allora sono andata nel sud, a Olympos, per aspettare il weekend e vedere il mio Mediterraneo.
Olympos è la mia piccola Atlantide, un posto dove mi succedono sempre cose importanti.
E infatti è stato così anche stavolta.

Le rovine vicino all'acqua

E naufragar mi è dolce in questo mare
Ho conosciuto una persona, lì. La cosa più vicina al colpo di fulmine che abbia provato in vita mia, una vertigine, e anche se non ha portato a niente di concreto, perché la vita è una cosa complicata, ha portato però due cose: la prima, una persona in più nel largo cast di persone che mi circondano nella vita, una persona che resterà sempre un po' speciale, perché anche se ci sono milioni di ragioni per cui non può funzionare, ci teniamo l'uno all'altra. Perché lui è stata la prima persona per cui ho sentito qualcosa di positivo dopo molto tempo. Perché io sono stata la prima persona che l'ha trattato per quello che era, senza pensare a da dove venisse.
La seconda cosa che ha portato è la consapevolezza che il mio cuore non è spento, anche se sembra esserlo la maggior parte del tempo, ancora adesso, soffocato dal peso di troppo lavoro, troppo poco sonno e dall'essere in una città piena di animali bizzarri.

Lo incontri con la tua compagna di dorm sudafricana dopo una giornata a cuocerti sui ciottoli, guardando le rovine, e il tuo mare, il Mediterraneo, il tuo mare. Il tuo cuore un po' più sereno, dopo una nottata passata a piangere inesorabilmente, piano, telefono in mano, linea diretta con Milano e Bangkok, attraversando una fetta polverosa di Anatolia, campi gialli, strade deserte.
Alla partenza da Istanbul, il tuo amico O. che avevi visto qualche ora prima ti ha scritto, buon viaggio, mi dispiace che sei stata così male quando eri così lontana. Sei scoppiata a piangere piano, guardando verso il finestrino mentre aspettavi di partire. Il ragazzo che ti ha venduto il biglietto ti ha guardato piangere, con aria interrogativa, senza smettere quando hai visto che lo avevi notato. Ti ha guardato, ha fatto spallucce come a dire, è una vita dura, che vuoi farci?

Passi una notte in cui tiri su col naso così spesso che in piena notte, altro momento di empatia inattesa, il turco col gel nei capelli e l'aria da bulletto, dall'altra parte del corridoio, attira la tua attenzione silenziosamente, per darti il suo pacchetto di fazzoletti, sorridendo, come a dire, dai, poi ti passa, che sarà mai...
Questa capacità di fare spallucce che avevo notato anche a Istanbul, la notte prima di trasferirmi a Bangkok, partendo ubriaca fradicia dopo essere stata fuori con due amiche turche, io a Bangkok non ci volevo andare. La signora velata due sedili più in là mi aveva guardato, pensavo mi giudicasse e invece mi aveva sorriso, dicendo, Ağlama, okay. Non piangere, va tutto bene.

Quando poi il giorno dopo sei al sole, a guardare il mare e mangiare cozze al limone con una ragazza carina,  che viene da un altro mondo e che ti invita ad aprirti sul motivo di quell'aria triste, sei ancora più grata di essere al mondo, libera di viaggiare e con i soldi per farlo.

E poi. A fine giornata, cotte di sole, la mia nuova amica ed io siamo tornate alla nostra guesthouse, per la cena in comune. La Turchia deserta di turisti per la campagna mediatica negativa in Europa, si fa una tavolata sola per tutti gli ospiti, un tavolo rotondo.

Mi faccio una doccia al volo perché sono andata direttamente dall'autobus al mare per cercare di stare meglio e ora sono piena di sale, torno, riempio il mio piatto di melanzane, pane, pomodori e yogurt e mi siedo.
Alzo gli occhi, e mi trovo davanti un ragazzo, che mi fissa come se mi volesse mangiare, senza dire niente, senza sorridere, anche. Sguardo magnetico, verde, sopracciglia scure, pelle chiara, bellezza che viene da un'altra parte, penso. Questo non è di qui, penso.
Brutta scena da romanzo rosa?
L'ho pensato anche io, e mi sono detta, sì vabbè, ma figurati. Uno con due occhi così? Mica è qua per me. Ho pensato. E durante la cena, l'ho trattato come tutti gli altri, come un potenziale compare di chiacchiere, bevute, risate, un compare molto bello, ma nient'altro, la mia solita versione viaggiante, chiacchierona, ridanciana e amichevole.

E invece è stata una sbandata, uno scapaccione che mi ha fatto traballare per mesi interi, dopo. E meno male che esistono ancora queste cose, meno male che il cuore ha ancora capacità di provarle, anche se il cervello striscia i piedi e dice no, dai, di nuovo? Anche no, ragazza, forza. Per favore.

Ovviamente, siccome si tratta di me, mica poteva succedere con un uomo in una situazione normale.
Che ne so, un europeo qualsiasi in vacanza.
Un turco che faceva un weekend lungo.
Un fricchettone di passaggio.
No. No, no. Io dovevo per forza prendermi la cotta per un profugo siriano, bello come il sole, a metà tra un modello e un attore, in attesa di asilo politico, con dei macigni nello stomaco che davano una profondità scura a quella bellezza di superficie.

Ma io mica lo sapevo, che era un profugo siriano. Non sapevo niente, quando l'ho visto, non lo sapevo che il suo quartiere non esiste più, che non può più tornare a casa, che i suoi genitori e i suoi fratelli minori sono scappati in Europa sui barconi, ma che per lui e l'altro suo fratello non c'erano soldi, che ha visto cose che noi umani non possiamo immaginare, come tanti siriani, purtroppo. Quello l'avrei saputo solo dopo, e avrebbe solo contribuito alla mia ammirazione per la sua capacità di provare ancora cose come felicità, amore, affetto, gioia e ottimismo, dopo tutto quello che gli è successo.
La resilienza vera.

Ho passato quei giorni nella mia personale Atlantide a palleggiarmi tra la sua compagnia, il mare, il sole, e le camminate nelle rovine, ad ascoltare grilli e cicale, rumori che a Bangkok non ci sono, e mi ha fatto bene al cuore, perché io mica me lo ricordavo, com'era avere a che fare con una persona gentile. Non me lo ricordavo proprio. Carattere caldo ed espansivo, affettuoso come lo sono io, nessun imbarazzo per i proprio sentimenti. Impossibile credere che venisse dallo stesso pianeta dell'Asburgico, sempre in guardia con gli altri.

E poi è arrivato il giorno in cui avevo deciso di tornare a Istanbul.
Lui che diceva, che ci torni a fare? Tanto sei in vacanza, resta qui, stiamo insieme ancora un po'.
Ma io volevo tornare alla Città, e dai miei amici, e quindi, sono andata.

Prendo un bus locale, guardo la macchia mediterranea fuori al tramonto, mentre saliamo su per la collina verso la strada principale.
Penso a quanto mi è mancato quel paesaggio di oleandri e pini marittimi, penso che io l'Asia la adoro e la amerò sempre, ma che casa mia è questa.
Casa mia è il Mediterraneo, sono i pini marittimi, i carrubi, gli ulivi, il cielo azzurro intenso, le melanzane, i pomodori,  le olive e le viti.

Arrivo alla stazione di Antalya, cena veloce con i soliti, amati snack turchi, poi vado al mio autobus. Autobus di lusso, ogni sedile con la TV, come in aereo.
Mi siedo, l'autobus in attesa di partire è silenzioso. Partiamo, mi rendo conto che non parla nessuno,  proprio nessuno, percepisco tensione, vedo che tutti guardano lo stesso canale mezzi impietriti.
Accendo anche io, e leggo di terrorismo ad Ankara.
Cazzo. Vabbè. Vabbè ma mica stiamo andando ad Ankara noi, no?
L'autobus parte, esce dalla stazione.
Mi chiama F., il ragazzo siriano: hai visto cosa sta succedendo? Non andarci, a Istanbul. E' pericoloso. 
Ti richiamo dopo, tesoro, grazie, però.
Riguardo lo schermo, scrivo a mia madre che è tutto sotto controllo e di ascoltare solo me e non guardare i telegiornali o chiedere agli amici che sanno dove guardare, mi chiama un'amica di Milano, abita a Istanbul ma è in visita da sua madre, mi dice, senti, sembra che ci siano i carrarmati fuori dal Parlamento e sopra Istanbul, gli aerei militari a bassa quota, occhio.

Colpo di stato. Golpe. Darbe.

Vabbè. Ma la capitale è Ankara, che può succedere, a Istanbul? Mica c'è un Parlamento da occupare.
Però c'è una popolazione da intimidire.
E poi vedi i carrarmati sul ponte sopra il tuo mare, a Istanbul, sopra il ponte di Ortaköy, vicino a casa del tuo amico O., dove hai passato così tante notti a dormire dopo le feste, perché eri troppo pigra per tornare giù verso casa tua.
Quella casa dove una volta O. ti ha sequestrato, un primo maggio, perché non voleva che finissi in mezzo ai lacrimogeni e ti ha fatto aspettare fino alle sei di sera per tornare, a piedi, giù fino a casa tua, vicino al vecchio arsenale.

L'autobus va, non dice niente nessuno, a un certo punto si ferma.

Richiama F., il panico nella voce di uno che ha visto cose brutte e se ne aspetta altre.
Senti, scusa, per favore. Mio fratello ha trovato una macchina, ce la dà la proprietaria dell'ostello, ti veniamo a recuperare noi e vedi cosa fare domani, non ci andare oggi, per favore.
Gli dico di no, che è meglio che vada invece, che se scoppia un casino vero sono più vicina al consolato e a un aeroporto internazionale. Gli dico che l'unica cosa che devo fare è arrivare da Taksim a casa del mio amico, che lui è lì da anni, che ci starà attento lui a me.
Insiste anche il fratello. Io dico niet, non scendo dall'autobus.

Nottata psichedelica. Non chiudo occhio, tra il feed di facebook impazzito con gli italiani in panico, F. che mi manda aggiornamenti, il mio amico italiano a Istanbul che mi dice vieni a stare da me e, con nonchalance, guarda che questo l'ha organizzato tutto quello, non succederà nulla, veramente.

Verso le tre del mattino il nostro autista, sui 60, ha un malore.
Io penso che si sia ricordato del golpe del 1980, e che avesse davvero molta paura. In piena notte, scendo con un capannello di uomini a fumare sigarette e bere tè in mezzo al niente delle montagne. Sono in maglietta, fa freddo. C'è una stellata della madonna, ancora più nitida di quella sul mare qualche notte prima, con F.
Dopo 40 minuti, arriva un'ambulanza. Ripartiamo con l'autista di riserva.

Il momento della resa dei golpisti. Visto in autobus, in TV, con gli occhi iniettati di sangue e il sonno nella testa, la mattina presto.

A ogni stop un ragazzo curdo che era sull'autobus mi offre un çay e una sigaretta, i collanti sociali del paese, chiacchieriamo usando google translate sul suo telefono.

Dopo 17 e passa ore di viaggio, blocchi di polizia, traffico, tensione, arrivo a Istanbul, a Taksim. Mai vista la piazza così vuota in dieci anni di frequentazioni. Scendo a piedi verso casa del mio amico. Anche Istiklal, la via principale dello shopping a Beyoglu, è vuota. Giro a destra, passo davanti all'Istituto Italiano di Cultura -- casa -- e scendo verso casa sua.

Mi aspetta con il suo sorriso da gatto e la sua solita aria ironica di sempre,  per niente scomposto,  in fondo a un vicolo acciottolato, davanti a casa sua.

Ci sono un pergolato, una massa di gattini randagi, che dormono sulla panchina di marmo di fianco alla porta, una vecchia porta di ferro battuto.
Dentro, lui e sua moglie hanno preparato la kahvaltı per noi tre, e il loro gattino, Fairuz, non vede l'ora di conoscermi.

Entro, e tiro il sospiro di sollievo più lungo della mia vita.
Casa loro è bellissima, il formaggio delizioso, lui è lo stesso di anni fa, e sua moglie è carinissima. Fairuz e io diventiamo amici.
E niente.
Ci sono luoghi e persone che anche nel mezzo di un golpe... Restano casa.

La cumba, il bovindo di casa del mio amico, dove avrei passato molto tempo nei giorni post-golpe, insieme al piccolo Fairuz. 

Deviens ce que tu es. 

Try not to resist the changes that come your way. Instead let life live through you. And do not worry that your life is turning upside down. How do you know that the side you are used to is better than the one to come?- Rumi

Salman Khattak calligraphy (http://salmankhattak.net/blog/2010/08/27/the-whirling-dervish/)
La mia amica turca, unica superstite della prima tornata di amici incontrata qui, mi ha fatto sapere qualche giorno fa che la sua ambasciata turca aveva organizzato una doppia proiezione di film turchi al Bangkok Art and Culture Centre, che è uno dei miei luoghi preferiti della città, e si trova dietro casa mia. Sono miracolosamente uscita dal lavoro in orario, un minuto dopo la fine del mio lavoro per contratto, e ho attraversato la città di corsa: a piedi, in motorino, in metro, di nuovo a piedi. Sono arrivata in tempo per vedere il film. Da sola, tranquilla, completamente immersa nel film, in terza fila come piace a me. 


Non sapevo cosa aspettarmi, ma mi sono trovata davanti l'attore di Hamam di Ferzan Özpetek e ho deciso che probabilmente la cosa mi sarebbe piaciuta. Infatti, nonostante il carico pesante di dramma e violini -- è sempre un film turco, ragazzi -- è stato così. 

Dopo il film ero d'accordo con E. di vederci dopo la seconda proiezione del film con lei e il suo nippomarito. Allora ho deciso di farmi una passeggiata, e prima di quello, di esplorare il BACC con calma, da sola, cosa che inspiegabilmente non ho fatto mai. 
Ho scoperto, dopo un anno e mezzo che vivo a pochi minuti di motorino dal BACC, che nel piano seminterrato c'è una piccola, bella, tranquillissima biblioteca di arte e design, gratuita per tutti, con aria condizionata e poltrone, e nessun costo di iscrizione.




Ad un altro piano, ho trovato un altro angolo di Turchia. 





E poi uno di Birmania. 



Quando sono uscita, ho preso il motorino verso casa, e sono andata allo Starbucks vicino a casa a farmi un caffè per rimanere sveglia abbastanza tempo per vedere E. e T., per poi tornare a piedi verso il BACC, e andarli a prendere. Ci siamo fatti una bella cena thai per poco, e poi siamo finiti in un posto pieno di studenti, anche quello nella mia zona, a bere birra ghiacciata con il temporale fuori.

Tutto ciò per condividere con voi l'esatto contrario della sensazione di inquietudine di fondo che ho di solito nell'ultimo mese e mezzo, quella sensazione di agitazione che fa sì che mi chieda quanto tempo abbia la voglia, o l'energia, di rimanere così lontana da tutto. 

Ieri, è stato il contrario. Ho bevuto il caffè nel giardino di Starbucks, guardando un po' il gatto di Starbucks -- vive lì, un gatto grigio con gli occhi verdi e la coda mozzata, un po' i fiori di frangipane, e un po' le nuvole pesanti che stavano decidendo se sfogarsi, finalmente, dopo giorni di afa, o no.

Ho pensato che, anche se è ovvio, in fin dei conti, la calma o ce l'hai dentro, o non ce l'hai. Non importa dove vivi, le ansie ti seguiranno ovunque, anche ai Tropici o nel grande Nord. Ieri le ho calmate, e ho passato qualche ora in cui Bangkok ed io siamo state di nuovo amiche. 
Ve la ricordate quella canzone dei Litfiba?

A me neanche piacevano tanto, i Litfiba. Mi stava sui coglioni, Piero Pelù, con quelle sue barbe e basette ridicole. 

Ciononostante, questa canzone mi viene in mente spesso, da che vivo qui. A dire il vero, mi viene in mente ogni volta che cambio città, perché con la città cambiano anche:

* il clima

* l'alimentazione 

* la topografia 

* i mezzi di trasporto.

Ormai ho abbastanza cambi di città, più il viaggione, su cui basarmi per farne praticamente una scienza esatta. 

Non sono una di quelle persone che hanno sempre la stessa forma, che sono sempre se stesse. Il posto dove vivo influenza di brutto il mio aspetto, il che è una cosa molto interessante. Non mi è mai interessato molto, il mio corpo, finché non sono andata a vivere in Turchia, e ho visto oggettivamente che quello che faccio o non faccio lo cambia davvero. (A Milano, non so perché, ma lo notavo meno.)

Ma di brutto.
Sono il tipo di persona che ama troppo il cibo, il vino (o la birra e i cocktail, come qui) e il divertirsi per preoccuparsi troppo delle calorie. Delle calorie me ne frego -- semplicemente da che vivo in Thailandia ho una guerra permanente contro lo zucchero, anche perché sono una bevitrice di mate amaro. Quindi le cose iper zuccherine mi fanno stare male, a prescindere dal fatto che fanno male. 

Lo yoga all'epoca iniziai a farlo un po' per il mal di schiena, e un po' perché il mio amico Ernesto mi vedeva stressata dalla rottura dopo la mia prima relazione lunghetta, almeno per una ventenne, e mi aveva detto: magari ti calma. Lo yoga mi era piaciuto subito, ma a Milano non me lo potevo permettere, come tante altre cose.

Ma veniamo al tema: l'espatrio e il nostro corpo. 

A Istanbul, ad esempio, era cambiata la forma del sedere, quasi subito. Perché? Perché abitavo a Beyoğlu. Chiunque abbia visitato la città e passeggiato a Beyoğlu si sarà trovato ad avere un mal di gambe tremendo, perché è tutta colline -- e io vengo da Milano. Che praticamente è Olanda, da quanto è piatta, le uniche salite sono i ponti sulle ferrovie. 

A Istanbul, mi era venuto il culo a mandolino a forza di scalare colline, e poco altro. Il resto rimasto invariato. Al contrario di molti, per fortuna, non sono ingrassata di dieci chili in un anno, proprio perché abitavo nella città vecchia e mi ero trasformata in una capra scalatrice. 
A livello di vestiario, ero relativamente femminile, ero ancora ggiovane dunque ancora in fase maschiaccia, ma il clima mite a partire da marzo più gli ormoni turchi e non che volavano invisibili nell'aria mi avevano reso molto fimmina. 

A Istanbul bevevo birra, non facevo yoga, facevo una vita dissoluta con i maschi turchi e non (e diciamole, le cose) ed ero assolutamente favolosa. Poi alla fine volevo uccidere tutti i maschi turchi, ma quella è un'altra storia. 

A Vienna, il cambiamento è stato più negativo. Io sono pessima ad essere femminile quando ho freddo. Ho sempre i piedi congelati, quindi usavo scarpe grosse, magari colorate e caruccie, ma di certo non che ti fanno un bel piedino come le ballerine. Scegliere i vestiti a Vienna non era divertente. Non mi piacciono i vestiti invernali, e l'estate dura pochino. Non fa neanche mai abbastanza caldo da non aver bisogno di una pashmina o qualcosa la sera, almeno, non per me. 

Quanto al corpo... A Vienna sono ingrassata, specie alla fine quando ero stressata dalla partenza per la gitona e altre cose. Ma anche perché lavoravo sempre in giro per la città, orari ed alimentazione sregolata, e nonostante camminassi in giro per la città tutto il giorno e facessi yoga quando potevo, non ho perso peso. Sono ingrassata all'inizio, perché ero traumatizzata e non uscivo di casa, e alla fine... Non so bene perché, perché non è che mangiassi di più. Un'amica austriaca all'epoca mi disse: è lo stress, vedrai. E aveva ragione, perché due mesi dopo, in Uruguay, ero tornata ad avere l'aspetto di prima, senza alcuno sforzo, e mangiando un sacco di roba buona in Paraguay nel mezzo. 
Un'altra cosa interessante è che a Vienna la mia pelle era sempre secca. L'aria è più secca che a Milano, l'acqua credo più dura, e si vedeva. Avevo sempre la pelle delle gambe secca secca. 

Durante il viaggio, la differenza si vedeva ogni volta che passavamo un confine... Incredibile. Di confini ne ho passati tanti, ma i cambiamenti più notevoli sono stati questi:
* in Argentina sono ingrassata a causa dei dolci
* in Cile ho perso il peso preso in Argentina grazie alla mitica frutta cilena.
Poi stabile stabile stabile e 
* in Colombia sono dimagrita perché c'era un'umidità di livelli asiatici e avevano frutta meravigliosa. in Colombia mi sono praticamente trasformata in un macaco.
* Messico: ho mangiato come una fogna ma non sono ingrassata, cosa che vale anche per Taiwan. Inspiegabile.
E poi: sono ingrassata in Vietnam, perché hanno il pane, dimagrita in Malaysia e mantenuto quell'aspetto, anche perché in Malaysia fa un caldo porco, dato che è quasi all'equatore.
Conclusione: Taiwan, Colombia e Malaysia hanno in comune l'umidità. Ergo, con l'umidità sudo e dimagrisco. Evidentemente.

In Europa (Milano e Vienna) sono ingrassata di brutto nel giro di sei settimane, perché ho mangiato tutte quelle cose di cui sentivo la mancanza mentre viaggiavo. 

E a Bangkok? 

Dunque, da che vivo a Bangkok c'è da premettere che non cucino, praticamente. La nostra signora delle pulizie, che ormai è praticamente la nostra tata, ci ha preso a cuore e per qualche baht in più cucina lei per noi, e fa Piatti da Mamma Thai. Sora Mou, praticamente. 
Sono sempre in giro per ristoranti, a colazione e a cena, quando ho tempo.
E ricordate che i thai hanno tutti un futuro da diabetici, dato che mettono lo zucchero anche nelle zuppe, e quindi quando ordino una zuppa, probabilmente mangio zucchero. 
Ma: per la prima volta da che lavoro, non lavoro la sera. Mai. 
Conseguenza: non solo ho i soldi per lo yoga, ma ho anche il tempo per andarci. 
Fattore numero due: a scuola cammino un casino. Sia in classe, come prima, ma anche in giro per il campus, che è gigantesco. 

E quindi. 
Le mie gambe stanno cambiando forma, l'altro giorno mi sono toccata la coscia mentre leggevo e ho sentito un nucleo duro che prima non c'era. Cioè i miei muscoli, che ci sono, ma non li vedo da anni. Per ora li sento solo, e se vado avanti così, magari li vedrò anche, non troppo, mica li voglio vedere troppo. E le mie cosce stanno prendendo una forma interessante: cioè la forma di una che fa sport. Io. Che sono la donna più pigra del mondo.

La mia pelle è più morbida, perché l'aria umida funziona meglio di qualsiasi crema idratante, addirittura su gomiti e piante dei piedi. Unico neo: devi tenere la pelle del viso pulitissima, se non vuoi finire come un'adolescente nel picco dell'acne.


I miei capelli sono più morbidi, perché non li coloro e non li asciugo mai col calore, e sono ondulati e non dritti come spaghetti come dopo il phon. 

Siccome fa più caldo, sono anche sempre in giro con ballerine carinissime e colorate, e magliette sottili, e sciarpe per coprire le spalle, e pantaloni di cotone. Vivo sempre nell'estate, e ve lo giuro, non mi mancano affatto autunno e inverno. Mi sento più contenta quando ho meno vestiti addosso, veramente.
E siccome ho anche una piscina, quando c'è il sole e sono a casa, prendo un libro e vado a leggere in acqua, seduta sui gradini per ore, e quindi sono anche permanentemente abbronzata a dei livelli che non ho mai avuto nei tre anni vissuti in Austria. 


Conclusione: Bangkok mi fa bella. Evviva! Visto che un sacco di altri voi sono espatriati... Come influenza il vostro corpo l'espatrio? Mi interessa assai, perché per esempio gli americani dimagriscono sempre, ovunque si trasferiscano, perché iniziano a camminare, cosa che a casa loro non fanno. Voi?

Questa è la Istiklal ieri sera. Lo so che magari a voi non frega una sega... Ma a me queste immagini mi sconvolgono.


Questa era ieri, anche lei.


Lui, due giorni prima che andassi io a febbraio, le proteste sulla legge sulla censura internet.

Mi sa che mi è andata di culo per com'è andata, quando ho passato quella breve, stupenda, luminosa giornata di quasi primavera a Istanbul, a febbraio. Prima di andarci ero preoccupata, le mie amiche mi rassicuravano dicendo che la cosa era circoscritta.

Ma adesso che è morto Berkin Elvan, il ragazzino ferito l'estate scorsa, si stanno di nuovo scannando di brutto. Tipo che ieri la polizia ha pure invaso un grande centro commerciale dove vanno pure i turisti... Boh.

Si sono calmati a Bangkok (finalmente, perché i primi giorni che ero qua non c'era un cazzo da ridere) e ora ricominciano a Istanbul. Cioè, alla fine c'è sempre qualcosa che mi fa preoccupare, di qua o di là. O porto scontento io, che dove arrivo iniziano a litigare?? Boiate a parte, boh. Manca solo che inizino a darsele di santa ragione pure a Vienna o Milano, e inizierò a pormi delle domande.

E' strano comunque, l'effetto che mi fa seguire quello che succede a Istanbul. Mi sento male come se stessero succedendo al paese mio. Cioè male. E' che se Istanbul fosse una città-stato, sarebbe la mia città-stato.
Smetto qui il delirio, si vede che ho dormito quattro ore soltanto, stanotte, e gli avvenimenti turchi mi turbano come sempre.
Vado a yoga.
Presto su questi schermi: nius importanti.
Tipo che Nat potrebbe avere un lavoro, ma non dice gatto finché non ce l'ha nel sacco.
Sono in Messico, e sto passando un sacco di tempo su internet perché sono malaticcia, ma anche perché mi stanno distruggendo Istanbul, e la Turchia tutta, quella che io amo, quella dove ho vissuto. Quindi, sono sì a Oaxaca, ma la mia testa è ossessivamente con loro. 

Avrei tante belle cose da raccontarvi del Messico, ma sono due settimane che ogni volta che vado su internet finisco a leggere dei turchi. Che adesso, sulla schiena, ho anche un nuovo tatuaggio, che include anche la loro stella e mezzaluna, nascoste tra altre cose perché non sembri islamico, perché io religiosa non sono. Fatto credo il giorno prima che iniziasse tutto questo casino, il nuovo tatuaggio, ironicamente.

Mi ricordo delle discussioni avute con T., accese, strillate, dove io da europea dicevo che la libertà di religione è comunque importante, che il secolarismo in Turchia l'hanno spinto troppo in là e questo gli tornerà indietro come un boomerang, se non si ammorbidiscono un attimo, e lui che gridava e mi diceva che no, l'AKP vuole prendere la Turchia, e farne l'Iran, solo molto lentamente, e io che gli dicevo, no, sei paranoico, cazzo. E invece avevamo entrambi ragione. Perché il CHP ha spinto troppo per troppi anni, e adesso gli altri si stanno prendendo la rivincita.

A parte questo piccolo malore fisico, sono in Messico e sto bene, ma sono angosciata. Sono lontana chilometri e chilometri da lì, e quei pochi rimasti a Istanbul della gente che conosco, i turchi, non so perché ma ho la sensazione che potrebbero proprio essere in mezzo al carnaio. Una confermata su Twitter, gli altri, non lo so.

Non sono neanche tanto sorpresa, di quello che sta succedendo. L'aveva detto, qualche giorno fa, Erdoğan, che avrebbe rimosso i terroristi, come li chiama lui. Quindi, non sono sorpresa. Sono solo presa malissimo, perché tutto questo conferma la sensazione che ho avuto a Istanbul l'ultima volta, poco meno di un anno fa. Cioè che Tayyip e compagnia bella stanno cambiando la faccia della città, in una direzione che non mi piace affatto, io l'avevo notato a Beyoğlu, ma evidentemente non è solo una cosa di politica locale. 

E poi, un sacco di giornalisti stranieri hanno detto, all'inizio, oh, tutte queste storie per un parchetto rachitico in fondo alla Istiklal... E' perché non ci hanno vissuto. Quel parco è un'oasi di pace nel casino di Taksim, dove puoi sederti all'ombra di un platano, ordinare un tè per poche lire e goderti una vista spettacolare, perché è in cima alla collina. Quindi, fosse stato anche solo per il parco, credo che per tutti gli abitanti di Beyoğlu, e non solo, valga la pena combattere per proteggerlo. Ma ormai, siamo oltre il parco Gezi.

E' che sinceramente non mi viene, di copiare troppe cose sulla mia pagina fb, o su twitter. Mi sento una cogliona clicktivista. Non so cosa fare, se non leggere, e cercare di restare informata e cosciente di quella che stanno facendo a una delle città che è casa, perché l'avevo scelta, e per questo rimarrà nel mio cuore per sempre. Mi sento un nodo in gola, il cuore pesante, e pure un po' idiota, perché non ha senso sentirsi così, dato che non ci posso fare una sega, da Oaxaca, Messico. 

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