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Ve la ricordate quella canzone dei Litfiba?

A me neanche piacevano tanto, i Litfiba. Mi stava sui coglioni, Piero Pelù, con quelle sue barbe e basette ridicole. 

Ciononostante, questa canzone mi viene in mente spesso, da che vivo qui. A dire il vero, mi viene in mente ogni volta che cambio città, perché con la città cambiano anche:

* il clima

* l'alimentazione 

* la topografia 

* i mezzi di trasporto.

Ormai ho abbastanza cambi di città, più il viaggione, su cui basarmi per farne praticamente una scienza esatta. 

Non sono una di quelle persone che hanno sempre la stessa forma, che sono sempre se stesse. Il posto dove vivo influenza di brutto il mio aspetto, il che è una cosa molto interessante. Non mi è mai interessato molto, il mio corpo, finché non sono andata a vivere in Turchia, e ho visto oggettivamente che quello che faccio o non faccio lo cambia davvero. (A Milano, non so perché, ma lo notavo meno.)

Ma di brutto.
Sono il tipo di persona che ama troppo il cibo, il vino (o la birra e i cocktail, come qui) e il divertirsi per preoccuparsi troppo delle calorie. Delle calorie me ne frego -- semplicemente da che vivo in Thailandia ho una guerra permanente contro lo zucchero, anche perché sono una bevitrice di mate amaro. Quindi le cose iper zuccherine mi fanno stare male, a prescindere dal fatto che fanno male. 

Lo yoga all'epoca iniziai a farlo un po' per il mal di schiena, e un po' perché il mio amico Ernesto mi vedeva stressata dalla rottura dopo la mia prima relazione lunghetta, almeno per una ventenne, e mi aveva detto: magari ti calma. Lo yoga mi era piaciuto subito, ma a Milano non me lo potevo permettere, come tante altre cose.

Ma veniamo al tema: l'espatrio e il nostro corpo. 

A Istanbul, ad esempio, era cambiata la forma del sedere, quasi subito. Perché? Perché abitavo a Beyoğlu. Chiunque abbia visitato la città e passeggiato a Beyoğlu si sarà trovato ad avere un mal di gambe tremendo, perché è tutta colline -- e io vengo da Milano. Che praticamente è Olanda, da quanto è piatta, le uniche salite sono i ponti sulle ferrovie. 

A Istanbul, mi era venuto il culo a mandolino a forza di scalare colline, e poco altro. Il resto rimasto invariato. Al contrario di molti, per fortuna, non sono ingrassata di dieci chili in un anno, proprio perché abitavo nella città vecchia e mi ero trasformata in una capra scalatrice. 
A livello di vestiario, ero relativamente femminile, ero ancora ggiovane dunque ancora in fase maschiaccia, ma il clima mite a partire da marzo più gli ormoni turchi e non che volavano invisibili nell'aria mi avevano reso molto fimmina. 

A Istanbul bevevo birra, non facevo yoga, facevo una vita dissoluta con i maschi turchi e non (e diciamole, le cose) ed ero assolutamente favolosa. Poi alla fine volevo uccidere tutti i maschi turchi, ma quella è un'altra storia. 

A Vienna, il cambiamento è stato più negativo. Io sono pessima ad essere femminile quando ho freddo. Ho sempre i piedi congelati, quindi usavo scarpe grosse, magari colorate e caruccie, ma di certo non che ti fanno un bel piedino come le ballerine. Scegliere i vestiti a Vienna non era divertente. Non mi piacciono i vestiti invernali, e l'estate dura pochino. Non fa neanche mai abbastanza caldo da non aver bisogno di una pashmina o qualcosa la sera, almeno, non per me. 

Quanto al corpo... A Vienna sono ingrassata, specie alla fine quando ero stressata dalla partenza per la gitona e altre cose. Ma anche perché lavoravo sempre in giro per la città, orari ed alimentazione sregolata, e nonostante camminassi in giro per la città tutto il giorno e facessi yoga quando potevo, non ho perso peso. Sono ingrassata all'inizio, perché ero traumatizzata e non uscivo di casa, e alla fine... Non so bene perché, perché non è che mangiassi di più. Un'amica austriaca all'epoca mi disse: è lo stress, vedrai. E aveva ragione, perché due mesi dopo, in Uruguay, ero tornata ad avere l'aspetto di prima, senza alcuno sforzo, e mangiando un sacco di roba buona in Paraguay nel mezzo. 
Un'altra cosa interessante è che a Vienna la mia pelle era sempre secca. L'aria è più secca che a Milano, l'acqua credo più dura, e si vedeva. Avevo sempre la pelle delle gambe secca secca. 

Durante il viaggio, la differenza si vedeva ogni volta che passavamo un confine... Incredibile. Di confini ne ho passati tanti, ma i cambiamenti più notevoli sono stati questi:
* in Argentina sono ingrassata a causa dei dolci
* in Cile ho perso il peso preso in Argentina grazie alla mitica frutta cilena.
Poi stabile stabile stabile e 
* in Colombia sono dimagrita perché c'era un'umidità di livelli asiatici e avevano frutta meravigliosa. in Colombia mi sono praticamente trasformata in un macaco.
* Messico: ho mangiato come una fogna ma non sono ingrassata, cosa che vale anche per Taiwan. Inspiegabile.
E poi: sono ingrassata in Vietnam, perché hanno il pane, dimagrita in Malaysia e mantenuto quell'aspetto, anche perché in Malaysia fa un caldo porco, dato che è quasi all'equatore.
Conclusione: Taiwan, Colombia e Malaysia hanno in comune l'umidità. Ergo, con l'umidità sudo e dimagrisco. Evidentemente.

In Europa (Milano e Vienna) sono ingrassata di brutto nel giro di sei settimane, perché ho mangiato tutte quelle cose di cui sentivo la mancanza mentre viaggiavo. 

E a Bangkok? 

Dunque, da che vivo a Bangkok c'è da premettere che non cucino, praticamente. La nostra signora delle pulizie, che ormai è praticamente la nostra tata, ci ha preso a cuore e per qualche baht in più cucina lei per noi, e fa Piatti da Mamma Thai. Sora Mou, praticamente. 
Sono sempre in giro per ristoranti, a colazione e a cena, quando ho tempo.
E ricordate che i thai hanno tutti un futuro da diabetici, dato che mettono lo zucchero anche nelle zuppe, e quindi quando ordino una zuppa, probabilmente mangio zucchero. 
Ma: per la prima volta da che lavoro, non lavoro la sera. Mai. 
Conseguenza: non solo ho i soldi per lo yoga, ma ho anche il tempo per andarci. 
Fattore numero due: a scuola cammino un casino. Sia in classe, come prima, ma anche in giro per il campus, che è gigantesco. 

E quindi. 
Le mie gambe stanno cambiando forma, l'altro giorno mi sono toccata la coscia mentre leggevo e ho sentito un nucleo duro che prima non c'era. Cioè i miei muscoli, che ci sono, ma non li vedo da anni. Per ora li sento solo, e se vado avanti così, magari li vedrò anche, non troppo, mica li voglio vedere troppo. E le mie cosce stanno prendendo una forma interessante: cioè la forma di una che fa sport. Io. Che sono la donna più pigra del mondo.

La mia pelle è più morbida, perché l'aria umida funziona meglio di qualsiasi crema idratante, addirittura su gomiti e piante dei piedi. Unico neo: devi tenere la pelle del viso pulitissima, se non vuoi finire come un'adolescente nel picco dell'acne.


I miei capelli sono più morbidi, perché non li coloro e non li asciugo mai col calore, e sono ondulati e non dritti come spaghetti come dopo il phon. 

Siccome fa più caldo, sono anche sempre in giro con ballerine carinissime e colorate, e magliette sottili, e sciarpe per coprire le spalle, e pantaloni di cotone. Vivo sempre nell'estate, e ve lo giuro, non mi mancano affatto autunno e inverno. Mi sento più contenta quando ho meno vestiti addosso, veramente.
E siccome ho anche una piscina, quando c'è il sole e sono a casa, prendo un libro e vado a leggere in acqua, seduta sui gradini per ore, e quindi sono anche permanentemente abbronzata a dei livelli che non ho mai avuto nei tre anni vissuti in Austria. 


Conclusione: Bangkok mi fa bella. Evviva! Visto che un sacco di altri voi sono espatriati... Come influenza il vostro corpo l'espatrio? Mi interessa assai, perché per esempio gli americani dimagriscono sempre, ovunque si trasferiscano, perché iniziano a camminare, cosa che a casa loro non fanno. Voi?
Eccomi, rieccomi. Lo so che non mi faccio viva decentemente da tempo immemore, ed è perché sono successe un paio di cosine dopo il viaggio. Semi-programmate, eh, ciononostante abbastanza sconvolgenti.
Voi siete rimasti al treno che mi portava a Vienna, no? Vi aggiorno.


Budapest è stata fantastica, come lo è sempre con quel matto di P. Siamo andati alle terme ottomane; abbiamo cenato da Koleves (famoso ristorantino da bobo nel cuore della parte cool di Budapest) e constatato che è peggiorato; abbiamo mangiato i salumi italiani con il suo uomo che mi ha informato sugli sviluppi (pessimi) dell'Ungheria mentre me n'ero andata. Abbiamo passeggiato, abbiamo parlato e fatto e disfatto il mondo e parlato di come è difficile crescere, soprattutto quando cresci insieme a qualcun altro. Ho passeggiato, fatto foto, mi sono gustata l'atmosfera dell'Europa mitt-orientale in cui ho vissuto, e che ora mi sembra quasi esotica. Ho bevuto molti caffè e camminato pensando a quello che mi aspettava, mentre P. lavorava. Sono andata a vedere Mephisto di Klaus Mann a teatro, in ungherese, e ho capito appieno che se gli attori sono bravi, l'Arte è una cosa potentissima anche se non capisci razionalmente quel che ti viene detto (davvero, è stato magnifico, come non avrei mai pensato.)
P. ha preso abbastanza con filosofia la notizia che, dopotutto, non sarei tornata a vivere a tre ore di treno da lui, ma a varie ore d'aereo, invece. Dobbiamo riabituarci a stare lontani, come quando lui era ancora a Istanbul. Mi manca, sapere che quando ho bisogno di staccare posso scappare da lui.


A Vienna, ci sono rimasta per poco più di dieci giorni. E' stato strano, e bello, tornarci. Non me lo aspettavo, ma mi sono sentita a casa, come a Milano, ma in maniera diversa.

A Milano, il sentirsi a casa è piì viscerale, dovuto al fatto che chi è rimasto, lì, per me, è gente che mi conosce da molti anni e che mi ha visto in varie versioni, attraversare altri momenti di transizione e cambiamento, ma anche cazzona ventenne e incosciente. Milano è la casa della panza.
Alla fine, come dice sempre una cara amica, una città è fatta delle persone che incontri, e io, in effetti, a Vienna, di gente buona e che mi è cara ne ho incontrata un po'. Non una folla sterminata... Ma quelli che ci sono contano, molto, e quando sono arrivata lì, dopo quasi un anno e mezzo che non mi vedevano, è stato come tornare a casa.
Che è una bella sensazione.
Che mi fa capire in maniera definitiva, chiara, e sicura, che se vivi come me non puoi limitare la tua idea di casa ad un solo luogo fisico, perché ti farà male farlo.

Casa vuol dire molte cose.


Anche Istanbul lo è, lo è stata di nuovo, sulla via di dove sono ora. Ci ho passato poche ore, con le mie prime due amiche istanbuliote, ed è stato come se non fossi mai partita, come se vivessi ancora a Beyoğlu e fossimo uscite insieme dopo il lavoro, a parlare di uomini, delle nostre cose e vite e libri e musica in una meyhane (osteria), chiacchiere di femmine annaffiate di vino e affiancate dalle meze, i loro splendidi antipastini ottomani, con la musica e la gente che parla forte e il cameriere gentile che porta montagne di pane e ci dice, datemi la macchinetta che vi faccio una foto, che siete tanto contente insieme.


A Vienna, mi sono sentita a casa perché capivo la lingua, perché sapevo dove trovare le cose che mi servivano e sapevo come farle, perché in fin dei conti, è a Vienna che ho avuto la mia vita quotidiana per tre anni, con tutto il bene e il male che ne vengono, la noia, lo stress, la stanchezza, ma anche quei caffè con le amiche che ti danno una botta di vita e che spazzano via tutta la negatività, perché sei con quella che è tanto diversa da te eppure è come la tua sorellina, perché sei con quell'amica che ha bambini e problemi così diversi dai tuoi, eppure ti ascolta e ti capisce e ti dice: è normale. Starai bene. O l'amica che ha i lucciconi ogni volta che pensa che vai via, ma cerca di non mostrartelo perché sa già che sei in sbattimento di tuo e non vuole aggiungere peso alla cosa, anche se sei stata la sua prima amica in città e le mancherai, e ti accoglie nella sua casetta per ridarti la moka di cui si è presa cura mentre eri via.
Ho visto com'è cambiata, Vienna (sta divenendo sempre più cara, purtroppo) e dove è rimasta uguale (è una città che funziona, non ci sono santi. Se vi piacciono le cose che funzionano, ma senza il rigore eccessivo che hanno più a nord, Vienna fa per voi. Datevi tempo, e anche voi noterete la cialtroneria sana di cui sto parlando.)

Quello che è stato meno bello a Vienna, è stato che molte persone le ho viste per dirgli ciao e arrivederci, allo stesso tempo. A molti non avevo neanche detto che non sarei rimasta... Perché anche io l'ho deciso veramente all'ultimo. Gli ultimi mesi sono stati abbastanza duri a livello emotivo, devo dire, mi sto riprendendo adesso che ho problemi concreti da risolvere, tipo trovare lavoro.
A Vienna ho passato dei (freddissimi) giorni con facce amiche e portando pesi di qua e di là, buttando cose che avevo conservato per quando sarei tornata, regalandone altre, lasciandone altre a casa delle facce amiche di cui sopra, che per fortuna sono anche Spazi Amici dove lasciare gli scatoli. E se vado avanti di questo passo, avrò scatole e scatoloni in ogni continente.


Poi, tornata a Milano (la foto qui non è mia! Devo rintracciare i credits perché è bellerrima) ho passato gli ultimi giorni seminascosta perché volevo stare con la mamma, vedendo solo quelli che si erano ricordati che sarei ripassata a febbraio, per distrarmi (grazie, M.) e per prepararmi psicologicamente all'ennesimo salto nel buio (grazie, I. ed F., vi pago appena trovo lavoro.) E' stato bello restare così a lungo, ho avuto il tempo di rivedere quasi tutte le persone a cui tenevo... Quasi. Tranne quelle che a Milano non ci vivono, né ci vengono spesso, purtroppo.

Lo ammetto... Non è che ne avessi molta voglia, di fare qualcosa di difficile, ora soprattutto a livello di lavoro, dopo 15 mesi a spasso con lo zainetto e meno soldi in tasca di un anno e mezzo fa. Quando ormai mi ero decisa, e a Vienna mi sono resa conto di quanto rapidamente avrei ricominciato a lavorare, ho pregato fortemente di non stare facendo una grande minchiata, perché a volte, quella di trasferirmi in un luogo dove non ho contatti professionali, quando ne avrei uno dove mi lanciano il lavoro addosso perché sanno che sono brava e voglio lavorare, ecco, diciamo che non sembra proprio una decisione responsabile.

Però, nessuno vive isolato, e se si sta con qualcuno, si deve cercare di lavorare in una direzione che renda felici entrambi. Non tornare a Vienna è stata la mia parte in questo lavoro, ecco. Il secondo motivo per cui ho acconsentito a non tornare a Vienna è che mi piace, ma non abbastanza da dire, in una discussione accesa, io voglio assolutissimamente tornare là, tipo voglio fortissimamente voglio. Lo volevo... Ma non abbastanza fortemente. Dato che non mi sento così, vale la pena allora tentare di fare altro, finché siamo giovani, scemi e irresponsabili, e soprattutto finché io avrò l'energia di farmi uno sbattimento del genere ogni pochi anni. 

Il terzo motivo, per cui non sono tornata a Vienna, è che mi sono resa conto che ci sarei tornata anche per paura, almeno in parte (l'altra parte era che volevo tanto riavere le mie amiche con me.) E ogni volta che ho vinto la paura (prima di Istanbul e prima del Nepal, ad esempio) mi sono successe grandi cose. Quindi, respiro profondo, calma e gesso, e andiamo. Armiamoci, e partiamo.


Ora, vi chiederete, voi tre gatti pazienti che siete rimasti a leggere questo blog che sto trascurando, perché sono troppo in sbattimento per scrivere la maggior parte del tempo: ma dov'è andata mai, a vivere, questa sciroccata?

E' molto più divertente se lo indovinate voi. (Lettori che già sanno, si astengano dal rispondere e rovinare il divertimento agli altri, eh!) Vi do qualche indizio.

1) E' lontano. Molto. Tipo che quando ci penso a quanto sono lontana dall'Europa e dalla famigghia e da P. a Budapest, mi viene un secondo di vertigine.

2) E' una città grande. Molto. Più di Vienna, meno di Istanbul.

3) E' una città che provoca pareri contrastanti.

4) Nella mia mente, è il paese dove ti accolgono i poliziotti in divisa stretch, che a me ha sempre fatto molto ridere, dato che appena appena hai un po' di panza, il tuo ruolo intimidatorio va un po' a farsi benedire.

5) E' una grossa destinazione turistica.

6) E' (insieme al resto del paese) famosa per il suo cibo: buono, sano, piccante.

7) E' in una zona del mondo che amo molto e che è il motivo per cui ho pensato di potercela fare anche se la famigghia sta a 12h d'aereo (calma...)

8) Posso andare in splendidi posti sia di mare che di montagna senza uscire dal paese.

9) E' sui giornali in questi giorni (tranquilli che io sto lontana dalla zona d'azione perché ho un bellissimo appartamento con balcone e tutto.)

10) Il tempo è molto, molto migliore che a Vienna. O che a Milano. O che a Istanbul.

11) Ci sono i gelsomini, gli oleandri e le bouganville, nel giardino del nostro condominio (che per chi è cresciuto negli anni 90 come me, ricorda tantissimo il trashissimo condominio di Melrose Place.) Fuori dalla finestra di camera mia, c'è una palma. Cioè: fa proprio un cazzo di caldo, ragazzi. Io sono felice come una pasqua, dal punto di vista termico. Finita l'epoca della tenuta da granatiera viennese!

Indovinate?  

Nei prossimi giorni un altro indizio, visuale, magari. 
Mi ricordo di un tizio spagnolo che incontrai a Vienna per vie traverse.
Questo era del sud della Spagna, il genere di posto dove quando fanno 18C dicono ossignorechefreddo e tirano fuori il cappotto. 
Quest'uomo veniva, o forse viene, non so, ogni anno a Vienna per imparare un po' di tedesco.
Diceva: mi piace che la sera non faccia abbastanza caldo da non avere un maglioncino sottile. Mi piace la pioggia, quando c'è. Mi piace il cielo grigio, uh, è tanto affascinante (e forse accendeva la sua vena poetica? Pensavo io, mentre tra me e me mi dicevo che a me stare senza maglioncino pure alle due di notte non fa affatto schifo, sinceramente.)

Il fatto è che quando vivi in un posto caldo, o anche solo relativamente caldo, e hai una certa disposizione d'animo, puoi essere oggettivamente affascinato, dal freddo, dal buio, dal bere il tè con una sciarpa di lana al collo, dal grigio acciaio del mare del Nord, da un paesaggio come questo:

(Foto: crazypaco) 

Io non percepisco il freddo da mesi, freddo serio, intendo, e quelle poche anteprime che ho avuto negli ultimi mesi (in collina in Vietnam, ad esempio) mi hanno fatto rimpiangere il caldo. Sarà che vengo comunque da vari anni viennesi. Sarà che anche a Milano vivevo aspettando aprile, che da ottobre in poi mi tramutavo in una pentola di fagioli lamentante, e burbugliosa, perché nella mia famiglia nessuno ha mai avuto i soldi o la voglia di andare a sciare, l'attività che pare renda sensato l'inverno in molto cervelli, sia a Milano che a Vienna.

L'ultima volta che ho davvero, davvero avuto freddo durante questo viaggio è stato nelle Ande peruviane, a Cuzco e dintorni, quindi... Marzo. Dopo, a parte alcune eccezioni, solo caldo più o meno potente, più o meno umido. Dal bel caldo secco e salutare in Messico, al caldo umido e soffocante di Cartagena o Taipei, al caldo umido ma non troppo della Malesia... In varie forme, ma sempre caldo.

Oggi leggevo il blog di Smila Blomma a Manchester, traumatizzata da un ritorno a Manchester dopo un mese in Kenya, e mi sono ricordata di quel tizio spagnolo.
Perché mentre lui decantava la poesia delle nuvole temporalesche su Vienna a fine agosto, la mia amica Effe ed io, dentro, rosicavamo un poco. Io pensavo che sarebbe stato figo vivere in un posto dove il grigio e le nuvole temporalesche diventano qualcosa di poetico, qualcosa che vedi raramente. Sono stata come lui, a un certo punto della mia vita, quando ero sbarbata e passavo interminabili estati al caldo a Milano... Ma non avevo il mare, lui sì! Non comprendo, proprio non comprendo.

Lo so che è sconclusionato, questo post, ma ho iniziato a pensare all'inverno. Dopotutto, domani andiamo in Sri Lanka, ci passiamo un mese, e a fine dicembre, arriviamo a Milano. Passeremo da un paese caldo, e buddhista, a un paese cattolico, in preparazione per il compleanno di Gesù, e freddo. Non freddo come Vienna, ma freddo, spero senza neve perché altrimenti mi viene un coccolone.

E il viaggio finirà. Finito. Finished. Terminado. Fertig. Fini.

Posso dire aiuto?
Una cosa prima di tutte: il tedesco che imparerete qui non c'entra una sega, con quello che imparate dai libri.

Sappiatelo.

Per accento, fonetica, e grammatica, la storia e' un po' diversa da quella che sentirete sui libri di tedesco, il che rendera' l'apprendimento di un bel po' piu' difficile che in Germania, secondo me.

Fatta questa premessa, passiamo alle informazioni sui corsi di lingua, su dove imparare il tedesco a Vienna. Sì, è vero che tutti bene o male parlano inglese un pochino, diciamo fino ai sessantenni circa, però non fate come gli anglofoni che vivono qui parlando inglese e basta e non capiscono una cippa di quel che gli succede intorno.

Voi siate fighi, siate integrati, e preparatevi a imparare una lingua che è

* melodiosa solo in alcune bocche
* difficile
* e vi farà sentire particolarmente idioti. Più del turco, meno del cinese, ma comunque un po' idioti vi fara' sentire.

Sappiate anche che tutti si sentono stupidi, quando imparano il tedesco, i madrelingua sanno di parlare una lingua ostica e che crea crisi anche ai migliori, ai più portati per le lingue: quindi, sono almeno comprensivi, generalmente. Possono anche essere terribilmente fastidiosi: meno dei francesi che si irrigidiscono se pronunci male, più degli anglofoni, che sono abituati ai laghi di sangue e alla loro lingua fatta a pezzi da chi la usa per comunicare. I tedescofoni sono una via di mezzo.

Detto ciò, ovviamente tutto dipende dalle vostre disponibilità economiche. La scuola più economica a Vienna credo sia la Deutschakademie, dove la vostra prode (io) ha imparato il tedesco, o ci ha provato prima di diventare autodidatta, con due miseri corsi, tre anni fa. Lì siate consapevoli che voi pagate poco, e che gli insegnanti sono pagati poco. Questo implica che spesso gli insegnanti sono mediocri: quelli bravi se ne vanno appena possono. La mia insegnante, a esser buoni, faceva schifo al kadzo. Quindi, andateci se avete pochi soldi. Ma pochi pochi.

Ho sentito cose buone del centro linguistico dell'università di Vienna, invece. I corsi sono più costosi, ma dicono che siano di qualità migliore. Sempre all'università, ci sono anche i corsi della OEH, l'associazione studentesca di Vienna (solo la mattina, questi.) I corsi si svolgono tutti nel delizioso campus di lingue Altes AKH, uno dei posti dove è molto probabile che troviate me spalmata su una panchina, se è primavera-estate e non sono in un anno sabbatico.

Ci sono poi i corsi delle scuole civiche di Vienna, tipo i corsi del comune che si fanno a Milano. Hanno costo più contenuto, e qualità fluttuante a seconda dell'insegnante – anche se questo a mio avviso vale praticamente sempre.

Altre scuole di cui ho sentito parlare abbastanza bene sono il WIFI, l'Alpha Institut (che pero' pare sia abbastanza caro) e Actilingua. Queste sono le scuole che si specializzano nel tedesco - dunque non quelle dove lavoro io.

Un'altra cosa che vale la pena di sapere e' che il comune di Vienna organizza, dal 2011, un programma che aiuta nell'accoglienza degli stranieri in citta' e offre una sorta di counselling iniziale per quanto riguarda l'organizzare la propria vita in un nuovo paese e in una nuova citta'. Il programma si chiama Start Wien, qui il link alle informazioni in inglese. La cosa piu' importante, tra quelle offerte da Start Wien, e' il Bildungspass, cioe' un bonus offerto a tutti (inclusi noi migranti "ricchi" dell'UE) per pagare un corso di tedesco con gli enti convenzionati, la lista dei quali vi daranno sempre loro. Non so di quanto sia il bonus, quello che so e' che al mio ritorno qui spero di potermene avvalere io stessa, e andare a farmi un ripassino della lingua ostica di cui sopra. Perche' temo che mi servira' ahime'...
Ho finito, gioia e giubilo! 
Ho finito di impacchettare cose.
Ho finito di portare cose di qua e di la' in giro per la citta'.
Ho finito di importunare la gente dicendo
Che per caso avresti spazio per una scatola?
Ah si', grande! E quando posso venire da te a portarla?
Perche' dato che io qui non ho mamma o similia, ho dovuto distribuire le mie cose a casa di 7, no 8, persone diverse. 'naggioia, trasportare il tutto come un basto sulla metro! Infatti poi mi sono imborghesita, e ho preso il taxi per gli ultimi due giri perche' non ne potevo piu'.
Ho finito di buttare via cose.
Ho finito di pulire parti di casa.
Ho finito di passare l'aspirapolvere.
Ho finito di tossire per le nuvole di polvere.
Ho (abbiamo) venduto tutti i mobili. Abbiamo messo via quei pochi che teniamo.
Ho anche finito di pagare l'affitto.

Domani sera, ci sara' una festa dove saluto gli amici, che i colleghi gia' li ho salutati, poi si andra' nelle campagne per il weekend, e poi si partira'. Non e' che realizzi pienamente la cosa, dato che ho passato due settimane a sbaraccare, non afferro molto che questa cosa dello Stare a Casa di Altri sara' quello che faro' per il prossimo anno intero. Scrivo dal divano di un sant'uomo che ci ospita gia' da due sere. 

Ho anche finito di avere un computer, come avranno notato i piu' svegli tra voi, non ho piu' gli accenti: ho gli apostrofi. Ho un netbook, detto anche  ordi-mini, con la tastiera tedesca, impostato con la tastiera inglese, prestato da un amico di M. Organizzatissimi, siamo. Cio' non toglie che spero anche di fare un po' di disintossicazione da questo mondo internettico, ma non temete: non spariro', scrivero' di sicuro, mi serve anche ad interiorizzare cio' che vedo, da sempre. Semplicemente, scrivero' spesso anche solo per me, sui taccuini di carta che mi hanno regalato i miei amici. 

Comunque: sono tornata!

Allora, ora che adesso vado via da Vienna per un po', ho deciso di fare una serie di post di servizio per coloro che stessero valutando l'idea di venire a vivere qui, tipo vademecum pratico per l'italiano che non mastica ancora il tedesco ed è troppo timido per fare domande auf Englisch. Natalia è al vostro servizio. 

Dunque, una delle prime cose che dovrete fare sarà trovare casa, presumo.

Ecco qualche consiglio: se cercate una stanza, il sito più comune per la ricerca è Jobwohnen, ma anche WG Gesucht è utile. Piccola nota lessicale: WG significa Wohngemeinschaft, cioè comunità di persone che vivono insieme, cioè, la nostra condivisione. Quindi voi cercate "WG Zimmer", cioè stanza in una condivisione, o "Wohnung", cioè appartamento.

Gli affitti a Vienna sono molto più bassi che in Italia (o almeno che a Milano e Roma), che è il motivo per il quale tutti qui sono in affitto senza problemi. Il nero è fuori questione. Per i prezzi non chiedetemi, perché sono nella stessa casa da 3 anni e non sono aggiornata.

I quartieri: Vienna si divide tra distretti interni (Innere Bezirke) e distretti esterni (äußere Bezirke) che costano un po' meno, e sono un bel po' più verdi. Le case possono essere altbau (vecchie costruzioni con i soffitti alti, più affascinanti, ma anche di qualità più bassa, talvolta) o neubau (nuove costruzioni, meno belle fuori, magari, ma più nuove e confortevoli dentro.)

Io ritengo più importante il vivere in un luogo centrale e ben collegato che in un luogo verde, a causa del lavoro. Mi piace abitare in centro perché, almeno nel mio tempo libero, voglio poter uscire la sera per ristoranti e locali e farlo a piedi, e non dover possedere un'auto.

Se anche a voi piace fare queste cose, allora state nei distretti interni (dal primo al nono, in pratica Vienna è divisa come una chiocciola, come Parigi.) Sono più carini e più vivaci del resto.
Il mio spicchio di città preferito è quello che va dal sesto al nono distretto, quindi include i quartieri di Mariahilf, Neubau, dove vivo, Josefstadt e Alsergrund. In particolare, Neubau e Josefstadt hanno un'alta densità di ristoranti e locali dove uscire a divertirsi, e gli affitti sono infatti più alti.
Il secondo distretto va sempre più di moda al momento e gli affitti sono in aumento, in particolare nella zona intorno al Karmelitermarkt e Taborstraße, che in effetti sono molto carine. Il quarto e il quinto distretto, soprattutto nella zona che va da Karlsplatz e TU (politecnico) fino a circa Margaretenplatz o fino a Johann-Strauss-Gasse, è molto bellino. Li conosco poco, ma quando mi capita di andarci mi piacciono.
Il terzo distretto, Landstraße, è quello che conosco meno, pieno di famiglie e molto residenziale, da quel che ho visto in questi tre anni.

I distretti esterni li conosco molto meno, ma quelli che preferisco sono quelli tra il sedicesimo e il diciottesimo, quindi, di nuovo Vienna ovest. Sono ben collegati, sono carini, costano meno e sono anche più vicini al verde. L'unico motivo per cui non sono mai andata a viverci è che devo stare più vicina al centro per muovermi meglio col lavoro.
Vienna est? Al di là del Danubio? Per quanto mi riguarda, è campagna (i viennesi del centro li chiamano ridacchiando Transdanubia.) A me non piacciono affatto, sì, sono verdi, ma sono collegati male come mezzi, ti serve una macchina, e sono morti – ancor più del resto della città, che non è proprio Rio, comunque, se si viene da posti più vivaci.

Se avete domande, scrivete pure nei commenti! 
Ragazzi. Sono un po' in sbattimento. 

Sarà il clima autunnale che mi ricorda il mio arrivo qui tre anni fa (meno due settimane), sarà che in genere il clima grigio mi rende pensierosa, sarà che sto per compiere 30 anni e anche se ridimensiono alla fine la cosa mi manda un po' in sbattimento: ma, sono in sbattimento.

Del tipo: 

è giusto mollare il frutto di anni di fatica per andare a farsi una gita lunga un anno durante la crisi economica peggiore in corso dalla mia nascita? 
(Tardi per farsi questa domanda. Ho già salutato tutti gli studenti e le scuole e sarò homeless tra meno di due settimane, e poi ai Caraibi.)

sbaglio io a fare la fricchettona irresponsabile a farmi questa gita, invece che stare qui e, che ne so, fare un bambino? Sposarmi? Accendere un mutuo? Comprare un nuovo divano?
(Sarà perché ieri mia madre mi ha detto che miocuggino, il grande, del quale già ho perso il matrimonio perché ero in Laos, proprio ora è incinto, con la sua donna incinta? Proprio ora diokadzo che vado via e non torno per mesi e mesi e mesi E MESI? PROPRIO ORA DOVEVATE FARMI QUESTO? Tornerò quando il pupo/la pupa avrà tipo 6 mesi. Sono tristissima, sarò la vecchia zia pazza che gira il mondo e torna con i manufatti pre-colombiani o chessoìo. Affranta, sono. Queste sono le cose in cui faccio cagare a essere italiota AIRE. Scarsissima. La mia amica M, compagna di liceo, ha avuto una pupa. Io l'ho vista e adesso quando la rivedrò sarà una vitellina ambulante. Queste cose mi fanno sentire il tempo che passa, per quello mi agito)

sbaglio io a spezzare una situazione di relativo equilibrio, che quello totale sappiamo già che non esiste, dopo aver faticato a trovarlo dato che Vienna a me è stata abbastanza sul cazzo per abbastanza a lungo? Ora che hai amici tuoi, una vita tua, che non sei solo un'appendice ridanciana e idiota dell'Asburgico, che fai, te ne vai?
(Sì. Infatti casa tua è mezza vuota e stai vendendo tutto.)

L'anno scorso, mica è andato così male, l'autunno-inverno. La tua studentessa Emme era incinta e le vostre lezioni erano ammantate di pace interiore da gravidanza avanzata. Non ha nevicato troppo. Hai bestemmiato relativamente poco per il buio. Cioè: ti stavi abituando allo stare a nord delle Alpi. Non ti mancherà avere una tana tua dove rifugiarti, e bere tè con una sciarpa addosso e il buio fuori?
(Il fatto che tu ti ponga questa domanda, Natalia, è segnale del tuo malessere. Riprenditi, impacchetta, e vedi di andare. Detesti l'inverno e l'appartamento è sempre sembrato un campeggio. Smettila. Di. Pensare.)

Come sempre, prima di fare una cosa grossa, sono curiosa e preoccupata. Io ogni tot mi devo mettere in una situazione dove sono curiosa e preoccupata. Lo sono stata prima di Istanbul. Lo sono stata prima del Nepal. Lo sono stata prima di Vienna.
Alla fine, ce l'ho sempre fatta.
Quindi ce la farò anche stavolta.
Però.
Sto invecchiando. Gestisco la cosa sempre peggio. 

E non sapere dove P, l'amico francese di Budapest, vivrà al mio ritorno, mi riempie di un'angoscia spropositata. E' il mio unico amico di vecchia data che abita a meno di un'ora d'aereo.
Ti prego P, non decidere che ora devi imparare l'arabo e quindi vivere a Marrakech. Tu non vuoi imparare l'arabo. Capito?
Ebbene sì, anche dopo tre anni che vivo qui, anche ora che il mio tedesco è decente e leggo tranquillamente il giornale (ma non i romanzi) ho ancora problemi di comunicazione. In genere questi riguardano le parole straniere, che io pronuncio come si dicono nella lingua x, e che gli impiegati del supermercato leggono con la fonetica tedesca (o ancora peggio, viennese. Che è come dire la fonetica di Bari Vecchia, con tutto il rispetto per Bari Vecchia.)

L'altro giorno ero in un supermercato dove di solito non vado, e cercavo degli gnocchi. Si trova molto il cibo italiano qui, di solito è anche di buona qualità, ma non sapevo dov'era nel supermercato. 

Bene.

Vado dalla tizia che sistema le cose sugli scaffali e le dico

Mi scusi, buongiorno, cercavo degli gnocchi. Con la pronuncia italiana.

Dei che?

Degli gnocchi. Noki. Nioci. (Come cazzo li pronunciate, voi, barbarici esseri, aaaaahh frustrazione)

No guardi, non so proprio di cosa stia parlando (cafona e irritata, nella migliore tradizione wienerisch.)

Guardi, questi: scrivo "gnocchi" sul cellulare e glielo mostro facendo lo spelling a voce alta.

Non capisco.

Reprimo un momento di frustrazione del tipo kadzo ma non sai neanche leggere i nomi delle cose che esponi, diomadonna??? Allora le spiego che aspetto hanno e di cosa sono fatti, manco fosse una studentessa A1. 

No. Non so cosa vuole. E' una salsa?

O_O

Le dico: vabbè, li trovo da sola, non importa. E continuo la ricerca. 

Li trovo, e costavano un botto. Senza alcuna intenzione di comprarli, li agguanto, torno dalla biondina cafona e brandendo gli gnocchi a voce altissima, le dico

Beh mi scusi lei, ora mi potrebbe dire come legge lei questa parola? No, così la prossima volta che mi serve lo dico correttamente.

Mi guarda con sguardo bovino e dice: ah, nioci. 

Io le dico: capisco. Ora li rimetta a posto, non li compro, mi servivano a scopo didattico. E vado alle casse, senza nioci.

Lo so che sono stata stronza, ma è stata lei a cominciare con la cafoneria. Io ho perso venti minuti per non trovare la mia cena, e mi tratti pure come se fossi cojona, e non sai neanche leggere o capire una descrizione per aiutare un cliente? Meriti di fare moto e rimettere quei cazzo di nioci nello scaffale una volta al giorno, finché non impari la grafia.

Quando cercavo la quinoa in un altro supermercato, il signore turco aveva girato tutto il supermercato con me anche se non capiva cosa volevo, e alla fine la quinoa l'abbiamo anche trovata. Per questo, al supermercato dove lavora il signore turco, ci tornerò. A quello della stronza demotivata, no. Hmph. 
randomchickblog.com
Insomma, ci siamo quasi. Stiamo per partire, e sono un po' in sbattimento. Ultime due settimane di lavoro, poi Italia, poi ritorno, poco lavoro e molto impacchettaggio. 

In tutto ciò, nelle varie discussioni con le amiche che mi dicono non ti lamentare, idiota, e mantieni la calma santoddìo, è venuto fuori che una delle cose principali che mi preoccupano, dato il gene ambrosiano-stakanovista che è stato brutalmente messo a tacere dall'altra metà di cervello epicurea che dice figlia mia sei giovane, vai a farti un giro finché puoi, dicevo, è venuto fuori che ciò che mi angustia è che la mia mente, brava idiota, si preoccupa già del post.
Della ricostruzione.
Dello sbattimento dell'essere di ritorno a Vienna in autunno l'anno prossimo, col tempo orrendo e zero progetti in ballo, o quasi. Urgh. Lo so, lo so che è idiota pensare sul lungo periodo così perché non sai mai cosa succede nella vita e magari qui neanche ci torno. Però un po' me ne preoccupo. Dell'essere di ritorno a Vienna con l'inverno, il freddo e le temperature sottozero alle porte e ommioddìo, insomma.

Quindi, come ho detto alle amiche ora vi dico queste cose perché voi me le ricordiate quando tornerò e sarò piagnucolosa, relativamente povera e possibilmente insopportabile, voi mi ricorderete che avevo già una strategia per reagire al tutto.

Questa si sviluppa nei seguenti punti:

  1. Mantenere la calma. Tassativamente mantenere il sangue freddo e non abbattersi se le scuole non hanno subitoimmediatamente progetti per me.
  2. Iscriversi a yoga. Sì, anche se ti sembrano tanti soldi. Perché da disoccupata avrai diritto almeno alla tariffa ridotta, e ti fa bene all'umore.
  3. Iscriversi in palestra. Sì, che sono anche solo una ventina di euri al mese. E ti dà un posto dove andare a muoverti anche quando fuori ci sono -10C e il buio pesto, tu vai là, remi, ascolti podcast e sei contenta.
  4. Farsi una tessera della biblioteca. Hanno tanti libri gratis e internet (e ottime sale con le poltrone comode, dove puoi andare quando fa un freddo becco, è buio, non hai voglia di stare a casa, nessuno ha tempo per te, e non vuoi spendere soldi nei caffè.)
  5. Se possibile, iscriversi anche a The Hub perché a) ti dà uno spazio dove lavorare che non sia casa tua e b) ti mette in contatto con persone positive. Sì, anche se costa 25€ al mese e stai già pagando yoga e palestra. 
  6. Se noti che il tuo tedesco in un anno di pratica quasi a zero – a meno che non cambi la situazione e inizi a parlarlo con l'Asburgico, cosa che sarebbe opportuna ma non ce la fate perché perché non usare l'inglese che è così pratico e ci piace assai – iscriviti anche a un corso di tedesco e fai un ripassino. Se è troppo caro, motiva la tua scelta al cospetto della Genitrice e della Nonna: loro due ti aiuteranno. Che sanno che l'istruzione è importante (e magari col loro aiuto potrai andare all'università e non a quella scuola sfigata dove sei andata la prima volta, che faceva schifo.)
Ecco. Ho scritto tutto anche qui, ricordatemelo quando tornerò, il blog diventerà una palla mostruosa da leggere, e io mi lagnerò... Ditemi, Natalia, attivati, perdinci!
Ho questa conoscente, B. Quando io sono arrivata qui, lei e l'uomo suo sono partiti per un viaggio come il mio, ma con l'obiettivo piuttosto ambizioso di stare in giro due anni e mezzo (sì, avete capito bene.) Ovviamente sono tornati con le tasche vuote, ma loro mica se ne preoccupano, dato che avendo fatto la comoda vita dell'impiegato prima di partire, hanno i vari benefit che si hanno qui, e che ti parano il culo quando torni. Io non li avrò, quindi col cazzo che finisco tutti i miei soldi, mica mi aiuta a me, l'ufficio di collocamento.

Premessa: M e il suo amico irlandese, quando ero in Nepal con loro e questi due non erano ancora partiti, la sfottevano bonariamente, perché a quanto pare poteva essere molto fastidiosa. Io, da brava cojona ottimista che sono, dicevo: ma no dai, siete voi che siete perfidi. Ecco. 

Bene. Quando sono tornati, i due si erano modificati da persone tutto sommato piuttosto normali nel seguente modo:

*sono diventati due specie di hippie post-moderni che vogliono andare a vivere in campagna (niente di male in questo di per sé, ma un momento.)
*hanno intenzione di comprare casa in campagna (con quali soldi? prendendoli dalle banche che dicono di detestare?)
*lavorando entrambi nei settori dei servizi (finanziario lui, pièrre lei), dovranno anche comprare una macchina, se vogliono vivere in campagna. Dovranno pendolare, e non avranno tempo di farsi il latte di soia da soli come prima. A meno che non aprano una fattoria.
*lui no, ma lei di brutto, non facevano altro che scrivere e parlare di sostenibilità e attivismo e questo e quello, un pochino fastidiosi ma alla fine è per una buona causa.
*lei, per non andare fuori di cranio mentre cercava lavoro, è giustamente diventata volontaria de Greenpeace, e di questo, e di quello. 

Io sentivo di come in quei due anni avevano preso più di 40 aerei, di cui uno totalmente superfluo perché eravamo in Sudamerica ma sai a noi piace tanto l'Asia, e volevamo stare un po' in Thailandia prima di tornare.

Alla faccia della sostenibilità, sia ambientale che ecologica O_O

Poi un mese fa, finalmente, entrambi trovano lavoro.

Come reagisce lui: oh, ho trovato lavoro nel settore che volevo. Che fico.

Come reagisce lei: HA! Ho trovato lavoro finalmente! E pagato meglio di quel cesso di cooperativa che voleva pagarmi così poco!

Io: vabbè, ma almeno sarebbe stato un lavoro con un risvolto sociale, no?

Lei: sì, ma pagavano poco.

Io: ...

Lei: e poi ho anche incontrato quella che va in maternità, che sostituisco. Lavora di merda! Sono sicura che io sarò più brava e non la rivorranno indietro.

Io: allibita, non dico niente. 

Lei: e allora, quando partite?

Io: eh, tra poco, sono un po' preoccupata che sai, io non avrò i sussidi vostri, quando torno...

Lei: eh, poi magari pure i tuoi studenti si gustano il tempo libero e non tornano da te, ha ha, o trovano altri insegnanti... haha

Io: sempre più sconcertata, riesco a liberarmene. Mi chiedo: ma non dovresti essere una persona buona, positiva e incoraggiante anche con chi ti è vicino? O solo con le tartarughe? Checcazzo?

Qualche giorno dopo, racconto l'accaduto a I., la colombiana onoraria, che da tempo mi diceva no a me quella donna non va giù. Mi ha solo detto: te l'avevo detto io, hai scoperto il suo lato oscuro! Che è più o meno anche ciò che ha detto l'Asburgico quando gli ho riportato questa conversazione. 

Poi, ciliegina sulla torta, qualche giorno fa viene pagata e su FB sboroneggia: haaaaa! ho ricevuto lo stipendio, 700€ più di quel che prendevo 3 anni fa!!

Magari sbaglio io, ma mi sembra a dir poco inelegante, scrivere una cosa del genere, per una che vuole vendersi come una ggiovane fricchettona 2.0. Molto inelegante. E' bello avere di nuovo uno stipendio, ma spandere così è da tamarri di prima categoria. 

In ogni caso, da un mese io non la chiamo proprio. Preferisco stare a casa a scrivere mail alla colombiana onoraria.

Che orrore. 
vilainecrevette per it.123rf.com/
Mi lascia perplessa, questa donna. La spugna di mare – di nuovo lei. Stavolta non è esplosa, non è successo niente, ma come sanno i miei colleghi che leggono qui, quando insegni le lingue, finisce che sai molte cose delle persone a cui insegni. Questo vale per quasi tutti, anche per i timidi.
Ma non per la SdM. 

E' veramente una donna senza qualità. E' un concetto, quello del Senza Qualità - in tedesco si dice Eigenschaften, che non ha connotazioni negative ma è molto neutro, quindi assai migliore per parlare di qualcuno che è insipido come il pane toscano – inventato in Austria, da Robert Musil. Ecco, lei è così. 

Non fa niente: non mangia mai nulla, non mangia dolci, non beve vino, non legge libri, non guarda la TV, non esce la sera e neanche di giorno. Non lavora. Non esce con gli amici. Non ha preferenze. Non ha cose che detesta. Sta lì. Io me l'immagino nel suo tempo libero che sta lì seduta e fissa il vuoto nel suo giardino vuoto della sua casa vuota.  Praticamente Emily Dickinson è una viveuse, a confronto. Il fatto che si sia riprodotta mi sconvolge perché vuol dire che ha avuto rapporti carnali con qualcuno. Strabiliante, considerato il livello di vicinanza che devi avere con qualcuno per fare un bambino – mi dicono dalla regia. 

Alla fine avere intorno lei o avere di fianco, che so, una credenza di legno, è un po' la stessa cosa. Non stupitevi della mia ferocia, ma lei è quel tipo umano psicorigido così comune da queste parti che mi sconvolge. Sta sempre lì, a braccia conserte. Non ti guarda negli occhi. Non dice nulla per ore e poi quando parla (in tedesco, nelle pause, mai con te) strilla come se fosse la pescivendola al mercato, per poi tornare nel mutismo per altre tre ore. 

E' frustrante, e mi sta sulle palle. Mi sembra una di quelle persone che non sanno godersi la vita, no? Il genere di persona alla quale tu regali Lettera Sulla Felicità di Epicuro, e lei ti guarda con aria vacua e dice, non leggo libri, e poi questo qui è pure un greco zozzone e fannullone. 
Che tristezza. Cioè, se lei è contenta così buon per lei ma... Che tristezza. Ezza. Ezza. Meglio essere deficienti e felici, a mio avviso. E viva Epicuro, madre mia.
Il vecchio saccente è un tipo umano che ti capita spesso, in classe, quando insegni ai corsi come i miei della mattina. Il VS di solito ha più di 60 anni, non è ancora in pensione, non ha speranza di trovare perché ahimè il mercato del lavoro ti considera vecchio a 40 anni, figuriamoci a 60. Ma il VS spesso non trova anche lavoro perché ragazzi, diciamolo: è un rompicoglioni.

Ne ho uno in classe al momento: è pesante, è una palla al cazzo, saccente, fastidioso perché naturalmente mi considera una sbarbata che non sa una sega, e chiaramente appena può contraddirmi, lo fa. Naturalmente se rispondi prendendolo per il culo, bonariamente - è l'unica strategia per sopravvivere e non ucciderlo barbaramente - s'offende. Io dico, se rompi i coglioni, ti esponi al rischio dello sbeffeggio, specie se nessuno in classe ti regge e sei pesante come un'incudine sui maroni.
Stamattina sta dando del suo meglio, e mi insegue pure durante le pause per mostrare la sua Sapienza (al momento sono nascosta nell'ufficio di una collega che mi dà asilo politico e capisce. Pausa significa non rompetemi le palle e lasciatemi riposare la gola quindici minuti, kadzo) Sì, perché lui ha vissuto di qua e di là, e si considera un pozzo di scienza. Autoironia, zero - cosa che non mi piace mai. Senso della misura, zero. Voglia di indottrinare la gente: tantissima. Insopportabile.

Non so se avete notato che non parlo mai della classe della mattina in questo periodo: il motivo è che è piena di pesantoni, gente frustrata e sciroccati assortiti, o gente con problemi cognitivi. Che mi piacciono davvero ce ne saranno forse tre o quattro, in una classe di 14 è una pessima cosa, direi.
Ci sono gli antipatici, i pazzi, gli indisponenti e quelli che ti vien voglia di mandarli a lavorare, perché danno veramente l'impressione di non ammazzarsi a cercare un lavoro. Dopotutto, fa comodo ricevere un sussidio e lavorare in nero, no? In Italia non abbiamo abbastanza supporto, ma qui ce ne hanno così tanto che certe volte la gente se ne approffitta. Considerato che io di supporto non ne ho mai avuto, perché ho sempre lavorato come libera professionista - anche se la definizione mi fa schiantare dal ridere - la cosa mi scoccia di brutto. Cioè: uno stamane s'è lamentato perché che palle che devo essere sempre al corso così presto: io gli volevo dire, ciccio, ti pagano quanto me per andare a un corso di lingua e grattarti le palle il resto della giornata. Ma di che ti lamenti, diobòno?? Che fastidio.

Meno male che me me libero in meno di un mese. Stavolta la cena di classe sarà a inviti, e selezionata, solo con quelle due o tre persone che mi piacciono, perché ripeto: mica possono sempre starmi tutti simpatici, madonna.
Oggi pomeriggio, sul tram. Caldo porco, tram vecchio senza aria condizionata.

Sono seduta sulla sinistra. Al di là del corridoio si siede una signora di queste parti, ben piazzata e con una voce in linea con la corporatura. Cioè piuttosto corposa. Inizia a parlare al telefono.

Davanti a me è seduta una tizia con un caschetto mogano e le labbra sottili, secca secca e con l'aria da vicepreside rompicoglioni. Guarda dritto davanti: non legge, non ascolta musica, non si guarda in giro e ha le braccia in grembo, con le mani incrociate. Ben composta, insomma.

La tizia ciccia continua a parlare al telefono, voce alta, ma rispetto a un italiano è niente. Tram bloccato da un camion (non succede mai.) Caldazza perché quando si ferma il tram, sembra il dolceforno di quando ero bambina. 

A un certo punto la vicepreside secca si gira e acidissima dice alla tizia:

"Senta lei! Parli un po' più piano, che mi dà sui nervi!" (Così. Niente per favore, niente cortesia, è proprio chiedere un vaffanculo, anche se c'hai ragione, dico io. Passi dalla parte del torto. Me l'ha detto la mamma.)

La ciccia: "Ma stia zitta lei, semmai è lei che dà sui nervi!!!" (in effetti.) Al telefono dice, "No, è che c'è una pulce che mi dà fastidio." Dice. 

Io allibita e mezza ridacchiante seguo la scena.

La vicepreside ribatte, stridula "Pulce sarà lei!!!" 

La ciccia non la caca di pezza e continua a blaterare al telefono.

La vicepreside la fissa con aria passive-aggressive e poi scende alla fermata successiva, circa 16 secondi dopo questo scambio. Non poteva starsene zitta e aspettare quei 16 secondi finché non scendeva, mi chiedo e mi domando?

Io ridacchio guardando la scena e mi rendo conto di essere l'unica che trova la cosa piuttosto assurda.

Inizio a chiedermi se non sia il caso di girare con un thermos di camomilla da dare a sta gente. Davvero.  
Hungarian Foreign Minister Gyula Horn (r) with Austrian counterpart Alois Mock cut through barbed wire of former Iron Curtain marking border between East, West in Sopron, Hungary, 27 Jun 1989
Impressioni magiare scribacchiate sul retro del biglietto dell'autobus. Elaboro qui, prima di dimenticarmene, cosa che succede piuttosto facilmente, come sapete. 
Sono nata nel 1982, e sono cresciuta in casa di un uomo che si occupava tanto di politica, che ne parlava anche davanti a me, e che viaggiava, anche, talvolta, per la politica. Quando avevo sette anni circa, mio padre è andato in Bulgaria, e quando era tornato, ero curiosissima. Tra i suoi amici aveva un musicista bulgaro scappato da lì, e io qualche volta giocavo con suo figlio, che aveva la mia età. Suo padre aveva sempre l'aria un po' triste, parlava piano, era un tipo molto diverso da mio padre.

Ho sempre provato curiosità per l'Europa orientale, e la prima volta che ci sono andata, coi miei genitori, avevo 17 anni, quindi era il 1999. Avevo 17 anni e la testa strapiena di cose lette sui libri di storia su questa Europa così vicina geograficamente, ma così lontana per tutto il resto. Avevo anche avuto un po' di compagni di scuola dell'Altro Blocco, albanesi, bulgari, romeni, polacchi, e spesso avevano storie di vita difficili, alle spalle. 

Insomma, a Vienna, la sera prima di andare in Ungheria, ero emozionata come una scema. Perché passavo questa linea ormai inesistente, che aveva fatto la Storia, e che aveva fatto sì che gente della mia età crescesse in modo totalmente diverso da me. 

Passata la frontiera, la campagna non era spettacolare. Sembra la pianura coi pioppeti intorno a Milano, è molto simile - la puszta, la grande pianura coi "butteri" ungheresi, sta ad est, ma io non lo sapevo, e mi aspettavo roba diversa.
La prima città ungherese che ho visitato è stata Győr, un posto piccolo, tranquillo. Ho dormito in un ex-monastero rinnovato per essere un albergo, e ho pensato un sacco, ho scritto un sacco nel mio diario (cartaceo) che tenevo. Il giorno dopo siamo arrivati a Budapest, la prima capitale a est della cortina di ferro che ho visitato. All'epoca l'avevo trovata triste, grigiotta, non mi era piaciuta, e sono stata contenta di tornare a Vienna, qualche giorno dopo. 
Due anni dopo ho visitato Praga, che all'epoca era più tranquilla di ora, e mi era piaciuta molto, molto più di Budapest - ora è il contrario, Praga è sputtanata, affollata di turisti anche a novembre e eccessivamente fighetta, per i miei gusti. 

Insomma, la scorsa settimana, mentre stavo lì seduta in un caffè ultramoderno, di fianco al museo nazionale, ad aspettare P, guardavo le persone e pensavo a quanto è cambiata Budapest, e con lei l'Europa orientale tutta, negli ultimi dieci anni (figuriamoci in venti, ma lo so solo a livello teorico.) 

Per gli sbarbati come quelli a cui insegno è un posto anche piuttosto cool e alternativo, con i famosi kert e lo Sziget Festival, per i miei genitori invece era un posto da cui arrivavano i rifugiati politici. Per me è un posto dove andare a fare il weekend, a trovare l'amico francese che lavora (legalmente) in Ungheria senza problemi, e ci vado senza che neanche mi controllino il passaporto. Queste piccole cose sono quelle che a) ti fanno sentire che la storia non è una baggianata, ma qualcosa che ti succede intorno e b) che non sei più una mocciosa, anche se ti ritieni tale. C'hai dei ricordi che agli studenti tuoi sembrano roba d'antiquariato.

Le tracce della cortina di ferro sono invisibili, ma ci sono ancora. L'Austria era terra di confine tra due mondi, e si vede. Ancora adesso, per andare a Praga, fino al confine non c'è un'autostrada, e ci metti un bel po'. Le stazioni di frontiera sono minuscole, perché non c'era scambio - era un binario morto, e questo si può notare tuttora. La regione al confine ungherese, il Burgenland, e quella al confine slovacco, il Marchfeld, sono zone depresse economicamente, che per anni hanno risentito del loro essere liminali. E' interessante il fatto che non se ne siano ancora riprese nonostante faccian parte di un paese prosperoso - e quindi non mi sorprende affatto che l'Ungheria e molti stati dell'ex blocco sovietico siano messi così così. 

Certe volte, quando viaggio da sola, penso un sacco. Meno male che di solito c'è l'Asburgico a distrarmi. Comunque, se vi interessa sapere com'era l'Ungheria pre-1991, leggete questo romanzo di Tibor Fischer. L'originale è in inglese, è divertentissimo, nel suo malinconico stile magiaro. Buona lettura!
In questi giorni il tempo è strano, ha fatto 35/36C fino a qualche giorno fa, poi è crollata la temperatura perché da qualche giorno c'è un clima monsonico. Ieri mi sono beccata un'acquazzone meraviglioso, perché c'era il sole e si vedevano tutte le gocciolone in controluce. Durante quest'acquazzone, ho anche visto l'arcobaleno più grosso che ho visto da che vivo qui. Grazie a K e P per le foto dalla terrazza di lei e da Karlsplatz lui: 




 Bello, no?
Lo sapete, no, che Vienna è una città multiculturale? Il 40% della popolazione è nato fuori dall'Austria. Che è tanto, e si nota, perché quando si prendono i mezzi si sentono un sacco di lingue diverse, da quelle limitrofe (ungherese, slovacco e ceko, tanto tanto serbo-croato, polacco) a quelle più lontane (turco, persiano, poco cinese, tanti dialetti indiani), più quelle che ti fanno venire la faccia a punto interrogativo (l'Asburgico mi informa che questi sono di solito ceceni e georgiani.) 

Bene.
Non vi ho ancora detto niente, ma da tre settimane ho un nuovo gruppo di studenti la mattina.  Quattordici persone. Composizione: nove austriaci, due turchi, un serbo, una bosniaca, una romena. 

Nell'ala destra della classe ci sono due austriache e la romena. Una delle due austriache ha grossi problemi di concentrazione, che tu gli parli in inglese o tedesco non cambia: non capisce una mazza. E quindi anche tu, Natalia, che sei buona e positiva, ti trovi a pensare forse ho capito perché non hai un lavoro. L'altra austriaca, invece, è una mia coetanea: sposata, con due bambini, è una di quelle personcine adorabili che detengono Lo Scettro della Sapienza. Sapete, quelle persone che ritengono che il loro modo di fare le cose sia Quello Giusto, e che noialtri che non seguiamo la Retta Via siamo una manica di pirla. Già il fatto che io abbia vissuto in una terra d'infedeli (la Turchia), che ami viaggiare in paesi popolati di gente più colorata di lei (Asia) e che non abbia figli e non sia sposata mi mette in cattiva luce: mi salva solo il fatto che sono una brava insegnante.

Bene, oggi questo simpatico individuo fa la battuta: davanti all'immagine di una donna coi capelli velati dice, beh, sicuramente è all'ufficio di collocamento, HA HA HA, perché cos'altro fanno se non prendere sussidi questi, HA HA HA.
Io la osservo come un animale strano.
Il ragazzo turco dall'altro lato della classe reagisce dicendo abbrava, mettiti anche a fare la razzista adesso! E giù di saluto nazista per sfotterla.
Seguono quindici secondi di invettive in orrendo dialetto viennese.
Io li guardo, come se fosse una partita di tennis, poi li fermo e gli dico: uno e due, fate un'altra cosa del genere e vi butto fuori dal mio corso. Problemi vostri come lo spiegate, al collocamento: in classe mia non voglio gente rissosa. Se volessi queste scene, andrei a insegnare all'asilo. O al liceo, al limite.
Tagliano corto e smettono.
Nel frattempo, la signora bosniaca, A. (che è adorabile) era seduta, zitta, con l'aria traumatizzata e la pelle d'oca alle braccia che la vedevo pure io. 

A fine lezione la A. viene da me e mi fa: grazie che li hai fermati. Io me ne sono dovuta andare dalla Bosnia, per colpa di persone come loro, grazie. La A. è musulmana, è sposata con un cattolico, e entrambi sono dovuti scappare negli anni '90 per evitare di finire male. In una fossa comune, per esempio.

Io sono ottimista, di solito, ma come ho già scritto altre volte, certe volte quando sento cosa le persone dicono - e io con la gente parlo tanto, col lavoro che faccio - perdo la fiducia, davvero. Ma la gente non li legge, i libri di storia? Non lo sanno cosa significa la parola escalation?

Checcazzo. Se sono io fuori dal tempo a non pensare in questo modo, fatto di assoluti e bianco e nero e pregiudizi e sparate non meditate, allora viva l'anacronismo. 
è dove sto andando ora. E' il secondo anno che viene organizzata intorno a inizio giugno. I poveri si illudono di vivere in un luogo dove esiste anche il concetto di estate, e ogni anno vengono smentiti, dato che la festa - en plein air - si svolge *sempre* puntualmente sotto un cielo che promette tempesta, con un vento che ti porta via brownie e affini da sotto il naso. A causa di ciò, chiaramente, ho voglia di andarci, ma allo stesso tempo anche no, perché (losolososonoripetitivamaancheiltempoloè) ho freddo.

Quindi stasera il mio abbigliamento da festa è una cosa di questo genere: 

http://www.steamfantasy.it/
In questi giorni mi sto rendendo conto di come e perché la mia femminilità, da che abito qui, è andata a farsi un giro ai Caraibi e non è mai più tornata.
Io sono freddolosa.
Se ho freddo, mi vesto come un alpino, o un palombaro, appunto. Anche da adolescente, mai stata di quelle lì mezze gnude che si aggiravano pel mondo con i reni di fuori. No. Io mi copro.
E quindi ecco - non sono femminile per niente. Non metto le ballerine perché ho freddo ai piedi, e insomma sì. Tacchi niente, che devo sempre camminare duecento chilometri. Ora sto uscendo con gli stivaletti soliti e la mia fedele giacca antipioggia, e il mio fedele basco viola. Per una festa all'aperto. In giugno.
Eh.
Mi sa che il fedora color pesca lo parcheggio in attesa di tempi migliori - che con gli sbalzi propri di questa città potrebbero anche essere dopodomani, con 15C in più da un giorno all'altro. Speriamo. 

Fatemi prendere anche una pashmina, già che ci sono. 
Sigh. 
http://solferino28.corriere.it/
Come saprete, io non sono né giovane - neanche una vegliarda, ma certo non una sbarbata - né meridionale. 
Ho appena letto un post su questo blog del Corriere che leggo ogni tanto, il blog dei ggiovani insomma, dove una giovane ragazza calabrese descrive la sua vita da fuori sede a Roma. Riassumo in poche parole quel che mi sono trovata a pensare:
E soprattutto, non si capisce una minchia, o meglio, si capisce, ma con un certo impegno. 
Mi fa pensare alla conversazione che ho avuto un annetto fa con l'amico P., il francese di Budapest laureato in italiano, che sostiene che la letteratura francese batte quella italiana dieci a zero per leggibilità. Diciamo che se la scrittura di questa ragazza è stata considerata degna di pubblicazione perché pregna di significato, ragazzi, siamo fritti - è prolissa, ampollosa, ma soprattutto c'è questo patetismo che sembra di leggere Verga. Insopportabile. Il genere di cosa che mi fa scattare fastidio epidermico immediato. Ancor più che la scrittura, mi stronca questo atteggiamento di rassegnazione, come se questa si sentisse addosso il peso di secoli di miseria... Ora, tesò, tanto misera non sei, stai studiando, goditi il fatto che stai studiando, nutri la tua mente, insomma, un po' di positività, kadzo!

Il suo comportamento a Roma (questo cercare le feste calabresi e questo suo stare coi conterranei soprattutto) mi ha fatto pensare a come si comportano i GGiovani Italici che vengono a Vienna. Io, qui, di amica italiana ne ho una (1), che ho incontrato alla scuola di tedesco e viene dalla Puglia. Insieme, siamo la Cotoletta Salentina. Tramite lei ho talvolta incontrato alcuni G. I., provenienti da varie regioni italiane. Spesso arrivano qui, senza parlare un minimo di tedesco (e ci sta, a scuola si studia poco, specie nel sud, nel nord-est sono le ex-colonie invece); con un inglese scarso (e questo ci sta meno); senza la più pallida idea di cosa fare di sé, trovano un lavoretto (e questo ci sta tutto, ci mancherebbe) però poi invece che vivere la città, o tentarci, si isolano tra italiani, e finita lì. 
Ora.
Anche a me manca, parlare l'italiano, quando non vedo Fro. Però mi romperei le palle, a stare solo con gli italiani, perché allora, umm, perché andare via dall'Italia, se poi stai sempre con gli italiani? Già quando ero mocciosa, mi sfuggiva questo ragionamento, quando sentivo i compagni miei che andavano a studiare in Britannia e dicevano "ooooh ho trovato un sacco di italiani, che phigo!"

Per me uno dei lati stimolanti dello stare all'estero è che ho amici austriaci (meno di quanti avrei pensato, ahimè), inglesi, romeni, francesi, croati, americani, insomma, un po' di tutto. Quindi, nello stesso modo, non capisco questa ragazza che a Roma va alle feste dei calabresi: ma non sarebbe molto più interessante fare feste pan-meridionali - se proprio devi organizzarti geograficamente - dove scofanarti felice la 'nduja e anche i taralli e anche le scacce ragusane? Io sono cresciuta a Milano con un padre romano e amici di tutta Italia - in classe mia contavo solo due milanesi "reali" - più eritrei, peruviani e filippini. Penso che mi abbia arricchito, nonché abbia anche provveduto a farmi conoscere un sacco di culture e cibi e cose del genere. Quindi l'atteggiamento di questa ragazza qui, proprio non lo colgo. 

Illuminatemi, vi prego!

E poi: Roma sinistra? Libera di pensare ciò che vuole, ma se Roma è sinistra allora Katowice* che cos'è??? Sono molto, molto perplessa. 

*Katowice è una città polacca. E' anche uno dei luoghi più deprimenti dove abbia mai messo piede, insieme a Sofia in Bulgaria. La stazione di Katowice fa sembrare la stazione di Milano San Cristoforo un luogo ameno e ridente, dove manca solo un sambodromo.