Insomma, mercoledì, dopo due giorni con una bomba al giorno, non è successo niente. Meno male. Io, dopo il lavoro, ho deciso di andare all'istituto francese, a guardarmi un vecchio film di Krzysztof Kieslowski, il Film Rosso della trilogia dei Tre Colori, tipo del 1994. Ho molti amici più grandi di me, cinefili integralisti, che amano molto la trilogia e che dicono che vale la pena vederla, e quindi mi sono detta, vado, e faccio finta di essere in Europa per una sera.

All'istituto francese quella è una roba che riesce molto bene. Ingannarti al punto tale da farti pensare di essere, per un attimo, sbarcata in territorio francese. Un altro posto che, paradossalmente, vista la globalità del brand, fa molto bene la stessa cosa, è Ikea. Uscire da lì e trovarsi a Bangkok è un'esperienza di sradicamento che disorienta molto.

Ho preso la metro all'ora di punta, ho controllato in maniera vagamente ossessiva che nessuno scendesse lasciando in dote uno zainetto con potenziale bomba, e poi ho inforcato uno dei miei amati mototaxi per andare all'istituto.

Bel posto, l'Alliance Française. Ogni volta che ci vado, mi trovo a pensare di essere entrata nel mondo di un paese che a) sa che cos'è la promozione culturale, b) ne capisce l'importanza e non esita a investire un pacco di soldi su questo tema, e c) ha capito che, anche se in quel paese sono molto bravi a confezionare abiti e a fare il formaggio, fare promozione culturale non vuol dire organizzare sagre popolari o succursali del Salone del Mobile. Non solo, almeno. 

Perché talvolta, quando leggi la newsletter della Dante, qui, sembra che l'Italia sia un paese che fa da mangiare e produce oggetti di design, e poco altro. La Dante qui proietta un film al mese, il che è lodevole, ma il resto del tempo, patrocina eventi i cui temi ruotano intorno al cibo, la moda e il design, talvolta la musica quando un musicista viene a farsi una gita da queste parti. Non abbiamo un Istituto Italiano di Cultura, qui, e quindi di promozione culturale italiana c'è pochino. Ma non è di questo che volevo scrivere. 

Quel che volevo scrivere è (oltre che dell'invidia del pene culturale che mi prende ogni volta che vado all'Alliance Française) che l'istituto francese è un bel posto. Ma veramente. E' uno di quei punti focali che mi calmano, a Bangkok -- ed è enorme. Hanno un caffè ristorante, una biblioteca, varie sale per corsi di lingua e non solo, una libreria ed uno spazio espositivo. E' un luogo meraviglioso assai.

Hanno una libreria piena di libri meravigliosi che vorrei avere il tempo, il cervello e le energie di leggere.



Hanno anche un caffè dove trovi il caffè macchiato, che all'estero trovi solo in posti gestiti dai francesi e dagli italiani. Tutti gli altri, se sentono la parola "macchiato" ti fanno un beverone da mezzo litro. La conversazione per ottenere il caffè che vedete, con il francese al bancone:

Io: un macchiato, per favore (in francese.)
Barista: un latte? (rispondendo in inglese)
Io: no. Un caffè macchiato. Piccolo. (in francese, con aria indispettita.)
Lui mi risponde in francese e mi dice: ma lo sai che così ti do un espresso in tazza piccola con poco latte, sì?
Io lo guardo con aria come a dire appunto, cretino, e se non ti muovi mi addormento, che sono sveglia da quattordici ore circa.
Lui: ma di dove sei?
Io: Italia.
Lui: aaah ma allora sai già tutto. 
Io: eh. 
Lui: siamo praticamente cousins!
Io: eh. Caffè?

Comunque: il caffè era buono, e soprattutto costava solo l'equivalente di un euro circa. L'ho bevuto al banco per aumentare l'europeitudine della cosa. 


Sfocata immagine del caffè di quei maledetti francesi

Ci hanno uno spazio espositivo, di pittura e fotografia soprattutto. Al momento, hanno una serie di opere di artisti francesi e thai che discutono del ruolo dell'arte nel dibattito pubblico, e di temi facilissimi da discutere qui quali la censura e l'identità.

Io direi anche, grande Winston. Ma tanto di cappello, proprio.

Quando vedere un'immagine piena di scrittori che vanno dalla Woolf a Poe e Rimbaud ti fa sentire una specie di calore e protezione molto particolare (sarà la bomba.)
Insomma, mi sono guardata il film, in sala con un'amica che non vedevo da un po', gongolante all'idea del buffet con vino che sarebbe stato aperto a fine film.
Il film mi è piaciuto, moltissimo. Mi è piaciuto per il suo contenuto, per come mette in discussione idee che a noi sembrano ovvie come quelle di giustizia, o verità. Mi è piaciuto immensamente per la fotografia, che è fatta di luci contrastate, e ovviamente ho amato molto i dettagli rossi sparsi per tutto il film. Davvero un bel film.

E poi, come capita spesso quando guardo film ambientati in Europa, che bello vedere quei muri che sono in piedi da centinaia di anni, quelle case vecchiotte, coperte di rampicanti, in pietra solida, pietra che non può marcire con l'umido o con il monsone, con una storia lunga e destinata a durare, a meno che non capitino un terremoto o un bombardamento. Questo, poi, essendo vecchiotto, non conteneva alcun riferimento ai cellulari, a internet, al mondo digitale. Nulla. Mi ha ricordato di come sono cresciuta, e per questo mi ha fatto lo stesso effetto di una coperta calda, come il resto della serata, d'altra parte.

Sono le piccole cose con una storia che ti tengono ancorato alla terra, almeno se sei me. Piccola divagazione per farvi capire cosa intendo: il mio amico romanissimo M.C., in gita per l'Appennino, oggi ha pubblicato questa foto. Mi ha dato la stessa sensazione di ancoraggio che mi hanno dato i vecchi muri spessi e le staccionate verdi di muschio delle case che ho visto nel film.


Quel film l'hanno mostrato la prima sera dopo la bomba, e io ho esitato ad andare, devo ammettere. Ho pensato che potevo anche vederlo su youtube, semplicemente, il film (qui, se vi interessa) ed ordinare del cibo libanese a domicilio. Poi ho pensato che sarebbe stata una reazione idiota, e soprattutto, che sarebbe stata una reazione che l'avrebbe data vinta a quelli che hanno piantato le bombe.

Quindi mi sono messa un rossetto rosso, e una gonna rossa, e sono andata lo stesso. A casa, ci stiano loro. #notafraid

Il mio contributo rosso alla serata-concept di Film Rouge (la mia amica ha apprezzato molto il concetto)

foto: Bangkokbts.com
C'è stata un'altra bomba, oggi, più piccola, e non andata a segno perché è stata lanciata da un ponte vicino al fiume. Il pacco è caduto in acqua, e quindi non è successo niente, almeno oggi. Il posto è la stazione di cui ho messo il nome qui a fianco, di nuovo una zona molto turistica... Il fatto di mirare ai turisti è una cosa che hanno in comune, le due bombe.

In città c'è un'atmosfera strana, le scuole statali thai sono chiuse, quelle internazionali aperte, e chiaramente gli unici a chiacchierare dell'accaduto tirando madonne oggi, in aula insegnanti, erano gli occidentali assortiti, i cinesi, gli indiani, i bangladeshi... I thai e i loro vicini del SE asiatico, invece, solita reazione da struzzo quando succede qualcosa di grosso: bomba? Quale bomba? 
O da che c'è stato il golpe, altro tema di cui la Gente Normale qui non discute, perché insomma, che c'è di straordinario in una giunta che prende il potere e decide di non indire elezioni per un tot perché c'era una escalation di delirio tra varie fazioni del popolo thai, che si lanciavano granate nei rispettivi campi a metà tra lo stile Occupy e un mercato qualsiasi, che a Bangkok diventa tutto lu mercatu, sempre?

Ecco. Quindi ora siamo tutti un po' perplessi. Gli stranieri si fanno domande, i thai probabilmente se le fanno nella loro mente, ma a noi non dicono una mazza di cosa gli passa per la mente, e ad ogni modo sarebbe impertinente chiedere cose del tipo ma secondo te, quale dei venticinquemila gruppi incazzati per diversi motivi potrebbe essere stato, a fare una cosa del genere? Gli islamisti del sud, quelli che vogliono il re, quelli che rivogliono il Berlusconi deqquà, dei generali incazzati a cui non piace il capobanda della giunta? Io mi chiedo questo e mi chiedo se ne arriveranno altre, di bombe, e aspetto che M. torni a casa con lo skytrain all'ora di punta. Non mi piace per niente che lo prenda, ma le alternative farebbero durare il suo viaggio almeno un'ora buona.

Insomma, che dirvi. Mandateci tanto culo e tanta pazienza. Io intanto settimana prossima vado all'ufficio di Turkish Airlines a prenotarmi il volo per Natale.

Sapete come dicevo che mi stavo rilassando, riguardo allo stare a Bangkok per un po', settimana scorsa, tentando di vedere il bello, eccetera? Ecco, questi figli di puttana oltre che ammazzare la gente e agitare dodici milioni di persone hanno anche annientato quel poco di calma che mi ero creata, perché la prima bomba, quella grossa di ieri sera, l'hanno piantata a pochi minuti dalla mia scuola di yoga. Sarò tranquillissima, ora, quando ci vado. (porcapupazza lo so che è idiota, ma me la faccio un poco sotto.)
Sto bene, sta bene chi conosco, siamo solo scossi perché porca troia sono esplose due bombe in un tempio importante e molto turistico ed è morta un tot di gente. Non si sa chi sia stato, né quanti siano i morti, non ancora, né perché. Io sono su una poltrona da un'ora e passa a digerire la notizia e M. mi ha fatto un gin tonic perché se non dormo tra un po' domani sembrerò una rincoglionita totale al lavoro -- e vediamo quanti bambini mi arrivano.

La bomba è esplosa a pochi minuti dalla scuola di yoga dove ho iniziato ad andare giovedì scorso e ora sono qui come un'idiota a chiedermi se sia il caso di andarci questa settimana. Sono quei pensieri scemi a cui si aggrappa la testa quando succedono cose poco comprensibili.

Giusto nel caso nel quale vi stiate chiedendo come sto. Io bene, tanti altri però no. 

Vado a dormire. 

foto: Aom Sushar, Twitter

La mia amica turca, unica superstite della prima tornata di amici incontrata qui, mi ha fatto sapere qualche giorno fa che la sua ambasciata turca aveva organizzato una doppia proiezione di film turchi al Bangkok Art and Culture Centre, che è uno dei miei luoghi preferiti della città, e si trova dietro casa mia. Sono miracolosamente uscita dal lavoro in orario, un minuto dopo la fine del mio lavoro per contratto, e ho attraversato la città di corsa: a piedi, in motorino, in metro, di nuovo a piedi. Sono arrivata in tempo per vedere il film. Da sola, tranquilla, completamente immersa nel film, in terza fila come piace a me. 


Non sapevo cosa aspettarmi, ma mi sono trovata davanti l'attore di Hamam di Ferzan Özpetek e ho deciso che probabilmente la cosa mi sarebbe piaciuta. Infatti, nonostante il carico pesante di dramma e violini -- è sempre un film turco, ragazzi -- è stato così. 

Dopo il film ero d'accordo con E. di vederci dopo la seconda proiezione del film con lei e il suo nippomarito. Allora ho deciso di farmi una passeggiata, e prima di quello, di esplorare il BACC con calma, da sola, cosa che inspiegabilmente non ho fatto mai. 
Ho scoperto, dopo un anno e mezzo che vivo a pochi minuti di motorino dal BACC, che nel piano seminterrato c'è una piccola, bella, tranquillissima biblioteca di arte e design, gratuita per tutti, con aria condizionata e poltrone, e nessun costo di iscrizione.




Ad un altro piano, ho trovato un altro angolo di Turchia. 





E poi uno di Birmania. 



Quando sono uscita, ho preso il motorino verso casa, e sono andata allo Starbucks vicino a casa a farmi un caffè per rimanere sveglia abbastanza tempo per vedere E. e T., per poi tornare a piedi verso il BACC, e andarli a prendere. Ci siamo fatti una bella cena thai per poco, e poi siamo finiti in un posto pieno di studenti, anche quello nella mia zona, a bere birra ghiacciata con il temporale fuori.

Tutto ciò per condividere con voi l'esatto contrario della sensazione di inquietudine di fondo che ho di solito nell'ultimo mese e mezzo, quella sensazione di agitazione che fa sì che mi chieda quanto tempo abbia la voglia, o l'energia, di rimanere così lontana da tutto. 

Ieri, è stato il contrario. Ho bevuto il caffè nel giardino di Starbucks, guardando un po' il gatto di Starbucks -- vive lì, un gatto grigio con gli occhi verdi e la coda mozzata, un po' i fiori di frangipane, e un po' le nuvole pesanti che stavano decidendo se sfogarsi, finalmente, dopo giorni di afa, o no.

Ho pensato che, anche se è ovvio, in fin dei conti, la calma o ce l'hai dentro, o non ce l'hai. Non importa dove vivi, le ansie ti seguiranno ovunque, anche ai Tropici o nel grande Nord. Ieri le ho calmate, e ho passato qualche ora in cui Bangkok ed io siamo state di nuovo amiche. 
Rieccomi, forse.

Dall'ultima volta che ho scritto è passato un sacco di tempo, tra una cosa e l'altra è già un anno e mezzo che sono arrivata qui, e non mi sembra vero.

Un anno e mezzo in cui ho imparato da zero un lavoro nuovo, che non volevo imparare, ma che ho dovuto accettare per avere insieme un visto e abbastanza vacanze da rendere sopportabile la lontananza dalla famiglia. Ho imparato un lavoro nuovo, però, ce l'ho fatta, io che per anni nelle scuole di lingua ho sempre evitato i corsi per bambini, perché non mi interessava, perché insegnavo agli adulti perché sono soggetti con cui puoi ragionare, con una storia e cose da raccontare. 

Un anno e mezzo in cui sono tornata due volte in Italia, e in cui ha iniziato un poco a rodermi, di non aver mai abitato da grande, lì, di averci tentato solo in una condizione molto difficile, in un momento difficile. Due volte durante le quali ha iniziato a insinuarsi la domanda, e se...? Perché una cosa ve la posso dire: vivere in UE da stranieri è difficile, ma viverne al di fuori, ti fa sembrare quello acqua di rose, perché in fin dei conti, puoi vivere liberamente dove vuoi, all'interno della UE. Qui, no. Qui, devi trovare un lavoro che ti dia un visto, se non vuoi finire in situazioni cialtrone.

Un anno e mezzo durante il quale c'è stata la presa di potere da parte di un gruppo di persone, qui, che ha detto che sarebbero rimaste giusto il tempo di calmare le acque, e invece sono ancora qui, non si sa quando ci saranno le elezioni, e intanto ragazzini poco più che ventenni (o minorenni) vengono mandati al gabbio per aver detto, o scritto, una cosa che non andava bene. Ed è a causa del gruppo di persone qui sopra che tu accetti lavori che, magari, non ti convincono fino in fondo, e abbandoni per la prima volta la tua vita di povera ma bella (e libera) per una da un po' meno povera, ma non troppo, non libera, e naturalmente sempre bellissima. 

Un anno e mezzo durante i quali ho goduto le prime ferie e le prime malattie pagate della mia vita. 
Un anno e mezzo dove ho avuto la conferma che, nonostante al momento gli europei siano impegnati a scannarsi tra loro, l'Europa esiste. Sullo stesso tema, ho sempre più la conferma che anche se sono occidentali pure loro, i nordamericani potrebbero essere di un'altra specie.
Un anno e mezzo nel quale un sacco di persone, troppe, sono andate e venute nella tua vita bangkokiana, e la cosa comincia a farti male, perché tu sei una di quelle persone emotivamente inadatte al turbo-espatrio extraeuropeo.
Un anno e mezzo in cui ancora più di prima hai capito che se vivi in un posto dove la storia viene rasa al suolo per farci condomini e centri commerciali a ritmi incredibili, sarai sempre un po' malinconica. Un anno e mezzo durante il quale hai cominciato ad annoiarti degli spazi espositivi ed artistici indipendenti, che ti fanno mancare le grandi mostre europee.
Un anno e mezzo durante il quale hai visto tua madre solo due volte, certo per lungo tempo, ma solo due volte.

Ma anche: un anno e mezzo vissuto con la piscina, senza l'inverno, dove quando ci sono 18C pensi "che freddo", dove hai abbastanza spesso l'occasione di andare a prendere il sole nel tuo condominio e le linee del bikini non vanno mai via; durante il quale hai provato cibo di tutto il mondo, e hai deciso che l'Asia è il continente supremo per quanto riguarda il cibo, e che quello italiano è fuori concorso perché quando lo mangi è come la madeleine di Proust, a prescindere; durante il quale il problema principale è stato dove andare a fare colazione la domenica mattina, e non chiedersi se andare a fare questa colazione non fosse troppo costoso. 

Un anno e mezzo durante il quale hai visitato spiagge che altri attraversano il mondo per vedere durante un weekend; l'Indonesia, la Malesia e il Giappone, e ti sei innamorata patologicamente di quest'ultimo. 

Insomma, sono sparita perché stavo esplorando la città, tentando di stringere amicizie, e stavo imparando un nuovo lavoro da zero.
Il lavoro l'ho imparato. Le amicizie le ho strette, ma in questo porto di mare, spesso ripartono dopo pochi mesi. La città l'ho esplorata, in lungo e in largo, ma ora ho di nuovo voglia di leggere libri, e forse quest'anno sarò meno esausta dell'anno scorso nonostante dorma pochissimo. Forse quest'anno riuscirò di nuovo a scrivere... Speriamo. L'ultima volta, a Vienna, mi ha portato solo bene, e belle persone, scrivere. 
L'anno scorso, durante la gita, uno dei posti preferiti miei e di M. è stato Kampot, in Cambogia. 

Kampot è un posto piccolissimo - però è anche molto vitale. Si sta bene. E' uno di quei posti dove senti il battito del cuore rallentare. Con noi, a Kampot, c'era anche un avvocato inglese che aveva appena finito di occuparsi degli elefanti per tre mesi: è venuto a Kampot con l'idea di stare un solo giorno, è rimasto anche lui molto più a lungo. 

C'è un fiume calmo e lento, con un malandato ponte per attraversarlo, e quando dico malandato, intendo con i buchi grossi abbastanza per inciamparci, e vedere la tua scarpa cadere nel fiume. Al di là del fiume, strade sterrate, risaie, qualche vacca, un tempio e persone gentili. Al di qua del fiume, il nucleo della cittadina, con altre persone gentili, e qualche decina di espatriati, alcuni a Kampot da anni.

Se prendi una barca, e ti fai un giro su per il fiume, il paesaggio è questo. 

Su per il fiume.
E se invece attraversi il ponte malandato, il paesaggio si presenta più o meno così:

Al di là del fiume / 1

Al di là del fiume / 2 (NON ho modificato il colore dell'erba. E' così di suo. Meraviglia)

Al di là del fiume / 3

E questa era la vista dal nostro balcone:

Tramonto kampottiano. 
Solo a guardare le foto ho voglia di tornarci, ragazzi. Anche perché ci sono belle persone, lì.

C'è un tedesco fricchettone, a occhio sui 45 anni, sposato con una khmer, hanno un caffè chiamato OM (nel senso di Organic Matters). Questo tedesco è stato la prima persona a raccontarmi cos'è la moringa, e perché è una cosa buona per i nostri umani corpicioni. E' anche un uomo che ama molto, moltissimo il basilico cambogiano, che è simile a quello thai ma non uguale. 

Ci sono un fratello e una sorella australiani, se ricordo bene, che hanno aperto il Cafè Espresso, e che sono dei veri nerd del caffè. Ma tanto nerd. E che hanno mantenuto la casa mezza diroccata com'era, e hanno decorato i muri con dei bei graffiti a tema cambogiano.

C'è Ecran, proprietà di un francese ma gestito da cambogiani a cui qualcuno, forse il francese, forse una famiglia sino-cambogiana di Phnom Penh, ha insegnato a fare i pulled noodles, praticamente degli spaghettini freschi sottili sottili, che poi si mangiano in una zuppa con gli wanton. E' una cosa cinese, ma a Phnom Penh era molto comune, deliziosa. Il posto si chiama Ecran perché sotto fanno le zuppe, e sopra hanno una sala per vedere i film. Hanno un programma, ma puoi anche noleggiare la sala e i DVD con i tuoi amici.

C'è  Kepler's Books, (video) dove ho trovato con M dei libri fighissimi, per una cittadina così piccola. Uno, mai sentito prima, si chiamava The Geography of Thought, e ve lo consiglio, specie se lavorate in Asia, con asiatici, o se anche solo siete curiosi. Scoprirete che molti europei, secondo alcune ricerche, hanno una mentalità esattamente a metà tra quella individualista dei nordamericani e quella collettivista di queste parti. Bel libro, e bella libreria, che vende anche delle krama cambogiane prodotte in zona. Libraio gentile. 

C'è Daniel di Bocatattoo, nostro compagno di autobus con polli verso il confine thai, che alla fine è tornato a Kampot, e ha aperto uno studio di tatuaggi lì. Personaggione, lui: portoghese, ha studiato arte a Londra, poi ha lavorato con le comunità indigene in Brasile, e viaggiato in Sudamerica. Sta con una palombara inglese, e ora vivono entrambi felicemente a Kampot.

E poi, ci sono i ragazzi di Epic Arts Cafè. Trattasi di una ONG inglese, che si occupa di disabilità di vario genere. Nel caffè, lavorano solo persone sordomute, e quindi il menù è un foglio dove ordini facendo le crocette. Sono gentili, lavorano bene, e cucinano da dio. Epic Arts organizza anche corsi di educazione all'arte, cucina, lingua dei segni cambogiana e non, insegnano l'artigianato ai ragazzi disabili del posto, così che non debbano dipendere da nessuno e possano avere una propria attività. E' un'iniziativa lodevole, e funziona. 

A Kampot sono stata benissimo. Ci siamo rimasti per una settimana, e in quella settimana il tempo è scorso lento, lentissimo. Voglio tornarci, anche M. ne parla in continuazione: è il genere di posto ottimo per diventare il pazzo vecchietto occidentale con il cane e il bastone, praticamente. Magari finiremo lì, un giorno. 

Perché mi sono ricordata di Kampot proprio in questi giorni? Perché Daniel, il tatuatore, ha messo online un video realizzato dai ragazzi di EpicArts, dove alcune delle persone aiutate dalla ONG, come anche alcuni membri delle loro famiglie, ballano al ritmo di Happy di Pharrell Williams. E' un video meraviglioso, i sorrisi che vedrete vi faranno mettere tutto in proporzione, vedrete, anche se avete avuto una giornata storta. Almeno, questo è quello che è successo a me qualche giorno fa. Vi metto il video qui:


Sono bellissimi, o no? 

In Cambogia ho visto che ci sono un sacco di stranieri orrendi e un sacco di stranieri magnifici, intendo dire, stranieri che si adoperano per dare ai cambogiani strumenti per risollevarsi con le loro mani. E se cercate un po' di informazioni su chi era Pol Pot, chi erano gli Khmer rossi e che hanno fatto, capirete perché la Cambogia abbia ancora bisogno di aiuto, anche se sono passati più di 30 anni. Io di questi figuri avevo già sentito parlare a scuola, ma se non ne sapete niente, anche solo la pagina di Wikipedia sul tema è un buon posto dove cominciare. Mi sconvolge che non ci sia una versione italiana -- cosa che dice molto su quanto ne sappia, l'italiano medio, degli Khmer rossi (poco, o nulla.) Consiglio anche Fantasmi, il libro di Tiziano Terzani che raccoglie i reportage dell'epoca. Un calcio nello stomaco, ma chiaro ed efficace nel rendere le proporzioni dell'orrore. 

Oltre ai ragazzi di Epic Arts, mi vengono in mente anche il caffè e co-working space Kinyei a Battambang, messo in piedi da degli australiani ma ora gestito da cambogiani, che l'anno scorso sono stati così bravi da vincere la gara dei baristi nazionali, e che organizzano tour in bicicletta di Battambang e dintorni. 

O ancora, quelli di Peace Cafè a Siem Reap, che cucinano vegetariano, organizzano la monk chat per gli stranieri (incontra un monaco buddhista e chiedigli tutto ciò che vuoi sapere sul buddhismo, e che non hai mai potuto chiedere) e il doposcuola in inglese una volta alla settimana per i bambini e gli adolescenti di Siem Reap. A uno di questi doposcuola siamo andati anche io ed M., e vi dico solo che con una ragazzina delle campagne lì intorno ci scriviamo ancora le mail, quando riesce ad andare in biblioteca.

Se mi fermo a pensarci, mi rendo conto che la cosa che mi è piaciuta di più della Cambogia, insieme agli scalpellini di Angkor, sono stati i cambogiani stessi. Quando parli a quelli con lo zainetto da queste parti, in tanti ti dicono che la Cambogia è piena di stronzi imbroglioni... Per me non è stato affatto così. Ma d'altra parte, io mi sono trovata bene pure in Vietnam, che è l'altro posto che quelli con lo zainetto detestano (credo che sia tutto una questione di come ti approcci tu, uomo o donna con lo zainetto, nei confronti del mondo. Ma di questo discuterò un'altra volta.)

Conosco molte persone a Bangkok che lavorano nella cooperazione, e mi dicono che purtroppo in molti vedono la Cambogia come una causa persa, perché lo stato è corrotto, perché i vietnamiti hanno le mani in pasta in troppe cose, perché... Boh. Non lo so, sta di fatto che molte agenzie e ONG puntano sulla Birmania ora, lasciando perdere la Cambogia. 

Io ho avuto esperienze splendide in ambo i paesi, e spero che possano risollevarsi entrambi. Devo confessare che ho un debole per i cambogiani, però. Forse è perché ammiro la loro resilienza, il fatto che in così tanti di loro abbiano perso così tanto durante il regime degli khmer rossi, e che nonostante ciò non si siano persi in un pessimismo cosmico totale, nonostante i loro due grandi vicini, Thailandia e Vietnam, cerchino di fotterli praticamente ad ogni passo. Non lo so. Io, quando ho visto questo video, ho avuto subito voglia di tornare... Magari ci riuscirò alla prossima pausa estiva. Speriamo! 
Oggi, torno dal lavoro, dopo una pioggia che lévate. Ha piovuto tanto, tantissimo, genitori in ritardo a scuola che arrivavano con espressione biblica. Finito tutto nel giro di un'ora, ma quando piove qui, veramente, la butta
Quest'anno siamo al finire della stagione delle piogge, però ogni tanto fa questi colpi di coda pazzeschi... Ciononostante, non siamo ancora arrivati ai livelli del 2011:


Insomma, torno a casa, trovo il cortile allagato con acqua fino a un po' sopra le caviglie. Melrose Place è un bel posto, ma non è nuovo, e il cortile è costruito, come tante cose in Thailandia, un po' alla cazzo, quindi, se piove forte per più di venti minuti, è subito tempo di canotti. 

Entro nel cortile con zaino, casco, caffè e merenda in mano e non so bene come tenermi su i pantaloni. Inizio a zompettare senza preoccuparmi delle scarpe, che erano le Crocs-ballerine che mai prima di vivere qua avrei contemplato, e che ora contemplo come tante donne che vivono qua e non vogliono girare in ciabatte, né danneggiare delle belle scarpe in pelle.

Mentre io zompetto come una scema in giro per il cortile, creando simpatici rumori di sciacquettio, arriva una vicina di casa in motorino, neanche una dei miei vicini preferiti, non un'amica o che so io, no? Ad ogni modo, da lontano vede la mia difficoltà: fende l'acqua sul suo motorino, mi si accosta con uno sciacquettio, e mi dice: I take you to there! (sic) Lei è una dei miei cari giapponesi insubordinati, la conosco poco, ma so che è qui da tanto, che ha un bambino chiamato L. e che L. ha i riccioli, perché il babbo, anche lui abitante a MP, è israeliano. So anche che sono fotografi, e amici della coppia giappo-tedesca con pupa che mi vive a fianco. 

Io adoro vivere a Melrose Place. 
Questo appartamento mi piace tantissimo. 
Quello di Vienna mi piaceva perché era la mia cuccia con M, e ci ho passato tanti bei momenti, ma anche alcuni periodi inzomma. Non era silenzioso, o meglio, i vicini non lo erano, ma dava su un cortile senza vita, triste, una rimessa grigia, e siccome non c'erano alberi, non c'erano cinguettii né animaletti di alcun tipo.  
Quello a Milano, zona Tortona, era costosissimo, e vintage, diciamo vintage. Lì sentivo gli uccellini, nei giorni di sole vedevo le Alpi, e sempre potevo vedere le guglie del Duomo, in lontananza. E' stata la prima casa mia e di M., quindi anche se un po' scrauso resterà sempre speciale.
Quello di Istanbul mi piaceva perché era il mio primo appartamento da grande, senza mamma e papà. A Istanbul sentivo i gabbiani, i bambini che giocavano in strada, e le chiamate alla preghiera dalle tre o quattro moschee dei dintorni. 

Questo appartamento mi piace perché mi ci sono sentita bene subito, perché ho un balcone fiorito con un tavolino e due sedie, una poltrona che amo, delle beanbags e fuori, nel cortile, una piscina con il bordo di ceramica. Sdraiarsi su quel bordo di ceramica, in una giornata di sole, fa passare tutti i dolori alla spina dorsale.

Questo appartamento, e questo edificio, mi piacciono moltissimo. Come avevo scritto all'inizio, mi piace qui perché rende Bangkok un posto più facile per vivere. Melrose place ha quattro piani, tante terrazze e un po' di ruggine addosso. 

Viviamo tutti sempre con le finestre aperte, quindi magari di privacy ce n'è poca, ma non mi importa -- mi piace che casa mia sia aperta sul mondo. Mi piace sentire l'eco soffice dei dischi jazz del mio vicino argentino, che ascolta il pomeriggio quando arrivo a casa. O la bambina della mia vicina ridere e giocare (o piangere quando si schianta.) Mi piace salutare le signore delle pulizie, le guardie e l'omino della manutenzione quando arrivo, tanto che ho comprato una torta da dividere con loro il giorno del mio compleanno. Mi piace che ogni tanto si facciano le cene tra vicini, quando arriva qualcuno di nuovo, magari. Mi piace che il nostro edificio abbia una squadra al pub quiz del lunedì sera. La mattina presto vedo gli scoiattoli, e al pomeriggio sento gli uccellini cinguettare. 
Non credo sia un caso che molti abitanti di MP vivano qui da tanti e tanti anni, e non si schiodano, nonostante ci sarebbero edifici molto più chic e moderni in cui vivere.

Non ho mai vissuto in un posto così, prima. A Istanbul non conoscevo nessuno, tranne il mio coinquilino, e a Vienna conoscevo solo un paio di persone, ma c'era un grosso turnover di gente, l'unica costante era il notaio al piano di sopra, un signore austriaco dagli occhi azzurrissimi, cordiale ed educato. 

Credo che in parte la simpatia della popolazione sia dovuta al fatto che MP non si trovi su internet: ci arrivi solo se conosci qualcuno che già ci vive, e questo ovviamente seleziona magari un certo tipo di persone piuttosto che un altro, insieme al fatto che la casa non è moderna, e non si confà a chi vive sempre con l'aria condizionata accesa. 

E poi, siamo tutti dei randagi, qui. Di thailandesi, praticamente, non ce ne sono. Chi abita qui è europeo, giapponese, indonesiano, vietnamita, australiano... Ci sono anche un argentino e un colombiano, qualche nordamericano sparso. Quello che abbiamo in comune, tutti, è che siamo lontani dalla famiglia. E quindi, nella mia mente, alcuni abitanti di MP sono parte della mia famigliola bangkokiana, e quando li vedo, mi sento a casa. 
Ieri sera siamo andati in un bar nella mia amata città vecchia. E' una zona della città dove c'è spesso musica live, e anche un sacco di soggetti strani, che trovi molto di più in questi posti piccoli, che sarebbero fumosi se i gestori lasciassero fumare, e dove la birra e i cocktail costano poco.

Mi piace andare nella città vecchia, anche se non lo faccio spesso, perché è diametralmente opposta alle altre zone dove vanno spesso gli espatriati stranieri. 

A Thong Lo, per esempio, che è una zona moderna e a) cara b) abitata perlopiù da stranieri e c) fighetta, di solito ci sono stranieri bellocci, in camicina ben stirata, con gnocche di vario tipo sottobraccio: thai o straniere, ma tutte vestite bene. Truccate come auto rubate se thai, truccate più leggere se straniere, ma tutte con il vestitino, e la borsettina, e i tacchettini perché tanto, vanno e vengono in taxi, che camminare è da pezzenti, o matti.

Ora: io è raro che vada da quelle parti. E' piuttosto snob. Ricordatevi che io sono quella che si è presentata a un matrimonio in DocMartens, da giovane. E anche alla discussione della tesi. Quindi, a Thong Lo ci vado se mi invitano, o se c'è un buon ristorante da provare, e lì ce ne sono molti, anche se costa tanto a volte lo faccio, o... Non ci vado, semplicemente. Per me è pure lontano, e i posti non hanno molta... Anima, ecco. 

Poi, abbiamo la città vecchia. Che è un mix molto più eclettico, di sicuro con più carattere, almeno secondo me. Quando esci nella città vecchia, incontri:
  1. espatriati che non amano la fighetteria in stile Thong Lo
  2. espatriati che amano la musica live
  3. artistoidi di tutto il mondo
  4. turisti con lo zainetto vestiti con quei tremendi pantaloni con gli elefanti e altri orrori simili
  5. turisti con lo zainetto messi malissimo: ubriachi, drogati, o entrambi all'unisono, o intrappolati a Bangkok perché hanno finito i soldi e devono fare volantinaggio e similia
  6. hippie giapponesi
  7. hipster thailandesi
  8. vecchi occidentali rovinati che vivono qui da trent'anni (ne parleremo dopo)
  9. thailandesi eccentrici di varie fasce d'età
  10. thailandesi più amichevoli della media thai, perché a forza di stare a spasso coi farang, gli occidentali, hanno capito che europei e americani non sono la stessa cosa, e che in Europa si parlano un sacco di lingue e che siamo molto diversi gli uni dagli altri. Questi thai sono i miei preferiti perché sono quelli che fanno un sacco di domande sensate.
Ma veniamo a noi, all'acquerello.



Interno, notte. 
Sono con M. e un gruppo di amici, per salutare uno di noi che se ne torna in Australia. Gruppetto di sei persone circa, bar minuscolo, bellissimo, vecchio, con le sedie spaiate al di fuori e decorazioni a dir poco eclettiche dentro -- si va dal poster del New Orleans Jazz fest 2003 alle foto del re, passando per foto delle starlet thai degli anni '60. 

C'è anche un gruppo che suona musica blues: musicisti thai, cantante occidentale, vecchio, stramiciatissimo e con anni di alcol addosso, ma con una voce fighissima. E una maglietta con una colomba che dice peace and love. 
Ecco la diapositiva:

Adhere13 Blues Bar, Samsen Rd.



Il barista, oberato dalla quantità di gente, non ce la fa. Quindi vado a prendere io le birre per me e M. Al bancone, uno dei suddetti thai curiosi attacca bottone mentre aspetto, ci facciamo due chiacchiere e mi regala una patatina di gamberi. Simpatico, paffuto, gli dico che torno al mio tavolo perché gli amici mi aspettano e lo scarico con grazia.

Una mezz'ora dopo, torno al bancone per una birra e un mojito, che ci vuole un attimo per prepararlo. Il mio amico thai paffuto è stato raggiunto da un suo amico occidentale. Età, sessant'anni o forse di più, secco, capelli bianchi e lunghi, spettinato, camicia nera a pois bianchi, occhi azzurrissimi. Segue la conversazione tra noi tre.

Thai Paffuto: Nat, questo è il mio amico. E' francese.
Amico Francese (alticcio, in inglese) ciao, mi chiamo Jean. E tu?
Io: Natalia, piacere.
AF: cosaaaaa?
Io: NATALIA!
AF: eeeeeeh?
TP: Natalia! Jean, ma sei proprio un vecchio, eh!
Io (in francese) Sono Natalia. Mi chiamo Natalia. Capito?
AF: AH! Sei francese?
Io: No, italiana.
AF: Ah, meno male. 

Mi stringe la mano, trasforma la stretta in un baciamano.
Mi tiene la mano. La gira. Mi annusa il polso. Mi guarda, e 

AF: profumi di vaniglia.
Io: eh già. 
AF: meraviglioso. 
Io: grazie! 
TP: Jean, eeeh come al solito eh..
AF, ignorando TP: I'll make love to youuuu (cantando)
Io: ...
AF: with the vibrations of music... 
Io: sollievo.
AF: Don't worry. Ballerai con me, dopo?
Io: mah, guarda, vediamo, dai. 
TP: ma dove sei seduta? Resta con noi!
Io: eeeeh, ma il mio amico torna in Australia, domani...
TP: oh, occhèi, allora ci vediamo dopo.
AF: a dopo, ma belle. 

Mi riprende la mano, la fissa, l'annusa, mi guarda con i suoi occhi azzurrissimi, tenendomi la mano, e mi dice: tes mains. Tes mains.

Mi sa che gli piacevano le mie mani. 

Io adoro incontrare questi soggetti. Ed è nella città vecchia, che li trovi, i soggettoni, mica nella fighetteria in vetro e acciaio di Thong Lo... 
Non sono esaltata. Deppiù. 

Andrò al paese da cui provengono alcune delle mie persone preferite qui. Due dei miei bambini preferiti a scuola. Alcuni dei miei cibi preferiti, e uno scrittore, anzi due, che mi piacciono un sacco.

Sono esaltata, anche se mancano mesi e mesi e mesi e mesi e non ho mai comprato un biglietto così presto, tipo che mi sento pure un po' sfigata da quanto presto l'ho comprato: ma dovevamo battere sul tempo tutti i giappo-thailandesi che vogliono tornare a casa per il capodanno buddhista, come non si stancava di ripeter la nostra amica Y.... Quindi, abbiamo scucito i talleri, ma il biglietto è nostro! Non è economico, affatto. Ma costa comunque la metà che andarci dall'Europa, e sono comunque otto ore d'aereo, da qui.
Quindi...
Va bene così!
日本は私が来ています!
Che per quanto ne so io, magari vuol dire mangerò tua madre a colazione. O forse, Giappone, arrivo! Figata, figata assoluta. Speriamo che mi piaccia, se no sapete che delusione?

Siccome sono nerd dentro, ieri sono già andata in libreria, alla ricerca di una guida. Mi piace la parte generale delle guide, dove praticamente ti danno capitoli tipo "Storia giapponese per idioti." Però avevano solo guide per Tokyo, e io a Tokyo non ci andrò, ho invece comprato questo, e scusate se non ci ho voglia di andare a stanare il telefono, uso la webcam del computer e pazienza se è in negativo:


Per il resto: sono viva, lavoro assai, i bambini mi danno ggioie e dolori, dormo troppo poco, e quando arrivo a casa, mannaggia, non ho mai voglia di scrivere. Cosa che mi scoccia perché di cose buffe o interessanti o riflessive da scrivere ne avrei... E poi si accumulano, e non sai dove cominciare, e domani e domani, mañana, e finisce che non scrivo mai. La mente debole è debole assai, al momento. Mancanza di sonno e di tempo. Uffa.
Ho un rapporto di amore-odio-amore costante, con Bangkok, ma soprattutto di amore. Credo. Me ne sono resa conto trovandomi sola nella città per qualche giorno, qualche settimana fa. 

Mi sono resa conto che a me Bangkok piace proprio. Quasi la amo, anche se non è bella. 

Mi piace perché è una città con mille facce. Mi piace perché ci sono i gechi, gli scoiattoli e le rane, nel mio vicolo, ma che alla fine del vicolo c'è la metro sopraelevata, ci sono i palazzi d'acciaio e vetro.
Mi piace perché ci sono i carretti delle signore che vendono la frutta, e tante altre cose buone. Mi piace perché rispetto al resto del SE asiatico, in fin dei conti, è vivibile, semi-funzionale, senza essere un posto soporifero perché funziona troppo bene, come Singapore (o Vienna, se ci rifletto bene.)
Mi piace perché nonostante sia una città gigante, la gente riesce a mantenere una certa calma, e infatti camminano tutti lentamente, troppo, per me che sono nata e cresciuta a Milano.
Mi piace perché posso mangiare cibo di tutto il mondo, soprattutto le mie quattro cucine preferite oltre quella thai e quella italiana: indiana di sud e nord, giapponese, messicana, mediorientale. Mancano ancora un vietnamita e un turco di mio gradimento: ma arriveranno. E poi c'è la cucina di tutti gli immigrati dei dintorni: birmana e cambogiana,  cingalese, difficili da trovare, ma possibili, e buone. 
Mi piace perché non c'è l'inverno, e c'è sempre una temperatura che non mi fa rimpiangere di essermi trasferita qui. 
Mi piace perché ci sono persone di ogni genere, e perché gli stranieri che vivono qui sono amichevoli ed accoglienti.
Mi piace che oltre ai miei amici e conoscenti europei, ho anche tanti giapponesi che hanno un vissuto così diverso dal mio, che è una cosa che mi affascina. Vorrei più amici thai, ma per ora, ciccia, purtroppo.
Mi piace che nella mia classe ci sono bambini di tanta Asia, non solo thai e giapponesi.
Mi piace perché, come Istanbul, Bangkok mi ha accolta a braccia aperte, con tanta fortuna, subito. 
Mi piace perché non è sul mare, ma almeno è vicina. 
Mi piace perché ha un fiume larghissimo, bellissimo, e spero che un giorno si potrà camminare lungo le rive qui e là, perché varrebbe davvero la pena. 
Mi piace perché mi incoraggia a non farmi sconfiggere dalla sveglia prima delle sei e a fare le cose che mi piacciono, perché se stai a casa sai che probabilmente ti stai perdendo qualcosa di molto interessante da fare, da qualche parte in giro per la città. Ed è più facile resistere alla stanchezza se non hai freddo.
Mi piace perché c'è la cultura del massaggio.
Mi piace il temperamento thai, soprattutto quando non devo lavorarci insieme. Non si prendono sul serio, e si fanno un sacco di risate. C'è una certa saggezza in questo atteggiamento, almeno secondo me. 

So che la amo molto perché è il genere di posto dove mi trovo spesso a dire: mannaggia, ma perché devo lavorare? Perché altrimenti sarei sempre in giro ad esplorare tutti i soi, i vicoli, più reconditi. Cerco di farlo, anche lavorando, ma senza lavorare avrei più tempo -- che in una città grande, ovviamente, serve. 

Non è bella, Bangkok. Davvero, non lo è. E' zozza rispetto all'Europa e anche in confronto a Singapore o Kuala Lumpur, è trafficata, e la città vecchia è piccolissima, in proporzione al resto. Eppure. Eppure mi piace un casino, io starei sempre in giro per la città vecchia a cercare perle. 

Qualche giorno fa, con l'amica turca e l'amica giapponese, siamo andate a ciondolare in un quartiere vicino ad una zona che conoscevamo già. Ovviamente ci siamo perse... Ed è stato fighissimo, perché abbiamo trovato un sacco di perle. 

Ve le mostro perché così capite come mai, questa scorsa domenica, l'amore per questa città mi ha investito come un'ondata, nonostante il traffico, nonostante gli occidentali luridi e le loro povere puttane, nonostante sia così lontana da casa, nonostante i tassisti che ti fregano o ci tentano. 

Siamo partite da qui. 

Poi abbiamo trovato un giornale murale. In cinese. 

E abbiamo detto, giriamo qui, dai.

E poi un murale con questi cyclo come in Vietnam, che a Bangkok non ci sono più.

E poi, altri murali. Che uno si chiede: sono a Georgetown, Malaysia?

Ed altri ancora. Con altri indizi che ci dicono che FORSE è una zona thai-cinese.

Nonché una zona piena di gattini, e gattare per nulla stupite del fatto che parliamo thai.

E poi abbiamo trovato un tempio buddhista-cinese.

E poi un albero di banyan, sacro pure lui, molto thai.

E poi una 500 messa benissimo.

E poi, abbiamo trovato una terrazza con caffè, a meno di due euro, con questa vista.

Capite, ora? Il mio rapporto con Bangkok è molto, molto più simile a quello che avevo con Istanbul che non a quello che avevo con Vienna, perché sono due città simili, labirintiche ed affascinanti e che funzionano ma neanche tanto bene. 
Io sono una che ama i palazzi cadenti, le cose vecchie e che pensa che la perfezione, per quanto bella, possa anche essere sterile, e noiosa.
Quindi... Per ora qui ci sto abbastanza bene. Magari un giorno, come a Istanbul, mi stancherò... Ma per ora, no. Anzi, sono sei mesi che sono qui e credo che mi piaccia più di quando sono arrivata. Il che è ottimo. 
Ve la ricordate quella canzone dei Litfiba?

A me neanche piacevano tanto, i Litfiba. Mi stava sui coglioni, Piero Pelù, con quelle sue barbe e basette ridicole. 

Ciononostante, questa canzone mi viene in mente spesso, da che vivo qui. A dire il vero, mi viene in mente ogni volta che cambio città, perché con la città cambiano anche:

* il clima

* l'alimentazione 

* la topografia 

* i mezzi di trasporto.

Ormai ho abbastanza cambi di città, più il viaggione, su cui basarmi per farne praticamente una scienza esatta. 

Non sono una di quelle persone che hanno sempre la stessa forma, che sono sempre se stesse. Il posto dove vivo influenza di brutto il mio aspetto, il che è una cosa molto interessante. Non mi è mai interessato molto, il mio corpo, finché non sono andata a vivere in Turchia, e ho visto oggettivamente che quello che faccio o non faccio lo cambia davvero. (A Milano, non so perché, ma lo notavo meno.)

Ma di brutto.
Sono il tipo di persona che ama troppo il cibo, il vino (o la birra e i cocktail, come qui) e il divertirsi per preoccuparsi troppo delle calorie. Delle calorie me ne frego -- semplicemente da che vivo in Thailandia ho una guerra permanente contro lo zucchero, anche perché sono una bevitrice di mate amaro. Quindi le cose iper zuccherine mi fanno stare male, a prescindere dal fatto che fanno male. 

Lo yoga all'epoca iniziai a farlo un po' per il mal di schiena, e un po' perché il mio amico Ernesto mi vedeva stressata dalla rottura dopo la mia prima relazione lunghetta, almeno per una ventenne, e mi aveva detto: magari ti calma. Lo yoga mi era piaciuto subito, ma a Milano non me lo potevo permettere, come tante altre cose.

Ma veniamo al tema: l'espatrio e il nostro corpo. 

A Istanbul, ad esempio, era cambiata la forma del sedere, quasi subito. Perché? Perché abitavo a Beyoğlu. Chiunque abbia visitato la città e passeggiato a Beyoğlu si sarà trovato ad avere un mal di gambe tremendo, perché è tutta colline -- e io vengo da Milano. Che praticamente è Olanda, da quanto è piatta, le uniche salite sono i ponti sulle ferrovie. 

A Istanbul, mi era venuto il culo a mandolino a forza di scalare colline, e poco altro. Il resto rimasto invariato. Al contrario di molti, per fortuna, non sono ingrassata di dieci chili in un anno, proprio perché abitavo nella città vecchia e mi ero trasformata in una capra scalatrice. 
A livello di vestiario, ero relativamente femminile, ero ancora ggiovane dunque ancora in fase maschiaccia, ma il clima mite a partire da marzo più gli ormoni turchi e non che volavano invisibili nell'aria mi avevano reso molto fimmina. 

A Istanbul bevevo birra, non facevo yoga, facevo una vita dissoluta con i maschi turchi e non (e diciamole, le cose) ed ero assolutamente favolosa. Poi alla fine volevo uccidere tutti i maschi turchi, ma quella è un'altra storia. 

A Vienna, il cambiamento è stato più negativo. Io sono pessima ad essere femminile quando ho freddo. Ho sempre i piedi congelati, quindi usavo scarpe grosse, magari colorate e caruccie, ma di certo non che ti fanno un bel piedino come le ballerine. Scegliere i vestiti a Vienna non era divertente. Non mi piacciono i vestiti invernali, e l'estate dura pochino. Non fa neanche mai abbastanza caldo da non aver bisogno di una pashmina o qualcosa la sera, almeno, non per me. 

Quanto al corpo... A Vienna sono ingrassata, specie alla fine quando ero stressata dalla partenza per la gitona e altre cose. Ma anche perché lavoravo sempre in giro per la città, orari ed alimentazione sregolata, e nonostante camminassi in giro per la città tutto il giorno e facessi yoga quando potevo, non ho perso peso. Sono ingrassata all'inizio, perché ero traumatizzata e non uscivo di casa, e alla fine... Non so bene perché, perché non è che mangiassi di più. Un'amica austriaca all'epoca mi disse: è lo stress, vedrai. E aveva ragione, perché due mesi dopo, in Uruguay, ero tornata ad avere l'aspetto di prima, senza alcuno sforzo, e mangiando un sacco di roba buona in Paraguay nel mezzo. 
Un'altra cosa interessante è che a Vienna la mia pelle era sempre secca. L'aria è più secca che a Milano, l'acqua credo più dura, e si vedeva. Avevo sempre la pelle delle gambe secca secca. 

Durante il viaggio, la differenza si vedeva ogni volta che passavamo un confine... Incredibile. Di confini ne ho passati tanti, ma i cambiamenti più notevoli sono stati questi:
* in Argentina sono ingrassata a causa dei dolci
* in Cile ho perso il peso preso in Argentina grazie alla mitica frutta cilena.
Poi stabile stabile stabile e 
* in Colombia sono dimagrita perché c'era un'umidità di livelli asiatici e avevano frutta meravigliosa. in Colombia mi sono praticamente trasformata in un macaco.
* Messico: ho mangiato come una fogna ma non sono ingrassata, cosa che vale anche per Taiwan. Inspiegabile.
E poi: sono ingrassata in Vietnam, perché hanno il pane, dimagrita in Malaysia e mantenuto quell'aspetto, anche perché in Malaysia fa un caldo porco, dato che è quasi all'equatore.
Conclusione: Taiwan, Colombia e Malaysia hanno in comune l'umidità. Ergo, con l'umidità sudo e dimagrisco. Evidentemente.

In Europa (Milano e Vienna) sono ingrassata di brutto nel giro di sei settimane, perché ho mangiato tutte quelle cose di cui sentivo la mancanza mentre viaggiavo. 

E a Bangkok

Dunque, da che vivo a Bangkok c'è da premettere che non cucino, praticamente. La nostra signora delle pulizie, che ormai è praticamente la nostra tata, ci ha preso a cuore e per qualche baht in più cucina lei per noi, e fa Piatti da Mamma Thai. Sora Mou, praticamente. 
Sono sempre in giro per ristoranti, a colazione e a cena, quando ho tempo.
E ricordate che i thai hanno tutti un futuro da diabetici, dato che mettono lo zucchero anche nelle zuppe, e quindi quando ordino una zuppa, probabilmente mangio zucchero. 
Ma: per la prima volta da che lavoro, non lavoro la sera. Mai. 
Conseguenza: non solo ho i soldi per lo yoga, ma ho anche il tempo per andarci. 
Fattore numero due: a scuola cammino un casino. Sia in classe, come prima, ma anche in giro per il campus, che è gigantesco. 

E quindi. 
Le mie gambe stanno cambiando forma, l'altro giorno mi sono toccata la coscia mentre leggevo e ho sentito un nucleo duro che prima non c'era. Cioè i miei muscoli, che ci sono, ma non li vedo da anni. Per ora li sento solo, e se vado avanti così, magari li vedrò anche, non troppo, mica li voglio vedere troppo. E le mie cosce stanno prendendo una forma interessante: cioè la forma di una che fa sport. Io. Che sono la donna più pigra del mondo.

La mia pelle è più morbida, perché l'aria umida funziona meglio di qualsiasi crema idratante, addirittura su gomiti e piante dei piedi. Unico neo: devi tenere la pelle del viso pulitissima, se non vuoi finire come un'adolescente nel picco dell'acne.


I miei capelli sono più morbidi, perché non li coloro e non li asciugo mai col calore, e sono ondulati e non dritti come spaghetti come dopo il phon. 

Siccome fa più caldo, sono anche sempre in giro con ballerine carinissime e colorate, e magliette sottili, e sciarpe per coprire le spalle, e pantaloni di cotone. Vivo sempre nell'estate, e ve lo giuro, non mi mancano affatto autunno e inverno. Mi sento più contenta quando ho meno vestiti addosso, veramente.
E siccome ho anche una piscina, quando c'è il sole e sono a casa, prendo un libro e vado a leggere in acqua, seduta sui gradini per ore, e quindi sono anche permanentemente abbronzata a dei livelli che non ho mai avuto nei tre anni vissuti in Austria. 


Conclusione: Bangkok mi fa bella. Evviva! Visto che un sacco di altri voi sono espatriati... Come influenza il vostro corpo l'espatrio? Mi interessa assai, perché per esempio gli americani dimagriscono sempre, ovunque si trasferiscano, perché iniziano a camminare, cosa che a casa loro non fanno. Voi?
Due settimane dopo l'ultima volta, sono di nuovo a letto messa maluccio. Stavolta è anche colpa mia, perché ho ignorato il mio corpo che chiedeva pietà ieri mattina, e sono andata a scuola. Pago lo scotto passando venerdì sera a letto, e già che ci sono, anche tutto sabato.

Fastidio incredibile. Ma cerco di prenderla con filosofia, anche se questa è forse la settimana più noiosa che abbia passato da che vivo qui. Quindi lasciate che mi lagni un po', ok? 

Non è tutto male. Questo lunedì, ad esempio, con la mia squadra al pub quiz, il team Queen Equizabeth, abbiamo vinto. Cosa difficilissima, dato che è un pub gestito da inglesi, e il quiz è sempre molto anglofono, con domande facili per americani, britannici e australiani, quindi generalmente difficili per noi. 
Questo lunedì eravamo un Asburgico (sapete quale), due australiani, una tedesca, ed io. Abbiamo vinto! Perché due dei round erano molto europei, uno di filosofia e uno di storia, con domande su Leopoldo II e il Congo, e sul Cardinale Richelieu. Abbiamo vinto 1000 baht, che utilizzeremo per mangiare e sbevucchiare la prossima volta. 

Poi, da martedì, tutto una sòla. Sono stata sorpresa dal monsone sulla via della scuola di yoga, e ho perso la lezione. Mercoledì mi sono resa conto che martedì forse sono uscita tardi per lo yoga non per pigrizia, ma perché mi stavo ammalando. Ho dormito tutto il pomeriggio e molta sera. Giovedì, ringalluzzita, sono andata a cena da un'amica. Venerdì mattina mi sono svegliata tossendo alle quattro e mezza, e da brava idiota sono andata al lavoro comunque, cosa che di solito non faccio mai, ma stavolta sì. Ora sono a letto da circa 26 ore, e non so quante sono state ore di sonno: tantissime. 

Avevo yoga, oggi. Saltato.
Dovevo andare a cena con una delle giappo e poi a ballare lo swing, stasera. Invece no.
Avevo una festa a casa di un colombiano con le arepas fatte fresche e fiumi di alcool, ieri. Invece... No.

Sono annoiata, e anche scazzata perché tutto ciò che ho fatto questa settimana è stato lavorare dagli MM (i Marmocchi Maledetti) che probabilmente sono la fonte del mio male, dato che uno a un certo punto mi ha tossito in un occhio. Io li amo, ma anche no, soprattutto quando mi passano il vibrione. 

Altro motivo del mio scazzo cosmico in questi giorni è che l'Asburgico è a Seoul. In vacanza. Lui in vacanza a Seoul, io qua a lavorare coma una sfigata, e ad ammalarmi pure. Sono invidiosa, e non mi piace esserlo. 
Aveva prenotato l'aereo quando c'era un'offertona di AirAsia e io ero ancora in fase non so dove come e quando lavorerò. Gli ho detto vaivai, che io sono donna moderna e mica donna patella. Non lo sono. 
Mi ero detta, se l'Asburgico non c'è, farò un sacco di yoga e uscirò con le mie amiche a cena e colazione e a ballare lo swing. E invece niente, quindi mi sento un bel po' irritata, perché avevo mille idee per gustarmi il mio tempo e la mia condizione di Femmina Non Patella, e invece sono a letto, ho già guardato mille episodi di tre o quattro serie TV diverse e non ho concentrazione per leggere. Non posso neanche andare su skype perché devo riposare le corde vocali. 

E' difficile essere debilitati in questa città. Sai che ci sono millemila cose fighe che potresti fare, e tu sei lì come un'idiota ad aspettare che ti passi il vibrione, guardando Dharma e Greg e Sex and The City, con episodi sporadici di nostalgia per la tua adolescenza, casa, la tua famiglia intera, la tua cameretta, e una voglia insaziabile di quel risottino in bianco con l'olietto d'oliva che ti facevi in Europa quando stavi male. Qua non puoi farlo, e non c'è neanche la mamma che può andare al supermercato per te. O l'Asburgico. Per fortuna la nostra signora delle pulizie ieri mi ha visto tornare che sembravo uscita da The Walking Dead e mossa a pietà mi ha comprato un po' di cibo per il fine settimana. Ma siccome è thailandese e crede nel potere della proteina, è tutta carne. Io faccio la brava e la mangio, pensando al risottino che mi manca. 

Io lo dico sempre che anche se fossi singola avrei un coinquilino... Se mi mettete a vivere da sola vado in paranoia nel giro di due giorni, se non mi tengo occupata con cose interessanti.
Urgh. Di solito sono brava a non annoiarmi... Ma questa settimana è veramente troppo, e le cose che faccio di solito (Skype con amici, libri, letture intelligenti) non le riesco a fare. Spero almeno di salvarmi la domenica... 

Il mio ritratto, praticamente.

Vi ricordate che a fine luglio ho avuto questa giornata dov'ero presa male? Perché mi mancava mio padre, perché boh, perché a volte le giornate così ci sono. E in quelle giornate, pure una cazzata come perdere un orecchino ti butta giù. Io, come vedete nel post, avevo perso uno dei miei orecchini turchi, comprati a Istanbul da un ragazzo turco che li faceva a mano, e li vendeva per strada a Çukurcuma. 

Quel giorno ero presa male perché avevo raccontato di mio padre al mio amico spagnolo che mi conosce da anni, ma che ancora non sapeva di quel che è successo, perché prima di Bangkok ci eravamo persi di vista. Presa male, e dopo essermene andata da casa sua, sono tornata a casa a piedi per calmarmi. Camminato per 40 minuti per riprendermi, ascoltando musica.
Camminando, ho perso uno degli orecchini dell’artigiano turco. Niente di prezioso, ma grande valore emotivo, come sempre. Ci sono rimasta male, poi mi sono detta che è solo un orecchino, e che ora ho come vicino un artigiano giapponese, a cui avrei potuto chiedere di fare una copia dell’orecchino rimasto, per poi avere un paio di orecchini turco-thai-giapponesi.

Però, colpo di scena: oggi ho ritrovato l’orecchino mancante! Incredibile. Credo che si sia impigliato nel cavo della cuffietta, sfilato, e caduto diretto nella tasca interna della borsa che portavo quel giorno. Ritrovato oggi, mentre mettevo via qualcosa nella taschina di una borsa che non uso molto spesso. 

Secondo salvataggio in corner di questi orecchini! Un’altra volta a Vienna, sempre coi cavi delle cuffiette, uno era caduto e si era impigliato nella trama del maglione. Sono orecchini fortunati, dunque… Ma la prossima volta che ascolto musica con quegli orecchini addosso, dovrò stare attenta!
Dopo tutto sto blaterare… A questo punto ve li mostro! Ho un anello che fa pendant. Quindi sono tra i miei orecchini preferiti, insieme a quelli che credevo di aver perso un paio di anni fa

Gli orecchini più paraculati del mondo.