15 September 2014

Ho un rapporto di amore-odio-amore costante, con Bangkok, ma soprattutto di amore. Credo. Me ne sono resa conto trovandomi sola nella città per qualche giorno, qualche settimana fa. 

Mi sono resa conto che a me Bangkok piace proprio. Quasi la amo, anche se non è bella. 

Mi piace perché è una città con mille facce. Mi piace perché ci sono i gechi, gli scoiattoli e le rane, nel mio vicolo, ma che alla fine del vicolo c'è la metro sopraelevata, ci sono i palazzi d'acciaio e vetro.
Mi piace perché ci sono i carretti delle signore che vendono la frutta, e tante altre cose buone. Mi piace perché rispetto al resto del SE asiatico, in fin dei conti, è vivibile, semi-funzionale, senza essere un posto soporifero perché funziona troppo bene, come Singapore (o Vienna, se ci rifletto bene.)
Mi piace perché nonostante sia una città gigante, la gente riesce a mantenere una certa calma, e infatti camminano tutti lentamente, troppo, per me che sono nata e cresciuta a Milano.
Mi piace perché posso mangiare cibo di tutto il mondo, soprattutto le mie quattro cucine preferite oltre quella thai e quella italiana: indiana di sud e nord, giapponese, messicana, mediorientale. Mancano ancora un vietnamita e un turco di mio gradimento: ma arriveranno. E poi c'è la cucina di tutti gli immigrati dei dintorni: birmana e cambogiana,  cingalese, difficili da trovare, ma possibili, e buone. 
Mi piace perché non c'è l'inverno, e c'è sempre una temperatura che non mi fa rimpiangere di essermi trasferita qui. 
Mi piace perché ci sono persone di ogni genere, e perché gli stranieri che vivono qui sono amichevoli ed accoglienti.
Mi piace che oltre ai miei amici e conoscenti europei, ho anche tanti giapponesi che hanno un vissuto così diverso dal mio, che è una cosa che mi affascina. Vorrei più amici thai, ma per ora, ciccia, purtroppo.
Mi piace che nella mia classe ci sono bambini di tanta Asia, non solo thai e giapponesi.
Mi piace perché, come Istanbul, Bangkok mi ha accolta a braccia aperte, con tanta fortuna, subito. 
Mi piace perché non è sul mare, ma almeno è vicina. 
Mi piace perché ha un fiume larghissimo, bellissimo, e spero che un giorno si potrà camminare lungo le rive qui e là, perché varrebbe davvero la pena. 
Mi piace perché mi incoraggia a non farmi sconfiggere dalla sveglia prima delle sei e a fare le cose che mi piacciono, perché se stai a casa sai che probabilmente ti stai perdendo qualcosa di molto interessante da fare, da qualche parte in giro per la città. Ed è più facile resistere alla stanchezza se non hai freddo.
Mi piace perché c'è la cultura del massaggio.
Mi piace il temperamento thai, soprattutto quando non devo lavorarci insieme. Non si prendono sul serio, e si fanno un sacco di risate. C'è una certa saggezza in questo atteggiamento, almeno secondo me. 

So che la amo molto perché è il genere di posto dove mi trovo spesso a dire: mannaggia, ma perché devo lavorare? Perché altrimenti sarei sempre in giro ad esplorare tutti i soi, i vicoli, più reconditi. Cerco di farlo, anche lavorando, ma senza lavorare avrei più tempo -- che in una città grande, ovviamente, serve. 

Non è bella, Bangkok. Davvero, non lo è. E' zozza rispetto all'Europa e anche in confronto a Singapore o Kuala Lumpur, è trafficata, e la città vecchia è piccolissima, in proporzione al resto. Eppure. Eppure mi piace un casino, io starei sempre in giro per la città vecchia a cercare perle. 

Qualche giorno fa, con l'amica turca e l'amica giapponese, siamo andate a ciondolare in un quartiere vicino ad una zona che conoscevamo già. Ovviamente ci siamo perse... Ed è stato fighissimo, perché abbiamo trovato un sacco di perle. 

Ve le mostro perché così capite come mai, questa scorsa domenica, l'amore per questa città mi ha investito come un'ondata, nonostante il traffico, nonostante gli occidentali luridi e le loro povere puttane, nonostante sia così lontana da casa, nonostante i tassisti che ti fregano o ci tentano. 

Siamo partite da qui. 

Poi abbiamo trovato un giornale murale. In cinese. 

E abbiamo detto, giriamo qui, dai.

E poi un murale con questi cyclo come in Vietnam, che a Bangkok non ci sono più.

E poi, altri murali. Che uno si chiede: sono a Georgetown, Malaysia?

Ed altri ancora. Con altri indizi che ci dicono che FORSE è una zona thai-cinese.

Nonché una zona piena di gattini, e gattare per nulla stupite del fatto che parliamo thai.

E poi abbiamo trovato un tempio buddhista-cinese.

E poi un albero di banyan, sacro pure lui, molto thai.

E poi una 500 messa benissimo.

E poi, abbiamo trovato una terrazza con caffè, a meno di due euro, con questa vista.

Capite, ora? Il mio rapporto con Bangkok è molto, molto più simile a quello che avevo con Istanbul che non a quello che avevo con Vienna, perché sono due città simili, labirintiche ed affascinanti e che funzionano ma neanche tanto bene. 
Io sono una che ama i palazzi cadenti, le cose vecchie e che pensa che la perfezione, per quanto bella, possa anche essere sterile, e noiosa.
Quindi... Per ora qui ci sto abbastanza bene. Magari un giorno, come a Istanbul, mi stancherò... Ma per ora, no. Anzi, sono sei mesi che sono qui e credo che mi piaccia più di quando sono arrivata. Il che è ottimo. 
22:39 natalia pi
Ho un rapporto di amore-odio-amore costante, con Bangkok, ma soprattutto di amore. Credo. Me ne sono resa conto trovandomi sola nella città per qualche giorno, qualche settimana fa. 

Mi sono resa conto che a me Bangkok piace proprio. Quasi la amo, anche se non è bella. 

Mi piace perché è una città con mille facce. Mi piace perché ci sono i gechi, gli scoiattoli e le rane, nel mio vicolo, ma che alla fine del vicolo c'è la metro sopraelevata, ci sono i palazzi d'acciaio e vetro.
Mi piace perché ci sono i carretti delle signore che vendono la frutta, e tante altre cose buone. Mi piace perché rispetto al resto del SE asiatico, in fin dei conti, è vivibile, semi-funzionale, senza essere un posto soporifero perché funziona troppo bene, come Singapore (o Vienna, se ci rifletto bene.)
Mi piace perché nonostante sia una città gigante, la gente riesce a mantenere una certa calma, e infatti camminano tutti lentamente, troppo, per me che sono nata e cresciuta a Milano.
Mi piace perché posso mangiare cibo di tutto il mondo, soprattutto le mie quattro cucine preferite oltre quella thai e quella italiana: indiana di sud e nord, giapponese, messicana, mediorientale. Mancano ancora un vietnamita e un turco di mio gradimento: ma arriveranno. E poi c'è la cucina di tutti gli immigrati dei dintorni: birmana e cambogiana,  cingalese, difficili da trovare, ma possibili, e buone. 
Mi piace perché non c'è l'inverno, e c'è sempre una temperatura che non mi fa rimpiangere di essermi trasferita qui. 
Mi piace perché ci sono persone di ogni genere, e perché gli stranieri che vivono qui sono amichevoli ed accoglienti.
Mi piace che oltre ai miei amici e conoscenti europei, ho anche tanti giapponesi che hanno un vissuto così diverso dal mio, che è una cosa che mi affascina. Vorrei più amici thai, ma per ora, ciccia, purtroppo.
Mi piace che nella mia classe ci sono bambini di tanta Asia, non solo thai e giapponesi.
Mi piace perché, come Istanbul, Bangkok mi ha accolta a braccia aperte, con tanta fortuna, subito. 
Mi piace perché non è sul mare, ma almeno è vicina. 
Mi piace perché ha un fiume larghissimo, bellissimo, e spero che un giorno si potrà camminare lungo le rive qui e là, perché varrebbe davvero la pena. 
Mi piace perché mi incoraggia a non farmi sconfiggere dalla sveglia prima delle sei e a fare le cose che mi piacciono, perché se stai a casa sai che probabilmente ti stai perdendo qualcosa di molto interessante da fare, da qualche parte in giro per la città. Ed è più facile resistere alla stanchezza se non hai freddo.
Mi piace perché c'è la cultura del massaggio.
Mi piace il temperamento thai, soprattutto quando non devo lavorarci insieme. Non si prendono sul serio, e si fanno un sacco di risate. C'è una certa saggezza in questo atteggiamento, almeno secondo me. 

So che la amo molto perché è il genere di posto dove mi trovo spesso a dire: mannaggia, ma perché devo lavorare? Perché altrimenti sarei sempre in giro ad esplorare tutti i soi, i vicoli, più reconditi. Cerco di farlo, anche lavorando, ma senza lavorare avrei più tempo -- che in una città grande, ovviamente, serve. 

Non è bella, Bangkok. Davvero, non lo è. E' zozza rispetto all'Europa e anche in confronto a Singapore o Kuala Lumpur, è trafficata, e la città vecchia è piccolissima, in proporzione al resto. Eppure. Eppure mi piace un casino, io starei sempre in giro per la città vecchia a cercare perle. 

Qualche giorno fa, con l'amica turca e l'amica giapponese, siamo andate a ciondolare in un quartiere vicino ad una zona che conoscevamo già. Ovviamente ci siamo perse... Ed è stato fighissimo, perché abbiamo trovato un sacco di perle. 

Ve le mostro perché così capite come mai, questa scorsa domenica, l'amore per questa città mi ha investito come un'ondata, nonostante il traffico, nonostante gli occidentali luridi e le loro povere puttane, nonostante sia così lontana da casa, nonostante i tassisti che ti fregano o ci tentano. 

Siamo partite da qui. 

Poi abbiamo trovato un giornale murale. In cinese. 

E abbiamo detto, giriamo qui, dai.

E poi un murale con questi cyclo come in Vietnam, che a Bangkok non ci sono più.

E poi, altri murali. Che uno si chiede: sono a Georgetown, Malaysia?

Ed altri ancora. Con altri indizi che ci dicono che FORSE è una zona thai-cinese.

Nonché una zona piena di gattini, e gattare per nulla stupite del fatto che parliamo thai.

E poi abbiamo trovato un tempio buddhista-cinese.

E poi un albero di banyan, sacro pure lui, molto thai.

E poi una 500 messa benissimo.

E poi, abbiamo trovato una terrazza con caffè, a meno di due euro, con questa vista.

Capite, ora? Il mio rapporto con Bangkok è molto, molto più simile a quello che avevo con Istanbul che non a quello che avevo con Vienna, perché sono due città simili, labirintiche ed affascinanti e che funzionano ma neanche tanto bene. 
Io sono una che ama i palazzi cadenti, le cose vecchie e che pensa che la perfezione, per quanto bella, possa anche essere sterile, e noiosa.
Quindi... Per ora qui ci sto abbastanza bene. Magari un giorno, come a Istanbul, mi stancherò... Ma per ora, no. Anzi, sono sei mesi che sono qui e credo che mi piaccia più di quando sono arrivata. Il che è ottimo. 

11 September 2014

Ve la ricordate quella canzone dei Litfiba?

A me neanche piacevano tanto, i Litfiba. Mi stava sui coglioni, Piero Pelù, con quelle sue barbe e basette ridicole. 

Ciononostante, questa canzone mi viene in mente spesso, da che vivo qui. A dire il vero, mi viene in mente ogni volta che cambio città, perché con la città cambiano anche:

* il clima

* l'alimentazione 

* la topografia 

* i mezzi di trasporto.

Ormai ho abbastanza cambi di città, più il viaggione, su cui basarmi per farne praticamente una scienza esatta. 

Non sono una di quelle persone che hanno sempre la stessa forma, che sono sempre se stesse. Il posto dove vivo influenza di brutto il mio aspetto, il che è una cosa molto interessante. Non mi è mai interessato molto, il mio corpo, finché non sono andata a vivere in Turchia, e ho visto oggettivamente che quello che faccio o non faccio lo cambia davvero. (A Milano, non so perché, ma lo notavo meno.)

Ma di brutto.
Sono il tipo di persona che ama troppo il cibo, il vino (o la birra e i cocktail, come qui) e il divertirsi per preoccuparsi troppo delle calorie. Delle calorie me ne frego -- semplicemente da che vivo in Thailandia ho una guerra permanente contro lo zucchero, anche perché sono una bevitrice di mate amaro. Quindi le cose iper zuccherine mi fanno stare male, a prescindere dal fatto che fanno male. 

Lo yoga all'epoca iniziai a farlo un po' per il mal di schiena, e un po' perché il mio amico Ernesto mi vedeva stressata dalla rottura dopo la mia prima relazione lunghetta, almeno per una ventenne, e mi aveva detto: magari ti calma. Lo yoga mi era piaciuto subito, ma a Milano non me lo potevo permettere, come tante altre cose.

Ma veniamo al tema: l'espatrio e il nostro corpo. 

A Istanbul, ad esempio, era cambiata la forma del sedere, quasi subito. Perché? Perché abitavo a Beyoğlu. Chiunque abbia visitato la città e passeggiato a Beyoğlu si sarà trovato ad avere un mal di gambe tremendo, perché è tutta colline -- e io vengo da Milano. Che praticamente è Olanda, da quanto è piatta, le uniche salite sono i ponti sulle ferrovie. 

A Istanbul, mi era venuto il culo a mandolino a forza di scalare colline, e poco altro. Il resto rimasto invariato. Al contrario di molti, per fortuna, non sono ingrassata di dieci chili in un anno, proprio perché abitavo nella città vecchia e mi ero trasformata in una capra scalatrice. 
A livello di vestiario, ero relativamente femminile, ero ancora ggiovane dunque ancora in fase maschiaccia, ma il clima mite a partire da marzo più gli ormoni turchi e non che volavano invisibili nell'aria mi avevano reso molto fimmina. 

A Istanbul bevevo birra, non facevo yoga, facevo una vita dissoluta con i maschi turchi e non (e diciamole, le cose) ed ero assolutamente favolosa. Poi alla fine volevo uccidere tutti i maschi turchi, ma quella è un'altra storia. 

A Vienna, il cambiamento è stato più negativo. Io sono pessima ad essere femminile quando ho freddo. Ho sempre i piedi congelati, quindi usavo scarpe grosse, magari colorate e caruccie, ma di certo non che ti fanno un bel piedino come le ballerine. Scegliere i vestiti a Vienna non era divertente. Non mi piacciono i vestiti invernali, e l'estate dura pochino. Non fa neanche mai abbastanza caldo da non aver bisogno di una pashmina o qualcosa la sera, almeno, non per me. 

Quanto al corpo... A Vienna sono ingrassata, specie alla fine quando ero stressata dalla partenza per la gitona e altre cose. Ma anche perché lavoravo sempre in giro per la città, orari ed alimentazione sregolata, e nonostante camminassi in giro per la città tutto il giorno e facessi yoga quando potevo, non ho perso peso. Sono ingrassata all'inizio, perché ero traumatizzata e non uscivo di casa, e alla fine... Non so bene perché, perché non è che mangiassi di più. Un'amica austriaca all'epoca mi disse: è lo stress, vedrai. E aveva ragione, perché due mesi dopo, in Uruguay, ero tornata ad avere l'aspetto di prima, senza alcuno sforzo, e mangiando un sacco di roba buona in Paraguay nel mezzo. 
Un'altra cosa interessante è che a Vienna la mia pelle era sempre secca. L'aria è più secca che a Milano, l'acqua credo più dura, e si vedeva. Avevo sempre la pelle delle gambe secca secca. 

Durante il viaggio, la differenza si vedeva ogni volta che passavamo un confine... Incredibile. Di confini ne ho passati tanti, ma i cambiamenti più notevoli sono stati questi:
* in Argentina sono ingrassata a causa dei dolci
* in Cile ho perso il peso preso in Argentina grazie alla mitica frutta cilena.
Poi stabile stabile stabile e 
* in Colombia sono dimagrita perché c'era un'umidità di livelli asiatici e avevano frutta meravigliosa. in Colombia mi sono praticamente trasformata in un macaco.
* Messico: ho mangiato come una fogna ma non sono ingrassata, cosa che vale anche per Taiwan. Inspiegabile.
E poi: sono ingrassata in Vietnam, perché hanno il pane, dimagrita in Malaysia e mantenuto quell'aspetto, anche perché in Malaysia fa un caldo porco, dato che è quasi all'equatore.
Conclusione: Taiwan, Colombia e Malaysia hanno in comune l'umidità. Ergo, con l'umidità sudo e dimagrisco. Evidentemente.

In Europa (Milano e Vienna) sono ingrassata di brutto nel giro di sei settimane, perché ho mangiato tutte quelle cose di cui sentivo la mancanza mentre viaggiavo. 

E a Bangkok

Dunque, da che vivo a Bangkok c'è da premettere che non cucino, praticamente. La nostra signora delle pulizie, che ormai è praticamente la nostra tata, ci ha preso a cuore e per qualche baht in più cucina lei per noi, e fa Piatti da Mamma Thai. Sora Mou, praticamente. 
Sono sempre in giro per ristoranti, a colazione e a cena, quando ho tempo.
E ricordate che i thai hanno tutti un futuro da diabetici, dato che mettono lo zucchero anche nelle zuppe, e quindi quando ordino una zuppa, probabilmente mangio zucchero. 
Ma: per la prima volta da che lavoro, non lavoro la sera. Mai. 
Conseguenza: non solo ho i soldi per lo yoga, ma ho anche il tempo per andarci. 
Fattore numero due: a scuola cammino un casino. Sia in classe, come prima, ma anche in giro per il campus, che è gigantesco. 

E quindi. 
Le mie gambe stanno cambiando forma, l'altro giorno mi sono toccata la coscia mentre leggevo e ho sentito un nucleo duro che prima non c'era. Cioè i miei muscoli, che ci sono, ma non li vedo da anni. Per ora li sento solo, e se vado avanti così, magari li vedrò anche, non troppo, mica li voglio vedere troppo. E le mie cosce stanno prendendo una forma interessante: cioè la forma di una che fa sport. Io. Che sono la donna più pigra del mondo.

La mia pelle è più morbida, perché l'aria umida funziona meglio di qualsiasi crema idratante, addirittura su gomiti e piante dei piedi. Unico neo: devi tenere la pelle del viso pulitissima, se non vuoi finire come un'adolescente nel picco dell'acne.


I miei capelli sono più morbidi, perché non li coloro e non li asciugo mai col calore, e sono ondulati e non dritti come spaghetti come dopo il phon. 

Siccome fa più caldo, sono anche sempre in giro con ballerine carinissime e colorate, e magliette sottili, e sciarpe per coprire le spalle, e pantaloni di cotone. Vivo sempre nell'estate, e ve lo giuro, non mi mancano affatto autunno e inverno. Mi sento più contenta quando ho meno vestiti addosso, veramente.
E siccome ho anche una piscina, quando c'è il sole e sono a casa, prendo un libro e vado a leggere in acqua, seduta sui gradini per ore, e quindi sono anche permanentemente abbronzata a dei livelli che non ho mai avuto nei tre anni vissuti in Austria. 


Conclusione: Bangkok mi fa bella. Evviva! Visto che un sacco di altri voi sono espatriati... Come influenza il vostro corpo l'espatrio? Mi interessa assai, perché per esempio gli americani dimagriscono sempre, ovunque si trasferiscano, perché iniziano a camminare, cosa che a casa loro non fanno. Voi?
19:51 natalia pi
Ve la ricordate quella canzone dei Litfiba?

A me neanche piacevano tanto, i Litfiba. Mi stava sui coglioni, Piero Pelù, con quelle sue barbe e basette ridicole. 

Ciononostante, questa canzone mi viene in mente spesso, da che vivo qui. A dire il vero, mi viene in mente ogni volta che cambio città, perché con la città cambiano anche:

* il clima

* l'alimentazione 

* la topografia 

* i mezzi di trasporto.

Ormai ho abbastanza cambi di città, più il viaggione, su cui basarmi per farne praticamente una scienza esatta. 

Non sono una di quelle persone che hanno sempre la stessa forma, che sono sempre se stesse. Il posto dove vivo influenza di brutto il mio aspetto, il che è una cosa molto interessante. Non mi è mai interessato molto, il mio corpo, finché non sono andata a vivere in Turchia, e ho visto oggettivamente che quello che faccio o non faccio lo cambia davvero. (A Milano, non so perché, ma lo notavo meno.)

Ma di brutto.
Sono il tipo di persona che ama troppo il cibo, il vino (o la birra e i cocktail, come qui) e il divertirsi per preoccuparsi troppo delle calorie. Delle calorie me ne frego -- semplicemente da che vivo in Thailandia ho una guerra permanente contro lo zucchero, anche perché sono una bevitrice di mate amaro. Quindi le cose iper zuccherine mi fanno stare male, a prescindere dal fatto che fanno male. 

Lo yoga all'epoca iniziai a farlo un po' per il mal di schiena, e un po' perché il mio amico Ernesto mi vedeva stressata dalla rottura dopo la mia prima relazione lunghetta, almeno per una ventenne, e mi aveva detto: magari ti calma. Lo yoga mi era piaciuto subito, ma a Milano non me lo potevo permettere, come tante altre cose.

Ma veniamo al tema: l'espatrio e il nostro corpo. 

A Istanbul, ad esempio, era cambiata la forma del sedere, quasi subito. Perché? Perché abitavo a Beyoğlu. Chiunque abbia visitato la città e passeggiato a Beyoğlu si sarà trovato ad avere un mal di gambe tremendo, perché è tutta colline -- e io vengo da Milano. Che praticamente è Olanda, da quanto è piatta, le uniche salite sono i ponti sulle ferrovie. 

A Istanbul, mi era venuto il culo a mandolino a forza di scalare colline, e poco altro. Il resto rimasto invariato. Al contrario di molti, per fortuna, non sono ingrassata di dieci chili in un anno, proprio perché abitavo nella città vecchia e mi ero trasformata in una capra scalatrice. 
A livello di vestiario, ero relativamente femminile, ero ancora ggiovane dunque ancora in fase maschiaccia, ma il clima mite a partire da marzo più gli ormoni turchi e non che volavano invisibili nell'aria mi avevano reso molto fimmina. 

A Istanbul bevevo birra, non facevo yoga, facevo una vita dissoluta con i maschi turchi e non (e diciamole, le cose) ed ero assolutamente favolosa. Poi alla fine volevo uccidere tutti i maschi turchi, ma quella è un'altra storia. 

A Vienna, il cambiamento è stato più negativo. Io sono pessima ad essere femminile quando ho freddo. Ho sempre i piedi congelati, quindi usavo scarpe grosse, magari colorate e caruccie, ma di certo non che ti fanno un bel piedino come le ballerine. Scegliere i vestiti a Vienna non era divertente. Non mi piacciono i vestiti invernali, e l'estate dura pochino. Non fa neanche mai abbastanza caldo da non aver bisogno di una pashmina o qualcosa la sera, almeno, non per me. 

Quanto al corpo... A Vienna sono ingrassata, specie alla fine quando ero stressata dalla partenza per la gitona e altre cose. Ma anche perché lavoravo sempre in giro per la città, orari ed alimentazione sregolata, e nonostante camminassi in giro per la città tutto il giorno e facessi yoga quando potevo, non ho perso peso. Sono ingrassata all'inizio, perché ero traumatizzata e non uscivo di casa, e alla fine... Non so bene perché, perché non è che mangiassi di più. Un'amica austriaca all'epoca mi disse: è lo stress, vedrai. E aveva ragione, perché due mesi dopo, in Uruguay, ero tornata ad avere l'aspetto di prima, senza alcuno sforzo, e mangiando un sacco di roba buona in Paraguay nel mezzo. 
Un'altra cosa interessante è che a Vienna la mia pelle era sempre secca. L'aria è più secca che a Milano, l'acqua credo più dura, e si vedeva. Avevo sempre la pelle delle gambe secca secca. 

Durante il viaggio, la differenza si vedeva ogni volta che passavamo un confine... Incredibile. Di confini ne ho passati tanti, ma i cambiamenti più notevoli sono stati questi:
* in Argentina sono ingrassata a causa dei dolci
* in Cile ho perso il peso preso in Argentina grazie alla mitica frutta cilena.
Poi stabile stabile stabile e 
* in Colombia sono dimagrita perché c'era un'umidità di livelli asiatici e avevano frutta meravigliosa. in Colombia mi sono praticamente trasformata in un macaco.
* Messico: ho mangiato come una fogna ma non sono ingrassata, cosa che vale anche per Taiwan. Inspiegabile.
E poi: sono ingrassata in Vietnam, perché hanno il pane, dimagrita in Malaysia e mantenuto quell'aspetto, anche perché in Malaysia fa un caldo porco, dato che è quasi all'equatore.
Conclusione: Taiwan, Colombia e Malaysia hanno in comune l'umidità. Ergo, con l'umidità sudo e dimagrisco. Evidentemente.

In Europa (Milano e Vienna) sono ingrassata di brutto nel giro di sei settimane, perché ho mangiato tutte quelle cose di cui sentivo la mancanza mentre viaggiavo. 

E a Bangkok

Dunque, da che vivo a Bangkok c'è da premettere che non cucino, praticamente. La nostra signora delle pulizie, che ormai è praticamente la nostra tata, ci ha preso a cuore e per qualche baht in più cucina lei per noi, e fa Piatti da Mamma Thai. Sora Mou, praticamente. 
Sono sempre in giro per ristoranti, a colazione e a cena, quando ho tempo.
E ricordate che i thai hanno tutti un futuro da diabetici, dato che mettono lo zucchero anche nelle zuppe, e quindi quando ordino una zuppa, probabilmente mangio zucchero. 
Ma: per la prima volta da che lavoro, non lavoro la sera. Mai. 
Conseguenza: non solo ho i soldi per lo yoga, ma ho anche il tempo per andarci. 
Fattore numero due: a scuola cammino un casino. Sia in classe, come prima, ma anche in giro per il campus, che è gigantesco. 

E quindi. 
Le mie gambe stanno cambiando forma, l'altro giorno mi sono toccata la coscia mentre leggevo e ho sentito un nucleo duro che prima non c'era. Cioè i miei muscoli, che ci sono, ma non li vedo da anni. Per ora li sento solo, e se vado avanti così, magari li vedrò anche, non troppo, mica li voglio vedere troppo. E le mie cosce stanno prendendo una forma interessante: cioè la forma di una che fa sport. Io. Che sono la donna più pigra del mondo.

La mia pelle è più morbida, perché l'aria umida funziona meglio di qualsiasi crema idratante, addirittura su gomiti e piante dei piedi. Unico neo: devi tenere la pelle del viso pulitissima, se non vuoi finire come un'adolescente nel picco dell'acne.


I miei capelli sono più morbidi, perché non li coloro e non li asciugo mai col calore, e sono ondulati e non dritti come spaghetti come dopo il phon. 

Siccome fa più caldo, sono anche sempre in giro con ballerine carinissime e colorate, e magliette sottili, e sciarpe per coprire le spalle, e pantaloni di cotone. Vivo sempre nell'estate, e ve lo giuro, non mi mancano affatto autunno e inverno. Mi sento più contenta quando ho meno vestiti addosso, veramente.
E siccome ho anche una piscina, quando c'è il sole e sono a casa, prendo un libro e vado a leggere in acqua, seduta sui gradini per ore, e quindi sono anche permanentemente abbronzata a dei livelli che non ho mai avuto nei tre anni vissuti in Austria. 


Conclusione: Bangkok mi fa bella. Evviva! Visto che un sacco di altri voi sono espatriati... Come influenza il vostro corpo l'espatrio? Mi interessa assai, perché per esempio gli americani dimagriscono sempre, ovunque si trasferiscano, perché iniziano a camminare, cosa che a casa loro non fanno. Voi?

06 September 2014

Due settimane dopo l'ultima volta, sono di nuovo a letto messa maluccio. Stavolta è anche colpa mia, perché ho ignorato il mio corpo che chiedeva pietà ieri mattina, e sono andata a scuola. Pago lo scotto passando venerdì sera a letto, e già che ci sono, anche tutto sabato.

Fastidio incredibile. Ma cerco di prenderla con filosofia, anche se questa è forse la settimana più noiosa che abbia passato da che vivo qui. Quindi lasciate che mi lagni un po', ok? 

Non è tutto male. Questo lunedì, ad esempio, con la mia squadra al pub quiz, il team Queen Equizabeth, abbiamo vinto. Cosa difficilissima, dato che è un pub gestito da inglesi, e il quiz è sempre molto anglofono, con domande facili per americani, britannici e australiani, quindi generalmente difficili per noi. 
Questo lunedì eravamo un Asburgico (sapete quale), due australiani, una tedesca, ed io. Abbiamo vinto! Perché due dei round erano molto europei, uno di filosofia e uno di storia, con domande su Leopoldo II e il Congo, e sul Cardinale Richelieu. Abbiamo vinto 1000 baht, che utilizzeremo per mangiare e sbevucchiare la prossima volta. 

Poi, da martedì, tutto una sòla. Sono stata sorpresa dal monsone sulla via della scuola di yoga, e ho perso la lezione. Mercoledì mi sono resa conto che martedì forse sono uscita tardi per lo yoga non per pigrizia, ma perché mi stavo ammalando. Ho dormito tutto il pomeriggio e molta sera. Giovedì, ringalluzzita, sono andata a cena da un'amica. Venerdì mattina mi sono svegliata tossendo alle quattro e mezza, e da brava idiota sono andata al lavoro comunque, cosa che di solito non faccio mai, ma stavolta sì. Ora sono a letto da circa 26 ore, e non so quante sono state ore di sonno: tantissime. 

Avevo yoga, oggi. Saltato.
Dovevo andare a cena con una delle giappo e poi a ballare lo swing, stasera. Invece no.
Avevo una festa a casa di un colombiano con le arepas fatte fresche e fiumi di alcool, ieri. Invece... No.

Sono annoiata, e anche scazzata perché tutto ciò che ho fatto questa settimana è stato lavorare dagli MM (i Marmocchi Maledetti) che probabilmente sono la fonte del mio male, dato che uno a un certo punto mi ha tossito in un occhio. Io li amo, ma anche no, soprattutto quando mi passano il vibrione. 

Altro motivo del mio scazzo cosmico in questi giorni è che l'Asburgico è a Seoul. In vacanza. Lui in vacanza a Seoul, io qua a lavorare coma una sfigata, e ad ammalarmi pure. Sono invidiosa, e non mi piace esserlo. 
Aveva prenotato l'aereo quando c'era un'offertona di AirAsia e io ero ancora in fase non so dove come e quando lavorerò. Gli ho detto vaivai, che io sono donna moderna e mica donna patella. Non lo sono. 
Mi ero detta, se l'Asburgico non c'è, farò un sacco di yoga e uscirò con le mie amiche a cena e colazione e a ballare lo swing. E invece niente, quindi mi sento un bel po' irritata, perché avevo mille idee per gustarmi il mio tempo e la mia condizione di Femmina Non Patella, e invece sono a letto, ho già guardato mille episodi di tre o quattro serie TV diverse e non ho concentrazione per leggere. Non posso neanche andare su skype perché devo riposare le corde vocali. 

E' difficile essere debilitati in questa città. Sai che ci sono millemila cose fighe che potresti fare, e tu sei lì come un'idiota ad aspettare che ti passi il vibrione, guardando Dharma e Greg e Sex and The City, con episodi sporadici di nostalgia per la tua adolescenza, casa, la tua famiglia intera, la tua cameretta, e una voglia insaziabile di quel risottino in bianco con l'olietto d'oliva che ti facevi in Europa quando stavi male. Qua non puoi farlo, e non c'è neanche la mamma che può andare al supermercato per te. O l'Asburgico. Per fortuna la nostra signora delle pulizie ieri mi ha visto tornare che sembravo uscita da The Walking Dead e mossa a pietà mi ha comprato un po' di cibo per il fine settimana. Ma siccome è thailandese e crede nel potere della proteina, è tutta carne. Io faccio la brava e la mangio, pensando al risottino che mi manca. 

Io lo dico sempre che anche se fossi singola avrei un coinquilino... Se mi mettete a vivere da sola vado in paranoia nel giro di due giorni, se non mi tengo occupata con cose interessanti.
Urgh. Di solito sono brava a non annoiarmi... Ma questa settimana è veramente troppo, e le cose che faccio di solito (Skype con amici, libri, letture intelligenti) non le riesco a fare. Spero almeno di salvarmi la domenica... 

Il mio ritratto, praticamente.

20:49 natalia pi
Due settimane dopo l'ultima volta, sono di nuovo a letto messa maluccio. Stavolta è anche colpa mia, perché ho ignorato il mio corpo che chiedeva pietà ieri mattina, e sono andata a scuola. Pago lo scotto passando venerdì sera a letto, e già che ci sono, anche tutto sabato.

Fastidio incredibile. Ma cerco di prenderla con filosofia, anche se questa è forse la settimana più noiosa che abbia passato da che vivo qui. Quindi lasciate che mi lagni un po', ok? 

Non è tutto male. Questo lunedì, ad esempio, con la mia squadra al pub quiz, il team Queen Equizabeth, abbiamo vinto. Cosa difficilissima, dato che è un pub gestito da inglesi, e il quiz è sempre molto anglofono, con domande facili per americani, britannici e australiani, quindi generalmente difficili per noi. 
Questo lunedì eravamo un Asburgico (sapete quale), due australiani, una tedesca, ed io. Abbiamo vinto! Perché due dei round erano molto europei, uno di filosofia e uno di storia, con domande su Leopoldo II e il Congo, e sul Cardinale Richelieu. Abbiamo vinto 1000 baht, che utilizzeremo per mangiare e sbevucchiare la prossima volta. 

Poi, da martedì, tutto una sòla. Sono stata sorpresa dal monsone sulla via della scuola di yoga, e ho perso la lezione. Mercoledì mi sono resa conto che martedì forse sono uscita tardi per lo yoga non per pigrizia, ma perché mi stavo ammalando. Ho dormito tutto il pomeriggio e molta sera. Giovedì, ringalluzzita, sono andata a cena da un'amica. Venerdì mattina mi sono svegliata tossendo alle quattro e mezza, e da brava idiota sono andata al lavoro comunque, cosa che di solito non faccio mai, ma stavolta sì. Ora sono a letto da circa 26 ore, e non so quante sono state ore di sonno: tantissime. 

Avevo yoga, oggi. Saltato.
Dovevo andare a cena con una delle giappo e poi a ballare lo swing, stasera. Invece no.
Avevo una festa a casa di un colombiano con le arepas fatte fresche e fiumi di alcool, ieri. Invece... No.

Sono annoiata, e anche scazzata perché tutto ciò che ho fatto questa settimana è stato lavorare dagli MM (i Marmocchi Maledetti) che probabilmente sono la fonte del mio male, dato che uno a un certo punto mi ha tossito in un occhio. Io li amo, ma anche no, soprattutto quando mi passano il vibrione. 

Altro motivo del mio scazzo cosmico in questi giorni è che l'Asburgico è a Seoul. In vacanza. Lui in vacanza a Seoul, io qua a lavorare coma una sfigata, e ad ammalarmi pure. Sono invidiosa, e non mi piace esserlo. 
Aveva prenotato l'aereo quando c'era un'offertona di AirAsia e io ero ancora in fase non so dove come e quando lavorerò. Gli ho detto vaivai, che io sono donna moderna e mica donna patella. Non lo sono. 
Mi ero detta, se l'Asburgico non c'è, farò un sacco di yoga e uscirò con le mie amiche a cena e colazione e a ballare lo swing. E invece niente, quindi mi sento un bel po' irritata, perché avevo mille idee per gustarmi il mio tempo e la mia condizione di Femmina Non Patella, e invece sono a letto, ho già guardato mille episodi di tre o quattro serie TV diverse e non ho concentrazione per leggere. Non posso neanche andare su skype perché devo riposare le corde vocali. 

E' difficile essere debilitati in questa città. Sai che ci sono millemila cose fighe che potresti fare, e tu sei lì come un'idiota ad aspettare che ti passi il vibrione, guardando Dharma e Greg e Sex and The City, con episodi sporadici di nostalgia per la tua adolescenza, casa, la tua famiglia intera, la tua cameretta, e una voglia insaziabile di quel risottino in bianco con l'olietto d'oliva che ti facevi in Europa quando stavi male. Qua non puoi farlo, e non c'è neanche la mamma che può andare al supermercato per te. O l'Asburgico. Per fortuna la nostra signora delle pulizie ieri mi ha visto tornare che sembravo uscita da The Walking Dead e mossa a pietà mi ha comprato un po' di cibo per il fine settimana. Ma siccome è thailandese e crede nel potere della proteina, è tutta carne. Io faccio la brava e la mangio, pensando al risottino che mi manca. 

Io lo dico sempre che anche se fossi singola avrei un coinquilino... Se mi mettete a vivere da sola vado in paranoia nel giro di due giorni, se non mi tengo occupata con cose interessanti.
Urgh. Di solito sono brava a non annoiarmi... Ma questa settimana è veramente troppo, e le cose che faccio di solito (Skype con amici, libri, letture intelligenti) non le riesco a fare. Spero almeno di salvarmi la domenica... 

Il mio ritratto, praticamente.

24 August 2014

Vi ricordate che a fine luglio ho avuto questa giornata dov'ero presa male? Perché mi mancava mio padre, perché boh, perché a volte le giornate così ci sono. E in quelle giornate, pure una cazzata come perdere un orecchino ti butta giù. Io, come vedete nel post, avevo perso uno dei miei orecchini turchi, comprati a Istanbul da un ragazzo turco che li faceva a mano, e li vendeva per strada a Çukurcuma. 

Quel giorno ero presa male perché avevo raccontato di mio padre al mio amico spagnolo che mi conosce da anni, ma che ancora non sapeva di quel che è successo, perché prima di Bangkok ci eravamo persi di vista. Presa male, e dopo essermene andata da casa sua, sono tornata a casa a piedi per calmarmi. Camminato per 40 minuti per riprendermi, ascoltando musica.
Camminando, ho perso uno degli orecchini dell’artigiano turco. Niente di prezioso, ma grande valore emotivo, come sempre. Ci sono rimasta male, poi mi sono detta che è solo un orecchino, e che ora ho come vicino un artigiano giapponese, a cui avrei potuto chiedere di fare una copia dell’orecchino rimasto, per poi avere un paio di orecchini turco-thai-giapponesi.

Però, colpo di scena: oggi ho ritrovato l’orecchino mancante! Incredibile. Credo che si sia impigliato nel cavo della cuffietta, sfilato, e caduto diretto nella tasca interna della borsa che portavo quel giorno. Ritrovato oggi, mentre mettevo via qualcosa nella taschina di una borsa che non uso molto spesso. 

Secondo salvataggio in corner di questi orecchini! Un’altra volta a Vienna, sempre coi cavi delle cuffiette, uno era caduto e si era impigliato nella trama del maglione. Sono orecchini fortunati, dunque… Ma la prossima volta che ascolto musica con quegli orecchini addosso, dovrò stare attenta!
Dopo tutto sto blaterare… A questo punto ve li mostro! Ho un anello che fa pendant. Quindi sono tra i miei orecchini preferiti, insieme a quelli che credevo di aver perso un paio di anni fa

Gli orecchini più paraculati del mondo. 
19:23 natalia pi
Vi ricordate che a fine luglio ho avuto questa giornata dov'ero presa male? Perché mi mancava mio padre, perché boh, perché a volte le giornate così ci sono. E in quelle giornate, pure una cazzata come perdere un orecchino ti butta giù. Io, come vedete nel post, avevo perso uno dei miei orecchini turchi, comprati a Istanbul da un ragazzo turco che li faceva a mano, e li vendeva per strada a Çukurcuma. 

Quel giorno ero presa male perché avevo raccontato di mio padre al mio amico spagnolo che mi conosce da anni, ma che ancora non sapeva di quel che è successo, perché prima di Bangkok ci eravamo persi di vista. Presa male, e dopo essermene andata da casa sua, sono tornata a casa a piedi per calmarmi. Camminato per 40 minuti per riprendermi, ascoltando musica.
Camminando, ho perso uno degli orecchini dell’artigiano turco. Niente di prezioso, ma grande valore emotivo, come sempre. Ci sono rimasta male, poi mi sono detta che è solo un orecchino, e che ora ho come vicino un artigiano giapponese, a cui avrei potuto chiedere di fare una copia dell’orecchino rimasto, per poi avere un paio di orecchini turco-thai-giapponesi.

Però, colpo di scena: oggi ho ritrovato l’orecchino mancante! Incredibile. Credo che si sia impigliato nel cavo della cuffietta, sfilato, e caduto diretto nella tasca interna della borsa che portavo quel giorno. Ritrovato oggi, mentre mettevo via qualcosa nella taschina di una borsa che non uso molto spesso. 

Secondo salvataggio in corner di questi orecchini! Un’altra volta a Vienna, sempre coi cavi delle cuffiette, uno era caduto e si era impigliato nella trama del maglione. Sono orecchini fortunati, dunque… Ma la prossima volta che ascolto musica con quegli orecchini addosso, dovrò stare attenta!
Dopo tutto sto blaterare… A questo punto ve li mostro! Ho un anello che fa pendant. Quindi sono tra i miei orecchini preferiti, insieme a quelli che credevo di aver perso un paio di anni fa

Gli orecchini più paraculati del mondo. 

20 August 2014

Mi sono svegliata alle cinque, stamattina.

Perché, dite? 

Chiedetelo al mio stupido cervello, che ha deciso in autonomia. Sono rimasta a letto fino alle 5:20 e poi ho detto vabbè, se non dormo tanto vale alzarsi e potersi muovere come i bradipi.

E così ho fatto.

E come un bradipo mistico, ho fatto yoga per la schiena, perché da che ho ricominciato a lavorare mi fa sempre male. Ho fatto yoga, al buio, alle 5:30, di mia sponte. Se me lo aveste detto un anno fa vi avrei detto, sèèèèè!

Ho lavorato, sono uscita quasi mezz'ora in ritardo, sono tornata, ho mollato zaino e tutto il resto, ho comprato la cena dalla signora Farida (chicken biryani thailandese, che è diverso da quello indiano), la papaya per la colazione e il caffè dalla sciura -- tutto per strada -- ho messo via la cena, fatto merenda parlando su Skype con la S.G., ho perso tempo su faccialibro, ho letto il mio libro sulla Mongolia, ho fatto lezione di thai e ora sono le nove di sera. 

E sono ancora sveglia.
Senza gli occhietti che si chiudono.
Senza la sabbietta agli occhi.
Senza vedere la madonna.
Che è come ero messa venerdì scorso, per esempio.

Praticamente fantascienza. Spero prometta bene per il resto dell'anno. Sto tentando di abituare il mio corpo a dormire meno e a non fare la pennica pomeridiana... E per ora è come diceva la mia collega: se non ti abitui, la pennica non serve, e alla fine sembra che guadagni tempo ed energia. Lei lo faceva andando direttamente ad aikido dopo la scuola, e io sto tentando lo stesso con lo yoga... Ce la posso fare!!

Mondi sconosciuti. Tipo, il mondo prima delle sei e mezza del mattino per me.

21:22 natalia pi
Mi sono svegliata alle cinque, stamattina.

Perché, dite? 

Chiedetelo al mio stupido cervello, che ha deciso in autonomia. Sono rimasta a letto fino alle 5:20 e poi ho detto vabbè, se non dormo tanto vale alzarsi e potersi muovere come i bradipi.

E così ho fatto.

E come un bradipo mistico, ho fatto yoga per la schiena, perché da che ho ricominciato a lavorare mi fa sempre male. Ho fatto yoga, al buio, alle 5:30, di mia sponte. Se me lo aveste detto un anno fa vi avrei detto, sèèèèè!

Ho lavorato, sono uscita quasi mezz'ora in ritardo, sono tornata, ho mollato zaino e tutto il resto, ho comprato la cena dalla signora Farida (chicken biryani thailandese, che è diverso da quello indiano), la papaya per la colazione e il caffè dalla sciura -- tutto per strada -- ho messo via la cena, fatto merenda parlando su Skype con la S.G., ho perso tempo su faccialibro, ho letto il mio libro sulla Mongolia, ho fatto lezione di thai e ora sono le nove di sera. 

E sono ancora sveglia.
Senza gli occhietti che si chiudono.
Senza la sabbietta agli occhi.
Senza vedere la madonna.
Che è come ero messa venerdì scorso, per esempio.

Praticamente fantascienza. Spero prometta bene per il resto dell'anno. Sto tentando di abituare il mio corpo a dormire meno e a non fare la pennica pomeridiana... E per ora è come diceva la mia collega: se non ti abitui, la pennica non serve, e alla fine sembra che guadagni tempo ed energia. Lei lo faceva andando direttamente ad aikido dopo la scuola, e io sto tentando lo stesso con lo yoga... Ce la posso fare!!

Mondi sconosciuti. Tipo, il mondo prima delle sei e mezza del mattino per me.

17 August 2014

illustrationinfo.com
Amichetti lettori, rieccomi... E' cominciata la scuola, due settimane fa, e io sono pesantemente già rincoglionita. 

Di sicuro mi riabituerò alla sveglia ad orari assurdi, nonché al bordello indicibile che affligge le mie orecchie circa sei ore al giorno (le altre due e mezza, i bambini dormono o si preparano ad andare a casa.)

Quest'anno alla SdP (la Scuola dei Preti) mi hanno dato la prima classe di asilo. 
Età della ciurma: dai 3 ai 4 anni. 
Membri della ciurma: 14, dieci thai, un mezzo giappo-thai, un indiano sikh e due giapponesi (ovviamente adorabili già a tre anni), più Than la tata e Jyn, la mia assistente filippina. 

Abbiamo iniziato coi bambini settimana scorsa, e sono già mentalmente distrutta. Penso con malinconia ai miei studenti di medicina e ai miei rifugiati afghani a Vienna e mi dico: almeno mi pagano bene. 

Quando sono presa particolarmente male mi dico: mi pagano bene e mi danno anche due mesi di vacanze pagate in estate.

Quando sono presa malissimo, cioè più o meno ogni mattina verso le ore 6:15 quando mi rendo conto che devo uscire di casa a un'ora in cui normalmente non mi starei nemmeno per svegliare, mi dico

mi pagano benissimo, mi danno due mesi di ferie pagate e a Natale ho tre settimane di ferie

quest'ultimo dettaglio l'unico che riesce a pacificare il mio anticlericale cuore che è finito in una scuola cristiana, neanche cattolica, ma una di quelle strane sette americane. Ogni volta che pregano, io guardo i miei piedi e faccio silenziosamente esercizi di pranayama, pensando che alla fine Gesù mi sta pure simpatico, e che dato che faceva comunella con diseredati e puttane, di sicuro gli starei più simpatica io che sono una sbandata che non questi qui che si credono meglio degli altri con tutte ste croci e ste bibbie. 

Metodo di sopravvivenza nella SdP: ignorare tutti. Ma proprio tutti. Usare le mie sviluppatissime capacità da frilèns che rende felice tutti sorridendo molto, ascoltando, facendo di sì con la testa e pensando tra sé e sé: NO. E dicendolo, anche, tipo venerdì che hanno tentato di convincermi a lavorare la domenica perché per la loro setta la domenica non è nulla. Io ho detto NO. Quando mi hanno chiesto perché, ho detto che non è nel mio contratto, e poi sono cattolica, diàmine. 

Voi lo sapete che non sono per un cazzo cattolica. Ma se li fa smettere di appestarmi, per quanto ne sanno loro, vado in chiesa tutte le domeniche. Comment dire. 

Lo stesso per quanto concerne l'incoraggiamento a restare fino alle cinque ogni giorno quando il mio contratto dice che finisco alle tre e mezza. Mentalmente la mia mente parte a mille all'ora gridando mollatemi! Ma come cazzo state, siete deficienti? E la mia bocca, intanto, dice Non ho intenzione di rendere gli straordinari ordinari. Se questa scuola fa affidamento su quello per funzionare, avreste dovuto dirmelo prima, e io non avrei firmato il contratto. Essere così diretti, in questo paese, equivale a dare un pugno in faccia alla preside.

Secondo voi, quanto è un problema, per me, questo?

Ecco. Non lo è. 

Insomma, la situazione non è ottimale, ma questo è, nonostante altre scuole con cui ho parlato in estate, tuttora il lavoro  migliore che mi sia stato offerto, per paga, ferie, orari e permesso di lavoro. Quindi, per ora me lo tengo, mi rifaccio i soldi del viaggio, e intanto medito su come uscirne (ad esempio, su come fare ad aprire una mia attività, perché fino ad ora lavorare per gli altri mi ha parecchio sfrantumato già le palle. Non sono abituata ad avere un capo e chi mi dica cosa fare.)

Metodo di sopravvivenza mentale: 

1) cercare, per quanto possibile, di mantenere una vita al di fuori della scuola (al contrario del resto dei dipendenti di quel malaugurato luogo, per i quali la vita è peccaminosa sicché si lavora tantissimo e poi tutti a letto con le galline. 'natraggedia.)
2) comunicare con le altre insegnanti non della setta che smadonnano quanto me. Sono in tre, una polacca, un'olandese e una sudafricana, tutte perplesse. 
3) Considerare l'anno accademico in frammenti di vari mesi. Questo significa che ora penso solo ai quattro mesi che mi porteranno a Natale, quando avrò una pausa bella lunga e potrò riposarmi, e venire in Europa a gelarmi il culo e a scofanarmi di pasta fresca, pandoro e compagnia bella (anche torta Sacher qualora riesca a venire a Vienna.) Dopo Natale penserò al capodanno buddhista che mi dà una decina di giorni di pace, e dopo quello, un mese e mezzo e la scuola è finita. Molto meglio che pensare oddio non sopravviverò mai per dieci mesi circondata da questa gente. Non i bambini. Gli adulti. 
4) fare yoga, tanto, perché mi calma e salvaguarda la schiena messa a dura prova dai nani piangenti.
5) esercitare il mio senso dell'umorismo, sempre, ogni giorno, sennò muoio con il fegato marcio.
6) cercare un'organizzazione laica a cui fare una donazione per sentirmi meno idiota a essere finita a lavorare per una setta cristiana piuttosto bizzarra e a tratti inquietante. 
7) cercare di tenermi la stupenda studentessa di italiano che mi ha trovato in estate e che mi ricorda di perché, in un tempo lontano, mi piacesse fare l'insegnante per adulti. Corollario del punto 7 è che oltre che farmi piacere mi dà anche una bella cifretta da aggiungere ai soldi guadagnati soffrendo alla SdP, ma in scioltezza, come un tempo. 

Chiaramente questi non sanno come funziona un Milanese Imbruttito. Lavorare di domenica. TSE'!!! 
Che ne dite del mio piano in sette punti? Avete suggerimenti?

Auguratemi buona fortuna, voi, che siete lì in panciolle in spiaggia sul Mediterraneo... Me ne servirà! 
18:49 natalia pi
illustrationinfo.com
Amichetti lettori, rieccomi... E' cominciata la scuola, due settimane fa, e io sono pesantemente già rincoglionita. 

Di sicuro mi riabituerò alla sveglia ad orari assurdi, nonché al bordello indicibile che affligge le mie orecchie circa sei ore al giorno (le altre due e mezza, i bambini dormono o si preparano ad andare a casa.)

Quest'anno alla SdP (la Scuola dei Preti) mi hanno dato la prima classe di asilo. 
Età della ciurma: dai 3 ai 4 anni. 
Membri della ciurma: 14, dieci thai, un mezzo giappo-thai, un indiano sikh e due giapponesi (ovviamente adorabili già a tre anni), più Than la tata e Jyn, la mia assistente filippina. 

Abbiamo iniziato coi bambini settimana scorsa, e sono già mentalmente distrutta. Penso con malinconia ai miei studenti di medicina e ai miei rifugiati afghani a Vienna e mi dico: almeno mi pagano bene. 

Quando sono presa particolarmente male mi dico: mi pagano bene e mi danno anche due mesi di vacanze pagate in estate.

Quando sono presa malissimo, cioè più o meno ogni mattina verso le ore 6:15 quando mi rendo conto che devo uscire di casa a un'ora in cui normalmente non mi starei nemmeno per svegliare, mi dico

mi pagano benissimo, mi danno due mesi di ferie pagate e a Natale ho tre settimane di ferie

quest'ultimo dettaglio l'unico che riesce a pacificare il mio anticlericale cuore che è finito in una scuola cristiana, neanche cattolica, ma una di quelle strane sette americane. Ogni volta che pregano, io guardo i miei piedi e faccio silenziosamente esercizi di pranayama, pensando che alla fine Gesù mi sta pure simpatico, e che dato che faceva comunella con diseredati e puttane, di sicuro gli starei più simpatica io che sono una sbandata che non questi qui che si credono meglio degli altri con tutte ste croci e ste bibbie. 

Metodo di sopravvivenza nella SdP: ignorare tutti. Ma proprio tutti. Usare le mie sviluppatissime capacità da frilèns che rende felice tutti sorridendo molto, ascoltando, facendo di sì con la testa e pensando tra sé e sé: NO. E dicendolo, anche, tipo venerdì che hanno tentato di convincermi a lavorare la domenica perché per la loro setta la domenica non è nulla. Io ho detto NO. Quando mi hanno chiesto perché, ho detto che non è nel mio contratto, e poi sono cattolica, diàmine. 

Voi lo sapete che non sono per un cazzo cattolica. Ma se li fa smettere di appestarmi, per quanto ne sanno loro, vado in chiesa tutte le domeniche. Comment dire. 

Lo stesso per quanto concerne l'incoraggiamento a restare fino alle cinque ogni giorno quando il mio contratto dice che finisco alle tre e mezza. Mentalmente la mia mente parte a mille all'ora gridando mollatemi! Ma come cazzo state, siete deficienti? E la mia bocca, intanto, dice Non ho intenzione di rendere gli straordinari ordinari. Se questa scuola fa affidamento su quello per funzionare, avreste dovuto dirmelo prima, e io non avrei firmato il contratto. Essere così diretti, in questo paese, equivale a dare un pugno in faccia alla preside.

Secondo voi, quanto è un problema, per me, questo?

Ecco. Non lo è. 

Insomma, la situazione non è ottimale, ma questo è, nonostante altre scuole con cui ho parlato in estate, tuttora il lavoro  migliore che mi sia stato offerto, per paga, ferie, orari e permesso di lavoro. Quindi, per ora me lo tengo, mi rifaccio i soldi del viaggio, e intanto medito su come uscirne (ad esempio, su come fare ad aprire una mia attività, perché fino ad ora lavorare per gli altri mi ha parecchio sfrantumato già le palle. Non sono abituata ad avere un capo e chi mi dica cosa fare.)

Metodo di sopravvivenza mentale: 

1) cercare, per quanto possibile, di mantenere una vita al di fuori della scuola (al contrario del resto dei dipendenti di quel malaugurato luogo, per i quali la vita è peccaminosa sicché si lavora tantissimo e poi tutti a letto con le galline. 'natraggedia.)
2) comunicare con le altre insegnanti non della setta che smadonnano quanto me. Sono in tre, una polacca, un'olandese e una sudafricana, tutte perplesse. 
3) Considerare l'anno accademico in frammenti di vari mesi. Questo significa che ora penso solo ai quattro mesi che mi porteranno a Natale, quando avrò una pausa bella lunga e potrò riposarmi, e venire in Europa a gelarmi il culo e a scofanarmi di pasta fresca, pandoro e compagnia bella (anche torta Sacher qualora riesca a venire a Vienna.) Dopo Natale penserò al capodanno buddhista che mi dà una decina di giorni di pace, e dopo quello, un mese e mezzo e la scuola è finita. Molto meglio che pensare oddio non sopravviverò mai per dieci mesi circondata da questa gente. Non i bambini. Gli adulti. 
4) fare yoga, tanto, perché mi calma e salvaguarda la schiena messa a dura prova dai nani piangenti.
5) esercitare il mio senso dell'umorismo, sempre, ogni giorno, sennò muoio con il fegato marcio.
6) cercare un'organizzazione laica a cui fare una donazione per sentirmi meno idiota a essere finita a lavorare per una setta cristiana piuttosto bizzarra e a tratti inquietante. 
7) cercare di tenermi la stupenda studentessa di italiano che mi ha trovato in estate e che mi ricorda di perché, in un tempo lontano, mi piacesse fare l'insegnante per adulti. Corollario del punto 7 è che oltre che farmi piacere mi dà anche una bella cifretta da aggiungere ai soldi guadagnati soffrendo alla SdP, ma in scioltezza, come un tempo. 

Chiaramente questi non sanno come funziona un Milanese Imbruttito. Lavorare di domenica. TSE'!!! 
Che ne dite del mio piano in sette punti? Avete suggerimenti?

Auguratemi buona fortuna, voi, che siete lì in panciolle in spiaggia sul Mediterraneo... Me ne servirà! 

03 August 2014

Che cominciano così.


Ieri è stato il compleanno dell'Asburgico, nonché il suo sesto mesiversario a Bangkok.

C'erano (quasi) tutti i giapponesi del post precedente, un paio degli austriaci, il mio italiano compagnetto dell'università... Ma soprattutto, c'era un sacco di gente che fino a sei mesi fa, non conoscevamo. E' stata una bella festa, bellissima!

E prima pensavo che se avessi tentato di organizzare una festa così dopo sei mesi a Vienna, non so se ce l'avrei mai fatta. Qua, davvero, conosciamo un sacco di simpatiche personcine. L'Asburgico più di me perché Bangkok tira fuori il suo lato di farfalla sociale e io sono più naif e voglio amiciveri invece che sfarfalleggiare... Ma insomma. Tra tutti e due ieri abbiamo messo insieme una bella quantità di persone, che si sono tutte divertite e che ieri hanno passato una bella serata grazie a noi.

Quindi... Evviva! Ora caffè e croissant - donna previdente, ieri sono andata dal panettiere francese e ne ho comprato uno per oggi - e poi mi sa che tornare a letto potrebbe essere la cosa migliore che faccio... 
11:19 natalia pi
Che cominciano così.


Ieri è stato il compleanno dell'Asburgico, nonché il suo sesto mesiversario a Bangkok.

C'erano (quasi) tutti i giapponesi del post precedente, un paio degli austriaci, il mio italiano compagnetto dell'università... Ma soprattutto, c'era un sacco di gente che fino a sei mesi fa, non conoscevamo. E' stata una bella festa, bellissima!

E prima pensavo che se avessi tentato di organizzare una festa così dopo sei mesi a Vienna, non so se ce l'avrei mai fatta. Qua, davvero, conosciamo un sacco di simpatiche personcine. L'Asburgico più di me perché Bangkok tira fuori il suo lato di farfalla sociale e io sono più naif e voglio amiciveri invece che sfarfalleggiare... Ma insomma. Tra tutti e due ieri abbiamo messo insieme una bella quantità di persone, che si sono tutte divertite e che ieri hanno passato una bella serata grazie a noi.

Quindi... Evviva! Ora caffè e croissant - donna previdente, ieri sono andata dal panettiere francese e ne ho comprato uno per oggi - e poi mi sa che tornare a letto potrebbe essere la cosa migliore che faccio... 

28 July 2014

Una delle cose divertenti, del vivere a Bangkok - come in molte metropoli degne di questo nome, credo - è che si finisce a vivere in un pastiche culturale gigantesco. Era lo stesso a Istanbul, a Vienna un po' meno, o meglio, lo era, ma soprattutto con europei, quindi aveva un impatto minore. A Istanbul, molti amici miei erano francesi, quindi come dico sempre, sono tornata dalla Turchia con un turco accettabile e un francese eccellente. 

Qui a Bankòk, come spesso accade, di amici thai ne ho, tipo, uno. Questo non è perché i thai sono malvagi, ma come dicevo a Vienna: loro vivono qua da una vita, parlano la lingua, hanno i cazzi loro e mica hanno tempo di stare a conoscere te, sprovveduto e nuovo arrivato. Quindi, quel che succede è che fai amicizia con altre mine vaganti come te, cioè gli altri espatriati. Istanbul è stata l'unica eccezione, sino ad ora. Coi turchi, o almeno con un certo tipo di turco, cioè quelli che fanno casino a Gezi Park da un anno a questa parte, mi sono proprio trovata.

Torniamo alla città attuale. I miei amici  qui (o conoscenti, più precisamente) sono di varie nazionalità, un pastone di europei misti, un paio di nordamericani, un paio di sudafricani, un paio di australiani. Ma la vera sorpresa, per me, qui a Bangkok, sono i giapponesi. Sono ovunque, sono tanti, e sono matti. Perché qui ci finiscono due tipi di giapponesi. 

Japantoday.com
Il primo tipo: il giapponese ricco. Il giapponese ricco è un espatriato di quelli veri, vive in una certa zona della città da cui non esce mai, ha bambini, parla pochissimo thai e anche pochissimo inglese, non esce mai perché lavora sempre. A meno che non si parli di uscire dopo il lavoro, ubriacandosi con il proprio capo, cosa che succede qui esattamente come in Giappone, dato che lavorano per aziende giappo. Ha una casa gigante, come il suo stipendio. Spesso ha una moglie, che non lavora, e che si prende cura dei bambini, annoiandosi il resto del tempo (o facendo cose creative, tipo le mamme giapponesi della mia classe, che cuciono e fanno collane e cose del genere.) Sono ben vestiti, ricchi, e non c'è alcuna possibilità che io li conosca, perché stanno sempre nel loro giappomondo bangkokiano, compreso tra due precise fermate della metropolitana. 

Il secondo tipo: il giapponese sciroccato. I giapponesi che conosco io, ovviamente, rientrano praticamente tutti in questa categoria, con diverse gradazioni di eccentricità. Io li amo tutti molto.

C'è Ichiro, l'artista nell'appartamento di fianco al mio. Fa gioielli d'argento e ha vissuto a Goa per anni quando era ggiovane. E' un tipo interessante, ma lo temo molto, perché è anche piuttosto irascibile. Ciononostante, ci sta dentro. Ha i dreadlocks e beve molta birra, a partire dalle ore 12. Lo so perché siamo vicini di balcone, e la birra la beve lì. 

C'è Tepei, il marito della mia amica turca, iper eccentrico, buffissimo, con dei capelli simili a quelli di Einstein, che rifiuta il concetto di colazione perché perché mangiare qualcosa di diverso solo perché ci si è appena svegliati? L'abbiamo introdotto al concetto delle egg benedict e l'abbiamo convinto che la colazione può essere un'idea valida, per la gioia della mia amica turca, che viene da una cultura dove la colazione, la kahvalti, è una cosa culturalmente importante. Lo convinceremo. 

Foodieah.com
C'è la mia amica Yuka, che viene a yoga con me e che quando si rilassa e mi racconta dei suoi fasti di supergiovane (ha qualche annetto più di me) se ne viene fuori con avventure in India che io mancopenniente, come dire. Tipo quando è finita su una barca con il barcaiolo che le diceva jikijiki? Jikijiki? E lei non capiva, e viene fuori che jikijiki lì è come dire voulez vous coucher avec moi?, per fortuna ne è uscita tutta intera, senza jikijiki. La cosa buffa è che, chiacchierando, è venuto fuori che Yuka è la ex di Ichiro, perché hanno fatto vita fricchettona insieme a Goa, tipo dieci anni fa. Della serie, questo mondo è un buco. Scopri che ha viaggiato da sola pure in Sudamerica, perché nessuno voleva andare con lei e lei mica ha tempo di stare ad aspettare questi uomini letargici.

C'è Kaori, che la vedi ed è sempre vestita bene, come le mie studentesse giapponesi a Milano, ben truccata con delle belle scarpine... E poi chiacchieri e ti racconta di come le piace andare a suonare il djembe  insieme ai ragazzi africani che organizzano il drum circle al parco. E tu, nella tua mente, pensi subito ad Elio e le Storie Tese, che cantano piantala con sti bonghi, non siamo mica in Africa! Troppo buffa.

C'è la mia amica Hiro, che abita due piani sopra di me ed ha viaggiato ovunque, viaggio duro senza paura, anche in Medio Oriente, e che ora aspetta un bimbo asburgico-nipponico. Carinissima pure lei, pensavo che fosse buffa ed eccentrica... Ma ora che ho conosciuto altri giapponesi, direi che lei è la più normale di tutti. 

C'è l'insegnante di piano che ha conosciuto l'Asburgico, che ha vissuto in Bhutan insegnando il piano, e che ora vive qui, con pochissimi soldi e un fidanzato bhutanese. Che ce ne ne sono dodici, di bhutanesi, e lei se n'è trovata uno.

Una delle cose che mi piacciono, dei miei giapponesi a Bangkok, è che sono tutti belle teste. Sono via dal Giappone perché lo criticano molto, criticano la (non-)cultura dell'iperlavoro, criticano il nazionalismo, criticano il razzismo, criticano i livelli assurdi di conformismo -- e pensate che io sono già presa male vivendo qua, loro dicono che in Giappone è peggio -- criticano il fatto che il Giappone ad esempio rivoglia un esercito... Sono spiriti liberi, ai quali il Giappone va stretto. Da loro imparo molto su quel paese, grazie a loro so già che non potrei abitarci, per quanto poi mi piacciano tante cose della loro cultura, dal cibo ai libri al cinema. 

Altra cosa che mi piace, dei miei giapponesi, sono le donne. 
Siccome sono, appunto, soggetti molto pensanti, queste donne giapponesi sono forti ed indipendenti, cosa che le pone fuori dalla società "normale" molto più che l'essere donna forte e indipendente per una donna americana, o di alcune parti dell'Europa. Sono toste, mi piacciono. Lo stiamo dicendo tipo battuta ma hai visto mai che Yuka ed io finiamo ad andare in Marocco insieme, l'anno prossimo... Dato che l'Asburgico non ci vuole andare, ed è il genere di posto dove è meglio andare in coppia o gruppo, se si è signorine?

Altra cosa buffa del Giappone, che è simile alla Thailandia, è il concetto di kawaii, cioè carino, in thai narak. Tutto può essere bellino, ciccioso, coccoloso e pucci pucci, quindi finisci come me che ho la signora delle risorse umane della scuola che mi manda i messaggi con le faccine e gli orsetti. Meraviglioso. Perché alla fine equivale a non uccidere la nostra parte più bambinesca con la seriosità adulta, no? Vi metto un video che esemplifica bene il concetto di kawaii, pubblicità dell'equivalente giapponese di Whatsapp, Line, che qui è molto molto più diffuso, perché ha gli sticker più belli. Io, quando sono triste, ormai mi guardo questo video. O anche senza essere triste, perché mòro ogni volta che lo guardo. Guardatelo pure voi!

video

Insomma, io avevo già una certa fascinazione imprecisa e immotivata per il Giappone prima di venire qui, ma ovviamente conoscendo più gente di quelle parti, e gente intelligente, in più, la cosa aumenta. D'altra parte, già quando avevo quindici anni e guardavo le partite della Roma col mio babbo, dentro di me pensavo che gente come quest'uomo avesse tanto, ma tanto un suo perché. 

Hidetoshi Nakata

13:58 natalia pi
Una delle cose divertenti, del vivere a Bangkok - come in molte metropoli degne di questo nome, credo - è che si finisce a vivere in un pastiche culturale gigantesco. Era lo stesso a Istanbul, a Vienna un po' meno, o meglio, lo era, ma soprattutto con europei, quindi aveva un impatto minore. A Istanbul, molti amici miei erano francesi, quindi come dico sempre, sono tornata dalla Turchia con un turco accettabile e un francese eccellente. 

Qui a Bankòk, come spesso accade, di amici thai ne ho, tipo, uno. Questo non è perché i thai sono malvagi, ma come dicevo a Vienna: loro vivono qua da una vita, parlano la lingua, hanno i cazzi loro e mica hanno tempo di stare a conoscere te, sprovveduto e nuovo arrivato. Quindi, quel che succede è che fai amicizia con altre mine vaganti come te, cioè gli altri espatriati. Istanbul è stata l'unica eccezione, sino ad ora. Coi turchi, o almeno con un certo tipo di turco, cioè quelli che fanno casino a Gezi Park da un anno a questa parte, mi sono proprio trovata.

Torniamo alla città attuale. I miei amici  qui (o conoscenti, più precisamente) sono di varie nazionalità, un pastone di europei misti, un paio di nordamericani, un paio di sudafricani, un paio di australiani. Ma la vera sorpresa, per me, qui a Bangkok, sono i giapponesi. Sono ovunque, sono tanti, e sono matti. Perché qui ci finiscono due tipi di giapponesi. 

Japantoday.com
Il primo tipo: il giapponese ricco. Il giapponese ricco è un espatriato di quelli veri, vive in una certa zona della città da cui non esce mai, ha bambini, parla pochissimo thai e anche pochissimo inglese, non esce mai perché lavora sempre. A meno che non si parli di uscire dopo il lavoro, ubriacandosi con il proprio capo, cosa che succede qui esattamente come in Giappone, dato che lavorano per aziende giappo. Ha una casa gigante, come il suo stipendio. Spesso ha una moglie, che non lavora, e che si prende cura dei bambini, annoiandosi il resto del tempo (o facendo cose creative, tipo le mamme giapponesi della mia classe, che cuciono e fanno collane e cose del genere.) Sono ben vestiti, ricchi, e non c'è alcuna possibilità che io li conosca, perché stanno sempre nel loro giappomondo bangkokiano, compreso tra due precise fermate della metropolitana. 

Il secondo tipo: il giapponese sciroccato. I giapponesi che conosco io, ovviamente, rientrano praticamente tutti in questa categoria, con diverse gradazioni di eccentricità. Io li amo tutti molto.

C'è Ichiro, l'artista nell'appartamento di fianco al mio. Fa gioielli d'argento e ha vissuto a Goa per anni quando era ggiovane. E' un tipo interessante, ma lo temo molto, perché è anche piuttosto irascibile. Ciononostante, ci sta dentro. Ha i dreadlocks e beve molta birra, a partire dalle ore 12. Lo so perché siamo vicini di balcone, e la birra la beve lì. 

C'è Tepei, il marito della mia amica turca, iper eccentrico, buffissimo, con dei capelli simili a quelli di Einstein, che rifiuta il concetto di colazione perché perché mangiare qualcosa di diverso solo perché ci si è appena svegliati? L'abbiamo introdotto al concetto delle egg benedict e l'abbiamo convinto che la colazione può essere un'idea valida, per la gioia della mia amica turca, che viene da una cultura dove la colazione, la kahvalti, è una cosa culturalmente importante. Lo convinceremo. 

Foodieah.com
C'è la mia amica Yuka, che viene a yoga con me e che quando si rilassa e mi racconta dei suoi fasti di supergiovane (ha qualche annetto più di me) se ne viene fuori con avventure in India che io mancopenniente, come dire. Tipo quando è finita su una barca con il barcaiolo che le diceva jikijiki? Jikijiki? E lei non capiva, e viene fuori che jikijiki lì è come dire voulez vous coucher avec moi?, per fortuna ne è uscita tutta intera, senza jikijiki. La cosa buffa è che, chiacchierando, è venuto fuori che Yuka è la ex di Ichiro, perché hanno fatto vita fricchettona insieme a Goa, tipo dieci anni fa. Della serie, questo mondo è un buco. Scopri che ha viaggiato da sola pure in Sudamerica, perché nessuno voleva andare con lei e lei mica ha tempo di stare ad aspettare questi uomini letargici.

C'è Kaori, che la vedi ed è sempre vestita bene, come le mie studentesse giapponesi a Milano, ben truccata con delle belle scarpine... E poi chiacchieri e ti racconta di come le piace andare a suonare il djembe  insieme ai ragazzi africani che organizzano il drum circle al parco. E tu, nella tua mente, pensi subito ad Elio e le Storie Tese, che cantano piantala con sti bonghi, non siamo mica in Africa! Troppo buffa.

C'è la mia amica Hiro, che abita due piani sopra di me ed ha viaggiato ovunque, viaggio duro senza paura, anche in Medio Oriente, e che ora aspetta un bimbo asburgico-nipponico. Carinissima pure lei, pensavo che fosse buffa ed eccentrica... Ma ora che ho conosciuto altri giapponesi, direi che lei è la più normale di tutti. 

C'è l'insegnante di piano che ha conosciuto l'Asburgico, che ha vissuto in Bhutan insegnando il piano, e che ora vive qui, con pochissimi soldi e un fidanzato bhutanese. Che ce ne ne sono dodici, di bhutanesi, e lei se n'è trovata uno.

Una delle cose che mi piacciono, dei miei giapponesi a Bangkok, è che sono tutti belle teste. Sono via dal Giappone perché lo criticano molto, criticano la (non-)cultura dell'iperlavoro, criticano il nazionalismo, criticano il razzismo, criticano i livelli assurdi di conformismo -- e pensate che io sono già presa male vivendo qua, loro dicono che in Giappone è peggio -- criticano il fatto che il Giappone ad esempio rivoglia un esercito... Sono spiriti liberi, ai quali il Giappone va stretto. Da loro imparo molto su quel paese, grazie a loro so già che non potrei abitarci, per quanto poi mi piacciano tante cose della loro cultura, dal cibo ai libri al cinema. 

Altra cosa che mi piace, dei miei giapponesi, sono le donne. 
Siccome sono, appunto, soggetti molto pensanti, queste donne giapponesi sono forti ed indipendenti, cosa che le pone fuori dalla società "normale" molto più che l'essere donna forte e indipendente per una donna americana, o di alcune parti dell'Europa. Sono toste, mi piacciono. Lo stiamo dicendo tipo battuta ma hai visto mai che Yuka ed io finiamo ad andare in Marocco insieme, l'anno prossimo... Dato che l'Asburgico non ci vuole andare, ed è il genere di posto dove è meglio andare in coppia o gruppo, se si è signorine?

Altra cosa buffa del Giappone, che è simile alla Thailandia, è il concetto di kawaii, cioè carino, in thai narak. Tutto può essere bellino, ciccioso, coccoloso e pucci pucci, quindi finisci come me che ho la signora delle risorse umane della scuola che mi manda i messaggi con le faccine e gli orsetti. Meraviglioso. Perché alla fine equivale a non uccidere la nostra parte più bambinesca con la seriosità adulta, no? Vi metto un video che esemplifica bene il concetto di kawaii, pubblicità dell'equivalente giapponese di Whatsapp, Line, che qui è molto molto più diffuso, perché ha gli sticker più belli. Io, quando sono triste, ormai mi guardo questo video. O anche senza essere triste, perché mòro ogni volta che lo guardo. Guardatelo pure voi!

video

Insomma, io avevo già una certa fascinazione imprecisa e immotivata per il Giappone prima di venire qui, ma ovviamente conoscendo più gente di quelle parti, e gente intelligente, in più, la cosa aumenta. D'altra parte, già quando avevo quindici anni e guardavo le partite della Roma col mio babbo, dentro di me pensavo che gente come quest'uomo avesse tanto, ma tanto un suo perché. 

Hidetoshi Nakata

23 July 2014

Per coloro di voi che mi seguono da poco, ho aggiornato la pagina della bio della Mente Debole.

Wikimedia Commons
La trovate qui. Con le figure geograficamente illustrative, perché la cosa comincia a farsi piuttosto complicata.
13:07 natalia pi
Per coloro di voi che mi seguono da poco, ho aggiornato la pagina della bio della Mente Debole.

Wikimedia Commons
La trovate qui. Con le figure geograficamente illustrative, perché la cosa comincia a farsi piuttosto complicata.

21 July 2014

Pubblicherò in differita. Tipo lunedì. Ora sono presa troppo male anche per quello. 

Passare un venerdì sera in isolamento, con il mal di pancia, dopo una giornata durante la quale avresti pensato di andare a yoga, cenare con i compagnetti di yoga, e poi andare a farti una birra con gli altri insegnanti, per conoscere un paio di persone nuove che paiono simpatiche, non ti può mettere di buonumore.

Foto: unknown. Si ustedes saben de donde es, me contacten porfa :) 

Come mio solito, quando non sto bene, ho detto all'Asburgico di andare a fare quel che aveva previsto di fare, che non sto bene, ma non ho ancora bisogno della balia, per fortuna. E poi ho anche l'umore grigio e non mi va di ammorbare gli altri. Ammorbo voi, invece, fortunati!

Insomma. Umor grigio perché. 

Perché più si avvicina l'inizio dell'anno scolastico con i nani urlanti, e più mi dico perché insisti a farti questo, donna? (Risposta: perché mi pagano bene ed è un sacrificio di qualche mese per mettere da parte soldi, e fare una nuova esperienza, perché mi danno un visto, che nella Thailandia del golpe è una cosa importante. Ciò non toglie che non ci ho voglia e che mi mancano i miei studenti adulti, che mi insegnano cose del paese dove vivo mentre io insegno a loro una lingua.)

Perché oggi parlando con il mio amico G., che conosco da che avevamo 16 anni... E' venuto fuori che del buco degli anni dove ci eravamo persi, durante i quali mio padre è morto... Non gli ho raccontato niente. E oggi è venuto fuori. E oggi ho dovuto spiegare. E oggi ho ricordato la schiena di mio padre nel letto d'ospedale, la pelle secca per il troppo stare a letto. Ho ricordato delle punture per prelevare il midollo che gli facevano male. Ed è stato come un pugno nello stomaco. Tipo che ho camminato verso casa per 45 minuti nel traffico di Bangkok per tentare di riprendermi. Perché ho raccontato questa cosa camminando, e mi è venuto da piegarmi impercettibilmente, mentre glielo dicevo. Perché mi sembra che mi abbiano accoltellato nella pancia con una katana gigante. Perché quest'anno sono otto anni e il dolore a volte arriva alle spalle, e ti fotte, in un pomeriggio con un amico che non voleva assolutamente farti stare male, che ti ha fatto solo una domanda innocente. 

Umore grigio perché oggi ho saputo che una persona che credevo stesse meglio, non sta meglio per niente. E questo mi rende triste. Perché che minchia di mondo di minchia, ecco. Lo dicevo quando stava male il mio babbo e lo dico anche adesso, pensando a questa persona, e ai genitori di tante altre che conosco, che sono malate, e che non stanno bene, e che mi fanno sempre pensare che ho ragione, a non cedere a tutte quelle baggianate sull'esistenza di dio (che se esiste, è anche un bel po' sadico, ecco. Grazie di niente.)

Stamane mi sono sentita un attimo così, per qualche ora. Che cazzo.
Umore grigio perché una ragazza italiana, qui a Bangkok, che ancora neanche conosco di persona, ha perso il padre da un giorno all'altro. E anche se io filosofeggio e filosofeggiavo quando era mancato il mio, di padre, quando mi dicevo che la morte è parte della vita, e che siamo fatti di stelle, e che mi ci sono fatta un tatuaggio, su questo filosofeggiare... Nonostante tutto ciò dico: minchia. Non sono ancora arrivata al calmo distacco che vorrei su questo tema, e credo che non ci arriverò mai. Alcuni giorni, si sta di merda. Punto.

Umore grigio perché a volte le città grandi, che dico sempre di amare, che in generale amo, mi stancano. Perché Bangkok mi stanca. Mi stanca il traffico, mi stanca dover contrattare con gli autisti del mototaxi. Mi stanca che non è piacevole camminare. Mi stanca che ci sono un sacco di maschi a caccia di figa facile. Mi stanca che ci sono un sacco di donne con la minigonna giropassera. Mi stancano i locali col dress code, di cui non mi frega un cazzo, dove non vado neanche, ma oggi mi stancano. Mi sfinisce l'attenzione alla forma di questa città, sembra di essere tornata a Milano. Mi stanca non parlare il thai.
Mi stanca non essere in Europa. Mi stanca vivere in un paese dove mettono la formaldeide sul cibo e nessuno si arrabbia, mi stanca che da che vivo qui mangio animali quasi ad ogni pasto perché è parte della loro cucina, e vabbuò, però che cavolo. Mi stanca tutto il latte che bevo perché in quello di soia mettono quantità poco sane di zucchero, e non ho i soldi per il latte di soia importato, e poi come fai a sapere che non è latte di soia ottenuto distruggendo le foreste brasiliane, e mi manca il latte di soia austriaco fatto di soia austriaca senza distruzioni di foreste pluviali in Sudamerica. Mi manca il controllo sul cibo che mangiavo che avevo in Europa. Mi stanca la ricerca costante della mia nicchia di calma in una città che calma non è.

Mi stanca poter parlare con I. e F. solo su skype, che una è a Trinidad e l'altra a Vienna. Mi stanca la mia mente che mi chiede come staresti ora, se vivessi a Montevideo o Barcellona? E io a risponderle, Di sicuro sarei più povera e mi dovrei ingegnare di più per fare soldi. Che è il motivo per cui abbiamo scelto Bangkok. Però potrei di nuovo parlare con tutti, dal presidente Mujica al muratore che si fa il mate in pausa sul mare. E non dovrei fare un lavoro che mi sta sulle palle perché mi dà un visto. Mi stanca non avere tutto il tempo che mi va con l'Asburgico. Mi stanca sapere che la prossima volta che potremo fare un viaggio insieme sarà in primavera prossima, perché a Natale devo tornare in Italia. Perché della mia famiglia, come al solito, non è che verrà a trovarmi qualcuno. 

Probabilmente sto così perché non sto bene, perché ho passato tre giorni a lottare con la burocrazia italiana e quella thai, perché oggi doveva essere una giornata piena e bellissima e divertente, e invece delle cose che volevo fare ne ho fatta solo una, purtroppo. Perché ho perso uno dei miei orecchini turchi, camminando verso casa, e lo so che è solo un cazzo di orecchino. Ma viene da Istanbul e a me piaceva. E ora chissà dov'è. 

Umore grigio perché ripenso ad alcuni posti del mio viaggio e penso che ci vorrei tornare, perché ci sono stata bene. Perché ho visto l'Asburgico in uno stato di calma in cui l'ho visto poche altre volte. I ricordi funzionano a cascata, e da un chattare su facebook con una ragazza conosciuta in Ecuador, si arriva in fretta a ricordarsi della finca dove io ho scavato trincee e brandito machete, e l'Asburgico, che odia le pulizie, ha fatto le pulizie per giorni quasi senza lamentarsi.

foto: Nat
Pensi a quello e pensi alle persone che vivevano lì, che erano gentili, al cane Cejas, al fiume che scorreva dietro la casa, alla stanzetta condivisa con l'Asburgico. Alla biblioteca con vista sulla giungla dove tutti si addormentavano dopo il lavoro. A quella ragazzina francese innamorata di un cinese, che ora vive in Cina, e sta pure per sposarselo, il cinese. Passava pomeriggi interi a imparare caratteri, paziente, in silenzio. Un'altra persona gentile e dolce che ho incontrato nel mio viaggio. Giovanissima, ma matura, ed intelligente.

foto: Nat. La vista dalla sala di lettura. 
Pensi a tutte quelle persone, luoghi e cose, e ti chiedi che cavolo ci fai in una metropoli di dodici milioni di persone, dove ti appresti a fare un lavoro che non ti piace, con una giunta militare al governo. 

Pensi alla ragazza con cui parlavi prima su facebook, dolce e interessante anima con sangue francese, basco e kabyle, che finito il suo dottorato è rimasta in Ecuador e ora vive in un paesino vicino a Quito. Ha aperto un caffè con negozietto, insieme a quell'artigiano catanese di cui si era appena innamorata, o si stava innamorando, quando l'hai incontrata tu. Anche lui dal cuore morbido, avevi comprato i suoi orecchini a forma di luna, fatti con materiali di riciclo, e quando ha visto il tuo amore per le spirali, ti ha fatto un anello di rame nel giro di due minuti, seduto sul sagrato di una chiesa nel sud dell'Ecuador, con le sue scarpe fatte a mano, fatte da lui. Uno degli incontri più piacevoli, stimolanti e che ti sono rimasti in quindici mesi di viaggio, questi due. 

Probabilmente starò meglio domani, se riesco a fare le cose che ho in mente di fare, se mi smettono i crampi e la nausea e la debolezza. Però... A volte me lo chiedo, che cavolo sto facendo. 

Già a vedere sta foto mi sto riprendendo. Anche le metropoli hanno fascino. Tanto. In effetti.
Domani vedrò una delle sole due donne in questa città che posso considerare una specie di amica, e ne sono contenta. Mi manca. Se c'è una cosa di cui mi sto rendendo conto, è che io, dei conoscenti, non me ne faccio proprio un cazzo. Sono allergica al chiacchiericcio, che non è da me, ma tant'è. Ho già detto che negli ultimi mesi sono in una fase piuttosto introversa, o quantomeno dove cerco calma e faccio yoga come non ne ho fatto mai prima. Accetto questa fase e spero che passi... Perché vivere a Bangkok senza darsi al chiacchiericcio è difficilissimo. 
17:40 natalia pi
Pubblicherò in differita. Tipo lunedì. Ora sono presa troppo male anche per quello. 

Passare un venerdì sera in isolamento, con il mal di pancia, dopo una giornata durante la quale avresti pensato di andare a yoga, cenare con i compagnetti di yoga, e poi andare a farti una birra con gli altri insegnanti, per conoscere un paio di persone nuove che paiono simpatiche, non ti può mettere di buonumore.

Foto: unknown. Si ustedes saben de donde es, me contacten porfa :) 

Come mio solito, quando non sto bene, ho detto all'Asburgico di andare a fare quel che aveva previsto di fare, che non sto bene, ma non ho ancora bisogno della balia, per fortuna. E poi ho anche l'umore grigio e non mi va di ammorbare gli altri. Ammorbo voi, invece, fortunati!

Insomma. Umor grigio perché. 

Perché più si avvicina l'inizio dell'anno scolastico con i nani urlanti, e più mi dico perché insisti a farti questo, donna? (Risposta: perché mi pagano bene ed è un sacrificio di qualche mese per mettere da parte soldi, e fare una nuova esperienza, perché mi danno un visto, che nella Thailandia del golpe è una cosa importante. Ciò non toglie che non ci ho voglia e che mi mancano i miei studenti adulti, che mi insegnano cose del paese dove vivo mentre io insegno a loro una lingua.)

Perché oggi parlando con il mio amico G., che conosco da che avevamo 16 anni... E' venuto fuori che del buco degli anni dove ci eravamo persi, durante i quali mio padre è morto... Non gli ho raccontato niente. E oggi è venuto fuori. E oggi ho dovuto spiegare. E oggi ho ricordato la schiena di mio padre nel letto d'ospedale, la pelle secca per il troppo stare a letto. Ho ricordato delle punture per prelevare il midollo che gli facevano male. Ed è stato come un pugno nello stomaco. Tipo che ho camminato verso casa per 45 minuti nel traffico di Bangkok per tentare di riprendermi. Perché ho raccontato questa cosa camminando, e mi è venuto da piegarmi impercettibilmente, mentre glielo dicevo. Perché mi sembra che mi abbiano accoltellato nella pancia con una katana gigante. Perché quest'anno sono otto anni e il dolore a volte arriva alle spalle, e ti fotte, in un pomeriggio con un amico che non voleva assolutamente farti stare male, che ti ha fatto solo una domanda innocente. 

Umore grigio perché oggi ho saputo che una persona che credevo stesse meglio, non sta meglio per niente. E questo mi rende triste. Perché che minchia di mondo di minchia, ecco. Lo dicevo quando stava male il mio babbo e lo dico anche adesso, pensando a questa persona, e ai genitori di tante altre che conosco, che sono malate, e che non stanno bene, e che mi fanno sempre pensare che ho ragione, a non cedere a tutte quelle baggianate sull'esistenza di dio (che se esiste, è anche un bel po' sadico, ecco. Grazie di niente.)

Stamane mi sono sentita un attimo così, per qualche ora. Che cazzo.
Umore grigio perché una ragazza italiana, qui a Bangkok, che ancora neanche conosco di persona, ha perso il padre da un giorno all'altro. E anche se io filosofeggio e filosofeggiavo quando era mancato il mio, di padre, quando mi dicevo che la morte è parte della vita, e che siamo fatti di stelle, e che mi ci sono fatta un tatuaggio, su questo filosofeggiare... Nonostante tutto ciò dico: minchia. Non sono ancora arrivata al calmo distacco che vorrei su questo tema, e credo che non ci arriverò mai. Alcuni giorni, si sta di merda. Punto.

Umore grigio perché a volte le città grandi, che dico sempre di amare, che in generale amo, mi stancano. Perché Bangkok mi stanca. Mi stanca il traffico, mi stanca dover contrattare con gli autisti del mototaxi. Mi stanca che non è piacevole camminare. Mi stanca che ci sono un sacco di maschi a caccia di figa facile. Mi stanca che ci sono un sacco di donne con la minigonna giropassera. Mi stancano i locali col dress code, di cui non mi frega un cazzo, dove non vado neanche, ma oggi mi stancano. Mi sfinisce l'attenzione alla forma di questa città, sembra di essere tornata a Milano. Mi stanca non parlare il thai.
Mi stanca non essere in Europa. Mi stanca vivere in un paese dove mettono la formaldeide sul cibo e nessuno si arrabbia, mi stanca che da che vivo qui mangio animali quasi ad ogni pasto perché è parte della loro cucina, e vabbuò, però che cavolo. Mi stanca tutto il latte che bevo perché in quello di soia mettono quantità poco sane di zucchero, e non ho i soldi per il latte di soia importato, e poi come fai a sapere che non è latte di soia ottenuto distruggendo le foreste brasiliane, e mi manca il latte di soia austriaco fatto di soia austriaca senza distruzioni di foreste pluviali in Sudamerica. Mi manca il controllo sul cibo che mangiavo che avevo in Europa. Mi stanca la ricerca costante della mia nicchia di calma in una città che calma non è.

Mi stanca poter parlare con I. e F. solo su skype, che una è a Trinidad e l'altra a Vienna. Mi stanca la mia mente che mi chiede come staresti ora, se vivessi a Montevideo o Barcellona? E io a risponderle, Di sicuro sarei più povera e mi dovrei ingegnare di più per fare soldi. Che è il motivo per cui abbiamo scelto Bangkok. Però potrei di nuovo parlare con tutti, dal presidente Mujica al muratore che si fa il mate in pausa sul mare. E non dovrei fare un lavoro che mi sta sulle palle perché mi dà un visto. Mi stanca non avere tutto il tempo che mi va con l'Asburgico. Mi stanca sapere che la prossima volta che potremo fare un viaggio insieme sarà in primavera prossima, perché a Natale devo tornare in Italia. Perché della mia famiglia, come al solito, non è che verrà a trovarmi qualcuno. 

Probabilmente sto così perché non sto bene, perché ho passato tre giorni a lottare con la burocrazia italiana e quella thai, perché oggi doveva essere una giornata piena e bellissima e divertente, e invece delle cose che volevo fare ne ho fatta solo una, purtroppo. Perché ho perso uno dei miei orecchini turchi, camminando verso casa, e lo so che è solo un cazzo di orecchino. Ma viene da Istanbul e a me piaceva. E ora chissà dov'è. 

Umore grigio perché ripenso ad alcuni posti del mio viaggio e penso che ci vorrei tornare, perché ci sono stata bene. Perché ho visto l'Asburgico in uno stato di calma in cui l'ho visto poche altre volte. I ricordi funzionano a cascata, e da un chattare su facebook con una ragazza conosciuta in Ecuador, si arriva in fretta a ricordarsi della finca dove io ho scavato trincee e brandito machete, e l'Asburgico, che odia le pulizie, ha fatto le pulizie per giorni quasi senza lamentarsi.

foto: Nat
Pensi a quello e pensi alle persone che vivevano lì, che erano gentili, al cane Cejas, al fiume che scorreva dietro la casa, alla stanzetta condivisa con l'Asburgico. Alla biblioteca con vista sulla giungla dove tutti si addormentavano dopo il lavoro. A quella ragazzina francese innamorata di un cinese, che ora vive in Cina, e sta pure per sposarselo, il cinese. Passava pomeriggi interi a imparare caratteri, paziente, in silenzio. Un'altra persona gentile e dolce che ho incontrato nel mio viaggio. Giovanissima, ma matura, ed intelligente.

foto: Nat. La vista dalla sala di lettura. 
Pensi a tutte quelle persone, luoghi e cose, e ti chiedi che cavolo ci fai in una metropoli di dodici milioni di persone, dove ti appresti a fare un lavoro che non ti piace, con una giunta militare al governo. 

Pensi alla ragazza con cui parlavi prima su facebook, dolce e interessante anima con sangue francese, basco e kabyle, che finito il suo dottorato è rimasta in Ecuador e ora vive in un paesino vicino a Quito. Ha aperto un caffè con negozietto, insieme a quell'artigiano catanese di cui si era appena innamorata, o si stava innamorando, quando l'hai incontrata tu. Anche lui dal cuore morbido, avevi comprato i suoi orecchini a forma di luna, fatti con materiali di riciclo, e quando ha visto il tuo amore per le spirali, ti ha fatto un anello di rame nel giro di due minuti, seduto sul sagrato di una chiesa nel sud dell'Ecuador, con le sue scarpe fatte a mano, fatte da lui. Uno degli incontri più piacevoli, stimolanti e che ti sono rimasti in quindici mesi di viaggio, questi due. 

Probabilmente starò meglio domani, se riesco a fare le cose che ho in mente di fare, se mi smettono i crampi e la nausea e la debolezza. Però... A volte me lo chiedo, che cavolo sto facendo. 

Già a vedere sta foto mi sto riprendendo. Anche le metropoli hanno fascino. Tanto. In effetti.
Domani vedrò una delle sole due donne in questa città che posso considerare una specie di amica, e ne sono contenta. Mi manca. Se c'è una cosa di cui mi sto rendendo conto, è che io, dei conoscenti, non me ne faccio proprio un cazzo. Sono allergica al chiacchiericcio, che non è da me, ma tant'è. Ho già detto che negli ultimi mesi sono in una fase piuttosto introversa, o quantomeno dove cerco calma e faccio yoga come non ne ho fatto mai prima. Accetto questa fase e spero che passi... Perché vivere a Bangkok senza darsi al chiacchiericcio è difficilissimo. 

20 July 2014

Foto: Mamchiloe.cl
Sto leggendo Francisco Coloane. Vi ho detto tutto.
23:59 natalia pi
Foto: Mamchiloe.cl
Sto leggendo Francisco Coloane. Vi ho detto tutto.

17 July 2014

Ora, molti di voi che non mi conoscono probabilmente pensano che io sia una tipa intrepida e coraggiosa, che va e viene senza paura. In realtà: no. Per niente. Me la faccio sotto.
Avrei sempre voluto viaggiare da sola, ma tra amici vicini che venivano con me, amici lontani da andare a trovare, e fidanzati zingari come o più di me, alla fine, da sola, ho viaggiato pochissimo. Giusto un poco quando vivevo in Turchia, e neanche tanto, perché non avevo molti soldi da spendere, all'epoca.

Quindi.
La mia settimana da sola a Bali è stata una delle prime volte che sono stata a spasso da sola molto lontano da casa, senza l'Asburgico. Ho passato il primo giorno a riprendermi da questo concetto, perché nonostante siamo insieme da sei anni e nonostante mi tiri fuori dagli stracci, talvolta, io l'Asburgico lo amo, e mi mancava, e mi sentivo perduta come la prima volta che i miei mi hanno abbandonata nella perfida, piovosa Albione, dicendomi: impara l'inglese, ciao. 
Almeno ho compiuto le mie elucubrazioni con questa vista dal mio ostello a 10 euri a notte:

La vista dall'ostello dei Fratelli Grugno, gli uomini meno sorridenti di tutta Lembongan.
Poi ho conosciuto le ragazzette brasiliane che dicevo qualche giorno fa, che mi hanno tenuto compagnia e che, avendo dieci anni in meno di me, e venendo da lontanissimo, mi hanno tempestato di domande sul viaggiare e sull'Asia e sulla vita, facendomi sentire a) vecchia ma b) anche una donna molto saggia e piena di esperienza delle cose. Una donna di mondo, ecco. 

Che cazzo, in effetti dopotutto sono stata in quasi trentacinque paesi diversi, però poi mi concentro sul fatto che faccio male le divisioni per calcolare le valute, e mi sento come una sbarbata che verrà fregata ad ogni passo, anche se poi non succede (ma questa insicurezza è il motivo per cui non sono ancora andata in India, sapevatelo.)

Insomma, dopo il primo giorno in cui le brasileñe ed io prendiamo un barchino per fare snorkelling, finiamo in un canale burrascoso che decoriamo del nostro vomito, per poi non vedere neanche quelle cazzo di mante giganti, decido che ora basta. Mi prendo una bicicletta, e vado almeno alla spiaggia vicina, senza benzina e senza finanziare il nemico (gli autisti balinesi.)

Inizio a pedalare, e prima finisco in un villaggio di simpatici pescatori e coltivatori di alghe, e poi in un bosco di mangrovie.

La gente del villaggio di pescatori e coltivatori d'alghe è la più carina dell'isola.
Esco da quello e finisco in una strada che attraversa le discariche dell'isola, per poi arrivare a una spiaggia bellissimissima ma senza ombra, praticamente dall'altro lato dell'isola, sentendomi Natalia Cipollini perché che cazzo, mi ci sono volute tre ore di bici con salite, per arrivare lì. La condizione delle strade, per darvi un'idea della situazione:

Discarica intorno e strade curatissime. L'interno di Lembongan.
Sulla scogliera, ho incontrato un americano che sosteneva che dovrei essere rinchiusa, perché mi rifiutavo di avere un motore sotto il culo. Mi sono sentita come una delle Spice Girls, cioè molto girl power. Tanto che quando l'americano mi ha detto, ti faccio una foto, ho preso subito la posa da girl power delle ragazze thai: sorriso siemo, e segno della vittoria. Segue una diapositiva, strappo alla regola che di foto mie qua non ce ne sono mai.

Impolverata, conciata, ma felice. Se ce la faccio io, ce la fate pure voi. 
Continuo e continuo, scendo dalla bici per salire a piedi sull'unica montagna di tutta l'isola, in cima alla quale incontro un signore indonesiano che ha aperto un baretto con del caffè divino per tutti quelli come me, e un graphic designer tedesco che ogni giorno lavora nel bar dell'indonesiano col suo computer. Dico al tedesco di andare in Birmania, la prossima volta che deve lasciare l'isola per il visto, e scendo. La sera, esausta, guardo il tramonto e mangio nel tendone di una signora che fa un sambal così piccante da farmi tossire abbastanza da intrattenere tutto il tendone, finché un signore di lì non si preoccupa, e inizia a percuotermi sulla schiena, per salvarmi la vita, dice.

Ecco a voi Azzurra. Il bolide senza freni. 
Il giorno dopo, giro all'inverso. Colazione con spremutona gigante di bacche e muesli al baretto del francese, e parto su per la montagna. La prima spiaggia a cui scendo, orrenda, rovinata. Arranco su per il crinale per tornare alla strada smadonnando, e incontro due danesi che, mossi a pietà dai loro motorini, mi regalano una salviettina umida, e mi dicono di una spiaggia un po' più in là che hanno trovato, di difficile accesso, ma bellissima. Seguo le loro indicazioni, e trovo la spiaggia giù da un crinale verticale. Scendo praticamente di culo, e mi ritrovo davanti a una spiaggia bianca, bellissima, con solo due (2) altre persone sopra, una coppia franco-inglese con cui chiacchiero per ore, condividendo disperazioni apocalittiche sul destino del pianeta invaso dal pattume, e consigli su come imbucarsi negli alberghi di lusso fingendosi ospiti (lui è un professionista di quest'arte.) La spiaggia, però, valeva la pena di quasi fracassarsi rovinosamente giù per il crinale: 



Lascio la spiaggia, e decido di tornare. Risalgo l'ormai famosa montagna per andare dal mio amico del baretto, dove divoro due toast, un brownie e un caffè, perché la spremutona col muesli non era molto grande, e incontro un graphic designer neozelandese, che pure lui lavora lì (il caffè Two Towers ha anche ottimo internet, per quello vanno tutti lì, questi che fanno il telelavoro.)

Inizio a scendere, e mi accorgo che non mi funzionano i freni. Molto bene. La discesa è ripidissima, quindi inizio a camminare. Sulla strada, incontro un gruppo misto italo-franco-austro-tedesco, che mosso a pietà, mi ripara almeno uno dei due freni, e mi dice, vieni a cena con noi, stasera? Ci sono andata e il giorno dopo ho girato tutto il giorno con loro in motorino, impolverata ma non sfiancata, ma quella è un'altra storia. 

Insomma, in due giorni e mezzo, io che sono francamente una persona fuori forma o comunque molto normale, ho fatto circa 9h in bicicletta, su sterrati, salite, e strade di qualità come quella che avete visto. Sono arrivata alla spiaggia dove non pensavo sarei arrivata, da sola, incontrando due serpenti, vari granchi giganti che vivono nel fango e attraversando discariche, tutto da sola. Quindi...


16:33 natalia pi
Ora, molti di voi che non mi conoscono probabilmente pensano che io sia una tipa intrepida e coraggiosa, che va e viene senza paura. In realtà: no. Per niente. Me la faccio sotto.
Avrei sempre voluto viaggiare da sola, ma tra amici vicini che venivano con me, amici lontani da andare a trovare, e fidanzati zingari come o più di me, alla fine, da sola, ho viaggiato pochissimo. Giusto un poco quando vivevo in Turchia, e neanche tanto, perché non avevo molti soldi da spendere, all'epoca.

Quindi.
La mia settimana da sola a Bali è stata una delle prime volte che sono stata a spasso da sola molto lontano da casa, senza l'Asburgico. Ho passato il primo giorno a riprendermi da questo concetto, perché nonostante siamo insieme da sei anni e nonostante mi tiri fuori dagli stracci, talvolta, io l'Asburgico lo amo, e mi mancava, e mi sentivo perduta come la prima volta che i miei mi hanno abbandonata nella perfida, piovosa Albione, dicendomi: impara l'inglese, ciao. 
Almeno ho compiuto le mie elucubrazioni con questa vista dal mio ostello a 10 euri a notte:

La vista dall'ostello dei Fratelli Grugno, gli uomini meno sorridenti di tutta Lembongan.
Poi ho conosciuto le ragazzette brasiliane che dicevo qualche giorno fa, che mi hanno tenuto compagnia e che, avendo dieci anni in meno di me, e venendo da lontanissimo, mi hanno tempestato di domande sul viaggiare e sull'Asia e sulla vita, facendomi sentire a) vecchia ma b) anche una donna molto saggia e piena di esperienza delle cose. Una donna di mondo, ecco. 

Che cazzo, in effetti dopotutto sono stata in quasi trentacinque paesi diversi, però poi mi concentro sul fatto che faccio male le divisioni per calcolare le valute, e mi sento come una sbarbata che verrà fregata ad ogni passo, anche se poi non succede (ma questa insicurezza è il motivo per cui non sono ancora andata in India, sapevatelo.)

Insomma, dopo il primo giorno in cui le brasileñe ed io prendiamo un barchino per fare snorkelling, finiamo in un canale burrascoso che decoriamo del nostro vomito, per poi non vedere neanche quelle cazzo di mante giganti, decido che ora basta. Mi prendo una bicicletta, e vado almeno alla spiaggia vicina, senza benzina e senza finanziare il nemico (gli autisti balinesi.)

Inizio a pedalare, e prima finisco in un villaggio di simpatici pescatori e coltivatori di alghe, e poi in un bosco di mangrovie.

La gente del villaggio di pescatori e coltivatori d'alghe è la più carina dell'isola.
Esco da quello e finisco in una strada che attraversa le discariche dell'isola, per poi arrivare a una spiaggia bellissimissima ma senza ombra, praticamente dall'altro lato dell'isola, sentendomi Natalia Cipollini perché che cazzo, mi ci sono volute tre ore di bici con salite, per arrivare lì. La condizione delle strade, per darvi un'idea della situazione:

Discarica intorno e strade curatissime. L'interno di Lembongan.
Sulla scogliera, ho incontrato un americano che sosteneva che dovrei essere rinchiusa, perché mi rifiutavo di avere un motore sotto il culo. Mi sono sentita come una delle Spice Girls, cioè molto girl power. Tanto che quando l'americano mi ha detto, ti faccio una foto, ho preso subito la posa da girl power delle ragazze thai: sorriso siemo, e segno della vittoria. Segue una diapositiva, strappo alla regola che di foto mie qua non ce ne sono mai.

Impolverata, conciata, ma felice. Se ce la faccio io, ce la fate pure voi. 
Continuo e continuo, scendo dalla bici per salire a piedi sull'unica montagna di tutta l'isola, in cima alla quale incontro un signore indonesiano che ha aperto un baretto con del caffè divino per tutti quelli come me, e un graphic designer tedesco che ogni giorno lavora nel bar dell'indonesiano col suo computer. Dico al tedesco di andare in Birmania, la prossima volta che deve lasciare l'isola per il visto, e scendo. La sera, esausta, guardo il tramonto e mangio nel tendone di una signora che fa un sambal così piccante da farmi tossire abbastanza da intrattenere tutto il tendone, finché un signore di lì non si preoccupa, e inizia a percuotermi sulla schiena, per salvarmi la vita, dice.

Ecco a voi Azzurra. Il bolide senza freni. 
Il giorno dopo, giro all'inverso. Colazione con spremutona gigante di bacche e muesli al baretto del francese, e parto su per la montagna. La prima spiaggia a cui scendo, orrenda, rovinata. Arranco su per il crinale per tornare alla strada smadonnando, e incontro due danesi che, mossi a pietà dai loro motorini, mi regalano una salviettina umida, e mi dicono di una spiaggia un po' più in là che hanno trovato, di difficile accesso, ma bellissima. Seguo le loro indicazioni, e trovo la spiaggia giù da un crinale verticale. Scendo praticamente di culo, e mi ritrovo davanti a una spiaggia bianca, bellissima, con solo due (2) altre persone sopra, una coppia franco-inglese con cui chiacchiero per ore, condividendo disperazioni apocalittiche sul destino del pianeta invaso dal pattume, e consigli su come imbucarsi negli alberghi di lusso fingendosi ospiti (lui è un professionista di quest'arte.) La spiaggia, però, valeva la pena di quasi fracassarsi rovinosamente giù per il crinale: 



Lascio la spiaggia, e decido di tornare. Risalgo l'ormai famosa montagna per andare dal mio amico del baretto, dove divoro due toast, un brownie e un caffè, perché la spremutona col muesli non era molto grande, e incontro un graphic designer neozelandese, che pure lui lavora lì (il caffè Two Towers ha anche ottimo internet, per quello vanno tutti lì, questi che fanno il telelavoro.)

Inizio a scendere, e mi accorgo che non mi funzionano i freni. Molto bene. La discesa è ripidissima, quindi inizio a camminare. Sulla strada, incontro un gruppo misto italo-franco-austro-tedesco, che mosso a pietà, mi ripara almeno uno dei due freni, e mi dice, vieni a cena con noi, stasera? Ci sono andata e il giorno dopo ho girato tutto il giorno con loro in motorino, impolverata ma non sfiancata, ma quella è un'altra storia. 

Insomma, in due giorni e mezzo, io che sono francamente una persona fuori forma o comunque molto normale, ho fatto circa 9h in bicicletta, su sterrati, salite, e strade di qualità come quella che avete visto. Sono arrivata alla spiaggia dove non pensavo sarei arrivata, da sola, incontrando due serpenti, vari granchi giganti che vivono nel fango e attraversando discariche, tutto da sola. Quindi...


15 July 2014



Ma il numero di pagine viste fino ad ora, con tutti quei tre? Sarà la botta di sonno di metà pomeriggio, ma a me sembra una figata pazzesca. 

Vado a lavorare. Ieri ha piovuto per dieci ore di fila, a catinelle. Ora è grigio e minaccia pioggia.

Una delle cose che ho fatto a Bali è stato trovare delle ballerine Crocs, che sono molto più belline di quanto immaginiate, molto popolari in SE asiatico perché anche se hai l'acqua alla caviglia non devi preoccuparti se ti si rompono, poi le lavi, e sei carina lo stesso.

Ne ho comprate tre paia di colori e modelli diversi... Mi sa che ora mi tocca inagurarle, e portare con me le scarpe phighe per la lezione.

Uff. La stagione delle piogge è l'inverno di queste parti... Quando uscire di casa diventa difficile e vuoi restare sul divano :)
16:19 natalia pi


Ma il numero di pagine viste fino ad ora, con tutti quei tre? Sarà la botta di sonno di metà pomeriggio, ma a me sembra una figata pazzesca. 

Vado a lavorare. Ieri ha piovuto per dieci ore di fila, a catinelle. Ora è grigio e minaccia pioggia.

Una delle cose che ho fatto a Bali è stato trovare delle ballerine Crocs, che sono molto più belline di quanto immaginiate, molto popolari in SE asiatico perché anche se hai l'acqua alla caviglia non devi preoccuparti se ti si rompono, poi le lavi, e sei carina lo stesso.

Ne ho comprate tre paia di colori e modelli diversi... Mi sa che ora mi tocca inagurarle, e portare con me le scarpe phighe per la lezione.

Uff. La stagione delle piogge è l'inverno di queste parti... Quando uscire di casa diventa difficile e vuoi restare sul divano :)