16 April 2014

Sono esterrefatta. 

Mi sa che mi sto abituando a svegliarmi alle sei. (O meglio, mi stavo abituando, dato che questa settimana sono in vacanza, la prima vacanza pagata della mia vita, perché è Songkran, il capodanno thai, e quindi insomma, me la gratto, ma pagata. Altra cosa che ha dell'incredibile.)

Insomma, svegliarsi alle sei magari per voi è cosa normale e neanche degna di nota, ma per me è una cosa incredibile, perché io odio, odio con tutta me stessa, svegliarmi presto.

Ma come all'epoca mi abituai a vivere senza riscaldamento (Istanbul, inverno con grande nevicata del 2008); a vestirmi a cipolla e pensare che il freddo non è così freddo, se si hanno scarpe che isolano bene e di certo il freddo non può essere un valido motivo per chiudersi in casa (Vienna, 2009-2012); a Milano, nel 2009, mi dicevo che è normale usare più della metà dei propri guadagni per un affitto, e mi divertivo con poco (perché non potevo fare altro), ora, mi sto abituando a dormire per 5 ore, 6 al massimo, lavorare, e poi pennicare per ricaricare le batterie e godere delle ore restanti dopo il lavoro.

Bene. Qui a Bangkok, un po' mi sto convincendo e un po' autoconvincendo, che forse, tutte quelle persone strambe che mi dicono che svegliarsi presto sia figo, forse non siano tutte da rinchiudere. Almeno, non per sempre. Quando mi sveglio la mattina, di lunedì generalmente voglio morire, poi va a migliorare, e apprezzo il fatto che ci siano solo 26C e non sia tanto umido e quindi non serva il ventilatore, ad esempio, e mi gusto il suono delle cicale che fanno festa fuori.

Gli altri pregi del lavorare all'asilo nido sono di natura fisica ed economica. 

Economica, perché tecnicamente se vado avanti così della palestra non mi dovrò preoccupare. Perché a che serve pagare, quando ti occupi di dieci due-treenni ogni giorno che, per un motivo o per l'altro, devono essere presi in braccio varie volte al giorno, o tenuti a forza mentre si avventano su un altro figliolo che ha il giochino che vogliono loro esattamenteadessoora?

Il mio futuro, se vado avanti così - foto Wikimedia Commons
Un altro dei benefici della vita da insegnante d'asilo, cosa che io non ho mai aspirato ad essere, vi ricordo, ma che dopo un mesetto sta mostrando i suoi lati positivi, è che sto diventando un a provetta centometrista, dato che spesso devo rincorrere i nani nei loro tentativi di evasione dall'aula. Una nana in particolare, giapponese, è buffissima, è anche forte come una vitella e rapida come una faina. Blatera tra sé e sé in giapponese, facendo l'effetto di un simpatico tornado-anime, e ogni tanto va e infila la porta. Quindi, oltre che col sollevamento pesi, mi dò da fare anche con la corsa.

Pietro Mennea. Il mio altro santo protettore attuale (foto Wikimedia)
Altri pregi del lavorare all'asilo: oh, ma quanto si canta? Cioè, con 'sta storia che i nanerottoli non parlano inglese e quei pazzi furenti dei genitori pretendono che lo imparino a due anni, finisce che ce la cantiamo e ce la balliamo un sacco del tempo che stiamo insieme. Io all'inizio ero timida, mi prendeva male cantare e ballare, poi mi sono resa conto che ho come pubblico dei due-treenni asiatici, la mia collega filippina che se la balla da più tempo di me, e la tata thailandese che mi considera matta a prescindere, perché sono straniera, bionda, ho un buco nel naso, sono stata senza fissa dimora di mia volontà per più di un anno e ho vissuto, sempre di mia volontà, in un paese musulmano. Pazza furente, di nuovo. Quindi, tanto vale vincere la timidezza, ballare, cantare e regredire ai due o tre anni pure io.

Il mio terzo nume tutelare: la Raffa, che balla e canta ancor'oggi. Se può lei... 
Il quarto, ed ultimo, vantaggio del lavorare all'asilo è: l'ammore. Mi spiego: i nani mi vogliono bene, cioè, all'inizio no perché vorrebbero stare con la mamma, invece che con quella tizia alta e dalla faccia strana che parla una lingua che non capiscono. Chi più lentamente e chi più in fretta, però, hanno quasi tutti passato la fase della diffidenza, e sia quando arrivano che quando vanno via, vengono a darmi un abbraccio gigante, e baci, e carezze ai capelli, e chi più ne ha più ne metta. Ogni tanto, le bambine soprattutto, vengono a farsi dare un abbraccio gratis perché sembrano pensare, e perché no, diamine?

E' interessante, in fin dei conti. E' un'altra faccia dell'insegnamento, una di cui non m'è mai fregato una sega ma inizio a vedere perché a tanti piace così tanto. Se mi assumono per il prossimo anno accademico e mi danno un visto, ferie pagate e un pacco di soldi, giuro che un po' di quei soldi li userò per comprare dei libri di Piaget.

Per ora sono in vacanza, però, quindi ora sono in fuso orario natalico: in branda all'una o una e mezza e sveglia alle dieci. Tornare al lavoro sarà oréndo, ma me ne preoccuperò tra quattro giorni. 
21:14 natalia pi
Sono esterrefatta. 

Mi sa che mi sto abituando a svegliarmi alle sei. (O meglio, mi stavo abituando, dato che questa settimana sono in vacanza, la prima vacanza pagata della mia vita, perché è Songkran, il capodanno thai, e quindi insomma, me la gratto, ma pagata. Altra cosa che ha dell'incredibile.)

Insomma, svegliarsi alle sei magari per voi è cosa normale e neanche degna di nota, ma per me è una cosa incredibile, perché io odio, odio con tutta me stessa, svegliarmi presto.

Ma come all'epoca mi abituai a vivere senza riscaldamento (Istanbul, inverno con grande nevicata del 2008); a vestirmi a cipolla e pensare che il freddo non è così freddo, se si hanno scarpe che isolano bene e di certo il freddo non può essere un valido motivo per chiudersi in casa (Vienna, 2009-2012); a Milano, nel 2009, mi dicevo che è normale usare più della metà dei propri guadagni per un affitto, e mi divertivo con poco (perché non potevo fare altro), ora, mi sto abituando a dormire per 5 ore, 6 al massimo, lavorare, e poi pennicare per ricaricare le batterie e godere delle ore restanti dopo il lavoro.

Bene. Qui a Bangkok, un po' mi sto convincendo e un po' autoconvincendo, che forse, tutte quelle persone strambe che mi dicono che svegliarsi presto sia figo, forse non siano tutte da rinchiudere. Almeno, non per sempre. Quando mi sveglio la mattina, di lunedì generalmente voglio morire, poi va a migliorare, e apprezzo il fatto che ci siano solo 26C e non sia tanto umido e quindi non serva il ventilatore, ad esempio, e mi gusto il suono delle cicale che fanno festa fuori.

Gli altri pregi del lavorare all'asilo nido sono di natura fisica ed economica. 

Economica, perché tecnicamente se vado avanti così della palestra non mi dovrò preoccupare. Perché a che serve pagare, quando ti occupi di dieci due-treenni ogni giorno che, per un motivo o per l'altro, devono essere presi in braccio varie volte al giorno, o tenuti a forza mentre si avventano su un altro figliolo che ha il giochino che vogliono loro esattamenteadessoora?

Il mio futuro, se vado avanti così - foto Wikimedia Commons
Un altro dei benefici della vita da insegnante d'asilo, cosa che io non ho mai aspirato ad essere, vi ricordo, ma che dopo un mesetto sta mostrando i suoi lati positivi, è che sto diventando un a provetta centometrista, dato che spesso devo rincorrere i nani nei loro tentativi di evasione dall'aula. Una nana in particolare, giapponese, è buffissima, è anche forte come una vitella e rapida come una faina. Blatera tra sé e sé in giapponese, facendo l'effetto di un simpatico tornado-anime, e ogni tanto va e infila la porta. Quindi, oltre che col sollevamento pesi, mi dò da fare anche con la corsa.

Pietro Mennea. Il mio altro santo protettore attuale (foto Wikimedia)
Altri pregi del lavorare all'asilo: oh, ma quanto si canta? Cioè, con 'sta storia che i nanerottoli non parlano inglese e quei pazzi furenti dei genitori pretendono che lo imparino a due anni, finisce che ce la cantiamo e ce la balliamo un sacco del tempo che stiamo insieme. Io all'inizio ero timida, mi prendeva male cantare e ballare, poi mi sono resa conto che ho come pubblico dei due-treenni asiatici, la mia collega filippina che se la balla da più tempo di me, e la tata thailandese che mi considera matta a prescindere, perché sono straniera, bionda, ho un buco nel naso, sono stata senza fissa dimora di mia volontà per più di un anno e ho vissuto, sempre di mia volontà, in un paese musulmano. Pazza furente, di nuovo. Quindi, tanto vale vincere la timidezza, ballare, cantare e regredire ai due o tre anni pure io.

Il mio terzo nume tutelare: la Raffa, che balla e canta ancor'oggi. Se può lei... 
Il quarto, ed ultimo, vantaggio del lavorare all'asilo è: l'ammore. Mi spiego: i nani mi vogliono bene, cioè, all'inizio no perché vorrebbero stare con la mamma, invece che con quella tizia alta e dalla faccia strana che parla una lingua che non capiscono. Chi più lentamente e chi più in fretta, però, hanno quasi tutti passato la fase della diffidenza, e sia quando arrivano che quando vanno via, vengono a darmi un abbraccio gigante, e baci, e carezze ai capelli, e chi più ne ha più ne metta. Ogni tanto, le bambine soprattutto, vengono a farsi dare un abbraccio gratis perché sembrano pensare, e perché no, diamine?

E' interessante, in fin dei conti. E' un'altra faccia dell'insegnamento, una di cui non m'è mai fregato una sega ma inizio a vedere perché a tanti piace così tanto. Se mi assumono per il prossimo anno accademico e mi danno un visto, ferie pagate e un pacco di soldi, giuro che un po' di quei soldi li userò per comprare dei libri di Piaget.

Per ora sono in vacanza, però, quindi ora sono in fuso orario natalico: in branda all'una o una e mezza e sveglia alle dieci. Tornare al lavoro sarà oréndo, ma me ne preoccuperò tra quattro giorni. 

04 April 2014

Vi scrivo dal mio balcone. Il mio balcone è piccolo, ma io lo amo tanto. Lo amo come amavo il mio balcone di Milano - neanche lui era tanto grande, ma io e la mia famiglia ci passavamo un sacco di tempo. Dava sul giardino del condominio, quindi era tranquillo. Noi mettevamo fuori tre sedie pieghevoli, e passavamo le serate a chiacchierare, quando ero più grande anche fino a molto tardi. Una delle foto che mi piacciono di mio padre, che mi sono rimaste, è una delle prime che ho fatto in digitale, ed è lui, con aria meditabonda, sul balcone. 

Ecco, io i balconi e i terrazzi, li adoro. Mi piace da matti questo essere fuori e dentro casa allo stesso tempo. Non ho mai avuto un giardino, quindi non posso dire di amare i giardini come amo i balconi. A Vienna e Istanbul non avevo un balcone, e mi mancava da matti. A Istanbul, rimediavo passando la maggior parte del tempo buttata da qualche parte vicino al Bosforo, e quindi riuscivo a mettere una toppa. A Vienna, lavoravo assai, quindi non avevo il tempo di rimediare - e non avete idea di quanto ne soffrissi. Questa cosa del balcone, tra parentesi, la capisci solo se cresci con un balcone e poi ti ritrovi senza: quindi è un concetto che a mezza Europa manca. 

Comunque.

Sono sul mio balcone bangkokiano, che dà sul cortiletto interno di Melrose Place. 

Sento: il fischio lontano del treno per l'aeroporto che sta passando in questo momento. O forse quello per il nord, uno dei due. Sento: il ronzio dell'aria condizionata di due degli appartamenti vicino al mio. Sento: rumore di traffico, per fortuna in lontananza, come un rumore bianco. Sento: uno dei vicini che sta suonando il piano (o l'amico austriaco di M, o quell'altro che non ho ancora identificato.) Sento: un rumore di televisione, non molto alto. Sento: le cicale. Tantissime. La sera, e ancora di più all'alba e al tramonto, sembra di stare nella giungla, anzi no, che nella giungla senti ben più delle cicale. Sento: rumore di posate di qualcuno che mangia tardi. Forse il signore argentino che sta pensando di mangiare presto?

Vedo: gli abiti stesi ad asciugare dalle signore delle pulizie, quelli che non si sono ancora asciugati in giornata, quindi pochissimi. Le ombre della nuova coppia dei nostri vicini, lui giapponese, lei tedesca, con bimbina carina e quieta, muoversi dietro le tende del loro appartamento. Sei piante di oleandro, numerose piante verdi, un paio di palmette. Due pneumatici contro il muro, che servono a fermare le auto quando parcheggiano, ma con cui giocano anche i bambini del palazzo. Non vedo molto altro, oltre al tavolino su cui appoggio le gambe, l'altra sedia sul mio balcone, la cima del palazzone che sovrasta Melrose Place, e un bel tocco di cielo, che non è blu ma violetto, come accade  spesso nelle grandi città molto illuminate. 

Amo, adoro Melrose Place e il mio appartamento. Davvero. Finalmente ho di nuovo una casa. Questa casa la amo come non ho mai amato quella di Vienna. La amo come la mia casina dal parquet scricchiolante a Istanbul, che era il mio guscio di calma, insieme al coinqui curdo che mi faceva da fratello maggiore. Adoro tornare a casa e camminare nel mio vicolo, riconoscendo tutti i gatti che lo abitano e che scappano come dei ninja. Amo riconoscere il vecchietto scampanato che vedo alle sei del mattino, appena sveglio, coi pantaloni da pescatore arancioni, che fa gli esercizi per le spalle, da bravo vecchino asiatico. Amo il signore di mezza età, panzone, probabilmente di origine cinese, che lava i piatti del bugigattolo all'angolo, sigaretta in bocca, e mi saluta ogni volta che passo: anche quando passo sette o otto volte al giorno, lui mi sorride e mi saluta. Amo addentrarmi nel vicolo e sentire il traffico sparire, vedere gli alberi spuntare dai cancelli, le buganvillee pendere dai rami, i fiori di frangipane sparsi a terra sotto un albero particolarmente grande. Il vecchietto della zuppa, anche se ha il grugno. Le guardie della casa, che dormono, giocano a dama, leggono il giornale, mangiano, e in generale sembrano molto meno necessarie dei loro colleghi sudamericani (deo gratias). Amo sentire gli uccellini, che sia abbastanza silenzioso da sentire il fruscio delle palme vicino alla finestra della camera da letto, che la mattina a volte vedo gli scoiattoli rincorrersi tra i rami... E che camminando trecento metri, ritrovo una città pulsante e vitale, se mi va. Ma se non voglio, posso rifugiarmi a casa mia. Meraviglia. 

E' una bella giornata, oggi. Sono stanchissima perché sono tornata al lavoro dopo la malattia, ma i bambini sono stati bravi e tranquilli, oggi, e in più, sono anche stata pagata, che è una gran figata dopo non aver lavorato per così tanto. Sono fiera e perplessa di quanto sono sveglia, se penso che questa mattina sono emersa dal sonno alle cinque e mezza, prima della sveglia.

Vi lascio con una diapositiva esplicativa di uno dei motivi per cui i thai mi stanno simpatici: perché anche se ci hai trent'anni suonati, ti servono il curry con il riso in questa forma:

Come si fa a non amarli, almeno un po'?
21:48 natalia pi
Vi scrivo dal mio balcone. Il mio balcone è piccolo, ma io lo amo tanto. Lo amo come amavo il mio balcone di Milano - neanche lui era tanto grande, ma io e la mia famiglia ci passavamo un sacco di tempo. Dava sul giardino del condominio, quindi era tranquillo. Noi mettevamo fuori tre sedie pieghevoli, e passavamo le serate a chiacchierare, quando ero più grande anche fino a molto tardi. Una delle foto che mi piacciono di mio padre, che mi sono rimaste, è una delle prime che ho fatto in digitale, ed è lui, con aria meditabonda, sul balcone. 

Ecco, io i balconi e i terrazzi, li adoro. Mi piace da matti questo essere fuori e dentro casa allo stesso tempo. Non ho mai avuto un giardino, quindi non posso dire di amare i giardini come amo i balconi. A Vienna e Istanbul non avevo un balcone, e mi mancava da matti. A Istanbul, rimediavo passando la maggior parte del tempo buttata da qualche parte vicino al Bosforo, e quindi riuscivo a mettere una toppa. A Vienna, lavoravo assai, quindi non avevo il tempo di rimediare - e non avete idea di quanto ne soffrissi. Questa cosa del balcone, tra parentesi, la capisci solo se cresci con un balcone e poi ti ritrovi senza: quindi è un concetto che a mezza Europa manca. 

Comunque.

Sono sul mio balcone bangkokiano, che dà sul cortiletto interno di Melrose Place. 

Sento: il fischio lontano del treno per l'aeroporto che sta passando in questo momento. O forse quello per il nord, uno dei due. Sento: il ronzio dell'aria condizionata di due degli appartamenti vicino al mio. Sento: rumore di traffico, per fortuna in lontananza, come un rumore bianco. Sento: uno dei vicini che sta suonando il piano (o l'amico austriaco di M, o quell'altro che non ho ancora identificato.) Sento: un rumore di televisione, non molto alto. Sento: le cicale. Tantissime. La sera, e ancora di più all'alba e al tramonto, sembra di stare nella giungla, anzi no, che nella giungla senti ben più delle cicale. Sento: rumore di posate di qualcuno che mangia tardi. Forse il signore argentino che sta pensando di mangiare presto?

Vedo: gli abiti stesi ad asciugare dalle signore delle pulizie, quelli che non si sono ancora asciugati in giornata, quindi pochissimi. Le ombre della nuova coppia dei nostri vicini, lui giapponese, lei tedesca, con bimbina carina e quieta, muoversi dietro le tende del loro appartamento. Sei piante di oleandro, numerose piante verdi, un paio di palmette. Due pneumatici contro il muro, che servono a fermare le auto quando parcheggiano, ma con cui giocano anche i bambini del palazzo. Non vedo molto altro, oltre al tavolino su cui appoggio le gambe, l'altra sedia sul mio balcone, la cima del palazzone che sovrasta Melrose Place, e un bel tocco di cielo, che non è blu ma violetto, come accade  spesso nelle grandi città molto illuminate. 

Amo, adoro Melrose Place e il mio appartamento. Davvero. Finalmente ho di nuovo una casa. Questa casa la amo come non ho mai amato quella di Vienna. La amo come la mia casina dal parquet scricchiolante a Istanbul, che era il mio guscio di calma, insieme al coinqui curdo che mi faceva da fratello maggiore. Adoro tornare a casa e camminare nel mio vicolo, riconoscendo tutti i gatti che lo abitano e che scappano come dei ninja. Amo riconoscere il vecchietto scampanato che vedo alle sei del mattino, appena sveglio, coi pantaloni da pescatore arancioni, che fa gli esercizi per le spalle, da bravo vecchino asiatico. Amo il signore di mezza età, panzone, probabilmente di origine cinese, che lava i piatti del bugigattolo all'angolo, sigaretta in bocca, e mi saluta ogni volta che passo: anche quando passo sette o otto volte al giorno, lui mi sorride e mi saluta. Amo addentrarmi nel vicolo e sentire il traffico sparire, vedere gli alberi spuntare dai cancelli, le buganvillee pendere dai rami, i fiori di frangipane sparsi a terra sotto un albero particolarmente grande. Il vecchietto della zuppa, anche se ha il grugno. Le guardie della casa, che dormono, giocano a dama, leggono il giornale, mangiano, e in generale sembrano molto meno necessarie dei loro colleghi sudamericani (deo gratias). Amo sentire gli uccellini, che sia abbastanza silenzioso da sentire il fruscio delle palme vicino alla finestra della camera da letto, che la mattina a volte vedo gli scoiattoli rincorrersi tra i rami... E che camminando trecento metri, ritrovo una città pulsante e vitale, se mi va. Ma se non voglio, posso rifugiarmi a casa mia. Meraviglia. 

E' una bella giornata, oggi. Sono stanchissima perché sono tornata al lavoro dopo la malattia, ma i bambini sono stati bravi e tranquilli, oggi, e in più, sono anche stata pagata, che è una gran figata dopo non aver lavorato per così tanto. Sono fiera e perplessa di quanto sono sveglia, se penso che questa mattina sono emersa dal sonno alle cinque e mezza, prima della sveglia.

Vi lascio con una diapositiva esplicativa di uno dei motivi per cui i thai mi stanno simpatici: perché anche se ci hai trent'anni suonati, ti servono il curry con il riso in questa forma:

Come si fa a non amarli, almeno un po'?

02 April 2014

Eh, scusate. Me ne sono resa conto solo ora, che sono a casa con un vibrione da ieri, e leggevo blog altrui, cosa che non facevo da un po'. E insomma, sul blog dell'esimio Manoel O., ho visto il link al mio che diceva "due settimane fa". Cioè: due settimane fa?!?

Devo scrivere, ho pensato. Ora!

E' che in due settimane, sono successe tante cose.
Ad esempio: ho trovato lavoro.
E' solo temporaneo, non è esattamente cosa che mi si confaccia più di tanto (insegnare a dei nani estremamente piccoli, non so, il giudizio è sospeso su se mi piace o meno), ma paga bene, e soprattutto, è molto meglio che starmene a casa con le mani in mano. Non sono per niente brava a stare con le mani in mano, affatto. 

In realtà questa del lavoro è la novità più grossa, che però mi appiana il cervello, perché sono passata da zero ore di lavoro giornaliero a otto, mi fanno svegliare alle sei del mattino, e sto imparando una cosa nuova. Quindi, encefalogramma piatto, a fine giornata. Il lato positivo dell'iniziare a un orario inumano è che finisco presto. Non sono ancora nella fase in cui sono così ganza da prendere e andare a fare cose subito dopo scuola, ma magari ci arriverò... Per ora, l'unica cosa che faccio è venire a casa e dormire per venti minuti, scolarmi una Bialetti da due intera, e ritornare nel mondo dei viventi.

Continuo a esplorare la città, che amo assaio. Ripeto: non è bella. Non lo è. E' troppo nuova, ma non abbastanza nuova da avere quello charme futuristico che hanno Singapore o Tokyo. Quello che è affascinante sono le pezze di vecchio che sopravvivono in mezzo a tutto 'sto nuovo, le vecchie case thailandesi in legno, con il giardino e tanti alberi. Ogni volta che ne trovo una, sembro una maniaca che sbircia nelle case altrui. 

Continuo l'esplorazione nel weekend, anche. Due settimane fa, sono andata a Chinatown, un sacco di cibo bònerrimo, caos e folla e motorini e sozzura e insegne in cinese e soprattutto, la vecchina del dim sum. Una vecchietta che avrà un'ottantina di anni, a vederla, e che è stata l'autrice del migliore cibo della nostra esplorazione sino-gastronomica, con i suoi ravioletti di maialino fatti a mano, con la carta di riso gialla. Li vendeva in un cestone di vimini piazzato su uno sgabello, e ce ne ha regalati due in più quando ha visto la nostra faccia al primo assaggio. Meravigliosa. Vince la palma su tutte le altre bancarelle. Devo scaricare le foto, così se un giorno venite a farvi una gita a Bangkok, non vi dimenticate di andare a Chinatown. Non ho ancora capito come mai, ma spesso i turisti che vengono qui non ci vanno, né lì, né nelle due Little India che ci sono. A me i quartieri popolati dalle varie minoranze piacciono un sacco.

E poi settimana scorsa, per la prima volta, ho attraversato il fiume...

Il fiume, appunto. Chao Phraya, se ve lo state chiedendo...
e sono finita in una libreria-caffè a gestione thai, ma intitolata a Voltaire, dato che si chiama Candide. Questi di Candide hanno un bel giardino, 


fanno ottimi caffè, vendono cartoline fatte a mano, e solo libri in thailandese. Traduzioni, spesso, ma in thai, e basta, che in un certo senso me li rendono simpatici, perché non cercano di accontentare tutti. Tanto di librerie che vendono roba in inglese ce ne sono già un fottio. E vedete che bei libri hanno?

L'immancabile Haruki-san.
E anche cose ancora più entusiasmanti, se siete me, vi manca un poco l'Europa/l'Italia, e un pomeriggio qualsiasi a spasso per Bangkok incappate in questo libro: 

Antò!!
Cioè: io Sostiene Pereira lo adoro. E' bellissimo, fantastico. L'ho letto velocissima senza sapere bene cosa mi aspettava, che quando hanno fatto il film con Mastroianni ero una sbarbata. E' un libro stupendo, e ora ho visto che ci sono pure tre gatti che se lo leggono qui in Thailandia. Sembravo la Sofia Loren quando ha premiato Robbèèèèèè! alla notte degli Oscar 1997.
Si vede che non ho passato molto tempo a casa mia, nell'ultimo anno e mezzo.

Bene, insomma... Questa è la mia vita bangkokiana, al momento. Lavoro con dei bei nanerottoli thai e giapponesi dal lunedì al venerdì, mi sveglio alle sei del mattino che il cortile di Melrose Place pare una giungla, torno che sembra di camminare in un asciugacapelli gigante (sta iniziando la stagione calda), prendo il mototaxi troppe volte al giorno, perché purtroppo camminare a Bangkok spesso non è piacevole neanche se sei una camminatrice urbana come me, e faccio yoga. 

Ah, lo yoga. 
Ho trovato una splendida maestra di yoga franco-indonesiana. Che adoro molto. E che sta per lasciare Bangkok, rendendo me inconsolabile, perché mi piace quanto il mio maestro viennese. Cioè tantissimo. Che non è facile per me, o per nessuno, trovare un maestro di yoga che ti piaccia così tanto.
E poi, tramite il Community Yoga, che non è una scuola di fighetti, ma una rarissima cosa di fricchettoni che funziona a donazione, ho anche incontrato le prime tre donnole con cui potrei diventare amica. Una portoghese, una messico-californiana e una, udite udite, turca. 

Ora vi lascio e vado a dormire. Che domani torno al lavoro, e mi sento già male, perché non sono certa di essermi ancora del tutto ripresa. 

Vi lascio con un'altra diapositiva di al di là del fiume...


Nonché quella di un mostro marino scappato dal parco di Lumphini, probabilmente sfrattato da quelli lì delle proteste pacifiche con le granate, e che ora vive su un sasso vicino all'ambasciata portoghese.
 

15:47 natalia pi
Eh, scusate. Me ne sono resa conto solo ora, che sono a casa con un vibrione da ieri, e leggevo blog altrui, cosa che non facevo da un po'. E insomma, sul blog dell'esimio Manoel O., ho visto il link al mio che diceva "due settimane fa". Cioè: due settimane fa?!?

Devo scrivere, ho pensato. Ora!

E' che in due settimane, sono successe tante cose.
Ad esempio: ho trovato lavoro.
E' solo temporaneo, non è esattamente cosa che mi si confaccia più di tanto (insegnare a dei nani estremamente piccoli, non so, il giudizio è sospeso su se mi piace o meno), ma paga bene, e soprattutto, è molto meglio che starmene a casa con le mani in mano. Non sono per niente brava a stare con le mani in mano, affatto. 

In realtà questa del lavoro è la novità più grossa, che però mi appiana il cervello, perché sono passata da zero ore di lavoro giornaliero a otto, mi fanno svegliare alle sei del mattino, e sto imparando una cosa nuova. Quindi, encefalogramma piatto, a fine giornata. Il lato positivo dell'iniziare a un orario inumano è che finisco presto. Non sono ancora nella fase in cui sono così ganza da prendere e andare a fare cose subito dopo scuola, ma magari ci arriverò... Per ora, l'unica cosa che faccio è venire a casa e dormire per venti minuti, scolarmi una Bialetti da due intera, e ritornare nel mondo dei viventi.

Continuo a esplorare la città, che amo assaio. Ripeto: non è bella. Non lo è. E' troppo nuova, ma non abbastanza nuova da avere quello charme futuristico che hanno Singapore o Tokyo. Quello che è affascinante sono le pezze di vecchio che sopravvivono in mezzo a tutto 'sto nuovo, le vecchie case thailandesi in legno, con il giardino e tanti alberi. Ogni volta che ne trovo una, sembro una maniaca che sbircia nelle case altrui. 

Continuo l'esplorazione nel weekend, anche. Due settimane fa, sono andata a Chinatown, un sacco di cibo bònerrimo, caos e folla e motorini e sozzura e insegne in cinese e soprattutto, la vecchina del dim sum. Una vecchietta che avrà un'ottantina di anni, a vederla, e che è stata l'autrice del migliore cibo della nostra esplorazione sino-gastronomica, con i suoi ravioletti di maialino fatti a mano, con la carta di riso gialla. Li vendeva in un cestone di vimini piazzato su uno sgabello, e ce ne ha regalati due in più quando ha visto la nostra faccia al primo assaggio. Meravigliosa. Vince la palma su tutte le altre bancarelle. Devo scaricare le foto, così se un giorno venite a farvi una gita a Bangkok, non vi dimenticate di andare a Chinatown. Non ho ancora capito come mai, ma spesso i turisti che vengono qui non ci vanno, né lì, né nelle due Little India che ci sono. A me i quartieri popolati dalle varie minoranze piacciono un sacco.

E poi settimana scorsa, per la prima volta, ho attraversato il fiume...

Il fiume, appunto. Chao Phraya, se ve lo state chiedendo...
e sono finita in una libreria-caffè a gestione thai, ma intitolata a Voltaire, dato che si chiama Candide. Questi di Candide hanno un bel giardino, 


fanno ottimi caffè, vendono cartoline fatte a mano, e solo libri in thailandese. Traduzioni, spesso, ma in thai, e basta, che in un certo senso me li rendono simpatici, perché non cercano di accontentare tutti. Tanto di librerie che vendono roba in inglese ce ne sono già un fottio. E vedete che bei libri hanno?

L'immancabile Haruki-san.
E anche cose ancora più entusiasmanti, se siete me, vi manca un poco l'Europa/l'Italia, e un pomeriggio qualsiasi a spasso per Bangkok incappate in questo libro: 

Antò!!
Cioè: io Sostiene Pereira lo adoro. E' bellissimo, fantastico. L'ho letto velocissima senza sapere bene cosa mi aspettava, che quando hanno fatto il film con Mastroianni ero una sbarbata. E' un libro stupendo, e ora ho visto che ci sono pure tre gatti che se lo leggono qui in Thailandia. Sembravo la Sofia Loren quando ha premiato Robbèèèèèè! alla notte degli Oscar 1997.
Si vede che non ho passato molto tempo a casa mia, nell'ultimo anno e mezzo.

Bene, insomma... Questa è la mia vita bangkokiana, al momento. Lavoro con dei bei nanerottoli thai e giapponesi dal lunedì al venerdì, mi sveglio alle sei del mattino che il cortile di Melrose Place pare una giungla, torno che sembra di camminare in un asciugacapelli gigante (sta iniziando la stagione calda), prendo il mototaxi troppe volte al giorno, perché purtroppo camminare a Bangkok spesso non è piacevole neanche se sei una camminatrice urbana come me, e faccio yoga. 

Ah, lo yoga. 
Ho trovato una splendida maestra di yoga franco-indonesiana. Che adoro molto. E che sta per lasciare Bangkok, rendendo me inconsolabile, perché mi piace quanto il mio maestro viennese. Cioè tantissimo. Che non è facile per me, o per nessuno, trovare un maestro di yoga che ti piaccia così tanto.
E poi, tramite il Community Yoga, che non è una scuola di fighetti, ma una rarissima cosa di fricchettoni che funziona a donazione, ho anche incontrato le prime tre donnole con cui potrei diventare amica. Una portoghese, una messico-californiana e una, udite udite, turca. 

Ora vi lascio e vado a dormire. Che domani torno al lavoro, e mi sento già male, perché non sono certa di essermi ancora del tutto ripresa. 

Vi lascio con un'altra diapositiva di al di là del fiume...


Nonché quella di un mostro marino scappato dal parco di Lumphini, probabilmente sfrattato da quelli lì delle proteste pacifiche con le granate, e che ora vive su un sasso vicino all'ambasciata portoghese.
 

13 March 2014


Questa è la Istiklal ieri sera. Lo so che magari a voi non frega una sega... Ma a me queste immagini mi sconvolgono.


Questa era ieri, anche lei.


Lui, due giorni prima che andassi io a febbraio, le proteste sulla legge sulla censura internet.

Mi sa che mi è andata di culo per com'è andata, quando ho passato quella breve, stupenda, luminosa giornata di quasi primavera a Istanbul, a febbraio. Prima di andarci ero preoccupata, le mie amiche mi rassicuravano dicendo che la cosa era circoscritta.

Ma adesso che è morto Berkin Elvan, il ragazzino ferito l'estate scorsa, si stanno di nuovo scannando di brutto. Tipo che ieri la polizia ha pure invaso un grande centro commerciale dove vanno pure i turisti... Boh.

Si sono calmati a Bangkok (finalmente, perché i primi giorni che ero qua non c'era un cazzo da ridere) e ora ricominciano a Istanbul. Cioè, alla fine c'è sempre qualcosa che mi fa preoccupare, di qua o di là. O porto scontento io, che dove arrivo iniziano a litigare?? Boiate a parte, boh. Manca solo che inizino a darsele di santa ragione pure a Vienna o Milano, e inizierò a pormi delle domande.

E' strano comunque, l'effetto che mi fa seguire quello che succede a Istanbul. Mi sento male come se stessero succedendo al paese mio. Cioè male. E' che se Istanbul fosse una città-stato, sarebbe la mia città-stato.
Smetto qui il delirio, si vede che ho dormito quattro ore soltanto, stanotte, e gli avvenimenti turchi mi turbano come sempre.
Vado a yoga.
Presto su questi schermi: nius importanti.
Tipo che Nat potrebbe avere un lavoro, ma non dice gatto finché non ce l'ha nel sacco.
17:41 natalia pi

Questa è la Istiklal ieri sera. Lo so che magari a voi non frega una sega... Ma a me queste immagini mi sconvolgono.


Questa era ieri, anche lei.


Lui, due giorni prima che andassi io a febbraio, le proteste sulla legge sulla censura internet.

Mi sa che mi è andata di culo per com'è andata, quando ho passato quella breve, stupenda, luminosa giornata di quasi primavera a Istanbul, a febbraio. Prima di andarci ero preoccupata, le mie amiche mi rassicuravano dicendo che la cosa era circoscritta.

Ma adesso che è morto Berkin Elvan, il ragazzino ferito l'estate scorsa, si stanno di nuovo scannando di brutto. Tipo che ieri la polizia ha pure invaso un grande centro commerciale dove vanno pure i turisti... Boh.

Si sono calmati a Bangkok (finalmente, perché i primi giorni che ero qua non c'era un cazzo da ridere) e ora ricominciano a Istanbul. Cioè, alla fine c'è sempre qualcosa che mi fa preoccupare, di qua o di là. O porto scontento io, che dove arrivo iniziano a litigare?? Boiate a parte, boh. Manca solo che inizino a darsele di santa ragione pure a Vienna o Milano, e inizierò a pormi delle domande.

E' strano comunque, l'effetto che mi fa seguire quello che succede a Istanbul. Mi sento male come se stessero succedendo al paese mio. Cioè male. E' che se Istanbul fosse una città-stato, sarebbe la mia città-stato.
Smetto qui il delirio, si vede che ho dormito quattro ore soltanto, stanotte, e gli avvenimenti turchi mi turbano come sempre.
Vado a yoga.
Presto su questi schermi: nius importanti.
Tipo che Nat potrebbe avere un lavoro, ma non dice gatto finché non ce l'ha nel sacco.

08 March 2014

Domenica scorsa, l'Asburgico ed io decidiamo di darci all'esplorazione di aree di Bangkok dove non andiamo di solito, e che non fossero lungo la famigerata Sukhumvit Road, lo stradone gigante con il treno sopraelevato (lo Skytrain), lunghissimo stradone che arriva fino in Cambogia.

Siamo andati a fare colazione in un delizioso locale, Crepes and Co., gestito da un distinto signore svizzero francese. Il locale è in una di quelle poche case piccole, monofamiliari, che resistono nella giungla urbana di Bangok. Fuori è in legno bianco, con un bel giardino ombreggiato, lontano dal traffico delle auto... E' molto, molto carino, e conto di tornarci al primo pomeriggio che passerò da sola, senza impegni serali. Il cibo è buono, il servizio ottimo, l'ambiente carino, ed è un'oasi di pace. E ne servono, qua. Guardate che carino (le foto sono di Crepes and Co., non mie.)



Abbiamo camminato lungo la strada di Crepes and Co fino ad arrivare al parco di Lumphini, pieno dei manifestanti che occupano la città da novembre, e che ora si sono raggruppati lì. 

Cammina cammina, lungo la lunghissima Silom Road, ad un certo punto, si viene teletrasportati in India. Al rumore delle auto si aggiunge la musica indiana, appaiono grandi ghirlande rosse e gialle dappertutto, i visi delle persone sono sempre thai, ma tra loro appaiono persone dell'Asia meridionale. Siamo arrivati al tempio di Sri Mariamman. Ce n'è uno anche a Saigon, ed ecco che qui abbiamo trovato quello di Bangkok. 

Thegreatfredini.com
David Leukens, Travelfish
Visitiamo il tempio, e poi cominciamo a camminare lungo la strada del tempio, perché sappiamo che c'è una galleria d'arte, la Kathmandu Gallery, dove un curatore italiano ha organizzato una piccola mostra sugli spazi urbani vuoti di Bangkok, dove vivono molti immigrati dei paesi vicini. La mostra è piccola, ma interessante, come lo è la piccola casetta che ospita la galleria, coloratissima, e antica, per i canoni di qui:





Continuando la nostra esplorazione, giù per il soi, abbiamo trovato vari ristoranti indiani vegani e vegetariani, e poi un ristorantino/caffè vegano, il Bonita Cafe and Social Club, che a livello di décor sembra la casa di una nonna americana radical, trasportato  a Bangkok. Piatti di ceramica, credenze in legno piene di libri, ferro battuto e lampade a stelo, nonché, in vendita, le creazioni di una designer giapponese che vive in zona (l'abito di cotone blu.) C'era anche un bellissimo quilt fatto a mano con una pezza per ogni stato americano... Ma non l'ho potuto fotografare, c'era gente davanti.






E poi, dettagli inattesi, come una bandiera che nel centro di Bangkok ti fa pensare al deserto, all'oceano Pacifico e a Victor Jara:


O la valigia che a me ha fatto pensare ai libri di Graham Greene, con tutti questi adesivi retrò di posti esotici:


Non abbiamo testato il cibo perché era pomeriggio... Ma abbiamo testato le bevande. Quello che vedete sotto è il mio ice cocoa, fatto con cacao amaro e senza zucchero.


Lo smoothie di mango ordinato da M. aveva anche lui un suo perché... Insomma, se vi capita di venire a Bangkok, andate a farci un giro! I proprietari sono una coppia thai-giapponese, si danno anche alla corsa oltre che alla cucina vegana, infatti hanno un sacco di informazioni sul tema, e sugli atleti vegani,  oltre che una collezione di libri molto eclettica, dato che include donazioni da parte dei clienti (ho trovato una storia illustrata delle civiltà mesoamericane, nonché dei libri sul design tessile thailandese... inutile dire che del mio libro ho letto pochissimo.) Tutto ciò condito dai Beatles che cantano sullo sfondo. Bel posticino, ci tornerò.

Spero di continuare le esplorazioni, non ho tanti soldi da spendere per uscire ed andare di qua e di là, quindi limito il budget per queste cose al weekend, quando l'Asburgico può venire con me. In settimana, sto schiscia, come diciamo a Milano, e cerco di spender poco e fare tanto yoga per la sanità mentale.

La ricerca lavoro continua, ma quello ve lo racconto un'altra volta... Prende un sacco di tempo, 'sta ricerca lavoro. Mandatemi tanta fortuna, dài. 
00:00 natalia pi
Domenica scorsa, l'Asburgico ed io decidiamo di darci all'esplorazione di aree di Bangkok dove non andiamo di solito, e che non fossero lungo la famigerata Sukhumvit Road, lo stradone gigante con il treno sopraelevato (lo Skytrain), lunghissimo stradone che arriva fino in Cambogia.

Siamo andati a fare colazione in un delizioso locale, Crepes and Co., gestito da un distinto signore svizzero francese. Il locale è in una di quelle poche case piccole, monofamiliari, che resistono nella giungla urbana di Bangok. Fuori è in legno bianco, con un bel giardino ombreggiato, lontano dal traffico delle auto... E' molto, molto carino, e conto di tornarci al primo pomeriggio che passerò da sola, senza impegni serali. Il cibo è buono, il servizio ottimo, l'ambiente carino, ed è un'oasi di pace. E ne servono, qua. Guardate che carino (le foto sono di Crepes and Co., non mie.)



Abbiamo camminato lungo la strada di Crepes and Co fino ad arrivare al parco di Lumphini, pieno dei manifestanti che occupano la città da novembre, e che ora si sono raggruppati lì. 

Cammina cammina, lungo la lunghissima Silom Road, ad un certo punto, si viene teletrasportati in India. Al rumore delle auto si aggiunge la musica indiana, appaiono grandi ghirlande rosse e gialle dappertutto, i visi delle persone sono sempre thai, ma tra loro appaiono persone dell'Asia meridionale. Siamo arrivati al tempio di Sri Mariamman. Ce n'è uno anche a Saigon, ed ecco che qui abbiamo trovato quello di Bangkok. 

Thegreatfredini.com
David Leukens, Travelfish
Visitiamo il tempio, e poi cominciamo a camminare lungo la strada del tempio, perché sappiamo che c'è una galleria d'arte, la Kathmandu Gallery, dove un curatore italiano ha organizzato una piccola mostra sugli spazi urbani vuoti di Bangkok, dove vivono molti immigrati dei paesi vicini. La mostra è piccola, ma interessante, come lo è la piccola casetta che ospita la galleria, coloratissima, e antica, per i canoni di qui:





Continuando la nostra esplorazione, giù per il soi, abbiamo trovato vari ristoranti indiani vegani e vegetariani, e poi un ristorantino/caffè vegano, il Bonita Cafe and Social Club, che a livello di décor sembra la casa di una nonna americana radical, trasportato  a Bangkok. Piatti di ceramica, credenze in legno piene di libri, ferro battuto e lampade a stelo, nonché, in vendita, le creazioni di una designer giapponese che vive in zona (l'abito di cotone blu.) C'era anche un bellissimo quilt fatto a mano con una pezza per ogni stato americano... Ma non l'ho potuto fotografare, c'era gente davanti.






E poi, dettagli inattesi, come una bandiera che nel centro di Bangkok ti fa pensare al deserto, all'oceano Pacifico e a Victor Jara:


O la valigia che a me ha fatto pensare ai libri di Graham Greene, con tutti questi adesivi retrò di posti esotici:


Non abbiamo testato il cibo perché era pomeriggio... Ma abbiamo testato le bevande. Quello che vedete sotto è il mio ice cocoa, fatto con cacao amaro e senza zucchero.


Lo smoothie di mango ordinato da M. aveva anche lui un suo perché... Insomma, se vi capita di venire a Bangkok, andate a farci un giro! I proprietari sono una coppia thai-giapponese, si danno anche alla corsa oltre che alla cucina vegana, infatti hanno un sacco di informazioni sul tema, e sugli atleti vegani,  oltre che una collezione di libri molto eclettica, dato che include donazioni da parte dei clienti (ho trovato una storia illustrata delle civiltà mesoamericane, nonché dei libri sul design tessile thailandese... inutile dire che del mio libro ho letto pochissimo.) Tutto ciò condito dai Beatles che cantano sullo sfondo. Bel posticino, ci tornerò.

Spero di continuare le esplorazioni, non ho tanti soldi da spendere per uscire ed andare di qua e di là, quindi limito il budget per queste cose al weekend, quando l'Asburgico può venire con me. In settimana, sto schiscia, come diciamo a Milano, e cerco di spender poco e fare tanto yoga per la sanità mentale.

La ricerca lavoro continua, ma quello ve lo racconto un'altra volta... Prende un sacco di tempo, 'sta ricerca lavoro. Mandatemi tanta fortuna, dài. 

28 February 2014

Rieccomi.

Allora, come sapranno tutti quelli che hanno traslocato almeno una volta nella vita, anche senza cambiare città, il primo giorno in cui ci si sveglia nella casa nuova è sempre speciale. Ne avevo già parlato qualche tempo fa, dei miei primi giorni in altre case.

Il primo giorno da sola, qui, è stato il primo che mi è sembrato reale: il primo weekend a Bangkok, infatti, è stato un weekend lungo. Sono stata in giro con M. tutto il weekend e mi sembrava di essere ancora in vacanza. 

Lunedì scorso, quindi, è stato il mio vero primo giorno. Mi sono svegliata, ancora con un pochino di jet-lag, e sono stata presa da un momento di vertigine a pensare a quanto sono lontana dalla mia famiglia. Meno di quando ero in Cile, che è stata la volta in cui mi sono davvero sentita alla fine del mondo... Ma la differenza è che stavolta, non sono di passaggio. Insomma, mi sono svegliata, e dopo la vertigine mi sono detta: ho una casa. Che è una cosa che non mi capitava da tanto. 

Ed ecco a voi, Melrose Place. 

Mi sono goduta il lettone, ed ho iniziato a cercare di percepire come fosse diversa, questa casa, da quelle che l'hanno preceduta. 
La prima cosa è che questa casa è aperta al mondo. Cioè: fa caldo, quindi non sei blindato in casa coi doppi vetri come lo ero a Vienna. Tra me e il mondo esterno, solo zanzariere. La seconda cosa che ho notato, è che a causa dell'apertura, ci sono molti più rumori esterni che a Vienna, cosa che a me non disturba, perché abitiamo in un vicoletto tranquillo. Nel vicolo, ogni giorno c'è un vecchietto che fa un'ottima noodle soup da mangiare appollaiati sullo sgabello, e uscendo sulla strada principale, è un'esplosione di cibo di strada: frutta già tagliata, succhi, caffè e tè freddo, spiedini di ogni tipo e genere, riso saltato in vari modi, e non solo. Ci sono anche calzolai, sarti con le macchine da cucire all'aperto, vecchiette che vendono biglietti della lotteria, e un paio di signore che fabbricano quelle profumatissime ghirlande di gelsomino da mettere sulle case degli spiriti. (Dopo vi spiego.)

Il nostro soi (vicolo)

I rumori che sento sono uccelli di vario genere, le signore delle pulizie affaccendate in cortile, nel pomeriggio, spesso due bimbini che giocano (uno giapponese e uno euro-thai, con gli occhi a mandorla, E i riccioli rossi, bellissimo), il frusciare della palma fuori dalla camera da letto, i gechi che fanno suoni da gechi -- pensate al suono di una ventosa che si stacca tante volte in sequenza. A volte, i gechi entrano in casa, ma a me piace averli sul muro... Mangiano le zanzare, e si dice che portino fortuna. Mi sono sempre piaciuti, i gechi. A volte, nel cortile, c'è anche altra fauna locale:

Berta la lumaca

Anche la vecchia casa di Vienna dava sul cortile, ma ho sempre detto che era un cortile che non mi piaceva. Non c'era mai nessuno, nessuno lo usava. Era il retro di quattro o cinque case che si incontravano, con dei muri nel mezzo. L'unica vita che c'era era la ricca coppia col terrazzo, che aveva orari di lavoro matti (mi ero convinta che lavorassero a teatro, spesso sembrava leggessero copioni) e le bandierine nepalesi sospese sopra la testa. A parte loro, era solo una rimessa. Questo cortile, invece, è pieno di vita. Sento le persone parlare in thai quasi tutto il giorno, poi a volte sento parlare inglese, francese, spagnolo, giapponese, e allora lì so che sono i vicini che vanno e vengono. Ho anche un balcone, che è un'altra cosa che dell'Italia mi mancava... Diciamo che essere qui, ora, è un po' come a Milano a luglio. Tutto aperto, si sentono tutti i rumori del mondo, il che per una come me va bene, perché mi sento meno isolata, blindata e sola, finché non ho lavoro. La mattina, il cortile è come un alveare. Nel pomeriggio, molte delle signore finiscono di lavorare, e tutto si calma. Allora, se sono a casa, esco sul balcone a godermi il silenzio, gli uccellini, la vista degli oleandri rosa sul balcone della famiglia giapponese.

E' stata una botta di culo, che a novembre ci abbia ospitato l'amico austriaco di M che vive qui... All'epoca avevo pensato che se dovessimo davvero trasferirci in questa città, avrei voluto vivere qui. Ha carattere, è un po' vintage, ma a me piace molto più di tutte le gigantesche torri di acciaio e vetro che vanno di moda qui. E poi, il nostro appartamento è gigantesco: sono almeno 90mq, mai vissuto in così tanto spazio da che ho lasciato la casa di famiglia. 

Vi lascio con la mia cosa preferita di tutto il complesso: la casa degli spiriti. Leggetene di più qui, se non sapete di che parlo (in inglese.) Chi di voi è stato in vacanza in Thailandia, specie fuori da Bangkok, le avrà viste dappertutto. Ogni volta che rientro quando è buio, ci sono le lucine accese. La casa degli spiriti è lì per evitare che questi diano fastidio o scomodino chi abita nella casa... A me piace tantissimo pensare che, se lo spirito del mio babbo è ancora da qualche parte, come credono qui, allora che venga a farsi un giro a casa mia, che mi venga a trovare. Almeno, lui, non deve prendere l'aereo... Guardare questa casina mi fa sempre pensare a lui, quando torno a casa, ma in maniera serena. Mi fa sorridere. 

La nostra san phra phum

Ora vi lascio, che devo cucinare: abbiamo la prima cena, stasera, e iniziamo in grande: in arrivo dodici persone, tra cui un genio della cucina thailandese. Mi sento un poco sotto pressione.

PS: lunedì mattina ho il primo colloquio di lavoro... Incrociate l'incrociabile per me, vi prego!
16:37 natalia pi
Rieccomi.

Allora, come sapranno tutti quelli che hanno traslocato almeno una volta nella vita, anche senza cambiare città, il primo giorno in cui ci si sveglia nella casa nuova è sempre speciale. Ne avevo già parlato qualche tempo fa, dei miei primi giorni in altre case.

Il primo giorno da sola, qui, è stato il primo che mi è sembrato reale: il primo weekend a Bangkok, infatti, è stato un weekend lungo. Sono stata in giro con M. tutto il weekend e mi sembrava di essere ancora in vacanza. 

Lunedì scorso, quindi, è stato il mio vero primo giorno. Mi sono svegliata, ancora con un pochino di jet-lag, e sono stata presa da un momento di vertigine a pensare a quanto sono lontana dalla mia famiglia. Meno di quando ero in Cile, che è stata la volta in cui mi sono davvero sentita alla fine del mondo... Ma la differenza è che stavolta, non sono di passaggio. Insomma, mi sono svegliata, e dopo la vertigine mi sono detta: ho una casa. Che è una cosa che non mi capitava da tanto. 

Ed ecco a voi, Melrose Place. 

Mi sono goduta il lettone, ed ho iniziato a cercare di percepire come fosse diversa, questa casa, da quelle che l'hanno preceduta. 
La prima cosa è che questa casa è aperta al mondo. Cioè: fa caldo, quindi non sei blindato in casa coi doppi vetri come lo ero a Vienna. Tra me e il mondo esterno, solo zanzariere. La seconda cosa che ho notato, è che a causa dell'apertura, ci sono molti più rumori esterni che a Vienna, cosa che a me non disturba, perché abitiamo in un vicoletto tranquillo. Nel vicolo, ogni giorno c'è un vecchietto che fa un'ottima noodle soup da mangiare appollaiati sullo sgabello, e uscendo sulla strada principale, è un'esplosione di cibo di strada: frutta già tagliata, succhi, caffè e tè freddo, spiedini di ogni tipo e genere, riso saltato in vari modi, e non solo. Ci sono anche calzolai, sarti con le macchine da cucire all'aperto, vecchiette che vendono biglietti della lotteria, e un paio di signore che fabbricano quelle profumatissime ghirlande di gelsomino da mettere sulle case degli spiriti. (Dopo vi spiego.)

Il nostro soi (vicolo)

I rumori che sento sono uccelli di vario genere, le signore delle pulizie affaccendate in cortile, nel pomeriggio, spesso due bimbini che giocano (uno giapponese e uno euro-thai, con gli occhi a mandorla, E i riccioli rossi, bellissimo), il frusciare della palma fuori dalla camera da letto, i gechi che fanno suoni da gechi -- pensate al suono di una ventosa che si stacca tante volte in sequenza. A volte, i gechi entrano in casa, ma a me piace averli sul muro... Mangiano le zanzare, e si dice che portino fortuna. Mi sono sempre piaciuti, i gechi. A volte, nel cortile, c'è anche altra fauna locale:

Berta la lumaca

Anche la vecchia casa di Vienna dava sul cortile, ma ho sempre detto che era un cortile che non mi piaceva. Non c'era mai nessuno, nessuno lo usava. Era il retro di quattro o cinque case che si incontravano, con dei muri nel mezzo. L'unica vita che c'era era la ricca coppia col terrazzo, che aveva orari di lavoro matti (mi ero convinta che lavorassero a teatro, spesso sembrava leggessero copioni) e le bandierine nepalesi sospese sopra la testa. A parte loro, era solo una rimessa. Questo cortile, invece, è pieno di vita. Sento le persone parlare in thai quasi tutto il giorno, poi a volte sento parlare inglese, francese, spagnolo, giapponese, e allora lì so che sono i vicini che vanno e vengono. Ho anche un balcone, che è un'altra cosa che dell'Italia mi mancava... Diciamo che essere qui, ora, è un po' come a Milano a luglio. Tutto aperto, si sentono tutti i rumori del mondo, il che per una come me va bene, perché mi sento meno isolata, blindata e sola, finché non ho lavoro. La mattina, il cortile è come un alveare. Nel pomeriggio, molte delle signore finiscono di lavorare, e tutto si calma. Allora, se sono a casa, esco sul balcone a godermi il silenzio, gli uccellini, la vista degli oleandri rosa sul balcone della famiglia giapponese.

E' stata una botta di culo, che a novembre ci abbia ospitato l'amico austriaco di M che vive qui... All'epoca avevo pensato che se dovessimo davvero trasferirci in questa città, avrei voluto vivere qui. Ha carattere, è un po' vintage, ma a me piace molto più di tutte le gigantesche torri di acciaio e vetro che vanno di moda qui. E poi, il nostro appartamento è gigantesco: sono almeno 90mq, mai vissuto in così tanto spazio da che ho lasciato la casa di famiglia. 

Vi lascio con la mia cosa preferita di tutto il complesso: la casa degli spiriti. Leggetene di più qui, se non sapete di che parlo (in inglese.) Chi di voi è stato in vacanza in Thailandia, specie fuori da Bangkok, le avrà viste dappertutto. Ogni volta che rientro quando è buio, ci sono le lucine accese. La casa degli spiriti è lì per evitare che questi diano fastidio o scomodino chi abita nella casa... A me piace tantissimo pensare che, se lo spirito del mio babbo è ancora da qualche parte, come credono qui, allora che venga a farsi un giro a casa mia, che mi venga a trovare. Almeno, lui, non deve prendere l'aereo... Guardare questa casina mi fa sempre pensare a lui, quando torno a casa, ma in maniera serena. Mi fa sorridere. 

La nostra san phra phum

Ora vi lascio, che devo cucinare: abbiamo la prima cena, stasera, e iniziamo in grande: in arrivo dodici persone, tra cui un genio della cucina thailandese. Mi sento un poco sotto pressione.

PS: lunedì mattina ho il primo colloquio di lavoro... Incrociate l'incrociabile per me, vi prego!

25 February 2014

Quest'immagine, per chiunque sia stato qui, con quell'animale lì, quell'alfabeto lì e tutto il resto, fa due cose: 

A) chiarifica che decisamente non sono né in Brasile, né in Cile, né in Uruguay né in Venezuela
B) praticamente vi dice tutto. 

Trattasi dell'emblema della città. Ho vissuto nella città del biscione, in quella dei tulipani e in quella di san Leopoldo. Ora sono a casa dell'elefante imbufalito, che solleva il polverone, truccato e con un re sulla testa.

Mi sa che una di voi ci aveva azzeccato...

14:59 natalia pi
Quest'immagine, per chiunque sia stato qui, con quell'animale lì, quell'alfabeto lì e tutto il resto, fa due cose: 

A) chiarifica che decisamente non sono né in Brasile, né in Cile, né in Uruguay né in Venezuela
B) praticamente vi dice tutto. 

Trattasi dell'emblema della città. Ho vissuto nella città del biscione, in quella dei tulipani e in quella di san Leopoldo. Ora sono a casa dell'elefante imbufalito, che solleva il polverone, truccato e con un re sulla testa.

Mi sa che una di voi ci aveva azzeccato...

24 February 2014

Eccomi, rieccomi. Lo so che non mi faccio viva decentemente da tempo immemore, ed è perché sono successe un paio di cosine dopo il viaggio. Semi-programmate, eh, ciononostante abbastanza sconvolgenti.
Voi siete rimasti al treno che mi portava a Vienna, no? Vi aggiorno.


Budapest è stata fantastica, come lo è sempre con quel matto di P. Siamo andati alle terme ottomane; abbiamo cenato da Koleves (famoso ristorantino da bobo nel cuore della parte cool di Budapest) e constatato che è peggiorato; abbiamo mangiato i salumi italiani con il suo uomo che mi ha informato sugli sviluppi (pessimi) dell'Ungheria mentre me n'ero andata. Abbiamo passeggiato, abbiamo parlato e fatto e disfatto il mondo e parlato di come è difficile crescere, soprattutto quando cresci insieme a qualcun altro. Ho passeggiato, fatto foto, mi sono gustata l'atmosfera dell'Europa mitt-orientale in cui ho vissuto, e che ora mi sembra quasi esotica. Ho bevuto molti caffè e camminato pensando a quello che mi aspettava, mentre P. lavorava. Sono andata a vedere Mephisto di Klaus Mann a teatro, in ungherese, e ho capito appieno che se gli attori sono bravi, l'Arte è una cosa potentissima anche se non capisci razionalmente quel che ti viene detto (davvero, è stato magnifico, come non avrei mai pensato.)
P. ha preso abbastanza con filosofia la notizia che, dopotutto, non sarei tornata a vivere a tre ore di treno da lui, ma a varie ore d'aereo, invece. Dobbiamo riabituarci a stare lontani, come quando lui era ancora a Istanbul. Mi manca, sapere che quando ho bisogno di staccare posso scappare da lui.


A Vienna, ci sono rimasta per poco più di dieci giorni. E' stato strano, e bello, tornarci. Non me lo aspettavo, ma mi sono sentita a casa, come a Milano, ma in maniera diversa.

A Milano, il sentirsi a casa è piì viscerale, dovuto al fatto che chi è rimasto, lì, per me, è gente che mi conosce da molti anni e che mi ha visto in varie versioni, attraversare altri momenti di transizione e cambiamento, ma anche cazzona ventenne e incosciente. Milano è la casa della panza.
Alla fine, come dice sempre una cara amica, una città è fatta delle persone che incontri, e io, in effetti, a Vienna, di gente buona e che mi è cara ne ho incontrata un po'. Non una folla sterminata... Ma quelli che ci sono contano, molto, e quando sono arrivata lì, dopo quasi un anno e mezzo che non mi vedevano, è stato come tornare a casa.
Che è una bella sensazione.
Che mi fa capire in maniera definitiva, chiara, e sicura, che se vivi come me non puoi limitare la tua idea di casa ad un solo luogo fisico, perché ti farà male farlo.

Casa vuol dire molte cose.


Anche Istanbul lo è, lo è stata di nuovo, sulla via di dove sono ora. Ci ho passato poche ore, con le mie prime due amiche istanbuliote, ed è stato come se non fossi mai partita, come se vivessi ancora a Beyoğlu e fossimo uscite insieme dopo il lavoro, a parlare di uomini, delle nostre cose e vite e libri e musica in una meyhane (osteria), chiacchiere di femmine annaffiate di vino e affiancate dalle meze, i loro splendidi antipastini ottomani, con la musica e la gente che parla forte e il cameriere gentile che porta montagne di pane e ci dice, datemi la macchinetta che vi faccio una foto, che siete tanto contente insieme.


A Vienna, mi sono sentita a casa perché capivo la lingua, perché sapevo dove trovare le cose che mi servivano e sapevo come farle, perché in fin dei conti, è a Vienna che ho avuto la mia vita quotidiana per tre anni, con tutto il bene e il male che ne vengono, la noia, lo stress, la stanchezza, ma anche quei caffè con le amiche che ti danno una botta di vita e che spazzano via tutta la negatività, perché sei con quella che è tanto diversa da te eppure è come la tua sorellina, perché sei con quell'amica che ha bambini e problemi così diversi dai tuoi, eppure ti ascolta e ti capisce e ti dice: è normale. Starai bene. O l'amica che ha i lucciconi ogni volta che pensa che vai via, ma cerca di non mostrartelo perché sa già che sei in sbattimento di tuo e non vuole aggiungere peso alla cosa, anche se sei stata la sua prima amica in città e le mancherai, e ti accoglie nella sua casetta per ridarti la moka di cui si è presa cura mentre eri via.
Ho visto com'è cambiata, Vienna (sta divenendo sempre più cara, purtroppo) e dove è rimasta uguale (è una città che funziona, non ci sono santi. Se vi piacciono le cose che funzionano, ma senza il rigore eccessivo che hanno più a nord, Vienna fa per voi. Datevi tempo, e anche voi noterete la cialtroneria sana di cui sto parlando.)

Quello che è stato meno bello a Vienna, è stato che molte persone le ho viste per dirgli ciao e arrivederci, allo stesso tempo. A molti non avevo neanche detto che non sarei rimasta... Perché anche io l'ho deciso veramente all'ultimo. Gli ultimi mesi sono stati abbastanza duri a livello emotivo, devo dire, mi sto riprendendo adesso che ho problemi concreti da risolvere, tipo trovare lavoro.
A Vienna ho passato dei (freddissimi) giorni con facce amiche e portando pesi di qua e di là, buttando cose che avevo conservato per quando sarei tornata, regalandone altre, lasciandone altre a casa delle facce amiche di cui sopra, che per fortuna sono anche Spazi Amici dove lasciare gli scatoli. E se vado avanti di questo passo, avrò scatole e scatoloni in ogni continente.


Poi, tornata a Milano (la foto qui non è mia! Devo rintracciare i credits perché è bellerrima) ho passato gli ultimi giorni seminascosta perché volevo stare con la mamma, vedendo solo quelli che si erano ricordati che sarei ripassata a febbraio, per distrarmi (grazie, M.) e per prepararmi psicologicamente all'ennesimo salto nel buio (grazie, I. ed F., vi pago appena trovo lavoro.) E' stato bello restare così a lungo, ho avuto il tempo di rivedere quasi tutte le persone a cui tenevo... Quasi. Tranne quelle che a Milano non ci vivono, né ci vengono spesso, purtroppo.

Lo ammetto... Non è che ne avessi molta voglia, di fare qualcosa di difficile, ora soprattutto a livello di lavoro, dopo 15 mesi a spasso con lo zainetto e meno soldi in tasca di un anno e mezzo fa. Quando ormai mi ero decisa, e a Vienna mi sono resa conto di quanto rapidamente avrei ricominciato a lavorare, ho pregato fortemente di non stare facendo una grande minchiata, perché a volte, quella di trasferirmi in un luogo dove non ho contatti professionali, quando ne avrei uno dove mi lanciano il lavoro addosso perché sanno che sono brava e voglio lavorare, ecco, diciamo che non sembra proprio una decisione responsabile.

Però, nessuno vive isolato, e se si sta con qualcuno, si deve cercare di lavorare in una direzione che renda felici entrambi. Non tornare a Vienna è stata la mia parte in questo lavoro, ecco. Il secondo motivo per cui ho acconsentito a non tornare a Vienna è che mi piace, ma non abbastanza da dire, in una discussione accesa, io voglio assolutissimamente tornare là, tipo voglio fortissimamente voglio. Lo volevo... Ma non abbastanza fortemente. Dato che non mi sento così, vale la pena allora tentare di fare altro, finché siamo giovani, scemi e irresponsabili, e soprattutto finché io avrò l'energia di farmi uno sbattimento del genere ogni pochi anni. 

Il terzo motivo, per cui non sono tornata a Vienna, è che mi sono resa conto che ci sarei tornata anche per paura, almeno in parte (l'altra parte era che volevo tanto riavere le mie amiche con me.) E ogni volta che ho vinto la paura (prima di Istanbul e prima del Nepal, ad esempio) mi sono successe grandi cose. Quindi, respiro profondo, calma e gesso, e andiamo. Armiamoci, e partiamo.


Ora, vi chiederete, voi tre gatti pazienti che siete rimasti a leggere questo blog che sto trascurando, perché sono troppo in sbattimento per scrivere la maggior parte del tempo: ma dov'è andata mai, a vivere, questa sciroccata?

E' molto più divertente se lo indovinate voi. (Lettori che già sanno, si astengano dal rispondere e rovinare il divertimento agli altri, eh!) Vi do qualche indizio.

1) E' lontano. Molto. Tipo che quando ci penso a quanto sono lontana dall'Europa e dalla famigghia e da P. a Budapest, mi viene un secondo di vertigine.

2) E' una città grande. Molto. Più di Vienna, meno di Istanbul.

3) E' una città che provoca pareri contrastanti.

4) Nella mia mente, è il paese dove ti accolgono i poliziotti in divisa stretch, che a me ha sempre fatto molto ridere, dato che appena appena hai un po' di panza, il tuo ruolo intimidatorio va un po' a farsi benedire.

5) E' una grossa destinazione turistica.

6) E' (insieme al resto del paese) famosa per il suo cibo: buono, sano, piccante.

7) E' in una zona del mondo che amo molto e che è il motivo per cui ho pensato di potercela fare anche se la famigghia sta a 12h d'aereo (calma...)

8) Posso andare in splendidi posti sia di mare che di montagna senza uscire dal paese.

9) E' sui giornali in questi giorni (tranquilli che io sto lontana dalla zona d'azione perché ho un bellissimo appartamento con balcone e tutto.)

10) Il tempo è molto, molto migliore che a Vienna. O che a Milano. O che a Istanbul.

11) Ci sono i gelsomini, gli oleandri e le bouganville, nel giardino del nostro condominio (che per chi è cresciuto negli anni 90 come me, ricorda tantissimo il trashissimo condominio di Melrose Place.) Fuori dalla finestra di camera mia, c'è una palma. Cioè: fa proprio un cazzo di caldo, ragazzi. Io sono felice come una pasqua, dal punto di vista termico. Finita l'epoca della tenuta da granatiera viennese!

Indovinate?  

Nei prossimi giorni un altro indizio, visuale, magari. 
17:22 natalia pi
Eccomi, rieccomi. Lo so che non mi faccio viva decentemente da tempo immemore, ed è perché sono successe un paio di cosine dopo il viaggio. Semi-programmate, eh, ciononostante abbastanza sconvolgenti.
Voi siete rimasti al treno che mi portava a Vienna, no? Vi aggiorno.


Budapest è stata fantastica, come lo è sempre con quel matto di P. Siamo andati alle terme ottomane; abbiamo cenato da Koleves (famoso ristorantino da bobo nel cuore della parte cool di Budapest) e constatato che è peggiorato; abbiamo mangiato i salumi italiani con il suo uomo che mi ha informato sugli sviluppi (pessimi) dell'Ungheria mentre me n'ero andata. Abbiamo passeggiato, abbiamo parlato e fatto e disfatto il mondo e parlato di come è difficile crescere, soprattutto quando cresci insieme a qualcun altro. Ho passeggiato, fatto foto, mi sono gustata l'atmosfera dell'Europa mitt-orientale in cui ho vissuto, e che ora mi sembra quasi esotica. Ho bevuto molti caffè e camminato pensando a quello che mi aspettava, mentre P. lavorava. Sono andata a vedere Mephisto di Klaus Mann a teatro, in ungherese, e ho capito appieno che se gli attori sono bravi, l'Arte è una cosa potentissima anche se non capisci razionalmente quel che ti viene detto (davvero, è stato magnifico, come non avrei mai pensato.)
P. ha preso abbastanza con filosofia la notizia che, dopotutto, non sarei tornata a vivere a tre ore di treno da lui, ma a varie ore d'aereo, invece. Dobbiamo riabituarci a stare lontani, come quando lui era ancora a Istanbul. Mi manca, sapere che quando ho bisogno di staccare posso scappare da lui.


A Vienna, ci sono rimasta per poco più di dieci giorni. E' stato strano, e bello, tornarci. Non me lo aspettavo, ma mi sono sentita a casa, come a Milano, ma in maniera diversa.

A Milano, il sentirsi a casa è piì viscerale, dovuto al fatto che chi è rimasto, lì, per me, è gente che mi conosce da molti anni e che mi ha visto in varie versioni, attraversare altri momenti di transizione e cambiamento, ma anche cazzona ventenne e incosciente. Milano è la casa della panza.
Alla fine, come dice sempre una cara amica, una città è fatta delle persone che incontri, e io, in effetti, a Vienna, di gente buona e che mi è cara ne ho incontrata un po'. Non una folla sterminata... Ma quelli che ci sono contano, molto, e quando sono arrivata lì, dopo quasi un anno e mezzo che non mi vedevano, è stato come tornare a casa.
Che è una bella sensazione.
Che mi fa capire in maniera definitiva, chiara, e sicura, che se vivi come me non puoi limitare la tua idea di casa ad un solo luogo fisico, perché ti farà male farlo.

Casa vuol dire molte cose.


Anche Istanbul lo è, lo è stata di nuovo, sulla via di dove sono ora. Ci ho passato poche ore, con le mie prime due amiche istanbuliote, ed è stato come se non fossi mai partita, come se vivessi ancora a Beyoğlu e fossimo uscite insieme dopo il lavoro, a parlare di uomini, delle nostre cose e vite e libri e musica in una meyhane (osteria), chiacchiere di femmine annaffiate di vino e affiancate dalle meze, i loro splendidi antipastini ottomani, con la musica e la gente che parla forte e il cameriere gentile che porta montagne di pane e ci dice, datemi la macchinetta che vi faccio una foto, che siete tanto contente insieme.


A Vienna, mi sono sentita a casa perché capivo la lingua, perché sapevo dove trovare le cose che mi servivano e sapevo come farle, perché in fin dei conti, è a Vienna che ho avuto la mia vita quotidiana per tre anni, con tutto il bene e il male che ne vengono, la noia, lo stress, la stanchezza, ma anche quei caffè con le amiche che ti danno una botta di vita e che spazzano via tutta la negatività, perché sei con quella che è tanto diversa da te eppure è come la tua sorellina, perché sei con quell'amica che ha bambini e problemi così diversi dai tuoi, eppure ti ascolta e ti capisce e ti dice: è normale. Starai bene. O l'amica che ha i lucciconi ogni volta che pensa che vai via, ma cerca di non mostrartelo perché sa già che sei in sbattimento di tuo e non vuole aggiungere peso alla cosa, anche se sei stata la sua prima amica in città e le mancherai, e ti accoglie nella sua casetta per ridarti la moka di cui si è presa cura mentre eri via.
Ho visto com'è cambiata, Vienna (sta divenendo sempre più cara, purtroppo) e dove è rimasta uguale (è una città che funziona, non ci sono santi. Se vi piacciono le cose che funzionano, ma senza il rigore eccessivo che hanno più a nord, Vienna fa per voi. Datevi tempo, e anche voi noterete la cialtroneria sana di cui sto parlando.)

Quello che è stato meno bello a Vienna, è stato che molte persone le ho viste per dirgli ciao e arrivederci, allo stesso tempo. A molti non avevo neanche detto che non sarei rimasta... Perché anche io l'ho deciso veramente all'ultimo. Gli ultimi mesi sono stati abbastanza duri a livello emotivo, devo dire, mi sto riprendendo adesso che ho problemi concreti da risolvere, tipo trovare lavoro.
A Vienna ho passato dei (freddissimi) giorni con facce amiche e portando pesi di qua e di là, buttando cose che avevo conservato per quando sarei tornata, regalandone altre, lasciandone altre a casa delle facce amiche di cui sopra, che per fortuna sono anche Spazi Amici dove lasciare gli scatoli. E se vado avanti di questo passo, avrò scatole e scatoloni in ogni continente.


Poi, tornata a Milano (la foto qui non è mia! Devo rintracciare i credits perché è bellerrima) ho passato gli ultimi giorni seminascosta perché volevo stare con la mamma, vedendo solo quelli che si erano ricordati che sarei ripassata a febbraio, per distrarmi (grazie, M.) e per prepararmi psicologicamente all'ennesimo salto nel buio (grazie, I. ed F., vi pago appena trovo lavoro.) E' stato bello restare così a lungo, ho avuto il tempo di rivedere quasi tutte le persone a cui tenevo... Quasi. Tranne quelle che a Milano non ci vivono, né ci vengono spesso, purtroppo.

Lo ammetto... Non è che ne avessi molta voglia, di fare qualcosa di difficile, ora soprattutto a livello di lavoro, dopo 15 mesi a spasso con lo zainetto e meno soldi in tasca di un anno e mezzo fa. Quando ormai mi ero decisa, e a Vienna mi sono resa conto di quanto rapidamente avrei ricominciato a lavorare, ho pregato fortemente di non stare facendo una grande minchiata, perché a volte, quella di trasferirmi in un luogo dove non ho contatti professionali, quando ne avrei uno dove mi lanciano il lavoro addosso perché sanno che sono brava e voglio lavorare, ecco, diciamo che non sembra proprio una decisione responsabile.

Però, nessuno vive isolato, e se si sta con qualcuno, si deve cercare di lavorare in una direzione che renda felici entrambi. Non tornare a Vienna è stata la mia parte in questo lavoro, ecco. Il secondo motivo per cui ho acconsentito a non tornare a Vienna è che mi piace, ma non abbastanza da dire, in una discussione accesa, io voglio assolutissimamente tornare là, tipo voglio fortissimamente voglio. Lo volevo... Ma non abbastanza fortemente. Dato che non mi sento così, vale la pena allora tentare di fare altro, finché siamo giovani, scemi e irresponsabili, e soprattutto finché io avrò l'energia di farmi uno sbattimento del genere ogni pochi anni. 

Il terzo motivo, per cui non sono tornata a Vienna, è che mi sono resa conto che ci sarei tornata anche per paura, almeno in parte (l'altra parte era che volevo tanto riavere le mie amiche con me.) E ogni volta che ho vinto la paura (prima di Istanbul e prima del Nepal, ad esempio) mi sono successe grandi cose. Quindi, respiro profondo, calma e gesso, e andiamo. Armiamoci, e partiamo.


Ora, vi chiederete, voi tre gatti pazienti che siete rimasti a leggere questo blog che sto trascurando, perché sono troppo in sbattimento per scrivere la maggior parte del tempo: ma dov'è andata mai, a vivere, questa sciroccata?

E' molto più divertente se lo indovinate voi. (Lettori che già sanno, si astengano dal rispondere e rovinare il divertimento agli altri, eh!) Vi do qualche indizio.

1) E' lontano. Molto. Tipo che quando ci penso a quanto sono lontana dall'Europa e dalla famigghia e da P. a Budapest, mi viene un secondo di vertigine.

2) E' una città grande. Molto. Più di Vienna, meno di Istanbul.

3) E' una città che provoca pareri contrastanti.

4) Nella mia mente, è il paese dove ti accolgono i poliziotti in divisa stretch, che a me ha sempre fatto molto ridere, dato che appena appena hai un po' di panza, il tuo ruolo intimidatorio va un po' a farsi benedire.

5) E' una grossa destinazione turistica.

6) E' (insieme al resto del paese) famosa per il suo cibo: buono, sano, piccante.

7) E' in una zona del mondo che amo molto e che è il motivo per cui ho pensato di potercela fare anche se la famigghia sta a 12h d'aereo (calma...)

8) Posso andare in splendidi posti sia di mare che di montagna senza uscire dal paese.

9) E' sui giornali in questi giorni (tranquilli che io sto lontana dalla zona d'azione perché ho un bellissimo appartamento con balcone e tutto.)

10) Il tempo è molto, molto migliore che a Vienna. O che a Milano. O che a Istanbul.

11) Ci sono i gelsomini, gli oleandri e le bouganville, nel giardino del nostro condominio (che per chi è cresciuto negli anni 90 come me, ricorda tantissimo il trashissimo condominio di Melrose Place.) Fuori dalla finestra di camera mia, c'è una palma. Cioè: fa proprio un cazzo di caldo, ragazzi. Io sono felice come una pasqua, dal punto di vista termico. Finita l'epoca della tenuta da granatiera viennese!

Indovinate?  

Nei prossimi giorni un altro indizio, visuale, magari. 

21 February 2014

Per coloro che se lo stessero chiedendo... Sono viva e vegeta, solo piena di cose barbose da fare, tipo trovare lavoro e ricostruirmi un network professionale (cosa che diventerà molto meno barbosa quando avrò effettivamente una rete di contatti.)

Non sono a Vienna. Non sono neanche a Milano. Non sono neanche a Budapest. 
Sono, come mi succede spesso quando sono stanziale e tutti intorno a me hanno da fare in orario d'ufficio, in un caffè con il wifi. Il rumore della macchinetta che macina i chicchi mi calma sempre, come anche il rumore di cucchiaini, piattini e tazzine. Sarà la memoria di quando lavoravo al caffè, quando ero sbarbata. 
In quale città sono e come ci sono arrivata, ve lo racconto meglio nell'altro post che ho appena scritto, ma che ancora non pubblicherò perché è senza foto, e se no poi tutti mi dite Natalia metti più foto! Solo che sto usando il computer dell'Asburgico, che io non ce l'ho, le mie foto sono tutte sulla tableta, e siccome non ho internet a casa, sono uscita senza tableta e ho il testo, ma non le foto. Siam messi bene. Lunedì dovrebbe arrivare l'omino di internet a casa. 

Sto abbastanza bene, più o meno meditabonda a seconda del giorno e del momento del giorno, ma come dice il saggio Terry Pratchett, "Time is like a drug, too much of it will kill you"; io aggiungo il corollario: se poi sei da sola e hai il mio carattere, auguri! Mica insegno solo per la missione pedagogica, io. Insegno anche perché sono nata nell'anno del Cane, e si vede, non so se mi spiego. Per quello non posso fare la traduttrice pura: prenderei a capate il muro.

Mantengo quindi la calma e il sangue freddo nella Ricostruzione, anche se talvolta faccio fatica e mi dico che se facessi una vita normale (esempi di cose normali: vivere sempre nella stessa città; sposarsi; avere un mutuo; un cane o un gatto, o magari un coniglio; fare bambini; assicurarsi che gli asciugamani siano coordinati cromaticamente; avere un lavoro da impiegata con le malattie pagate e le ferie pagate e dove basta trovare un lavoro per vivere e non ti servono dodici clienti e sei destinata a fare la fame periodicamente; non avere scatole di oggetti personali in tre paesi diversi presto quattro) la mia vita sarebbe tanto più semplice.

Mi consolo dicendomi che se così fosse, sarebbe anche più noiosa. Poi, che io sia una che si annoi molto difficilmente, nella vita, quello è un altro discorso :) 

Se non fosse che ormai è inflazionato, concluderei con il posterino rosso di Keep Calm and Carry On. Ma siccome inflazionato è, non lo farò. Andrò invece a rileggere i consigli a me stessa scritti prima del viaggio. In effetti, sono proprio una donna saggia. Di certo, presto qualcuno in questa città se ne renderà conto. 
15:58 natalia pi
Per coloro che se lo stessero chiedendo... Sono viva e vegeta, solo piena di cose barbose da fare, tipo trovare lavoro e ricostruirmi un network professionale (cosa che diventerà molto meno barbosa quando avrò effettivamente una rete di contatti.)

Non sono a Vienna. Non sono neanche a Milano. Non sono neanche a Budapest. 
Sono, come mi succede spesso quando sono stanziale e tutti intorno a me hanno da fare in orario d'ufficio, in un caffè con il wifi. Il rumore della macchinetta che macina i chicchi mi calma sempre, come anche il rumore di cucchiaini, piattini e tazzine. Sarà la memoria di quando lavoravo al caffè, quando ero sbarbata. 
In quale città sono e come ci sono arrivata, ve lo racconto meglio nell'altro post che ho appena scritto, ma che ancora non pubblicherò perché è senza foto, e se no poi tutti mi dite Natalia metti più foto! Solo che sto usando il computer dell'Asburgico, che io non ce l'ho, le mie foto sono tutte sulla tableta, e siccome non ho internet a casa, sono uscita senza tableta e ho il testo, ma non le foto. Siam messi bene. Lunedì dovrebbe arrivare l'omino di internet a casa. 

Sto abbastanza bene, più o meno meditabonda a seconda del giorno e del momento del giorno, ma come dice il saggio Terry Pratchett, "Time is like a drug, too much of it will kill you"; io aggiungo il corollario: se poi sei da sola e hai il mio carattere, auguri! Mica insegno solo per la missione pedagogica, io. Insegno anche perché sono nata nell'anno del Cane, e si vede, non so se mi spiego. Per quello non posso fare la traduttrice pura: prenderei a capate il muro.

Mantengo quindi la calma e il sangue freddo nella Ricostruzione, anche se talvolta faccio fatica e mi dico che se facessi una vita normale (esempi di cose normali: vivere sempre nella stessa città; sposarsi; avere un mutuo; un cane o un gatto, o magari un coniglio; fare bambini; assicurarsi che gli asciugamani siano coordinati cromaticamente; avere un lavoro da impiegata con le malattie pagate e le ferie pagate e dove basta trovare un lavoro per vivere e non ti servono dodici clienti e sei destinata a fare la fame periodicamente; non avere scatole di oggetti personali in tre paesi diversi presto quattro) la mia vita sarebbe tanto più semplice.

Mi consolo dicendomi che se così fosse, sarebbe anche più noiosa. Poi, che io sia una che si annoi molto difficilmente, nella vita, quello è un altro discorso :) 

Se non fosse che ormai è inflazionato, concluderei con il posterino rosso di Keep Calm and Carry On. Ma siccome inflazionato è, non lo farò. Andrò invece a rileggere i consigli a me stessa scritti prima del viaggio. In effetti, sono proprio una donna saggia. Di certo, presto qualcuno in questa città se ne renderà conto. 

22 January 2014

Sono sul treno ÖBB che mi porterà a Vienna, dove

A) rivedrò l'Asburgico e 
B) rivedrò anche i miei amici.

Sono gioiosa per la gente, agitata per la logistica, annichilita dal grigio e dal freddo - anche se queste due ultime cose non sono peggio che a Milano, dato che qui in Austroungaria l'inverno finora è stato piuttosto mite. Non ha ancora nevicato.

Ho fatto un sacco di foto a Budapest, riso ancora di più con una persona che, veramente, mi fa star bene. P è come un fratello: e come ha detto lui, insieme diciamo un sacco di idiozíe e ridiamo quasi troppo, per i canoni di queste parti (e cantare pezzi di fado sull'autobus a Budapest non aiuta a passare inosservati. Anche se i budapestiani sono straniti, ma apprezzano.)

Vi lascio con una diapositiva di ciò che vedo dal treno oggi... Sfocata, ma rende l'idea. Impressioni di gennaio.


21:37 natalia pi
Sono sul treno ÖBB che mi porterà a Vienna, dove

A) rivedrò l'Asburgico e 
B) rivedrò anche i miei amici.

Sono gioiosa per la gente, agitata per la logistica, annichilita dal grigio e dal freddo - anche se queste due ultime cose non sono peggio che a Milano, dato che qui in Austroungaria l'inverno finora è stato piuttosto mite. Non ha ancora nevicato.

Ho fatto un sacco di foto a Budapest, riso ancora di più con una persona che, veramente, mi fa star bene. P è come un fratello: e come ha detto lui, insieme diciamo un sacco di idiozíe e ridiamo quasi troppo, per i canoni di queste parti (e cantare pezzi di fado sull'autobus a Budapest non aiuta a passare inosservati. Anche se i budapestiani sono straniti, ma apprezzano.)

Vi lascio con una diapositiva di ciò che vedo dal treno oggi... Sfocata, ma rende l'idea. Impressioni di gennaio.


19 January 2014

Che "én jövök!" secondo i miei studi vorrebbe dire, eccomi, arrivo! Speriamo non voglia dire "che tua madre muoia di atroci sofferenze."
Comunque.
Oggi, sveglia alle sei del mattino, che è tempo di cousinade.

Vale la pena, perché vado in uno dei miei posti preferiti.

foto: Lorenzo Mazzi

L'amore per questa città, come succede spesso, mi è cresciuto esplorandola con un caro amico. Camminare per le città con un buon amico, o una buona amica, naso per aria, occhio attento ai palazzi e alle persone che vediamo: è una delle mie attività preferite di sempre. 
Lo facevo con P. e gli altri francesi a Istanbul, lo facevo a Istanbul con l'Asburgico, dato che è lì che l'ho conosciuto. E' così che siamo diventati amici. Camminando per ore lungo il Bosforo e nel lato asiatico della città, guardando la gente e parlando del mondo.

Qui trovate uno dei miei vecchi post sui giorni felici a Budapest. E' sempre molto popolare, quindi rimetto il link - se state per farvi un weekend a Budapest, potrebbe esservi utile. 

Non vedo l'ora di rivedere P. Ci divertiremo un mondo. Andremo alle terme e ci faremo destestare dai vecchi musoni ungheresi. Oppure alle terme con meno vecchi musoni ungheresi, ma con una bellissima struttura ottomana, in memoria dei tempi turchi (le terme Rudas, se vi interessa il nome.) Sono magnifiche. 

Generationexpat.com

Faremo colazione in quel posto gigante e bellissimo con gli interni eleganti, che sembra un caffè di un'altra era, sopra una libreria (io me lo ricordo come bookcafè, ma credo si chiami Alexandria, o qualcosa del genere), che ha questo aspetto alquanto chic:

Tripadvisor

E' bello, fanno il caffè buono, e hanno anche delle buone e belle brioche. Lo adoro.

Se P. ne avrà voglia (e di solito ne ha) magari ci avventureremo anche all'esplorazione di altri caffè dove passare ore pigre, dato che io sono costantemente congelata dal mio ritorno in Europa, e fatico quando sto fuori per troppe ore di fila. Ho trovato un post su un sito chiamato Welovebudapest.com che ha una lista molto interessante di nuovi caffè a Budapest. 
La cosa interessante, che io non sapevo, della scena dei caffè nella capitale magiara, è che Massolit - per chi non è stato a Cracovia, uno dei caffè letterari più intimi, coccolosi, polverosi e adatti a un pomeriggio di pioggia che abbia mai visto - ora ha aperto una filiale anche a Budapest. 

Tripadvisor


Mentre ero via, Budapest è una delle città alle quali ho pensato più spesso, insieme a quelle che mi fanno da casa. Forse è perché lì vive una persona a cui voglio bene, e con cui sto bene... Quindi rappresenta uno di quei porti tranquilli dove so di poter sempre andare, e andare a star bene, un posto dove riesco a soffiar via i pensieri brutti (anche se intorno a me, gli ungheresi, non è che siano proprio solari. Ma è tutta una questione di atteggiamento, e di compagnia.) 

A molti Budapest non piace: è un po' più scassata di quanto non sia Vienna. Hanno poche luci la sera perché il comune non ci ha i soldi per pagarle. Magari le facciate delle case sono un po' sgarrupate. Come avevo già detto nel vecchio post, le due capitali gemelle si sono evolute in maniera molto diversa. Vienna quella con la messa in piega e lo smalto curato - anche se mi dicono stia diventando sempre più hipster, quindi aggiungetele anche gli occhiali da vista spessi e una bici a scatto fisso; Budapest la sorella col lavoro precario, i piercing e i tatuaggi, ma anche tanta vitalità (e pochissimi soldi, il che stimola la creatività e la presenza di artisti e artistoidi vari.)

Si vede, però, che è stata una capitale imperiale - dopotutto, tenete a mente che l'impero austro-ungarico era appunto austro-ungarico. Budapest era una delle due capitali gemelle, insieme a Vienna, e durante la vita della famosa Sissi, ad esempio, fu molto considerata ed amata, come città, perché l'imperatrice Elisabeth la adorava. 
Sissi amava l'Ungheria e passava molto tempo lì - fece anche sì che la sua ultimogenita nascesse lì, dopo aver assicurato che l'Ungheria avesse un ruolo pari a quello dell'Austria nell'amministrazione imperiale. Alcuni sostenevano che fosse anche perché il suo amante era il famoso conte Andrássy, cioè quel signore al quale è dedicata una delle vie più eleganti della città. Io, invece che una foto della Sissi vi metto quella di Andrássy, che non se lo caga mai nessuno, ma invece, porello, ha dei bellissimi boccoli:


Foto: Wikimedia Commons

Insomma, sono contenta di passare per Budapest sulla strada verso Vienna. Lo so che l'allungo, da Milano, ma non importa: vedrò P. e avrò una piccola camera di decompressione dopo un mese a Milano, e prima della frenesia viennese. Va bene così. Mi sento prontissima all'esplorazione turistica, e non.
Yuhuuu!
(No, perché a Milano ho esplorato pochissimo. Perché mi sono ammalata due volte, fa freddo, io ho lo shock termico che non smette, e soprattutto nell'ultima settimana non la smette di piovere. Ma che fastidio...)
16:23 natalia pi
Che "én jövök!" secondo i miei studi vorrebbe dire, eccomi, arrivo! Speriamo non voglia dire "che tua madre muoia di atroci sofferenze."
Comunque.
Oggi, sveglia alle sei del mattino, che è tempo di cousinade.

Vale la pena, perché vado in uno dei miei posti preferiti.

foto: Lorenzo Mazzi

L'amore per questa città, come succede spesso, mi è cresciuto esplorandola con un caro amico. Camminare per le città con un buon amico, o una buona amica, naso per aria, occhio attento ai palazzi e alle persone che vediamo: è una delle mie attività preferite di sempre. 
Lo facevo con P. e gli altri francesi a Istanbul, lo facevo a Istanbul con l'Asburgico, dato che è lì che l'ho conosciuto. E' così che siamo diventati amici. Camminando per ore lungo il Bosforo e nel lato asiatico della città, guardando la gente e parlando del mondo.

Qui trovate uno dei miei vecchi post sui giorni felici a Budapest. E' sempre molto popolare, quindi rimetto il link - se state per farvi un weekend a Budapest, potrebbe esservi utile. 

Non vedo l'ora di rivedere P. Ci divertiremo un mondo. Andremo alle terme e ci faremo destestare dai vecchi musoni ungheresi. Oppure alle terme con meno vecchi musoni ungheresi, ma con una bellissima struttura ottomana, in memoria dei tempi turchi (le terme Rudas, se vi interessa il nome.) Sono magnifiche. 

Generationexpat.com

Faremo colazione in quel posto gigante e bellissimo con gli interni eleganti, che sembra un caffè di un'altra era, sopra una libreria (io me lo ricordo come bookcafè, ma credo si chiami Alexandria, o qualcosa del genere), che ha questo aspetto alquanto chic:

Tripadvisor

E' bello, fanno il caffè buono, e hanno anche delle buone e belle brioche. Lo adoro.

Se P. ne avrà voglia (e di solito ne ha) magari ci avventureremo anche all'esplorazione di altri caffè dove passare ore pigre, dato che io sono costantemente congelata dal mio ritorno in Europa, e fatico quando sto fuori per troppe ore di fila. Ho trovato un post su un sito chiamato Welovebudapest.com che ha una lista molto interessante di nuovi caffè a Budapest. 
La cosa interessante, che io non sapevo, della scena dei caffè nella capitale magiara, è che Massolit - per chi non è stato a Cracovia, uno dei caffè letterari più intimi, coccolosi, polverosi e adatti a un pomeriggio di pioggia che abbia mai visto - ora ha aperto una filiale anche a Budapest. 

Tripadvisor


Mentre ero via, Budapest è una delle città alle quali ho pensato più spesso, insieme a quelle che mi fanno da casa. Forse è perché lì vive una persona a cui voglio bene, e con cui sto bene... Quindi rappresenta uno di quei porti tranquilli dove so di poter sempre andare, e andare a star bene, un posto dove riesco a soffiar via i pensieri brutti (anche se intorno a me, gli ungheresi, non è che siano proprio solari. Ma è tutta una questione di atteggiamento, e di compagnia.) 

A molti Budapest non piace: è un po' più scassata di quanto non sia Vienna. Hanno poche luci la sera perché il comune non ci ha i soldi per pagarle. Magari le facciate delle case sono un po' sgarrupate. Come avevo già detto nel vecchio post, le due capitali gemelle si sono evolute in maniera molto diversa. Vienna quella con la messa in piega e lo smalto curato - anche se mi dicono stia diventando sempre più hipster, quindi aggiungetele anche gli occhiali da vista spessi e una bici a scatto fisso; Budapest la sorella col lavoro precario, i piercing e i tatuaggi, ma anche tanta vitalità (e pochissimi soldi, il che stimola la creatività e la presenza di artisti e artistoidi vari.)

Si vede, però, che è stata una capitale imperiale - dopotutto, tenete a mente che l'impero austro-ungarico era appunto austro-ungarico. Budapest era una delle due capitali gemelle, insieme a Vienna, e durante la vita della famosa Sissi, ad esempio, fu molto considerata ed amata, come città, perché l'imperatrice Elisabeth la adorava. 
Sissi amava l'Ungheria e passava molto tempo lì - fece anche sì che la sua ultimogenita nascesse lì, dopo aver assicurato che l'Ungheria avesse un ruolo pari a quello dell'Austria nell'amministrazione imperiale. Alcuni sostenevano che fosse anche perché il suo amante era il famoso conte Andrássy, cioè quel signore al quale è dedicata una delle vie più eleganti della città. Io, invece che una foto della Sissi vi metto quella di Andrássy, che non se lo caga mai nessuno, ma invece, porello, ha dei bellissimi boccoli:


Foto: Wikimedia Commons

Insomma, sono contenta di passare per Budapest sulla strada verso Vienna. Lo so che l'allungo, da Milano, ma non importa: vedrò P. e avrò una piccola camera di decompressione dopo un mese a Milano, e prima della frenesia viennese. Va bene così. Mi sento prontissima all'esplorazione turistica, e non.
Yuhuuu!
(No, perché a Milano ho esplorato pochissimo. Perché mi sono ammalata due volte, fa freddo, io ho lo shock termico che non smette, e soprattutto nell'ultima settimana non la smette di piovere. Ma che fastidio...)

13 January 2014

Avete mai sentito parlare della teoria del Terzo Spazio? 
Riassumendo in soldoni, la teoria dice che un Terzo Spazio è uno spazio aperto a tutti, accessibile, che non sia la tua casa e neanche il tuo posto di lavoro. Ma che non sia neanche la casa di qualcun altro. Un posto, insomma, dove puoi andare a passare il tuo tempo libero, da solo o con altri, rilassato e tranquillo, via dall'isolamento delle quattro mura di casa tua. 
La teoria ha risvolti cervellotici e sociologici che vi risparmio, se volete saperne di più guardate qui (link in inglese, con ridirezione al francese, se vi serve.)

Bene, come donna frilèns, che il massimo che ha avuto nella vita è un tavolo part-time in un ufficio di scuola, e che ha tanti tempi morti durante la giornata, io sono sempre a caccia di Terzi Posti piacevoli (che nel mio caso sono pure Secondi Posti, dato che di ufficio neanche l'ombra, e va bene così.) 

A Milano, non ci lavoro, come sapete. Sono di passaggio, nella mia città natale. Però mi piace sempre esplorare, e grazie all'incontro con una lettrice (ciao B.!! Lo so che stai leggendo) l'altro giorno ho scoperto Il Bistrò del Tempo Ritrovato, nella zona Parco Solari, a Milano. La cosa buffa è che ho abitato in questa zona nel 2009, ma per qualche motivo non passavo mai davanti a quest'angolo di strada, vicino al quale vivono due miei cari amici... Ma solo da dopo che ho lasciato la città. E quindi, il Bistrò, fino ad ora, me lo ero perso. 

Ma è carinissimo. E' uno di quei caffè che in Italia, in generale, mancano un po': posti dove ti prendi un caffè, ti siedi con un libercolo, e nessuno ti viene a chiedere se vuoi ordinare altro, o a romperti in generale, se sei assorto nella lettura. Tanto per cominciare, hanno citazioni di Borges sul muro, che è sempre una buona cosa.

Foto: Bistrò del Tempo Ritrovato

Hanno anche un bancone con delle torte dall'aspetto invitante. Torte che sanno di casa, intendo. Torte simpatiche.

Foto: Caterina Zanzi per Nuok.it

Ci sono andata, e ci ho passato un paio d'ore in compagnia, e sono stata benissimo. Magari sta cambiando, Milano, ma tenete conto che io era da un anno e mezzo che non venivo qui, quasi, dunque non sono aggiornata su cosa c'è in città. Anzi, se conoscete posti simili, vi prego, aggiungeteli nei commenti, che in una turbo-città come Milano, servono questi punti di riferimento!

Il bistrò è semplicemente un piccolo caffè-libreria gestito con molto amore dai proprietari, con pochi, selezionati libri in vendita. Niente luci forti, niente stress, il nome, ragazzi, è tutto un programma. J'adore, per dirla in maniera fastidiosa.

Di sicuro avrò il tempo di tornarci. Quando fuori c'è il coperchio grigio acciaio dell'inverno milanese, fa troppo freddo per passeggiare senza meta, tutti sono al lavoro, e tu non sai cosa fare perché sei in gita e sfaccendata, rifugiarsi a ritrovare un po' di tempo con qualcosa di caldo, e un bel libro, è la cosa giusta da fare. Il bello di leggere in un caffè è che se ti stufi puoi guardare la gente: quella dentro il caffè, e quella che passa per strada (quindi prendete un tavolo vicino alla vetrata. Ce n'è uno con due poltroncine: andate lì!)

Foto: Bistrò del Tempo Ritrovato

Io, intanto, tra pochi giorni parto per Budapest. Inizio ad essere in fibrillazione. O agitazione, a seconda dei giorni.
Per fortuna al Bistrò hanno anche una citazione ad hoc di Ernest (Hemingway) per la mia situazione attuale...

Foto: Caterina Zanzi per Nuok.it

Om. Om. Om. Grazie Ernest. Terrò a mente nei momenti di crisi.
20:43 natalia pi
Avete mai sentito parlare della teoria del Terzo Spazio? 
Riassumendo in soldoni, la teoria dice che un Terzo Spazio è uno spazio aperto a tutti, accessibile, che non sia la tua casa e neanche il tuo posto di lavoro. Ma che non sia neanche la casa di qualcun altro. Un posto, insomma, dove puoi andare a passare il tuo tempo libero, da solo o con altri, rilassato e tranquillo, via dall'isolamento delle quattro mura di casa tua. 
La teoria ha risvolti cervellotici e sociologici che vi risparmio, se volete saperne di più guardate qui (link in inglese, con ridirezione al francese, se vi serve.)

Bene, come donna frilèns, che il massimo che ha avuto nella vita è un tavolo part-time in un ufficio di scuola, e che ha tanti tempi morti durante la giornata, io sono sempre a caccia di Terzi Posti piacevoli (che nel mio caso sono pure Secondi Posti, dato che di ufficio neanche l'ombra, e va bene così.) 

A Milano, non ci lavoro, come sapete. Sono di passaggio, nella mia città natale. Però mi piace sempre esplorare, e grazie all'incontro con una lettrice (ciao B.!! Lo so che stai leggendo) l'altro giorno ho scoperto Il Bistrò del Tempo Ritrovato, nella zona Parco Solari, a Milano. La cosa buffa è che ho abitato in questa zona nel 2009, ma per qualche motivo non passavo mai davanti a quest'angolo di strada, vicino al quale vivono due miei cari amici... Ma solo da dopo che ho lasciato la città. E quindi, il Bistrò, fino ad ora, me lo ero perso. 

Ma è carinissimo. E' uno di quei caffè che in Italia, in generale, mancano un po': posti dove ti prendi un caffè, ti siedi con un libercolo, e nessuno ti viene a chiedere se vuoi ordinare altro, o a romperti in generale, se sei assorto nella lettura. Tanto per cominciare, hanno citazioni di Borges sul muro, che è sempre una buona cosa.

Foto: Bistrò del Tempo Ritrovato

Hanno anche un bancone con delle torte dall'aspetto invitante. Torte che sanno di casa, intendo. Torte simpatiche.

Foto: Caterina Zanzi per Nuok.it

Ci sono andata, e ci ho passato un paio d'ore in compagnia, e sono stata benissimo. Magari sta cambiando, Milano, ma tenete conto che io era da un anno e mezzo che non venivo qui, quasi, dunque non sono aggiornata su cosa c'è in città. Anzi, se conoscete posti simili, vi prego, aggiungeteli nei commenti, che in una turbo-città come Milano, servono questi punti di riferimento!

Il bistrò è semplicemente un piccolo caffè-libreria gestito con molto amore dai proprietari, con pochi, selezionati libri in vendita. Niente luci forti, niente stress, il nome, ragazzi, è tutto un programma. J'adore, per dirla in maniera fastidiosa.

Di sicuro avrò il tempo di tornarci. Quando fuori c'è il coperchio grigio acciaio dell'inverno milanese, fa troppo freddo per passeggiare senza meta, tutti sono al lavoro, e tu non sai cosa fare perché sei in gita e sfaccendata, rifugiarsi a ritrovare un po' di tempo con qualcosa di caldo, e un bel libro, è la cosa giusta da fare. Il bello di leggere in un caffè è che se ti stufi puoi guardare la gente: quella dentro il caffè, e quella che passa per strada (quindi prendete un tavolo vicino alla vetrata. Ce n'è uno con due poltroncine: andate lì!)

Foto: Bistrò del Tempo Ritrovato

Io, intanto, tra pochi giorni parto per Budapest. Inizio ad essere in fibrillazione. O agitazione, a seconda dei giorni.
Per fortuna al Bistrò hanno anche una citazione ad hoc di Ernest (Hemingway) per la mia situazione attuale...

Foto: Caterina Zanzi per Nuok.it

Om. Om. Om. Grazie Ernest. Terrò a mente nei momenti di crisi.

04 January 2014

Cioè: non proprio da sola. Anzi. Sono a Milano, dopotutto. 

Il cielo su Milano è stato bello, azzurro, qualche giorno fa, con dei bei tramonti sulle Alpi... Ma io ero malata (credo sia lo shock termico Sri Lanka-Italia.) Ora che sto bene... Beh, è grigio bigio. Quindi io guardo fuori, e penso a dove sono stata: 

Inle, Birmania (foto mia)
No. Non sono proprio da sola.
C'è la Sacra Genitrice. 
Ci sono le mie due amiche care (ciao M! Lo so che leggi ma non commenti!) che mi sono venute a trovare oggi e hanno apprezzato il mate argentino. Brave. 
Ci sono gli amici che vedo dopodomani, quello che vado a trovare lunedì e tante altre persone.

Ma non c'è M. L'Asburgico è tornato in Asburgia - lo so che non si dice così, vabbè dai - a vedere la sua Familie e i suoi amici e Vienna, prima di me. Così ognuno ha qualche settimana dove andare in libreria per ore, o al cinema, senza che l'altro si annoi per ragioni linguistiche, insomma, fare quel che ci pare, da soli. 
Ed è questa la cosa bizzarra: io, da sola, senza l'Asburgico, sono 15 mesi che non ci sto. Mi fa strano non averlo intorno. Il periodo più lungo che abbiamo passato separati negli ultimi 15 mesi sono state circa dieci ore a Oaxaca, Messico, perché io ero malata e gli ho detto di non rinunciare alla gitarella che avevamo organizzato, e poi lui ha passato la giornata con un giapponese.  
Quindi ieri lo abbiamo portato in aeroporto, e poi siamo tornate qui, la Mater è uscita, e io sono rimasta in casa. Da sola. Col silenzio. Ho resistito circa un'ora e poi sono uscita anche io. 

Certo è questione di abitudine, all'inizio del viaggio era anche inusuale avercelo sempre intorno, M., quindi alla fine quello che sembra strano è quello che succede raramente, lo so. Però è disorientante, ecco. Ieri ero di un umore strano, non necessariamente buono, pensieroso.

Oggi va meglio. Sono uscita, ho visto il fratello del mio babbo e abbiamo mangiato sushi e abbiamo riso tanto, poi ho avuto da fare in centro, ho incontrato un'impiegata di Turkish Airlines così gentile che mi ha fatto pensare che quello che voglio fare cominci sotto buoni auspici, e poi sono tornata a casa. Al  mio ritorno, due amiche mi aspettavano. 

E. ed M., amiche dalle superiori, E. da quando avevamo 16 anni. Lei praticamente accasata ormai, con una casa di proprietà; M. ormai mamma: ci siamo abbracciate, e E. mi ha detto: non ci credo che non ci vediamo da agosto 2012! Mi sembra di averti salutato l'altro giorno! Io le ho detto che questo è il segno delle amicizie salde, di quelle che durano, e lo credo davvero.

Avere amiche come loro, come I. che ho visto quando ero ancora sconvolta dal jet-lag e dallo shock termico, avere amiche come loro è quello che mi conforta quando mi sento incerta, dubbiosa, o ansiosa, come ieri. Io sono via da quattro anni, eppure loro ci sono ancora. Meno male. 
05:48 natalia pi
Cioè: non proprio da sola. Anzi. Sono a Milano, dopotutto. 

Il cielo su Milano è stato bello, azzurro, qualche giorno fa, con dei bei tramonti sulle Alpi... Ma io ero malata (credo sia lo shock termico Sri Lanka-Italia.) Ora che sto bene... Beh, è grigio bigio. Quindi io guardo fuori, e penso a dove sono stata: 

Inle, Birmania (foto mia)
No. Non sono proprio da sola.
C'è la Sacra Genitrice. 
Ci sono le mie due amiche care (ciao M! Lo so che leggi ma non commenti!) che mi sono venute a trovare oggi e hanno apprezzato il mate argentino. Brave. 
Ci sono gli amici che vedo dopodomani, quello che vado a trovare lunedì e tante altre persone.

Ma non c'è M. L'Asburgico è tornato in Asburgia - lo so che non si dice così, vabbè dai - a vedere la sua Familie e i suoi amici e Vienna, prima di me. Così ognuno ha qualche settimana dove andare in libreria per ore, o al cinema, senza che l'altro si annoi per ragioni linguistiche, insomma, fare quel che ci pare, da soli. 
Ed è questa la cosa bizzarra: io, da sola, senza l'Asburgico, sono 15 mesi che non ci sto. Mi fa strano non averlo intorno. Il periodo più lungo che abbiamo passato separati negli ultimi 15 mesi sono state circa dieci ore a Oaxaca, Messico, perché io ero malata e gli ho detto di non rinunciare alla gitarella che avevamo organizzato, e poi lui ha passato la giornata con un giapponese.  
Quindi ieri lo abbiamo portato in aeroporto, e poi siamo tornate qui, la Mater è uscita, e io sono rimasta in casa. Da sola. Col silenzio. Ho resistito circa un'ora e poi sono uscita anche io. 

Certo è questione di abitudine, all'inizio del viaggio era anche inusuale avercelo sempre intorno, M., quindi alla fine quello che sembra strano è quello che succede raramente, lo so. Però è disorientante, ecco. Ieri ero di un umore strano, non necessariamente buono, pensieroso.

Oggi va meglio. Sono uscita, ho visto il fratello del mio babbo e abbiamo mangiato sushi e abbiamo riso tanto, poi ho avuto da fare in centro, ho incontrato un'impiegata di Turkish Airlines così gentile che mi ha fatto pensare che quello che voglio fare cominci sotto buoni auspici, e poi sono tornata a casa. Al  mio ritorno, due amiche mi aspettavano. 

E. ed M., amiche dalle superiori, E. da quando avevamo 16 anni. Lei praticamente accasata ormai, con una casa di proprietà; M. ormai mamma: ci siamo abbracciate, e E. mi ha detto: non ci credo che non ci vediamo da agosto 2012! Mi sembra di averti salutato l'altro giorno! Io le ho detto che questo è il segno delle amicizie salde, di quelle che durano, e lo credo davvero.

Avere amiche come loro, come I. che ho visto quando ero ancora sconvolta dal jet-lag e dallo shock termico, avere amiche come loro è quello che mi conforta quando mi sento incerta, dubbiosa, o ansiosa, come ieri. Io sono via da quattro anni, eppure loro ci sono ancora. Meno male.